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23 agosto 2017
Giulietta senza Romeo
Lei aveva gli occhi di una cerbiatta, ma davvero mica per dire.
Noi avevamo quindici anni ed eravamo tutti innamorati di lei, della Giulia, che se ti capitava di toccarle il culo dai jeans per le scale si arrabbiava sì ma anche un po' per finta, quasi per ruolo.
Aveva quella fruit a V rosa fucsia e noi che le tiravamo le matite dicendo me la prendi mi è caduta. E lei che si sporgeva dal banco senza farsi pregare e si piegava generosamente verso di noi regalandoci una sbirciata su un reggiseno di pizzo nero. E non l'avevamo mai visto un reggiseno indossato, di pizzo poi.
A fine anno suo padre - un impiegato di non so che banca che dio, o chi per lui, l'abbia in gloria - fu trasferito a Verona. Non a Campi Bisenzio, cristo, a Verona!
E lei, la Giulia, l'ultimo giorno di scuola ci portò delle sue foto, quasi fossero le cartoline già autografate con cui andavano in giro i vip nell'era del preselfie.
Io mi misi timidamente in coda e riuscii ad accaparrarmene una che Giulia accompagnò con un sorrisone, no che non sembrava così dispiaciuta di partire.
Erano foto dai formati più strani, forse ritagliate da altre più grandi, forse stampate artigianalmente. La mia era pure un po' sfocata, a dirla tutta.
Caro il babbo della mia Giulia, comunque grazie, che ti sei trasferito a Verona, magari per due palanche di più, e non c'è stato più verso di ritrovarla la tua benedetta figliola dagli occhi da cerbiatta, manco sul faccialibro manco.
20 marzo 2017
Secondo clarino (3)
(Segue da qui e da qui)
Alzo la cornetta per sentire se il telefono è a posto. Un tu tu mi dice di sì. Controllo anche il volume della suoneria: è al massimo, ma Walter non chiama ancora. E sono le dieci e dieci. Potrei anche volermi andare a sdraiare a quest’ora, penso sia un mio diritto no? Di venerdì sera, poi. E questo cosa fa? Quando chiama? Evidentemente pensa che non c’ho niente da fare, questo pensa che stia qui a perder tempo in attesa della sua telefonata e della sua stramaledetta solfa bastarda. O pensa che io non abbia niente di meglio da fare il venerdì sera che scoprire il cavolo di posto dove andremo o non andremo a suonare domenica. Ma appena chiama lo sistemo!
Alle dieci e venti è veramente troppo. Walter non si è mai comportato così e niente gli dà il diritto di farlo. Niente. A meno che non abbia chiamato proprio in quell’attimo in cui ho alzato la cornetta per sentire se c’era linea. Può essere. Sto per riprendere su la cornetta per verificare la linea, ma m’immagino Walter di là che fa il numero… allora la lascio giù. E aspetto. Niente, nessuno squillo.
Non si saranno dimenticati di me? Capace che se non mi chiamano una volta e suonano senza il secondo clarino, vedono che non fa nessuna differenza e poi magari mi lasciano a casa per definizione.
Walter, Walter diobonino, fai questo cacchio di numero. Fai questo numero. Poi lo so… va a finire che perdo la pazienza e non mi so controllare e lo tratto male per davvero: gli fo un liscebbusso che se ne ricorda.
Mi affaccio alla porta, aprendo con cautela: una cassettiera in legno quasi rosso è spiaccicata sul muro di fronte e lascia a malapena lo spazio per passare su. O per passare giù. Richiudo.
Il telefono è sempre lì, come morto. Guardandolo adesso dubito perfino che possa suonare, mi sembra impossibile anche che abbia solo una volta suonato in vita sua, mi sembra tutto meno che un apparecchio teso ad emettere una qualche variante di un misero suono.
Sono le dieci e mezzo quando prendo su quel telefono inerte e compongo il numero di casa di Walter.
- Pronto?
- Walter, sono io.
- Oh, ciao Sergio, che si dice, che non si dice?
- No, niente, non ti ho sentito e siccome volevo parlarti…
- Dimmi dimmi, sto ancora cenando, sono stato mezz’ora a telefono con Tiberio…
Il nostro primo clarino!
- Chissà che gli ha preso, se n’è uscito con tutta una serie di menate sulle sagre, sullo squallore dei posti dove si suona, perfino sulle giacchette bordò, vallo a capire! Se aspirava a suonare con la Filarmonica di Berlino, poteva pensarci anche prima. Fatto sta, domenica siamo a Greve per la festa del Castagnaccio ma lui non viene, anzi non viene proprio più.
- No?
- No. Ma gliel’ho detto che ci importava il giusto e che avremmo suonato ugualmente bene con te primo clarino. Anzi primo secondo e ultimo. Se pensava che ci si mettesse a piangere…
Primo clarino?
- Sergio, ci sei? Che volevi, svelto perché devo finire di cenare.
- No, ti volevo chiedere… ma con quante macchine si va?
- Al solito dài, passi di qui, parcheggi e si va su con la mia, gli altri vengono col furgone.
- Bene, allora ciao.
- Ciao.
Vado per le scale e faccio una voce a quei ragazzi: è l’ora di portare su la cassettiera. Anche alla svelta, ché dopo una lucidatina allo strumento e via a nanna. Si prepara un gran fine settimana!
(fine)
Alzo la cornetta per sentire se il telefono è a posto. Un tu tu mi dice di sì. Controllo anche il volume della suoneria: è al massimo, ma Walter non chiama ancora. E sono le dieci e dieci. Potrei anche volermi andare a sdraiare a quest’ora, penso sia un mio diritto no? Di venerdì sera, poi. E questo cosa fa? Quando chiama? Evidentemente pensa che non c’ho niente da fare, questo pensa che stia qui a perder tempo in attesa della sua telefonata e della sua stramaledetta solfa bastarda. O pensa che io non abbia niente di meglio da fare il venerdì sera che scoprire il cavolo di posto dove andremo o non andremo a suonare domenica. Ma appena chiama lo sistemo!
Alle dieci e venti è veramente troppo. Walter non si è mai comportato così e niente gli dà il diritto di farlo. Niente. A meno che non abbia chiamato proprio in quell’attimo in cui ho alzato la cornetta per sentire se c’era linea. Può essere. Sto per riprendere su la cornetta per verificare la linea, ma m’immagino Walter di là che fa il numero… allora la lascio giù. E aspetto. Niente, nessuno squillo.
Non si saranno dimenticati di me? Capace che se non mi chiamano una volta e suonano senza il secondo clarino, vedono che non fa nessuna differenza e poi magari mi lasciano a casa per definizione.
Walter, Walter diobonino, fai questo cacchio di numero. Fai questo numero. Poi lo so… va a finire che perdo la pazienza e non mi so controllare e lo tratto male per davvero: gli fo un liscebbusso che se ne ricorda.
Mi affaccio alla porta, aprendo con cautela: una cassettiera in legno quasi rosso è spiaccicata sul muro di fronte e lascia a malapena lo spazio per passare su. O per passare giù. Richiudo.
Il telefono è sempre lì, come morto. Guardandolo adesso dubito perfino che possa suonare, mi sembra impossibile anche che abbia solo una volta suonato in vita sua, mi sembra tutto meno che un apparecchio teso ad emettere una qualche variante di un misero suono.
Sono le dieci e mezzo quando prendo su quel telefono inerte e compongo il numero di casa di Walter.
- Pronto?
- Walter, sono io.
- Oh, ciao Sergio, che si dice, che non si dice?
- No, niente, non ti ho sentito e siccome volevo parlarti…
- Dimmi dimmi, sto ancora cenando, sono stato mezz’ora a telefono con Tiberio…
Il nostro primo clarino!
- Chissà che gli ha preso, se n’è uscito con tutta una serie di menate sulle sagre, sullo squallore dei posti dove si suona, perfino sulle giacchette bordò, vallo a capire! Se aspirava a suonare con la Filarmonica di Berlino, poteva pensarci anche prima. Fatto sta, domenica siamo a Greve per la festa del Castagnaccio ma lui non viene, anzi non viene proprio più.
- No?
- No. Ma gliel’ho detto che ci importava il giusto e che avremmo suonato ugualmente bene con te primo clarino. Anzi primo secondo e ultimo. Se pensava che ci si mettesse a piangere…
Primo clarino?
- Sergio, ci sei? Che volevi, svelto perché devo finire di cenare.
- No, ti volevo chiedere… ma con quante macchine si va?
- Al solito dài, passi di qui, parcheggi e si va su con la mia, gli altri vengono col furgone.
- Bene, allora ciao.
- Ciao.
Vado per le scale e faccio una voce a quei ragazzi: è l’ora di portare su la cassettiera. Anche alla svelta, ché dopo una lucidatina allo strumento e via a nanna. Si prepara un gran fine settimana!
(fine)
19 marzo 2017
Secondo clarino (2)
(Segue da qui)
Suona il campanello. E bussano. E poi chiamano.
- Signor Battistelli, signor Battistelli è in casa?
Riconosco la voce della tipa del piano di sopra. Rispondo da dietro la porta. Non apro mai agli estranei, capace che poi cominciano con la tazza di zucchero, la volta dopo il pane e finisce che poi se non li campi tu son sempre lì che ti suonano e ti bussano e ti chiamano. E non si chetano nemmeno con il mute.
- Sì?
- Signor Battistelli, ci dà una mano a portare su una cassettiera, per favore?
- Come?
- Una cassettiera, ce l’abbiamo giù a piano terra, sarebbe così gentile…?
- Sì, cioè no. Sono in mutande… e poi aspetto una telefonata urgente, mi dispiace.
Passo davanti alla vetrinetta del mobile e mi guardo nel riflesso, vedo la sagoma dei miei capelli e quasi mi pettino, poi torno a sedere. Come se uno fosse la ditta traslochi! C’era da immaginarselo, è pieno di questi vicini che non sanno come cavarsela da soli e suonano campanelli e bussano e ti chiamano. E comprano cassettiere.
Alla tele stanno bacchettando una specie di statuina di una specie di pensatore composta con tutta una serie di micro forme in quasi bronzo che paiono lettere dell’alfabeto. Roba dell’altro mondo!
Dal pianerottolo penetra qualcosa come “Allora, signor Battistelli, se… telefonata… mano… grazie… ” o giù di lì.
Sono le nove e mezzo. Mi ripasso mentalmente quello che dirò a Walter. No, guarda, non ci sarò domenica. E lui mi chiederà cos’ho cosa non ho. Niente, non ho niente, solo non verrò, né domenica né mai più. E lui mi chiederà cosa farò, cosa non farò. Niente, o qualcosa, in ogni caso non riguarderà una qualche sagra, né un qualche secondo clarino né una giacchettina bordò dai bottoni quasi dorati. E lui mi chiederà come mai come non mai. Così, dirò, oppure metterò giù. Ecco, magari metto giù.
Walter farà per attaccare la solita solfa, ma io probabile che gli metta giù il telefono, alla fine.
Il clarino. Il secondo clarino. Due che suonano il clarino. Ed io sono pure il secondo. Ma come ho fatto a star dietro a questi svalvolati per quasi vent’anni? Le majorettes che ci aprono la strada tra un po’ sono le trisnipoti di quelle che c’erano quando ho cominciato, e io sono ancora lì con questa specie di tubo in mano a soffiarci dentro come uno scemo: pippiripì pippiripì.
Prendete l’Ottorino Respighi, fatele eseguire il primo pezzo che vi capita a tiro davanti ad un qualificato novero di esperti. Poi ripigliatela, cassate il secondo clarino, magari mandatelo a traslocare delle cassettiere, e fate ripetere il concerto daccapo. Nessuno si accorgerà di alcuna udibile differenza. A parte il titolare del secondo clarino. E a parte la cassettiera. Forse.
Sono le nove e quaranta e non ho proprio voglia di stare ad ascoltare Walter. Fai che mi chiami e attacchi colla solfa del come stai come non stai, lo stoppo subito, guarda, gli dico che non mi cerchi più, che non mi chiami e che si procuri da qualche altra parte una specie di secondo clarino, oppure no, chissenefrega.
C’è muffa sul muro: è sempre stata un problema, in questo buco di casa. La muffa della parete nord ha iniziato un clamorosa avanzata e si sta espandendo sul soffitto e sulla parete est con chiazze gonfie e verdastre. Un movimento lento e costante e empirico. Asimmetrica, la muffa avanza e disegna i suoi astratti. Quasi da chiamare la casa d’aste e mandargli un pezzo di muro per sentire non tanto se lo vendono, perché lo vendono di sicuro, ma come lo presentano al pubblico. Muffa su intonaco – 110 x 80? Può essere.
Sono quasi le dieci, chiaro che Walter ha avuto il suo bel daffare stasera ad avvisare tutti; non lo sapessero che il venerdì sera c’è il giro delle telefonate! Dev’essere una bella palla anche dover chiamare tutta la banda per notificare dove si va dove non si va, dove ci si trova e dove non ci si trova, a che ora ci si trova e a che ora non ci si trova. Io non ce la farei, davvero, non ci sono tagliato per mettermi a telefonare e salutare e chiacchierare… poi di venerdì sera. Se aspettano che li chiami io!
Porto la sedia vicino al telefono così faccio prima a liberarmi di questa roba che devo dirgli. Appena suona tiro su e non gliela faccio nemmeno attaccare la sua penosa solfa.
Struscio un dito sulla superficie del mobile in quasi betulla e rilevo l’esistenza di uno strato di polvere. È sottile, quasi rassicurante. Faccio due o tre stradine col dito, potrei tirarla via con lo straccio, ma non mi va di allontanarmi dal telefono proprio adesso. Fuori un gran tramestio, sembra che abbiano deciso di portare su quella cassettiera, finalmente. Tendo l’orecchio e sento un gran botto.
“Attento, attento!”
O forse sento prima attento attento e poi il gran botto proprio davanti al mio portone, sul pianerottolo.
“Così non ci si fa, dài… vediamo dopo… oppure domani…”
Poi vanno via. Deduco che mi abbiano lasciato quella stupida cassettiera sull’uscio di casa.
(continua qui)
Suona il campanello. E bussano. E poi chiamano.
- Signor Battistelli, signor Battistelli è in casa?
Riconosco la voce della tipa del piano di sopra. Rispondo da dietro la porta. Non apro mai agli estranei, capace che poi cominciano con la tazza di zucchero, la volta dopo il pane e finisce che poi se non li campi tu son sempre lì che ti suonano e ti bussano e ti chiamano. E non si chetano nemmeno con il mute.
- Sì?
- Signor Battistelli, ci dà una mano a portare su una cassettiera, per favore?
- Come?
- Una cassettiera, ce l’abbiamo giù a piano terra, sarebbe così gentile…?
- Sì, cioè no. Sono in mutande… e poi aspetto una telefonata urgente, mi dispiace.
Passo davanti alla vetrinetta del mobile e mi guardo nel riflesso, vedo la sagoma dei miei capelli e quasi mi pettino, poi torno a sedere. Come se uno fosse la ditta traslochi! C’era da immaginarselo, è pieno di questi vicini che non sanno come cavarsela da soli e suonano campanelli e bussano e ti chiamano. E comprano cassettiere.
Alla tele stanno bacchettando una specie di statuina di una specie di pensatore composta con tutta una serie di micro forme in quasi bronzo che paiono lettere dell’alfabeto. Roba dell’altro mondo!
Dal pianerottolo penetra qualcosa come “Allora, signor Battistelli, se… telefonata… mano… grazie… ” o giù di lì.
Sono le nove e mezzo. Mi ripasso mentalmente quello che dirò a Walter. No, guarda, non ci sarò domenica. E lui mi chiederà cos’ho cosa non ho. Niente, non ho niente, solo non verrò, né domenica né mai più. E lui mi chiederà cosa farò, cosa non farò. Niente, o qualcosa, in ogni caso non riguarderà una qualche sagra, né un qualche secondo clarino né una giacchettina bordò dai bottoni quasi dorati. E lui mi chiederà come mai come non mai. Così, dirò, oppure metterò giù. Ecco, magari metto giù.
Walter farà per attaccare la solita solfa, ma io probabile che gli metta giù il telefono, alla fine.
Il clarino. Il secondo clarino. Due che suonano il clarino. Ed io sono pure il secondo. Ma come ho fatto a star dietro a questi svalvolati per quasi vent’anni? Le majorettes che ci aprono la strada tra un po’ sono le trisnipoti di quelle che c’erano quando ho cominciato, e io sono ancora lì con questa specie di tubo in mano a soffiarci dentro come uno scemo: pippiripì pippiripì.
Prendete l’Ottorino Respighi, fatele eseguire il primo pezzo che vi capita a tiro davanti ad un qualificato novero di esperti. Poi ripigliatela, cassate il secondo clarino, magari mandatelo a traslocare delle cassettiere, e fate ripetere il concerto daccapo. Nessuno si accorgerà di alcuna udibile differenza. A parte il titolare del secondo clarino. E a parte la cassettiera. Forse.
Sono le nove e quaranta e non ho proprio voglia di stare ad ascoltare Walter. Fai che mi chiami e attacchi colla solfa del come stai come non stai, lo stoppo subito, guarda, gli dico che non mi cerchi più, che non mi chiami e che si procuri da qualche altra parte una specie di secondo clarino, oppure no, chissenefrega.
C’è muffa sul muro: è sempre stata un problema, in questo buco di casa. La muffa della parete nord ha iniziato un clamorosa avanzata e si sta espandendo sul soffitto e sulla parete est con chiazze gonfie e verdastre. Un movimento lento e costante e empirico. Asimmetrica, la muffa avanza e disegna i suoi astratti. Quasi da chiamare la casa d’aste e mandargli un pezzo di muro per sentire non tanto se lo vendono, perché lo vendono di sicuro, ma come lo presentano al pubblico. Muffa su intonaco – 110 x 80? Può essere.
Sono quasi le dieci, chiaro che Walter ha avuto il suo bel daffare stasera ad avvisare tutti; non lo sapessero che il venerdì sera c’è il giro delle telefonate! Dev’essere una bella palla anche dover chiamare tutta la banda per notificare dove si va dove non si va, dove ci si trova e dove non ci si trova, a che ora ci si trova e a che ora non ci si trova. Io non ce la farei, davvero, non ci sono tagliato per mettermi a telefonare e salutare e chiacchierare… poi di venerdì sera. Se aspettano che li chiami io!
Porto la sedia vicino al telefono così faccio prima a liberarmi di questa roba che devo dirgli. Appena suona tiro su e non gliela faccio nemmeno attaccare la sua penosa solfa.
Struscio un dito sulla superficie del mobile in quasi betulla e rilevo l’esistenza di uno strato di polvere. È sottile, quasi rassicurante. Faccio due o tre stradine col dito, potrei tirarla via con lo straccio, ma non mi va di allontanarmi dal telefono proprio adesso. Fuori un gran tramestio, sembra che abbiano deciso di portare su quella cassettiera, finalmente. Tendo l’orecchio e sento un gran botto.
“Attento, attento!”
O forse sento prima attento attento e poi il gran botto proprio davanti al mio portone, sul pianerottolo.
“Così non ci si fa, dài… vediamo dopo… oppure domani…”
Poi vanno via. Deduco che mi abbiano lasciato quella stupida cassettiera sull’uscio di casa.
(continua qui)
17 marzo 2017
Secondo clarino (1)
Al mondo esiste soltanto una cosa
peggiore di un tipo che suona il clarino.
Due tipi che suonano il clarino.
(Woody Allen)
Mangio le uova direttamente dal padellino, l’ho appoggiato sopra uno di questi sottopentola quasi in sughero acquistato per qualche migliaio di lire in uno di questi negozi svedesi quasi di mobili. La tivù, a trenta centimetri da me, non passa niente di buono. L’audio è sul mute, in ogni caso, non vorrei non sentire il telefono.
È venerdì sera e verso le nove e mezza mi chiamerà Walter che attaccherà con la solita solfa del come stai come non stai, del cosa fai e del cosa non fai, del dove andremo a suonare e del dove non andremo a suonare. Una patetica solfa inascoltabile!
Proprio quello che ci vuole per tenerti su di morale: diventare tenutario del segreto luogo dove andare a soffiare dentro al mio nero-argento di un secondo clarino della banda Ottorino Respighi.
È ottobre, quasi novembre, e le sagre impazzano. Almeno fosse un tempo che invoglia. Dal cinghiale al fungo porcino, dalla polenta al tartufo, dall’uva al fagiolo borlotto… e noi in su e in giù per le stradine di uno sperduto paesino a suonare e a battere i denti, incastrati nelle nostre belle camicie bianche e nelle nostre giacchettine bordò quasi di lana dai bottoni lucenti quasi dorati.
Alla tele adesso c’è una specie di asta artistica. Un tipo impomatato, con occhialini tondi quasi da finocchio intellettuale, sta mostrando quella che dovrebbe essere un’opera d’arte contemporanea: un appiccicaticcio di lattine schiacciate. Birre e coca-cole compresse e tenute su - dio sa come! - pronte ad essere appese a faccia vista su una parete della vostra casa. Mi chiedo a chi possa venire in mente di ideare e realizzare una tale schifezza, e mi chiedo come sia possibile che una qualche casa d’aste pensi di venderla senza incappare nel reato di crimini contro l’umanità, e mi chiedo da dove possa sbucare il pollo che telefonerà per buttare via una trentina di milioni di lire per un ammasso di latte spiaccicate. E mi chiedo anche perché un cristiano che mai si metterebbe all’anima di realizzare, tentar di vendere o tantomeno comprare quest’opera qua, possa restare incantato, per un tempo indefinito, da questo penoso rito promanato via etere. Poi struscio il padellino con un pezzo di pane e passo agli atti la pratica cena.
Capita che Walter chiami anche prima delle nove e mezza, ma di solito è preciso. Quindi aspetto. Davanti al teleschermo muto che sparpaglia condensati di raccolte differenziate rifiuti in guisa di capolavori nei buoni salotti di quella mezza Italia di collezionisti aristocratici. Dal greco aristos.
Non lo so di preciso quand’è che ho cominciato a suonare il clarino, né perché o per fare contento chi. So esattamente quando l’ho suonato per l’ultima volta: domenica scorsa, a Vicchio. Non ho intenzione di prenderlo più in mano. Chiami pure Walter e attacchi con la sua bella solfettina del come butta e del come non butta, è deciso: niente più sputazzate dentro al clarinetto per me, niente più bande musicali né dannate sagre paesane per tutto il resto della mia schifosa vita.
Non che ci sia un gran resto, per la verità. Un’altra ventina d’anni, trenta a dire tanto. Una pisciata. E non la voglio passare a monta e smonta il clarino e asciuga la saliva e ascolta la solfa di Walter e sonacchia qualche marcetta in una quasi festa paesana del circondario. Scordàtevelo!
19 ottobre 2016
Alla fine aveva ragione lui
![]() |
| (chissà se lei ha lo stesso problema) |
C'era sempre stato un problema di reperibilità elastici a casa mia, fin da cuando era pequeño.
È andata che gli elastici dell'Upim non li ho finiti mai, erano davvero una paccata, ma a un certo punto sono come scaduti, mezzo imporrati e mezzo induriti. Inservibili.
Fu così che a trent'anni mi ritrovai in una selva oscura e priva di elastici. In più mi martellava il pensiero di avere buttato della pecunia con un acquisto davvero poco oculato.
Fatto sta che non ho più comprato elastici a chili, c'era la vocina di Leo che mi si ripresentava in testa, a mo' di coscienza elastica.
Epperò il problema non l'ho risolto e ogni volta che mi serve un elastico, ancora oggi nella mia casa di adesso, devo raschiare il fondo di mille cassettini svuotatasche nella spesso vana e casuale ricerca di questi anellini dalla varia circonferenza e dalla forma estensibile.
13 ottobre 2016
Hombre zafferano
(modellate la polpetta come se fosse una parte di voi)
Questo non è un blog di ricette, no.
Tuttavia ci piace cucinare a noi della Linea.
E ci piace anche l'effetto ratatouille e la folgorante intuizione che può scaturire da una madeleine in quella ricerca di noi stessi, o di noi stessi imbevuti in un tè o in un periodo della nostra vita nostalgicamente migliore di oggi.
Arrivo così al pastel de bacalhau, che mi aiuta a rivivere, nella decadente ma vigorosa rinascita di Lisbona, un momento di ferie, burroso e felice.
Ora, se siete a Lisbona, andate al Museu da Cerveja in Praça do Comércio e mangerete i migliori pastel della galassia, oppure seguite queste mie dritte e... Andrà tutto bene (cit. Don Draper).
Ricetta x 4 persone
• 400 gr di baccalà
• 500 gr patate
• 2 (o quante ne servono) uova
• 1 cipolla piccola
• olio extravergine di oliva
• un mazzetto di prezzemolo
• pepe
• noce moscata
• olio per friggere (girasole)
• formaggio (taleggio)
Metti a mollo il baccalà (24/48 ore prima)
Cuoci le patate intere con la buccia in acqua bollente salata per 40-45 minuti (o in pentola a pressione per 10). In un’altra pentola lessa il baccalà in acqua (non salata) per 15 minuti.
Soffriggi la cipolla tritata fina con un filo d’olio EVO. Se serve aggiungi un po' d'acqua calda perché la cipolla resti morbida e non bruciacchiata.
Scola le patate, sbucciale e schiacciale.
Scola il baccalà, spellalo e togli le lische, se le trovi, sfilacciandolo finemente con le dita.
In una ciotola mescola insieme il baccalà sfilacciato, le patate schiacciate, la cipolla rosolata, il prezzemolo tritato, un po’ di pepe e la noce moscata. Aggiungi un uovo alla volta e mescola bene prima di aggiungere il successivo (se devi ammorbidire di poco aggiungi solo il tuorlo).
L'impasto deve risultare morbido ma non troppo umido, passalo in frigo per una mezz'ora per compattarlo meglio.
Assaggia e aggiusta di sale.
Forma le polpettine con l’impasto aiutandoti con due cucchiai e inserendo in mezzo un listello di formaggio che si possa fondere durante la friggitura.
(certo Lei era più brava)
La ricetta ufficiale parla di queso de serra (formaggio di montagna), io ho messo il taleggio, ma si può osare anche con un cacio più forte (gorgonzola arrivo!).
Friggi in abbondante olio, scola e mangia.
p.s. leggenda vuole che per cucinare il baccalà in Portogallo esistano 365 ricette, una per ogni giorno dell'anno, e che una ragazza in cerca di marito le debba conoscere tutte. Dài, bimbe, cominciamo da questa.
![]() |
| (guardali dentro bellini) |
4 ottobre 2016
Svelata l'identità di Anonimo Italiano
In questi giorni tutti la trovano una scusa per parlare di Elena Ferrante, e la Linea non è da meno.
Pure Bettarini la rammenta al suo confessore pugile Clemente Russo infilandola nell'elenco delle signore con le quali si sarebbe fatto beffe di Simona sua sposa:
- Aho, Clemente, e poi me so' fatto pure Elena Ferrante.
- E chi è?
- Questo non lo so davvero.
- Ma magari era Domenico Starnone? (*)
- Ora che ci penso... ci sta.
Certo che al cospetto della misteriosa autrice de L'amica Geniale fanno sorridere i patetici tentativi di occultamento d'identità nel panorama musicoleggeriale italiano di qualche decennio fa.
Poco resse l'imitatore mascherato di Baglioni di cui al titolo, e meno ancora gli Audio 2 che per un pomeriggio si vociferò che fossero nientemeno che il figlio di Mina e il figlio di Battisti messisi assieme per un probabilissimo LP dal titolo Figlio di Mina canta Figlio di Lucio.
(*) Pole Clemente Russo conoscere Domenico Starnone? No! Sì! S'apre i' dibattito!
Pure Bettarini la rammenta al suo confessore pugile Clemente Russo infilandola nell'elenco delle signore con le quali si sarebbe fatto beffe di Simona sua sposa:
- Aho, Clemente, e poi me so' fatto pure Elena Ferrante.
- E chi è?
- Questo non lo so davvero.
- Ma magari era Domenico Starnone? (*)
- Ora che ci penso... ci sta.
Certo che al cospetto della misteriosa autrice de L'amica Geniale fanno sorridere i patetici tentativi di occultamento d'identità nel panorama musicoleggeriale italiano di qualche decennio fa.
Poco resse l'imitatore mascherato di Baglioni di cui al titolo, e meno ancora gli Audio 2 che per un pomeriggio si vociferò che fossero nientemeno che il figlio di Mina e il figlio di Battisti messisi assieme per un probabilissimo LP dal titolo Figlio di Mina canta Figlio di Lucio.
(*) Pole Clemente Russo conoscere Domenico Starnone? No! Sì! S'apre i' dibattito!
23 settembre 2016
Mi dono alla scienza, da vivo però
O alla tecnologia, magari.
Io voglio che mi installino un chip sottopelle con tutte ma tutte le mie info e che possa essere decifrato dai vari lettori installati nel mondo mondiale.
Ben venga il grande grandissimo enorme fratello se in cambio mi fa stare sereno.
Intanto il chippettino dev'essere collegato al mio conto corrente o alla mia carta di credito. Devo pagare una cosa? Avvicino il polso al lettore e via pagata e in sicurezza, manco il pin voglio digitare.
E voglio pagare tutto, dalla spesa alimentare alle risalite a sciare, dal meccanico al caldaista, dal carburante ai caselli autostradali, dal dottore ai ticket sanitari, dai libri di scuola alle tasse varie alle multe.
Che poi sono tutte funzionalità già in uso, ma separate. Voglio dire non siamo in grado di raggruppare in una parte del chip quello che serve per attivare il Dolomiti SuperSkipass, il telepass, la carta della Coop, la tessera sanitaria e via e via?
Poi, ovviamente, il chip deve gestire gli sconti, le promozioni e le offerte, le rateizzazioni, tutte cose banalmente già possibili.
Il chip deve essere programmabile, non è che ci mettiamo sottopelle un apparecchietto statico. La domenica mattina vado a correre, lo passo sotto una macchinetta programmatrice (ma non sarebbe nemmeno necessario) e mi piglia i tempi della corsa.
Vado allo stadio? Sanno dove sono e quando ci sono e se tiro in campo una lattina.
Vado a mensa, mi scala direttamente i soldi e magari mi dà pure suggerimenti su cosa prendere visto che avrà in memoria il risultato delle mie ultime analisi.
Vado in un bar? Manco tiro fuori il portafoglio.
Cambio auto, pago il bollo, vado al ristorante o in farmacia? Tutto registrato.
Alla fine io VOGLIO CEDERE COMPLETAMENTE i dati della mia privacy, dei miei spostamenti e delle mie abitudini, voglio essere tracciato e monitorato in tutto, in cambio non voglio fare più settettrenti, Iseei, autocertificazioni e nemmeno voglio portarmi dietro 300 carte plastificate. Nemmeno voglio parlare se non ho voglia.
E queste sono proprio le prime funzionalità che mi sono venute in mente, le possibilità sono infinite.
Mettetemi stocazzo di chippettino e poi non rompetemi più le palle.
È che poi finisco per diventare volgare.
Io voglio che mi installino un chip sottopelle con tutte ma tutte le mie info e che possa essere decifrato dai vari lettori installati nel mondo mondiale.
Ben venga il grande grandissimo enorme fratello se in cambio mi fa stare sereno.
Intanto il chippettino dev'essere collegato al mio conto corrente o alla mia carta di credito. Devo pagare una cosa? Avvicino il polso al lettore e via pagata e in sicurezza, manco il pin voglio digitare.
E voglio pagare tutto, dalla spesa alimentare alle risalite a sciare, dal meccanico al caldaista, dal carburante ai caselli autostradali, dal dottore ai ticket sanitari, dai libri di scuola alle tasse varie alle multe.
Che poi sono tutte funzionalità già in uso, ma separate. Voglio dire non siamo in grado di raggruppare in una parte del chip quello che serve per attivare il Dolomiti SuperSkipass, il telepass, la carta della Coop, la tessera sanitaria e via e via?
Poi, ovviamente, il chip deve gestire gli sconti, le promozioni e le offerte, le rateizzazioni, tutte cose banalmente già possibili.
Il chip deve essere programmabile, non è che ci mettiamo sottopelle un apparecchietto statico. La domenica mattina vado a correre, lo passo sotto una macchinetta programmatrice (ma non sarebbe nemmeno necessario) e mi piglia i tempi della corsa.
Vado allo stadio? Sanno dove sono e quando ci sono e se tiro in campo una lattina.
Vado a mensa, mi scala direttamente i soldi e magari mi dà pure suggerimenti su cosa prendere visto che avrà in memoria il risultato delle mie ultime analisi.
Vado in un bar? Manco tiro fuori il portafoglio.
Cambio auto, pago il bollo, vado al ristorante o in farmacia? Tutto registrato.
Alla fine io VOGLIO CEDERE COMPLETAMENTE i dati della mia privacy, dei miei spostamenti e delle mie abitudini, voglio essere tracciato e monitorato in tutto, in cambio non voglio fare più settettrenti, Iseei, autocertificazioni e nemmeno voglio portarmi dietro 300 carte plastificate. Nemmeno voglio parlare se non ho voglia.
E queste sono proprio le prime funzionalità che mi sono venute in mente, le possibilità sono infinite.
Mettetemi stocazzo di chippettino e poi non rompetemi più le palle.
È che poi finisco per diventare volgare.
24 marzo 2016
Tutti volevano essere Cruyff
Il problema era che tutti volevano essere Cruyff. Il giocatore dell'Ajax aveva appena iniziato a marcare la sua impronta nella storia del calcio che già, in tutta l'area del globo appartenente alle terre emerse, i ragazzini di ogni età non desideravano altro che incarnarsi nel fenomenale olandese, per una partita, per mezz'ora, o anche soltanto per il tempo necessario a calciare un rigore.
(Bande)
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Essere Johan Cruyff
Olanda desolata
27 gennaio 2016
Se questo è un cretino
Io per la giornata della memoria devo chiedere scusa.
Chiedo scusa perché 25 anni fa, durante una vacanza itinerante in Germania, passando da Buchenwald a visitare i luoghi della memoria, cosa ho pensato di fare nella mia troglodita ignoranza?
Ho pensato di staccare un pezzetto di filo spinato da quello che restava della recinzione.
Mi son pentito subito, quasi subito, ma comunque tardi: avevo già imboscato la reliquia nello zaino.
Qualche anno dopo, a casa, me ne sono liberato nella speranza di sentirmi un po' meno colpevole, ma non è servito.
Adesso e qui faccio un altro passo alla ricerca di una comprensione, anche da me stesso, che probabilmente non merito. La sensazione è quella di aver profanato un luogo sacro.
Vogliamo portare via tutto? Far sparire ogni traccia e ogni prova degli orrori? Certo che no, è proprio il contrario: vogliamo ricordare.
E il mio gesto non aiuta, è il gesto di un cretino, è irrispettoso.
Ed è per questo che chiedo scusa.
Intorno, tutto ci è nemico. Sopra di noi, si rincorrono le nuvole maligne, per separarci dal sole; da ogni parte ci stringe lo squallore del ferro in travaglio. I suoi confini non li abbiamo mai visti, ma sentiamo, tutto intorno, la presenza cattiva del filo spinato che ci segrega dal mondo.
(Primo Levi - Se questo è un uomo)
15 ottobre 2015
La vita di pin
Ogni tanto metto dei pin alla mia vita, dei quali puntualmente mi scordo, ma che ho la ferma speranza un giorno possano essere recuperati ed esaminati al mio cospetto.Quindi mi aspetto che - da morto, ché prima mi sa è difficile - dio, o chi per lui, mi riceva davanti a un banchino, una sorta di postazione, e che, con non so quale artefizio mediatico, mi faccia rivedere/riascoltare e mi spieghi i passaggi della mia esistenza che mi ero appuntato.
Faccio un esempio, quel fiorellino sotto la tazza della colazione alla Pensione Miraggio di Rimini... chi ce l'ha messo? Non lo saprò in questa vita, ma dopo ci conto.
E quel cellulare, prima della cresima di figlio uno, ma chi l'aveva poi rubato?
E quella volta in campeggio, chi mi scambiò il sale con lo zucchero, o fu davvero solo colpa mia?
E con queste, altre mille curiosità irrisolte, ma proprio anche piccole e dimenticabili in vita, altrimenti a cosa servirebbero i pin mentali che metto?
Quando mi capita, basta un pensiero e dio, o chi per lui sta al banco dei pin, già sa quello che deve fare.
Anche dolcemetà c'ha una bella curiosità da soddisfare, ma siccome lei non l'ha aperto il canale preferenziale del pin, me la sono appuntata io per lei, lei che vorrebbe avere tutte le foto in cui è entrata per caso.
Dai, capo, ce la possiamo fare.
18 febbraio 2015
AlterArte - Chess
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| Chess - End Yuòrrol |
E niente, mica m'entrava in testa la corretta posizione iniziale degli scacchi.
Solo il fatto che la scacchiera debba avere la casella bianca in basso a destra per i giocatori, solo questo ero riuscito a memorizzare.
Poi con il Re e la Regina ho sempre fatto casino sulla cella dello stesso colore o del colore opposto a quello del pezzo.
Per quanto cercassi, non riuscivo a far funzionare nessun trucchetto che mi risolvesse la questione.
Poi France, reduce da un tot di lezioni di scacchi a scuola - e sì che è una bella cosa - candidamente mi fa: la Regina sta sulla casella del suo stesso colore, perché è una donna e ci tiene ad avere l'abito in tinta.
Ci voleva questo passaggio per l'impressione a fuoco.
Bon, apposto.
4 luglio 2013
L'ospedale delle formiche
Chi non ha mai fatto l'ospedale delle formiche scagli il primo chicco di grano.
No davvero, io mi ci divertivo e dolcemetà pure, nella vita sua.
'Sti (*) formiconi neri, quando erano liberi da altre attività s'intende, li potevi ricoverare ed eran perfetti.
Pazienti, manco per idea, a dirla tutta, cercavano di scappare da ogni parte e allora, per rendere magari più credibile la loro degenza coatta, si era costretti a stroncare loro qualche gambina (dolcemetà nega questa pratica ma solo perché teme ritorsioni degli animalisti, dei Cinesi, e degli animalisti cinesi).
Così, con qualche arto acciaccato, riuscivamo a trattenerle per un po' di tempo nel letto a foglia d'edera preparato per loro con tutto l'amore, anche se poi se la svignavano lo stesso, zoppicando e senza nemmeno firmare le dimissioni.
Stamani France partendo per i centri estivi era visibilmente eccitato e contento e al nostro indagare ci ha spiegato che oggi, con il caro amico Guido, avevano in programma la realizzazione di un ospedale per formiche e se n'è uscito portandosi via il tappo del latte da utilizzare come barella.
Ah, piume delle nostre piume!
(*) Domanda per cruscofili: tipo ma se io, come in questo caso, la lettera che dovrei scrivere in maiuscolo la elido (Q) e metto solo la seconda parte della parola, ha senso che ammaiuscoli la S, oppure no?
No davvero, io mi ci divertivo e dolcemetà pure, nella vita sua.
'Sti (*) formiconi neri, quando erano liberi da altre attività s'intende, li potevi ricoverare ed eran perfetti.
Pazienti, manco per idea, a dirla tutta, cercavano di scappare da ogni parte e allora, per rendere magari più credibile la loro degenza coatta, si era costretti a stroncare loro qualche gambina (dolcemetà nega questa pratica ma solo perché teme ritorsioni degli animalisti, dei Cinesi, e degli animalisti cinesi).
Così, con qualche arto acciaccato, riuscivamo a trattenerle per un po' di tempo nel letto a foglia d'edera preparato per loro con tutto l'amore, anche se poi se la svignavano lo stesso, zoppicando e senza nemmeno firmare le dimissioni.
Stamani France partendo per i centri estivi era visibilmente eccitato e contento e al nostro indagare ci ha spiegato che oggi, con il caro amico Guido, avevano in programma la realizzazione di un ospedale per formiche e se n'è uscito portandosi via il tappo del latte da utilizzare come barella.
Ah, piume delle nostre piume!
(*) Domanda per cruscofili: tipo ma se io, come in questo caso, la lettera che dovrei scrivere in maiuscolo la elido (Q) e metto solo la seconda parte della parola, ha senso che ammaiuscoli la S, oppure no?
3 aprile 2013
Peppino di Capri mi leggi?
Mia mamma, che poveretta la memoria è il problema suo, quand'era ne su' cenci mi raccontava spesso dei fasti raggiunti dalla casa del popolo del paese mio. Pure se lei, a dirla tutta, frequentava, la chiesa e quindi l’Acli e alla casa del popolo ci andava con gli occhiali da sole e la pezzuola in capo in stile Jaqueline. Fatto sta che alla sala da ballo della casa del popolo, divenuta poi Dancing e dopo ancora Disco Antella, negli anni sessanta/settanta, periodo di massimo fulgore, son passati fior di personaggi. Due su tutti: Mina e Lucio Dalla. Ma non un Lucio Dalla di cartone come ingenuamente credevo io, no no quello vero. E così pure la tigre, anche se capisco possa sembrare inverosimile.
Andò che quando a cantare alla casa del popolo venne il buon vecchio Peppino di Capri - o chi per lui perché mia mamma ha sempre fatto un po’ di confusione coi nomi pure quando stava bene - il suo cachet fosse di 1.200.000 lire. Fu uno dei primi a essere invitato, tanto che la casa del popolo non era stata nemmeno completata e il buon Peppino di Capri, o chi per lui magari era Gagliardi o Bongusto chissà, pensò bene di tenersi le 200.000 lire e di lasciare alla casa del popolo il milione, grazie al quale poi, si riuscì a portare a termine l’edificazione del circolo ricreativo. Insomma niente, stamani andando in ufficio ho visto che Peppino fa ancora delle tournée e passerà da Firenze nei prossimi mesi, chissà magari ci lascia qualcosa per stendere un pezzo di tramvia.
Comunque ci tenevo a dire grazie a Peppino, o a chi per lui.
Andò che quando a cantare alla casa del popolo venne il buon vecchio Peppino di Capri - o chi per lui perché mia mamma ha sempre fatto un po’ di confusione coi nomi pure quando stava bene - il suo cachet fosse di 1.200.000 lire. Fu uno dei primi a essere invitato, tanto che la casa del popolo non era stata nemmeno completata e il buon Peppino di Capri, o chi per lui magari era Gagliardi o Bongusto chissà, pensò bene di tenersi le 200.000 lire e di lasciare alla casa del popolo il milione, grazie al quale poi, si riuscì a portare a termine l’edificazione del circolo ricreativo. Insomma niente, stamani andando in ufficio ho visto che Peppino fa ancora delle tournée e passerà da Firenze nei prossimi mesi, chissà magari ci lascia qualcosa per stendere un pezzo di tramvia.
Comunque ci tenevo a dire grazie a Peppino, o a chi per lui.
1 aprile 2013
Accanto al piattino
Non c’era da fare a cazzotti per infilarsi nel gruppo chierichetti alla chiesa di Ponte al Drago negli anni settanta. Gira che ti rigira eravamo sempre i soliti quattro o cinque sfigati, alla ricerca di una collocazione degna, in quel limbo temporale indefinito che andava dalla Prima Comunione alla Cresima.
Le nostre anime docili gravitavano ancora in orbita chiesa anche se, per il dopo Cresima, era consigliabile sparire dalla congregazione clericale ed elitaria a supporto di don Corrado e rifugiarsi in un più sano e anonimo laicismo.
- Massi te sei di borsa… - fa il Carelli, capo chierichetto per anzianità di servizio.
- Col cazzo, io la borsa l’ho fatta domenica scorsa, io faccio il piattino!
Massi, capello a spazzola faccia da duro, non era uno che ci potevi parlare, era il più grosso e il più stronzo, era lui il capo in pectore. Almeno di se stesso e almeno quando gli andava di venire a messa. E certo trovarsi in sacrestia non fungeva da deterrente al suo eloquio piegato al turpe.
- Va bene, allora, la borsa la fa Ciccio che è arrivato tardi.
La borsa, non ci piaceva, c’era poco da fare. Era per tradizione una menata. Tiriamo via buttarsi tra i parrocchiani alla disperata ricerca di acchiappare tutti gli spicciolini, ma farsi meleggiare dagli amici che, con la fantasia in folle, facevano sempre il gesto ma mai accompagnavano una misera centolire nella borsa, non era certo il primo dei nostri pensieri.
Si sapeva sì di altre parrocchie in cui essere di borsa pareva un privilegio raro. Mentecatti! Qui eravamo a Ponte al Drago, e la borsa faceva schifo quant’è vero iddio.
Ciccio era il mio rivale più duro, quel giorno, per il compito cui tutti noi aspiravamo. A meno di colpi di scena, il Carelli si sarebbe arrogato le prime e le seconde e a me sarebbe toccato accanto al piattino.
- Allora te fai accanto al piattino – mi dice - io le prime, le seconde e il campanello.
Il campanello della genuflessione, altro compito ingrato, doveva suonare nell’istante preciso in cui doveva suonare. Non c’era un suggeritore ufficiale e spesso il pericolo aveva la forma della distrazione, se ti perdevi “Egli offrendosi liberamente” eri bello che fregato. E la domenica dopo, se avevi la faccia di venire, eri di borsa e fine.
Anche essere di piattino ti dava la possibilità di presentarti in un certo modo davanti ai tuoi compagni di classe, braccio destro operativo di don Corrado pronto ad accalappiare le ostie che, malauguratamente fallita la bocca del comunicando, si arrendevano alla forza di gravità cercando la via del suolo.
Però, non avrei voluto essere Massi quando, l’anno prima, un’ostia consacrata, di rimpallo tra le dita del prete e la bocca di una vecchia cadde a terra senza che lui con il suo adorato piattino potesse recuperarla. Don Corrado non perse la calma, raccolse l’ostia, la riportò all’altare, forse la ripose da qualche parte o forse la mangiò lui stesso, terminò la messa e dopo, in sacrestia, ci fece un liscio e busso collettivo che avrei preso più volentieri una scomunica. Chiaramente, a Massi, la cosa gli scivolò di dosso come acqua di doccia.
Quindi il piattino era un concentrato di responsabilità. Non succedeva mai niente, quasi mai niente, ma se succedeva erano cavoli. Meglio evitare.
Poco da dire sulle prime e le seconde. Una serie di mansioni che a svolgerle non era certo necessario un astrofisico. Un aiutino al prete per favorirlo con una sciacquata di dita prima e con una bevuta di vinsanto poi. E una bella ripiegata al tovagliolino di pizzo. Fatte.
Ma accanto al piattino, ragazzi, era una vera bomba, ti permetteva di startene di fianco al prete che comunicava i fedeli, in un’ostentata simmetria, a contrappeso del chierichetto di piattino dall’altro lato.
Era ganzo perché te ne stavi lì, bello e statuario, anche se non eri affatto bello e statuario. Imponente e sicuro, anche se non eri affatto imponente e sicuro. Te ne stavi lì, senza obblighi di sorta, tranquillo e beato, tassello insostituibile di un armonico quadretto. Lì, le braccia conserte, in una posa importante e degna, anche se non eri affatto importante e degno. Te ne stavi lì, a seguire lo snocciolarsi dei parrocchiani linguacciuti e non t'importava un fico secco della borsa che ti aspettava la settimana successiva, non t’importava delle ostie, dell'acqua, del vino e del campanello. E non t'importava un garbato accidente neppure di don Corrado e delle sue eterne omelie. Non t'importava di niente. O quasi.
Eccoci, il coro attacca l’ultimo canto della Comunione, il gruppo dei ragazzi finalmente si accoda alla fila, ci sono tutti i tuoi compagni e le tue compagne di classe. E c’è anche lei.
E tu sei lì con l’atteggiamento dignitoso di chi sta accanto al piattino. Di chi sa di essere accanto al piattino. Inchiodato da un abisso allo stomaco nella tua veste bianca e nera, in attesa degli attimi fatali in cui darai il meglio di te, stampato in un sorriso a volte anche un po’ ebete.
Puoi vederla adesso, quando mancano ancora dieci o dodici persone da comunicare prima che sia il suo turno. È in quest’istante che accanto al piattino sprigiona tutto il suo valore e ti regala un'esplosione di adrenalina e un palpitare intenso. E sono incroci di sguardi, ammiccamenti puri e rimbalzi di pensieri che mai saranno espressi nella vita.
Lei, con il vestito che non le vedi mai a scuola, che occhieggia incerta verso di te, con le braccia lungo i fianchi, quasi buffa con la sua bocca in mistica attesa, e tu lì: potente, incontrastato e radioso. E accanto al piattino.
Le nostre anime docili gravitavano ancora in orbita chiesa anche se, per il dopo Cresima, era consigliabile sparire dalla congregazione clericale ed elitaria a supporto di don Corrado e rifugiarsi in un più sano e anonimo laicismo.
- Massi te sei di borsa… - fa il Carelli, capo chierichetto per anzianità di servizio.
- Col cazzo, io la borsa l’ho fatta domenica scorsa, io faccio il piattino!
Massi, capello a spazzola faccia da duro, non era uno che ci potevi parlare, era il più grosso e il più stronzo, era lui il capo in pectore. Almeno di se stesso e almeno quando gli andava di venire a messa. E certo trovarsi in sacrestia non fungeva da deterrente al suo eloquio piegato al turpe.
- Va bene, allora, la borsa la fa Ciccio che è arrivato tardi.
La borsa, non ci piaceva, c’era poco da fare. Era per tradizione una menata. Tiriamo via buttarsi tra i parrocchiani alla disperata ricerca di acchiappare tutti gli spicciolini, ma farsi meleggiare dagli amici che, con la fantasia in folle, facevano sempre il gesto ma mai accompagnavano una misera centolire nella borsa, non era certo il primo dei nostri pensieri.
Si sapeva sì di altre parrocchie in cui essere di borsa pareva un privilegio raro. Mentecatti! Qui eravamo a Ponte al Drago, e la borsa faceva schifo quant’è vero iddio.
Ciccio era il mio rivale più duro, quel giorno, per il compito cui tutti noi aspiravamo. A meno di colpi di scena, il Carelli si sarebbe arrogato le prime e le seconde e a me sarebbe toccato accanto al piattino.
- Allora te fai accanto al piattino – mi dice - io le prime, le seconde e il campanello.
Il campanello della genuflessione, altro compito ingrato, doveva suonare nell’istante preciso in cui doveva suonare. Non c’era un suggeritore ufficiale e spesso il pericolo aveva la forma della distrazione, se ti perdevi “Egli offrendosi liberamente” eri bello che fregato. E la domenica dopo, se avevi la faccia di venire, eri di borsa e fine.
Anche essere di piattino ti dava la possibilità di presentarti in un certo modo davanti ai tuoi compagni di classe, braccio destro operativo di don Corrado pronto ad accalappiare le ostie che, malauguratamente fallita la bocca del comunicando, si arrendevano alla forza di gravità cercando la via del suolo.
Però, non avrei voluto essere Massi quando, l’anno prima, un’ostia consacrata, di rimpallo tra le dita del prete e la bocca di una vecchia cadde a terra senza che lui con il suo adorato piattino potesse recuperarla. Don Corrado non perse la calma, raccolse l’ostia, la riportò all’altare, forse la ripose da qualche parte o forse la mangiò lui stesso, terminò la messa e dopo, in sacrestia, ci fece un liscio e busso collettivo che avrei preso più volentieri una scomunica. Chiaramente, a Massi, la cosa gli scivolò di dosso come acqua di doccia.
Quindi il piattino era un concentrato di responsabilità. Non succedeva mai niente, quasi mai niente, ma se succedeva erano cavoli. Meglio evitare.
Poco da dire sulle prime e le seconde. Una serie di mansioni che a svolgerle non era certo necessario un astrofisico. Un aiutino al prete per favorirlo con una sciacquata di dita prima e con una bevuta di vinsanto poi. E una bella ripiegata al tovagliolino di pizzo. Fatte.
Ma accanto al piattino, ragazzi, era una vera bomba, ti permetteva di startene di fianco al prete che comunicava i fedeli, in un’ostentata simmetria, a contrappeso del chierichetto di piattino dall’altro lato.
Era ganzo perché te ne stavi lì, bello e statuario, anche se non eri affatto bello e statuario. Imponente e sicuro, anche se non eri affatto imponente e sicuro. Te ne stavi lì, senza obblighi di sorta, tranquillo e beato, tassello insostituibile di un armonico quadretto. Lì, le braccia conserte, in una posa importante e degna, anche se non eri affatto importante e degno. Te ne stavi lì, a seguire lo snocciolarsi dei parrocchiani linguacciuti e non t'importava un fico secco della borsa che ti aspettava la settimana successiva, non t’importava delle ostie, dell'acqua, del vino e del campanello. E non t'importava un garbato accidente neppure di don Corrado e delle sue eterne omelie. Non t'importava di niente. O quasi.
Eccoci, il coro attacca l’ultimo canto della Comunione, il gruppo dei ragazzi finalmente si accoda alla fila, ci sono tutti i tuoi compagni e le tue compagne di classe. E c’è anche lei.
E tu sei lì con l’atteggiamento dignitoso di chi sta accanto al piattino. Di chi sa di essere accanto al piattino. Inchiodato da un abisso allo stomaco nella tua veste bianca e nera, in attesa degli attimi fatali in cui darai il meglio di te, stampato in un sorriso a volte anche un po’ ebete.
Puoi vederla adesso, quando mancano ancora dieci o dodici persone da comunicare prima che sia il suo turno. È in quest’istante che accanto al piattino sprigiona tutto il suo valore e ti regala un'esplosione di adrenalina e un palpitare intenso. E sono incroci di sguardi, ammiccamenti puri e rimbalzi di pensieri che mai saranno espressi nella vita.
Lei, con il vestito che non le vedi mai a scuola, che occhieggia incerta verso di te, con le braccia lungo i fianchi, quasi buffa con la sua bocca in mistica attesa, e tu lì: potente, incontrastato e radioso. E accanto al piattino.
22 marzo 2013
Anche le formiche nel loro piccolo sono Mennea
Non ce le avevamo le carte Pokémon, per fortuna, tantomeno le Yu-Gi-Oh e di consolle manco a parlarne. In estate poi non giravano più nemmeno le figurine Panini. Però c’erano le formiche, quelle sì.
Avevamo degli scatolotti trasparenti da pasticche che trafugava da casa il mio amico, il figlio dei farmacisti, tutti belli etichettati coi nomi dei velocisti più noti in quel momento e dentro, assieme a cibarie da formiche tipo semini pane insalata, ci cacciavamo una formica. Era una colonia, sì quasi un carcere, ma le accudivamo al meglio (*).
Poi, su un compensato, con dei chiodi ritorti, avevamo fissato una forassite da elettricisti di quelle grigie, ché quelle colorate son venute dopo. La forassite faceva una curva e poi dritta a riprodurre il tratto di pista percorso dai velocisti sui 200 metri.
L'idea era quella di cronometrare il tempo di percorrenza del canale da parte delle formiche e poi moltiplicarlo per un coefficiente che lo rendesse confrontabile con il 19,83 di Tommie Smith, allora ancora record del mondo.
Al momento della gara il bussolotto veniva accostato all'entrata della forassite/pista che la formica avrebbe dovuto percorrere più velocemente possibile. Pure se nessuno gliel'aveva detto, restavamo fiduciosi.
Avevamo Don Quarrie, Valery Borzov, Hasely Crawford, Steve Williams e Pietro Mennea, tanto per capirsi.
I formiconi che potevamo catturare, lasciando stare le specie troppo piccole, erano di due tipi. C'era il tipo flemmatico, quelle belle cicciotte, che se la pigliavano comoda nella vita come nella nostra pista, facevano qualche passetto e poi capace che stavano mezza giornata dentro alla curva a contemplare non si sapeva bene cosa. E poi c'era il tipo più snello, l'addome più ovale che tondo, che quelle non stavano ferme mai, anche di più difficile cattura. Queste ultime non facevi a tempo ad introdurle nel tubo che erano già uscite dall'altra parte e te rimanevi lì, col casio nero in mano, incapace pure di farlo partire il tuo adorato cronometro al centesimo di secondo, figuriamoci fermarlo a dovere.
Andò così che Don Quarrie rimase in pista finché non lo soffiammo via colla forza, mentre Mennea riconquistò la sua libertà in un lampo e il coefficiente di ricalcolo non fu mai nemmeno ipotizzato.
Il gioco durò perciò poco e, come saggezza popolare vuole, risultò assai bello.
(*) Nessun animale è stato maltrattato nella produzione dei 200 metri piani in forassite.
5 marzo 2013
Il battesimo del Franchi (*)
Che l'irrazionale deriva cavano-partenopea di France andasse arginata non c'erano dubbi e, visto che le figu non erano sufficienti a recuperarlo al culto della viola, siamo andati allo stadio, per la sua prima volta. Il Chievo era la squadra giusta, tranquilla, da battere facile, una simpatica compagine equipaggiata con una straordinaria maglia gialla e venuta nella culla del Rinascimento, probabilmente in gita, in una splendida e calda giornata invernale di sole.
La terza maglietta posseduta dal ragazzo, dopo la storica 30 di Toni e la 11 del Gila, è la 8 di Jovetic, e quella si metterà sopra un sei sette altre maglie/golf/pile che la premurosa dolcemetà aveva imposto come condicio sine qua non.
'zzo JoJo, non dico che avresti potuto segnare una tripletta, come sarebbe stato giusto per mandare alla storia il battesimo del Franchi, ma almeno un golletto su rigore, un mezzo assist, una rabona, una partita dignitosa... e invece nulla, una prestazione da dimenticare impreziosita da una sostituzione per scarso rendimento.
Vabbè.
E il simpatico Chievo ce l'ha messa tutta per rovinarci la festa, intanto presentandosi con un'insulsa maglia bianca a righine nere, se ho visto bene, e poi impegnandosi alla morte, non finendo mai di correre ed affettando con facilità la difesa viola in più occasioni.
Alla fine l'abbiamo dovuta rubacchiare con un gol viziato da fuorigioco e segnato da Larrondo, mezzo centravanti e mezzo gerundio ma, soprattutto, uno sconosciuto per France e ancora colpevolmente al Siena nell'album calciatori.
Vabbè.
Però è andata dài, la pratica è archiviata e nell'attesa che il Napoli venda Cavani al Colo-Colo allontanandolo dalla vista, dalle cronache e dal cuore di France, vedremo di mettere in cantiere un dignitoso bis.
E per la serie vecchi tempi, lo ricordo il mio battesimo al Comunale (ché Franchi ancora era vivo): fu un Fiorentina Inter 0 a 0, abbastanza insulso se si esclude una parata di Bordon su un tiro al sette a salvare il risultato. Devo ringraziare anch'io qualcuno per avermici portato allo stadio, è Marcello, cugino di mio babbo, che se aspettavo i miei... era il 26 dicembre 1971 (dice san Gugol).
(*) Che questa storia che lo stadio Franchi è pure a Siena mica va bene. O i senesi ce lo lasciano e intitolano il loro stadio magari al Panforte, ai Ricciarelli o ad Aceto, oppure, se proprio lo vogliono tenere a Siena il nome di Franchi, cambiamo noi, dedichiamolo a Julinho, a Montuori, a Bruno Beatrice, a Gratton, a Galdiolo o magari, chessò, può andare bene pure il Conte Mascetti.
20 gennaio 2013
4 Topolini e 4 Sofficini
C'era un giorno del mese, verso la fine, che la signora dove mia mamma andava a sfaccendare le mollava gli ultimi 4 albi di Topolino, da portare a me.
Erano abbonati e non collezionavano, per fortuna, i signori. Quel giorno, tornando da scuola, assieme ai 4 Topolini accanto al piatto, avrei trovato per pranzo 4 Sofficini. Quando ancora i Sofficini non sorridevano e Carletto stava sulla luna. Avevo indottrinato la genitrice per benino. Era il compimento della giornata perfetta. Il prototipo della felicità.
Prima che arrivassero le ragazze a scombinare tutto. Anzi, prima che non arrivassero le ragazze a scombinare tutto.
Potevano avermi fatto il mazzo a scuola o caricato con badilate di compiti, ma nei trenta minuti di abbinata topolino-sofficino niente avrebbe scalfito la mia estasi.
Era una felicità semplice, fatta di paperi sfigati e di formaggio fuso.
John Helliwell, è uno scienziato co-autore del Primo Rapporto Mondiale sulla Felicità e mette in fila i Paesi del mondo sulla base di questo stato d'animo. L'Italia si piazza ventottesima.
"La felicità si può misurare" spiega Helliwell.
Certo, in topolini e sofficini.
Erano abbonati e non collezionavano, per fortuna, i signori. Quel giorno, tornando da scuola, assieme ai 4 Topolini accanto al piatto, avrei trovato per pranzo 4 Sofficini. Quando ancora i Sofficini non sorridevano e Carletto stava sulla luna. Avevo indottrinato la genitrice per benino. Era il compimento della giornata perfetta. Il prototipo della felicità.
Prima che arrivassero le ragazze a scombinare tutto. Anzi, prima che non arrivassero le ragazze a scombinare tutto.
Potevano avermi fatto il mazzo a scuola o caricato con badilate di compiti, ma nei trenta minuti di abbinata topolino-sofficino niente avrebbe scalfito la mia estasi.
Era una felicità semplice, fatta di paperi sfigati e di formaggio fuso.
John Helliwell, è uno scienziato co-autore del Primo Rapporto Mondiale sulla Felicità e mette in fila i Paesi del mondo sulla base di questo stato d'animo. L'Italia si piazza ventottesima.
"La felicità si può misurare" spiega Helliwell.
Certo, in topolini e sofficini.
24 dicembre 2012
Non di solo pane vive l'uomo un anno dopo
Eccoci qua, dopo lo scampato pericolo, a celebrare l'uscita dell'album calciatori Panini 2012/13.
E voi, nel frattempo, avete fatto coming out oppure alimentate ancora la facciata in cui dichiarate che il lato migliore del calcio è quello giocato, o visto in tivù.
Abbiamo aperto già sabato scorso le prime bustine, quando ancora neppure il blister ufficiale era stato diffuso. Prima figu in assoluto: lo scudo del Torino. Prima figu viola: l'immenso Borja Valero. Per la statistica.
Ve lo dico, dovesse capitarmi di stare in coma (spero di no), non lo so se qualcuno si vorrà pigliare la briga di stimolare il mio risveglio ma, nel caso, lasciate stare la musica, manco De André dovete farmi sentire, manco i Led Zeppelin. Provateci solo col rumore di una bustina calciatori aperta a strappo da un bambino dagli occhi luminosi.
Va bene anche un bambino di 50 anni.
p.s. Non di solo pane vive l'uomo, ma anche di Panini.
E voi, nel frattempo, avete fatto coming out oppure alimentate ancora la facciata in cui dichiarate che il lato migliore del calcio è quello giocato, o visto in tivù.
Abbiamo aperto già sabato scorso le prime bustine, quando ancora neppure il blister ufficiale era stato diffuso. Prima figu in assoluto: lo scudo del Torino. Prima figu viola: l'immenso Borja Valero. Per la statistica.
Ve lo dico, dovesse capitarmi di stare in coma (spero di no), non lo so se qualcuno si vorrà pigliare la briga di stimolare il mio risveglio ma, nel caso, lasciate stare la musica, manco De André dovete farmi sentire, manco i Led Zeppelin. Provateci solo col rumore di una bustina calciatori aperta a strappo da un bambino dagli occhi luminosi.
Va bene anche un bambino di 50 anni.
p.s. Non di solo pane vive l'uomo, ma anche di Panini.
5 ottobre 2012
Il bambino ciccio in fondo al pullmino
Quando mi tocca porto France alla fermata dello scuolabus.
Eccolo che arriva, ciao ciao, niente bacino in pubblico che lo vedono peccarità.
Sale sopra e, diretto come un fuso e a testa bassa, va a fiondarsi su un sedile dall’altro lato del mezzo.
Non c’è pericolo che mi risaluti da sopra, oltretutto raramente proferisce parola o interagisce con altri esemplari della sua razza prima che siano trascorse un paio d’ore dalla sveglia.
E così saluto la Sarina e Nicco, che sono i figli di una mia amica, che stanno già sopra, che magari non avrebbero neppure tutti questi motivi per essere allegri, ma che hanno un’espressione da vita ti amo che ti fa srotolare il primo passo della giornata nella direzione giusta.
Poi lo scuolabus comincia a sfilarmi piano che ancora sorrido, e qui lo vedo. Se ne sta seduto nell’ultima fila, lato strada, è il bambino ciccio che nessuno di noi vorrebbe essere.
Mi guarda, lo sa che ho salutato dei bambini, probabile che si sia accorto pure che non mi scambiavo i sorrisi con il mio, ha gli occhi attenti. Non implora, non chiede niente, eppure ha scorto uno spiraglio in quella porta dove può infilarci un piede.
Lo guardo anch’io, e poi succede che all’unisono alziamo la mano e ci salutiamo. Senza conoscersi, almeno fino ad allora.
Mi commuovo con poco.
Tornando verso casa sorrido, ho la mia ratatouille a cui pensare: quando, bambino, pedalavo sull'Airone gialla 26 fino al cavalcavia sull’autostrada e lì, aggrappato alla rete, attendevo la macchina giusta, pescata in quel fiume di veicoli sulla Milano-Roma, la macchina con dentro un adulto che puntasse lo sguardo oltre il suo cruscotto e che mi potesse regalare un saluto con la mano. E un sorriso.
I sassi ancora non erano stati inventati.
_____________________________
edit del 17 ott 2012 - è diventato un piccolo rito adesso, ogni volta ci salutiamo, come due vecchi amici che sono stati a bersi una birra.
Eccolo che arriva, ciao ciao, niente bacino in pubblico che lo vedono peccarità.
Sale sopra e, diretto come un fuso e a testa bassa, va a fiondarsi su un sedile dall’altro lato del mezzo.
Non c’è pericolo che mi risaluti da sopra, oltretutto raramente proferisce parola o interagisce con altri esemplari della sua razza prima che siano trascorse un paio d’ore dalla sveglia.
E così saluto la Sarina e Nicco, che sono i figli di una mia amica, che stanno già sopra, che magari non avrebbero neppure tutti questi motivi per essere allegri, ma che hanno un’espressione da vita ti amo che ti fa srotolare il primo passo della giornata nella direzione giusta.
Poi lo scuolabus comincia a sfilarmi piano che ancora sorrido, e qui lo vedo. Se ne sta seduto nell’ultima fila, lato strada, è il bambino ciccio che nessuno di noi vorrebbe essere.
Mi guarda, lo sa che ho salutato dei bambini, probabile che si sia accorto pure che non mi scambiavo i sorrisi con il mio, ha gli occhi attenti. Non implora, non chiede niente, eppure ha scorto uno spiraglio in quella porta dove può infilarci un piede.
Lo guardo anch’io, e poi succede che all’unisono alziamo la mano e ci salutiamo. Senza conoscersi, almeno fino ad allora.
Mi commuovo con poco.
Tornando verso casa sorrido, ho la mia ratatouille a cui pensare: quando, bambino, pedalavo sull'Airone gialla 26 fino al cavalcavia sull’autostrada e lì, aggrappato alla rete, attendevo la macchina giusta, pescata in quel fiume di veicoli sulla Milano-Roma, la macchina con dentro un adulto che puntasse lo sguardo oltre il suo cruscotto e che mi potesse regalare un saluto con la mano. E un sorriso.
I sassi ancora non erano stati inventati.
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edit del 17 ott 2012 - è diventato un piccolo rito adesso, ogni volta ci salutiamo, come due vecchi amici che sono stati a bersi una birra.
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