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25 luglio 2017

Thanatos? Ma vattene affanculo!

(Morte e Vita - Gustav Klimt - 1915)
A me questa cosa che alla lunga bisogna morire un po' m'infastidisce, son sincero.
Ho un sacco di cose in sospeso, che non me ne fo una ragione.

Ho ancora strade da correre
e bocche da baciare
ho parole da dire
e schiaffi da dare
ho cani da pisciare
e donne da dimagrare
ho negozi da aprire
e robe da comprare
foto da scattare
e semi da piantare
ho caffè da pagare
e regali da scartare
ho libri da divorare
e partite da registrare
ho colline da pedalare
e pile da cambiare
ho mari da tuffare
e figli da scompigliare
ho sassi da tirare
e frasi da ricordare
ho tasti da pigiare
e siepi da potare
e poi c'ho anche
da mettere in ordine il ripostiglio.

28 marzo 2017

E voi lo conoscete il segreto dei pigmenti duraturi?

(segue da Questo è un romanzo magnifico, Signori della Corte)

E nel caso lo conosceste il segreto dei pigmenti duraturi, o non lo conosceste ma comunque sapeste di cosa si tratta, vi verrebbe mai voglia di pensarci? O di scriverne?


Diciamolo, alla fine erano più i brani sottolineati che quelli no, ergo sarebbe stato meglio non citare, meglio non selezionare, meglio non filtrare via impropriamente qualcosa.
Immaginatevi di vedere ogni pagina, ogni riga, immaginatevi ogni parola compiutamente evidenziata in giallo.
Questo è Lolita - luce dei miei occhi, fuoco dei miei lombi - respiratelo, mangiatelo, assimilatelo, non perdetene una stilla. Lo.Li.Ta. (4,9 Ca.Rv.Er.)
(Lolita - Vladimir Nabokov - Traduzione di Giulia Arborio Mella)
Riporterò poche cose, pescate per lo più a casaccio, tra tutte quelle che ho amato. Ognuno di voi potrà ritenersi offeso per non vedere trascritta in calce la sua citazione preferita, e io lo capirò.

Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata.

Creerò un Dio nuovo di zecca e lo ringrazierò con grida lancinanti.

Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte.

Ho notato spesso che siamo inclini a dotare i nostri amici della stabilità tipologica che nella mente del lettore acquistano i personaggi letterari. Per quante volte possiamo riaprire Re Lear, non troveremo mai il buon re che fa gazzarra e picchia il boccale sul tavolo, dimentico di tutte le sue pene, durante un’allegra riunione con tutte e tre le figlie e i loro cani da compagnia. Mai Emma si riavrà, animata dai sali soccorrevoli contenuti nella tempestiva lacrima del padre di Flaubert. Qualunque sia stata l’evoluzione di questo o quel popolare personaggio fra la prima e la quarta di copertina, il suo fato si è fissato nella nostra mente, e allo stesso modo ci aspettiamo che i nostri amici seguano questo o quello schema logico e convenzionale che noi abbiamo fissato per loro. Così X non comporrà mai la musica immortale che stonerebbe con le mediocri sinfonie alle quali ci ha abituato. Y non commetterà mai un omicidio. In nessuna circostanza Z potrà tradirci. Una volta predisposto tutto nella nostra mente, quanto più di rado vediamo una particolare persona, tanto più ci dà soddisfazione verificare con quale obbedienza essa si conformi, ogni volta che ci giungono sue notizie, all’idea che abbiamo di lei. Ogni diversione nei fati che abbiamo stabilito ci sembrerebbe non solo anomala, ma addirittura immorale. Preferiremmo non aver mai conosciuto il nostro vicino, il venditore di hot-dog in pensione, se dovesse saltar fuori che ha appena pubblicato il più grande libro di poesia della sua epoca.

A Kasbeam un barbiere molto vecchio mi fece un taglio molto mediocre: blaterava di un suo figlio che giocava a baseball, e a ogni consonante esplosiva mi sputava nel collo, e di tanto in tanto si puliva gli occhiali sulla mia mantellina bianca, o interrompeva il tremulo lavorio delle sue forbici per mostrarmi sbiaditi ritagli di giornale, e io ero così distratto che fu uno choc rendermi conto, mentre lui mi indicava una fotografia incorniciata in mezzo alle vetuste lozioni grigie, che il giovane giocatore coi baffi era morto da trent’anni.
[...il barbiere di Kasbeam (che mi è costato un mese di lavoro)]

23 marzo 2017

Questo è un romanzo magnifico, signori della Corte


Ho iniziato a leggerlo quasi per caso, un po' svogliatamente, giusto perché sta nelle liste di tutti quelli che compilano le liste dei libri che non possiamo non leggere.
Questo è un libro bello come un libro quando è bello, direbbe quel gnoccone languido di Prévert.
Oh voi che non vi siete ancora presi la briga di leggerlo, preparatevi all'agone, non indugiate, sto per svelarvi il titolo: compratelo, rubatelo su una bancarella dell'usato, ghermitelo dalla libreria di vostra zia.
Oh voi che l'avete letto e dimenticato, ricercatelo, riprendetelo a mano e gustatevelo come si gusta davvero un eccellente vino, quando non si ha sete.
Oh voi che vi dilettate nella miserevole e nobile arte dello scrivere, studiatene la struttura narrativa, l'aggettivazione, le similitudini, il lessico, l'essenzialità e la ferocia, la precisione e la leggerezza e - dopo - buttate ogni vostro scritto nel cesso.
Questo è IL romanzo, signori della Corte. Questo vale un fottuto 4,9 carver e li vale tutti, e quello 0,1 di scarto dal top sta solo nella data di uscita successiva a Il Giovane Holden, mio master meter personale di tutte le graduatorie libresche.
Dentro ci sono tutti.
C'è Salinger, per l'appunto, ma c'è Stephen King, e c'è DeLillo (oh, quanto DeLillo!), c'è anche John Fante, potete scommetterci, ci sono i fratelli Grimm con la Rowling.
Dentro c'è Agatha Christie che fa all'amore con Dostoevskij.
Dentro c'è tutto.
Manco a dirlo c'è un botto di Eros e di Thanatos, c'è il mattone e la piuma, il monsone di sud-ovest e l'aria secca di Tamanrasset, c'è il lupo e c'è l'agnello, c'è l'effluvio dei fiori a primavera e la puzza di fogna in una giornata di pioggia e vento contrario, c'è una mano di carta vetrata e uno svolazzo di seta, c'è la noia e il fuoco d'artificio, c'è Lucifero con tutti i santi, c'è il ballo delle debuttanti e il liscio in piazza la sera d'estate, c'è il pane azzimo e il controfiletto alla wellington, ci sei tu e ci sono io.
C'è quello che vorresti e quello che non vorresti trovare.
C'è il fiato lungo della vita eterna e l'espressione del mortal sospiro.
C'è la perfetta asimmetria dell'arte pura.

(segue qui)

27 febbraio 2017

Easy Death - Beta version

Moriamo meno moriamo tutti.
C'ho già anche lo slogan.
No perché se hai a che fare con gente che sta male di testa - tipo il mio vicino di casa che parla con la foto della su' mamma morta cinquant'anni fa in una sorta di videochiamata continua, o tipo la mia mamma purtroppo - il primo pensiero che ti viene è: Io a questi punti non ci voglio arrivare, mi ammazzo prima.
Ecco l'ideona per non doversi sbattere troppo: serve un'app dedicata.
Io ho messo l'idea, la realizzazione e i guadagni li lascio ad altri.
Le specifiche in fin dei conti sono anche semplici.
Il processo deve essere Sicuro e Indolore.
Attivabile solo dal diretto responsabile, quindi sono da studiare tutta una serie di controlli su impronte, iride o chessò io, per evitare che se ne serva qualcun altro.
E poi c'è da inventarsi un modo pratico per indursi la morte, premendo un tasto. Senza spargimenti di sangue, una morte pulita, digitale (*) o qualcosa di simile.
E tanti saluti a chi resta.

(*) No, non è sufficiente cancellare il proprio profilo dai social.

22 dicembre 2016

Per fare un albero

Ormai il cimitero è un luogo desueto e frequentato per lo più da anziani che vanno a vedere che aria tira.
No, occorre cominciare a pensare alla morte in termini più vivi, senza farsi intimorire dalla contraddizione in termini.
Nessuno dei nostri figli verrà a trovarci al cimitero, diciamolo, e non siamo manco quelle rockstar suicide che attirano visitatori da tutto il mondo, ergo meglio cambiare strategia.
Ogni idea è buona se ci distoglie dal nulla eterno e ci infonde nuova speranza.
In questo senso va bene Gesù, o il lampionismo, ma - perché no? - va benissimo anche reinvegetarsi in un albero.
E non è nemmeno caro, 145$.
Ecco qua, accattatevi un'urna bio per le vostre ceneri, ça va sans dire fatevi cremare e scegliete un beneamato albero in cui volete tornare a vivere, per quanto dovrete cambiare un po' le vostre abitudini, basta cinema, basta il calcetto del giovedì e basta pure le domeniche pomeriggio all'Ikea (comunque morire ha i suoi pannelli lati positivi).
Buttate le fronde al cielo, vantatevi degli anelli che vanno a incrementare il vostro girovita e magari fatevi pisciare dai cani. Vedrete, vi piacerà.

Il problema è quale albero. Quale albero vorreste diventare?
Tante volte nella vita ci chiedono gli animali preferiti (cavallo e rondine), quelli in cui vorremmo incarnarci, ma mai ci prospettano una vista vegetale della tematica.

Un leccio secolare? Un ulivo? O un ginkgo biloba?
Magari ci penso un attimo.

18 aprile 2016

Ammazzate oh!


Capite che a causa della familiarità con l’alzheimer con cui mi trovo a fare i conti può succedere di pensare al suicidio.
E poi, comunque, la vita è difficile, gli amori ci lasciano, i bond argentini sprofondano, le squadre del cuore falliscono… chi non c’ha pensato mai si scagli addosso la prima pietra.
Quando tiri fuori l’argomento poi ne senti delle belle, sull’eventuale modo che uno adotterebbe per mettere in atto la sua volontaria dipartita dalla lacrimevole valle.
Perché sembra che la logistica incida parecchio, per esempio.
Ho un’amica di Casalecchio che lei ha sempre detto che si sarebbe buttata nel Reno, perché lì fanno tutti così, c’è un apposito ponte da cui ti puoi lanciare di sotto, non so se ci sia pure il turn-o-matic o la solita fila italiana fatta accazzo.
E quelli che abitano vicino alla ferrovia? È scientificamente provato che, nel caso di, quelli si buttano sotto a un treno, ma perché hanno sempre sentito dire così nelle loro famiglie, dai loro amici, anche se solo in forma di battute.
Un volta c’erano i cacciatori, il classico colpo di fucile in bocca, cervello sulle pareti e via, ma ora come ora i fucili sono quasi spariti dalle case e, non essendo in USA, spararsi è diventato un bel po’ difficile.
Io non so, vicino a me non c’è niente di eclatante, c’è l’autostrada del Sole ma che ci fo? Io ci provo a respirare le polveri sottili ma sai quanto mi ci vuole per crepare!
Allora magari, dovesse servire, mi sa che mi attaccherei allo scappamento dell’auto, anche se adesso ho un’euro 6 e non so se alla fine morirei o magari mi fa effetto fumenti e mi cura solo il raffreddore.
Nel dubbio posso sempre tirare giù dalla soffitta gli Alan Ford e studiare i geniali piani tentati da De Suicidis.

15 ottobre 2015

La vita di pin

Ogni tanto metto dei pin alla mia vita, dei quali puntualmente mi scordo, ma che ho la ferma speranza un giorno possano essere recuperati ed esaminati al mio cospetto.
Quindi mi aspetto che - da morto, ché prima mi sa è difficile - dio, o chi per lui, mi riceva davanti a un banchino, una sorta di postazione, e che, con non so quale artefizio mediatico, mi faccia rivedere/riascoltare e mi spieghi i passaggi della mia esistenza che mi ero appuntato.
Faccio un esempio, quel fiorellino sotto la tazza della colazione alla Pensione Miraggio di Rimini... chi ce l'ha messo? Non lo saprò in questa vita, ma dopo ci conto.
E quel cellulare, prima della cresima di figlio uno, ma chi l'aveva poi rubato?
E quella volta in campeggio, chi mi scambiò il sale con lo zucchero, o fu davvero solo colpa mia?
E con queste, altre mille curiosità irrisolte, ma proprio anche piccole e dimenticabili in vita, altrimenti a cosa servirebbero i pin mentali che metto?
Quando mi capita, basta un pensiero e dio, o chi per lui sta al banco dei pin, già sa quello che deve fare.
Anche dolcemetà c'ha una bella curiosità da soddisfare, ma siccome lei non l'ha aperto il canale preferenziale del pin, me la sono appuntata io per lei, lei che vorrebbe avere tutte le foto in cui è entrata per caso.
Dai, capo, ce la possiamo fare.

26 dicembre 2013

Vita di David Foster Wallace

Sapete come funziona col Kindle, no? Evidenziate le righe che vi attizzano mentre leggete un testo e poi ve le ritrovate ne I miei ritagli. Ecco, queste suppergiù sono le mie per quanto riguarda Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (3,3 carver) il libro di D. T. Max (Einaudi - trad. Alessandro Mari) anche se il lavoro poi l’ho fatto a mano, ché l'avevo cartaceo.
Non se ne deduce il contesto, non sono legate l’una all’altra, non sono filtrate e non hanno probabilmente neppure un senso, se non il mio.
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La sua famiglia era nativa del Maine.

Proveniva da una famiglia di talenti in cui regnava l’amore, non tanto diversa dai Glass di Salinger.

Il torace mi sussulta come una centrifuga in azione con delle scarpe dentro.

Costello rammenta una lettera in cui l’amico gli annunciava di voler scrivere un romanzo da leggersi “anche tra mille anni”.

Avrebbe poi dichiarato che la narrativa gli impegnava il novantasette per cento del cervello, mentre la filosofia solo il cinquanta.

Per di più rimuginava ancora sul venerabile consiglio letterario ricevuta da Lelchuk: “Non dire, metti in scena”.

L’incipit del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein era uno dei due migliori incipit della letteratura occidentale: Il mondo è tutto ciò che accade. L’altro incipit che Wallace considerava d’ineguagliabile bellezza era quello de La Scialuppa di Stephen Crane: Non c’era uomo che conoscesse il colore del cielo.

Il tono piatto ma evocativo dei dialoghi (in La scopa del sistema) proviene da DeLillo, di cui Wallace aveva letto alcuni romanzi durante la stesura

Quando Wallace diede il romanzo a McLagan, l’amico lesse alcune pagine e glielo restistuì: non aveva tempo da sprecare con gli epigoni.

Nel corso degli anni Wallace sarebbe arrivato a disconoscere il romanzo parlando di un’opera scritta da un quattordicenne cervellone.

S’infatuò d’un musicista che stava componendo un brano servendosi del diabulus in musica – il tritono, la quarta aumentata che la chiesa aveva giudicato tanto ammaliante da metterla al bando.

Wallace definì lo stile dei minimalisti come “realismo catatonico anche detto ultraminimalismo anche detto Carver malriuscito”.

A questo punto ho ambizioni modeste che principalmente ruotano attorno al restare in vita.

Wallace si sottopose a sei sedute di elettroshock.

Di Lester Bangs Wallace apprezzava la prosa tripudiante perché, con ogni probabilità, si avvicinava più di ogni altro scritto al suo modo di parlare. L’espressione di Bangs “un’erezione del cuore” divenne una delle sue preferite.

Pochi mesi dopo il suo arrivo, Wallace aveva già abbozzato una scena basata su Big Craig, uno dei residenti più intriganti della Granada House. Big Craig – Don Gately nel romanzo.

Se le parole sono tutto ciò che abbiamo, sono dio e il mondo, allora dobbiamo trattarle con attenzione e rigore: dobbiamo venerarle.

A Syracuse [...] Franzen e Wallace passarono in automobile per la strada in cui Raymond Carver aveva abitato durante gli anni Ottanta quando lavorava all’Università; il prezzo della casa in cui aveva dimorato era stato maggiorato di diecimila dollari per via della sua fama.

Wallace annotò “Scrittura Successo Fama Sesso” Il suo proposito era di diventare un individuo per cui il desiderio delle ultime tre non motivasse la prima.

E David sentiva la mancanza di Mary Karr [...] tuttavia l’aveva portata con sé, trasformandola in un personaggio del romanzo. Joelle Van Dyne, conosciuta anche col nome di Madame Psychosis.

Wallace ricordò a Pietsch che la trama del libro che aveva comprato “si era sempre avvicinata di più a un arco, che a una linea destinata a trovare conclusione”.

Un’idea per accorciare il libro senza doverlo accorciare più del possibile: note.

Pietsch: Le conversazioni tra Marathe e Steeply sulla montagna sono la parte del romanzo che ho in assoluto meno voglia di rileggere.

Le risposte esistevano, insisteva Wallace con il suo editor, ma erano al di là dell’ultima pagina; Infinite Jest doveva proseguire nella mente dei lettori, ovvero si trattava di una narrativa pensata per descrivere la traiettoria di un ampio arco, non un triangolo di Freytag.

I parallelismi tra la vicenda biografica di Dostoevskij e la propria catturavano la sua attenzione, così come già avevano fatto al tempo della permanenza presso la Granada House.

Raccontò all’amica Debra Spark di essere caduto “nell’ottavo girone dell’inferno: i-correttori-di-bozze-dei-correttori-di-bozze”.

Leggere Infinite Jest avrebbe voluto dire accettare una sfida.

A un certo punto alcune linee parallele dovrebbero cominciare a convergere in modo che il lettore possa proiettare una “fine” al di là della struttura fisica del libro. Se nel vostro caso non si è realizzata nessuna convergenza del genere, allora vuol dire che con voi il libro ha fallito.

Penso che la mia scrittura sia migliorata, ma scrivere è meno Divertente di quanto non fosse.

Dedicò molto tempo alle lettere pur di procrastinare, e l’argomento di molte fu il suo procrastinare.

Rievocò Faulkner, secondo cui scrivere un romanzo era come erigere un pollaio durante un uragano.

Aveva l’abitudine di ripetere alle sue classi d’allievi che un romanziere è tenuto a conoscere il suo soggetto abbastanza bene da ingannare il suo vicino di posto a bordo di un aeroplano.

Il quotidiano satirico “Onion” nel 2003 pubblicò un pezzo intitolato: Fidanzata abbandona lettera di rottura di David Foster Wallace a pagina 20.

Aveva fatto tirare una riga sul nome “Mary” del suo tatuaggio ormai sbiadito, e aveva aggiunto un asterisco sotto il cuore; più sotto aveva collocato un secondo asterisco e il nome “Karen”, trasformando il proprio braccio in una nota a piè di pagina in carne e ossa.

Chad Hardbach (editor della rivista letteraria n+1): “L’opera del ’96 di David Foster Wallace è ormai assurta al ruolo di romanzo americano fondamentale degli ultimi trent’anni, la stella di prima grandezza attorno a cui orbitano lavori di minore importanza”. Infinite Jest era diventato Il Giovane Holden di una generazione che aveva letto Il Giovane Holden sui banchi di scuola.

In Infinite Jest, quando uno dei personaggi muore, si ritrova “catapultato verso casa oltre […] le palizzate di vetro della Convessità a una velocità disperata, sale verso nord e grida un richiamo alle armi chiaro e cristallino e quasi matericamente allarmato in tutte le lingue conosciute del mondo.
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p.s. e mica lo sapevo cos’era un epigono.

13 luglio 2013

Permette signora - (1/7)

Sarà capitato anche a voi
di avere una musica in testa,
sentire una specie di orchestra
suonare suonare suonare suonare…


(Zum Zum Zum – A. Amurri B. Canfora)





Il cimitero monumentale di Ponte al Drago è una meta simil turistica, se non fosse per la naturale aria di morte e il vago odore di fiori marci sarebbe un bel posto dove passarci del tempo. Difficile che un visitatore estemporaneo ne resti deluso. Belle statue, ricche tombe, vialetti e siepi mantenuti con rigore e un’architettura imponente e dignitosa.
Dietro al cimitero c’è un parcheggio aggiuntivo per l’accozzaglia di auto che s’aggrumano qui nei giorni attorno al due novembre. Nel resto dell’anno questo parcheggio, uno spiazzo misto di erba e ghiaia, punteggiato da una fila di pini, rimane deserto.
Sul muro di cinta del cimitero che s’affaccia sullo spiazzo c’è una frase disassata e sghemba, vergata da qualche giorno con uno spray azzurro. Italia-Brasile 3 a 2, c’è scritto, e sotto: Rossi, Rossi, Rossi. La sintesi estrema di un grido di gioia che ha frustato l’Italia, ma che adesso mal s’intona con l’aria greve della scena.
C’è un discreto numero di persone per essere le sette di mattina. Di là dal nastro steso dal brigadiere Sandro Lepore, si sta componendo una piccola folla muta e attonita. Mosche non ne volano.
Il maresciallo Giuseppe Spataro e il carabiniere scelto Girolamo Squizzi sono al centro del parcheggio deserto, nei pressi di uno dei pini, gli occhi rivolti a un’eterea figura appesa.
È una donna minuta dai capelli chiari, indossa un vestito estivo bianco e penzola delicatamente a un paio di metri d’altezza. Ha una corda in nylon arancione che le stringe la gola.
Il vento del mattino la culla, quasi rispettoso di una vita che non è più, e la figura di donna, piegata in un angolo innaturale all’altezza del collo, in un macabro vortice lento, gira su se stessa.
          (tu mi fai girar / tu mi fai girar / come fossi una bambola)
Dietro le colline si spande un chiarore in avanscoperta e annuncia, anche per oggi, l’arrivo del sole sul binario est.
«E quindi è la barista? La Gloria?» è il vocione del maresciallo Spataro che gratta il silenzio.
Squizzi fa di sì con il capo, non ha voglia né di parlare né di stare lì sotto. Arrivando, nella penombra dell’aurora, ha pure pestato una merda di cane ma, checché se ne dica, la giornata non si apre sotto i migliori auspici.
Gloria la barista era una rizzacazzi, tutti d’accordo, ma non per questo, anzi, soprattutto non per questo, pensava Spataro, meritava di finire appesa a un pino dietro un cimitero.
«Sgabelli, sedie, scale… trovato nulla?»
Squizzi fa di no con il capo, ma una parola non la caccia fuori.
Sotto la donna, dal ghiaino, il maresciallo pilucca delle scagliette di corteccia di pino, le raccoglie in una mano, le pizzica con le dita, sono grattugiate di fresco dal ramo, hanno un lato rossastro. Tracce di gomme si notano nella ghiaia, del resto è normale, pensa Spataro, in un parcheggio.
«S’è impiccata una al parcheggio del cimitero» con queste parole l’aveva svegliato un’ora prima Lepore.
Gloria, detta la Signora, la procace barista del bar di piazza, defunta, poco da dire. Ma che si fosse impiccata, da sola, era già più dubbio.
Dondolava da un ramo alto tre o quattro metri e tra lei e il suolo ce n’era un paio. A meno che non fosse arrivata lì a cavallo, c’era da chiedersi come aveva potuto architettare tutto da sola.
Il tronco del pino biforcava circa a due metri da terra, ma era impensabile che Gloria, alta un metro e mezzo poco più, potesse averne usufruito per arrampicarsi sulla pianta.
          (poi mi butti giù / poi mi butti giù /come fossi una bambola)
L’idea del cavallo gli fa pensare a Lady Godiva anche perché, se c’è qualcosa di lampante nel quadro horror di quel mattino, è che la Signora non indossa le mutande. E là sotto, dove nasce e muore il mondo, è inesorabilmente rasata.
Eppure la scena sembra avvolta da un alone delicato, non c’è sangue e non c’è quasi sofferenza nel quieto e abbandonato dondolio di quel corpo.
«Squizzi che fai? Guardi?»
Girolamo Squizzi, carabiniere scelto, da Tor Vergata, abbassa gli occhi e avvampa come il cielo a levante.
«È vietato farsi le pippe su una morta, vedi di ricordartelo!»

14 febbraio 2013

Chi non è assuefatto scagli la prima pietra

Una lettera del sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, da leggere. E rileggere. E poi leggere un'altra volta ancora.

Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio 2012, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.
Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l'idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l'inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.
Sono indignata dall'assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell'Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull'immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l'unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l'Europa motivo di vergogna e disonore.

In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l'unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.
Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all'accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all'Europa intera.
Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza.
(Giusi Nicolini)

18 dicembre 2012

Ho una notizia da Darwin

Avevamo un gatto il cui nome era Darwin, in ricordo della via in cui era nato, a Bologna.
Mio figlio piccolo l'ha appena conosciuto, prima che venisse asfaltato dallo stadio involutivo homo in suv, però qualcosa del suo nome presagio gli deve aver passato, infatti France ha ritenuto di espormi la sua scala evolutiva dell'uomo:
  • sei nei pensieri
  • sei in pancia
  • sei un po' cresciuto
  • sei fuori
  • sei un neonato
  • sei un bambino
  • sei un cugino
  • sei un ragazzo
  • sei un uomo
  • sei un padre
  • sei uno zio
  • sei un nonno
  • sei morto
  • e morto stecchito


p.s. Ciao Darwin

2 agosto 2012

Il valore di una persona


Sovente il dolore ha le fauci spalancate di un lupo, che  ti assedia, ti mette all'angolo e ti azzanna. E tu sei solo.
Oggi no, quel dolore si è addensato sopra di noi in una nube materica che grava sulle teste di tutti e di nessuno.
È il dolore collettivo, quello di un paese intero che piange un suo simbolo.
C'eravamo al funerale di Pippo, tutti.
Gli invincibili, noi, i ragazzi degli anni settanta, quelli che si scambiavano le figu, quelli che si prendevano a calci al campino, quelli che ogni occasione è buona per una pizza al circolo.
L'impressione era quella di essere immortali, che sarebbe stato anche difficile trovare un modo per distaccarsi dalla vita terrena. Eravamo ragazzi ieri, coperti di polvere in estate e di fango in inverno, e siamo ragazzi oggi con meno capelli in testa e con qualche figlio da mantenere.
Un manipolo di ragazzi invincibili e fortunati che attraversava il tempo senza sentirne l'odore.
Con Pippo se ne va un pezzo di storia del nostro paese, un pezzo di paese. E anche un pezzo di noi.
L'abbiamo portata tutti quella bara, ce la siamo caricata addosso insieme e per sempre, affinché potesse farsi più leggera sulle spalle dei suoi cari.
L'abbiamo potuto respirare quel dolore, l'abbiamo dovuto respirare, l'abbiamo
voluto respirare.
Ci guardiamo, ci abbracciamo e lasciamo andare le lacrime, le parole non servono, a quelle ci pensa il prete.
E il prete, nel suo piccolo, la tira fuori una frase da salvare.
Il valore di una persona, dice, non lo si misura dall'affluenza di persone all'esequie. Non la chiesa piena o la piazza stracolma di gente faranno di Pippo una persona migliore.
Il valore di una persona sta nei cuori di chi lo conosce.
E però c'eravamo tutti, tutti nessuno escluso, a dividerci da buoni amici un dolore imprevedibile e fetente.

3 giugno 2012

Don Mario, parroco illuminato

Immaginatevi Hannibal Lecter, però buono. Così don Mario.
Finito il vangelo faceva quel verso con la bocca, come un Hannibal ante litteram, quella specie di richiamo per serpenti a sonagli.
Poi diceva: "Beh, le letture e il vangelo di oggi, son così chiari, così limpidi, che non necessitano di spiegazione (pausa) Credo in un solo Dio..."
E così in meno di mezz'ora la messa era finita, in barba all'omelia e, chi in pace e chi no, s'andava tutti.
Don Mario, soprannomen omen, era detto scheggia per via di un trancio di granata che si portava conficcato in testa dai tempi della guerra, ma aveva rafforzato il nomignolo scheggiando via nel cantar messa, dall'antifona d'ingresso fino all'andate in pace in una corsa senza respiro.
Mia madre mi aveva forgiato a modino, tra messe, dottrine, comunioni e confessioni non riparavo. Pure capo chierichetto sono stato.
Don Mario da noi era cappellano, prete in seconda, e diceva le messe d'avanzo, quelle più sfigate, tra cui alle 7 la mattina in chiesa e alle 9 al cimitero.
Io andavo alle 9 al cimitero e davo una mano, servivo messa, e leggevo tutto quello che c'era da leggere, dalle letture al salmo responsoriale, dall'ascoltaci o Signore agli avvisi.
Una domenica s'è fatto il record: venti minuti; dopo di che lui è andato alla casa del popolo a far due chiacchiere coi comunisti e io a casa a guardarmi lo sci.
E quando c'era da confessarsi era auspicabile scansare il pievano e cercare direttamente don Mario che, come ministro di Dio, era sicuramente più moderno.
In confessione riuscii a dirgli che avevo visto un giornalino con le donne nude e lui mi spiegò che se Dio ci aveva fatti così, nudi e belli, era perché potessimo guardarci e che quindi non avevo niente da farmi perdonare.
Un'altra volta confessai che spesso pregavo per l'ottenimento di cose materiali tipo bei voti o promozioni a scuola, tipo che non m'interrogassero quando ero impreparato, che Gigi Riva segnasse dei gol, che Thoeni vincesse a Campiglio e che la Veronica s'innamorasse di me. Qui non solo mi assolse dalle colpe, ma proprio si esaltò commosso perché tutta questa fiducia verso Gesù (io pregavo Gesù) non ce l'aveva manco lui.


17 maggio 2012

Stasera ho bestemmiato

Stasera ho bestemmiato. E ho pianto.
Poi ho pianto e bestemmiato. Ho anche avuto il potente impulso di prenderla a manate. Di spalancarle la bocca con la forza, di afferrarla per i capelli e sollevarle quella testa sempre china rivolta ai piedi. Sempre china, cazzo. Manco più uno sguardo vuoto, manco quello ci tocca.
Poi le ho gridato la mia disperazione in faccia. Che cazzo ti succede?, ho urlato, ma sapevo benissimo cosa le stava succedendo. Lo sapevo, eccome. Ma tutta la consapevolezza messa insieme in questi anni bui, durante il progredire malsano della decadenza, tutta questa consapevolezza si fa d’un tratto impalpabile, ti sfugge dalle dita come sabbia asciutta, si scioglie come zucchero filato in bocca e va così che perdi la testa lo stesso, anche se sei documentato più d'un medico, anche se sei tenacemente consapevole.
La perdi la testa, e se va bene bestemmi, e se va ancora meglio piangi.
La morte in confronto è un toccasana, un miraggio quasi. E non ci ho mai creduto davvero, quando l’ho sentito dire in giro, ma è così.
E ti chiedi cosa sei diventato se arrivi a desiderare la morte per chi ti ha dato la vita. Ma forse non sei diventato niente, forse era già tutto dentro di te pronto ad essere scoperchiato dall'acqua bollente. Cerchi di convincerti che tutta la rabbia che va a comporre il funesto desiderio, magari, scaturisce soltanto da un eccesso d’amore.
Poi ho detto a mio figlio che per favore mi sparasse nel caso dovessi essere colpito dalla stessa malattia di mia madre.
Sparami un colpo di pistola, gli ho detto, se divento come nonna.
Se ce l’ho, mi ha risposto.
Almeno questo.

6 aprile 2012

Read Only Memory n. 6

Da adulto, se c'è una cosa che mi ricorda l'eccitazione per la sorpresa da cavare fuori dall'uovo di Pasqua, è la lettura d'un libro.
È una sensazione più lenta, diluita, che senti fremere forte nelle mani solo quando ti appresti a cominciare un nuovo romanzo, poi si fa soffusa.
Spaccare l'uovo è voltare la copertina e tuffarsi dentro al primo capitolo.
Come a Pasqua, poi, la sorpresa spesso può deludere, non di rado è moderatamente piacevole, ma alcune pregiate volte è davvero appagante e vale l'attesa, e vale il gioco, la candela, Sansone e tutti i Filistei.
E ce ne sono a bizzeffe di sorprese celate, e nemmeno troppo, dentro alle pagine di un buon libro, e non appena ti accorgi di averle comprese e tolte dall'incarto, succede che c'hai quella faccia lì, un po' ebete e un po' sorniona, di quando, tra i pezzi di cioccolato, tiravi su una sorta di trottola colorata e non vedevi l'ora di farla girare, per sempre.

Accostarono le tende alle finestre. È così semplice lasciare la casa dove si è abitato per anni. Non ci si affeziona a un alloggio, tantomeno un ufficiale. Perché diventi casa, un'appartamento condominiale dev'essere abitato da una donna. Se lei se ne va, o muore, la casa torna a essere semplicemente un edificio, una baracca, un buco. Così disse il colonnello a Helena Puusaari.
"Ti manca ancora tua moglie?" chiese lei.
"Sì. Tyne è morta di tumore tre anni fa. Il primo anno è stato il più difficile. Ho preso anche un cane, ma un cane non sostituisce una moglie, per quanto sia di razza."
(Piccoli suicidi tra amici - Arto Paasilinna)

E voi, che sorpresa avete trovato nel vostro libro (n)uovo di Pasqua?

31 marzo 2012

E Cenere ritorneremo

Viene giù una pioggerella fine, di quella che nemmeno bagna, dà solo fastidio.
Mi ero accollato io la bega di passare dal forno, ed era anche logico visto che risultavo l’unico a possedere uno scooter nella cerchia dei parenti stretti e c’era da attraversare mezza città.
L’unico forno crematorio della provincia lavora 24 ore su 24 ma, nonostante il ciclo continuo d’attività, accumula sempre maggior ritardo nello smaltire i clienti.
Farsi cremare è l’ultima moda a quanto pare. Viene quasi voglia di morire, giusto per farsi mandare in fumo e non dare soddisfazione ai vermi.
Mio nonno va in scena questo pomeriggio alle tre, dodici giorni dopo la sua dipartita. Abbiamo scelto la cremazione, d’accordo con mio padre, non perché il vecchio l’avesse lasciato scritto o detto, ma solo per spendere meno.
Ce l’avrebbero polverizzato e raccolto in un’urna dalle dimensioni di una scatola di scarpe da donna e poi, noi, così confezionato, l’avremmo introdotto nello stesso loculo di nonna. Sarebbe stato sufficiente aggiornare la scritta sulla lapide.
Marina, un’amica di mamma abita sulla via per andare al cimitero dove sta il forno, e mi stavano venendo dei pensieri. Niente di che, mi faccio un film in cui mi fermo a trovarla con lei che mi offre da bere e magari pure qualche cos’altro. D’altra parte era stata proprio Marina, cinque anni prima, quand’ero ancora un pischello in erba, a farmi toccare le sue tette e a gettare le basi per il monopolio delle mie fantasie erotiche dei successivi mille e mille anni.
«Ho notato che le stai guardando» mi fece ammiccando al decolleté «beh, puoi dare anche una palpatina, se ti va».
In effetti, mi andò parecchio abbrancare le due mammelle e massaggiarle, fino a che sentimmo rientrare mia madre.
Il lavoro era rimasto incompiuto e la mia inesperienza non aveva facilitato altri rendez vous con Marina.
Avevo pensato di partire con un certo anticipo e presentarmi da lei sbarbato e docciato ma, tra un foglio da compilare e un paio di telefonate da fare, passai sotto casa di Marina che erano già quasi le tre e decisi di non fermarmi. Correvo il rischio, dopo tutta l’attesa, che alle cremazioni mi dessero via il nonno. Che lì aspetti e aspetti, alla fine se ti danno una scatola, pure se non è la tua te la pigli, non ti conviene fare il difficile.
Ai forni manco una tettoia c’era, e la pioggerella, a furia d’insistere, era riuscita nell’impresa bastarda di bagnarmi.
Mentre aspetto le ceneri di nonno non c’è molto da fare, sto in zona, leggo le epigrafi e respiro. I morti cremati hanno un odore dolciastro, non so se è il legno della bara o il materiale organico proprio, fatto sta che pare di stare fuori a una rosticceria cinese, con quello che ne consegue. Dopo cinque minuti sei intriso d’odore di morto bruciato e senti in bocca il gusto dolciastro. L’essenza ti penetra e ti opprime e, quando pensi di allontanarti, ti chiamano.
«Centurioni Otello?»
«Eccomi, è mio nonno».
Consegno le carte, spargo una decina di firme e mi sistemo l’urna acciaiata sotto a un braccio. Lascio finalmente il ricettacolo del tanfo, che tanfo poi non è, ma stucca, che è quasi peggio.
Al nostro cimitero, dove dobbiamo tumulare il nonno, mi aspettano per le 16, ci sono i miei familiari, qualche zio e un paio di cugini, insomma, una decina di parenti in croce.
Sono in perfetto orario e so che dovrei filare dritto dai miei, ma mi torna la voglia di Marina, del suo caffè e della sua morbidezza. D’altra parte il nonno ormai l’ho agguantato.
Mi fermo, che sarà mai, tutt’al più tardo dieci minuti, sempre che sia in casa. Mi butto giù per i tornanti piegando e accelerando per guadagnare qualche minuto e spero che l’urna con il nonno, nel bauletto, non ne risenta. Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che soffrisse pure di mal d’auto, il nonno.
Suono, e una parte di me spera che non ci sia nessuno, l’altra parte di me, invece, quella che corrisponde al 99%, trema di desiderio e prega che Marina apra.
«Chi è?»
«Sono Giacomo, il figlio della Piera…»
Attimi infiniti e muti. Ecco, adesso mi manda a cagare e poi chiama la mamma per dirle che mi sono perso. Penso al nonno nel bauletto che sorride sornione e mi fa:
«Ehi, che cazzo, non vorrai lasciarmi qui!»
Salgo. Una volta su, gli abbracci e i saluti si sprecano, con tanto di baci sulle guance. È un po’ arruffata ma è sempre una bella donna, ed è sola. Mi fa sedere.
«Prendi qualcosa? Un caffè?»
Faccio di sì con il capo ma non esce un fiato dalla mia bocca impastata. Un enorme e pacchiano orologio da parete segna le 16, saranno già tutti in fibrillazione giù al cimitero. Li posso quasi vedere che scalpitano e sbuffano, impazienti di murare il nonno e ripartire, chi per l’ufficio, chi per casa e chi per un qualsiasi posto del mondo meno merdoso di un cimitero.
Marina è appoggiata al mobile di cucina, mi guarda con una smorfia che è la vita:
«Non è che sei venuto per me, per caso?»
Cristo sì, vorrei dire, invece scappo.
«Scusa» le faccio.
Scendo e filo al motorino, apro il bauletto e prendo le ceneri del nonno.
E torno su, da Marina, di corsa. Mi assale di nuovo l’aria dolciastra che pare sprigionarsi dall’urna. Eppure dovrebbe essere sigillata, forse l’odore mi si è piantato nel naso, forse ne ho impregnati i vestiti.
La trovo sulla porta, sorride di quel sorriso che dice tutto. Le indico un mobile basso appena all’interno:
«Ti spiace se la metto qui, non mi arrischio a lasciarla al motorino».
«Certo, appoggia pure. Poi mi dici cos’hai lì di così prezioso…»
È allora che mi ritrovo un metro di lingua in bocca e il corpo di Marina spiaccicato sul mio, mentre sento che passa il caffè.  L’aroma si spande per casa e sormonta implacabile ogni altro olezzo.
Qualcuno aspetterà.


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Il testo partecipa all'EDS Il nome della cosa come anche :

27 febbraio 2012

Ringraziamenti post mortem

Macché, non sono mica morto. Non ancora.
Solo, nel caso che questo blog mi sopravviva, e non me lo auguro, non vorrei lasciare la lacrimosa valle senza essermi profuso nei dovuti ringraziamenti.
Semmai, se qualcuno pensava che avrei dovuto ringraziarlo prima di crepare, può sempre passare da qui e vedere se è stato nominato.
Anche perché non aspiro a un trapasso a seguito di lunga e dolorosa malattia, non tanto per me, quanto per voi perché magari vi dovreste sorbire i miei deliri su queste pagine. Mi prefiggo invece di uscire di scena d'un botto, da novantacinquenne mentre, al fin della fiera, mi barcameno con una 89enne Cucinotta.
Quindi, ecco, non avrei tempo per i saluti, diciamo che mi prendo un po' d'anticipo.
Tralascio i familiari che già sanno quanto devo loro, anche se, a rigor del vero, qualcuno dovrebbe ben ringraziare me ;)
Non potendo elencare comunque tutti i meriti che le persone sottocitate hanno avuto nella mia vita, mi limiterò a uno ciascuno.
E dunque ringrazio:
  • la mia maestra Fernanda delle elementari per avere cementato i primi mattoni nella mia testolina e avermi mostrato dove stava la calce;
  • la mia cugina Fiorella, per avermi insegnato a leggere;
  • Guido Gratton (scudettato viola del 1955-56) per avermi insegnato a tenere una racchetta in mano;
  • la mia profe d'Italiano delle superiori, Violetta, per avermi insegnato le robe che trovate qui (4° racconto);
  • il Frilli babbo, per avermi introdotto all'ironia e per un giovedì del 1980 in cui si presentò all'uscita di scuola con la Settimana Enigmistica verde con Alain Delon in copertina;
  • il Frilli figlio grande, per essere stato l'altro baccello dello stesso guscio per oltre 10 anni;
  • il Frilli figlio piccolo per essersi fatto spesso trascinare dalle mie innumerevoli e balzane idee, tra cui FilMatti;
  • il Fornax, nonché Giacomo, per essere venuto in stazione quella mattina che iniziavo a pendolare su Bologna, portandomi Il Dio del Fiume con la sua dedica speciale;
  • Fede per averci lasciato il lettone, ad Haarlem, ed aver dormito nella nicchia;
  • lo Gnozzi (alias il Fra di FurFra), per la sua immensa classe e la malpagata collaborazione col sottoscritto (nostro il "MUCCHE - PIET MANDRIAN" di cui alla foto);
  • La Settimana Enigmistica, nelle persone di tutti i redattori e in specie di Briga, che creò Hombre;
  • la Ninfa, un setter inglese che con la sua cucciolata mi ha regalato momenti di pura felicità bambinesca;
  • Darwin, un micio finto certosino, scorbutico e adorabile, per avermi scaldato le cosce nei sabati d'inverno quando alle 7 a.m. toccava stare davanti al piccì.

p.s. le ulteriori e eventuali aggiunte di nomi sono a pagamento.

20 novembre 2011

I delfini, i delfini, i delfini... o i tonni?

Non fraintendetemi, io amo i delfini.
E non li mangio, in teoria. Però anche i tonni mica mi hanno fatto niente, però li mangio, in pratica.
Ora, ogni tanto ricorre la notizia che assieme ai tonni viene accidentalmente pescato un gran numero di delfini e che GreenPeace parte in quarta per difendere i mammiferoni per eccellenza.
Ok, ma perché uccidere i delfini dovrebbe essere amorale, mentre sterminare i tonni va bene? Tra l'altro non sembra che i delfini vengano solo uccisi ma che finiscano anche proprio nelle scatolette con i tonni. E mi sa che non sono molto distinguibili al sapore visto che non senti mai qualcuno che dice: "ma che cavolo, senti com'è stopposo, ecco, lo sapevo, m'è toccato il delfino!".
Mai visto un corteo o una protesta contro le scatolette del tonno da tagliare con un grissino o di quello insuperabile.
E non ditemi che non dobbiamo mangiare i delfini perché son mammiferi, maddài pensiamo ai milioni di mucche che scaraventiamo sui barbecue, mammifere per eccellenza.
Ah, non era per quello? Non dovremmo mangiarne perché sono intelligenti... Ah, adesso capisco. Già, perché sono intelligente anch'io (lo dico per non correre il rischio di essere divorato da qualcuno del MENSA).
Cioè, siccome che questi se li pigli e li ammaestri ti stanno nel delfinario di 10 m di diametro a zompettare, a schizzare acqua sul pubblico e ad acchiappare al volo delle sarde crude (la crociata a favore delle sarde si potrebbe fare anche quella intendiamoci, ma per stasera restiamo concentrati sui tonni) porti loro rispetto e non li sbafi?
Ma cosa credete che il tonno non sia in grado di fare un salto di due metri? O di nuotare in circolo per un'ora e mezzo o di pigliarsi un pesce al volo?
Certo che lo sa fare, il tonno, ma preferisce esibirsi in mare aperto per il gusto suo personale o per conquistare la tonna, o magari per sgranchirsi le pinne.
C'ha orgoglio da vendere il tonno, è selvaggio e non gli piace di andare al delfinario a fare la figura della letterina a PassaParola, a mostrare culo e tette per due sarde crude, magari pure surgelate.
È con dignità che il tonno rifiuta di farsi addestrare come un pony. Quindi è per questo che possiamo mangiarlo senza sensi di colpa?
Mentre quell'altro ruffiano del delfino siccome va a sbaciucchiarsi con la ragazza della piscina, quella in costume, lui non si può.
Dice ma i delfini soffrono... ma perché i tonni nella tonnara invece godono? Ma per favore...
C'ha fierezza il tonno, non si doma alla prima, e con compostezza si va a stipare inscatolato nei 125 gr sgocciolati, in olio d'oliva o al naturale.
Alla fine della fiera ti presenta pure una scelta, il tonno.
E sempre con dignità.

31 ottobre 2011

Post Mortem

Svolgimento dell'Esercizio di Scrittura di Halloween, come proposto da La Donna Camèl.
 
Tutti in coda per l’iPond, l’ultimo ritrovato tecnologico della Eppòl.
I primi sono arrivati la notte precedente con sacchi a pelo e provviste, hanno bivaccato sul marciapiede. C’è chi giura di aver sentito sfrigolare le salsicce. Altri hanno aperto le Moretti da 66 cl coi denti.
Hanno passato la giornata così, appoggiati alla grande vetrata e distribuendo i numeri, vergati con un tratto-pen nero punta fine, di un artigianale turn-o-matic.
Alle 10 del mattino la fila scompariva dietro l’angolo dell’isolato, a mezzogiorno erano già stati distribuiti 1723 numeri. Alle 16 la coda è sbucata dall’altra parte affiancando e doppiando i ragazzi della mattina. L’idea della Eppòl di lanciare un prodotto rivoluzionario grazie a un messaggio post mortem del buon Stiv Giòbs ha colto tutti di sorpresa. Certo qualcuno ha dubitato, ma il video non sembrava certo taroccato.
Il buon Stiv, ancora in discreta forma spiegava: «Siate affamati!». E qui ci stiamo dentro, infatti non tutti avevano avuto la lungimiranza di portarsi dietro le salsicce.
«Siate folli!». E qui pure, visto che la spirale di 14.658 persone in coda la diceva lunga su quanto il popolo Mac seguisse fino alla follia i consigli del guru riconosciuto.
Pezzi contati, si diceva, pochi dannati pezzi contati si temeva.
Ci s’interrogava su quali fossero le funzioni di quest’iPond perché Stiv certo non l’aveva spiegato, e nessun esemplare - stranamente – era stato dimenticato al bar dal solito progettista distratto, quello con la testa nell’iCloud.
Nel gruppo di quelli in coda dalla prima ora ci stava Don Cielo, un calciofilo della Milano bene, o di quella da bere, o di una qualche cazzo di Milano, fate voi.
«Con l’iPond, ho sentito dire che ci vedi le partite in diretta, quelle della tua squadra…».
«Sai che spasso! Mica è una novità!».
«Già, ma con il touch potrai sospingere i calciatori della tua squadra oppure rallentare gli avversari, tutto in diretta. Roba da pazzi, anzi da Pazzini!».
«Sarebbe la fine del calcio, lasciatevelo dire da chi lo insegna… no no, io ho altre notizie su questa macchina infernale…» disse, sussurrando Don Kappa, un nobile dalle maniere gentili, non foss’altro per il fatto che si girava di lato quando doveva ruttare a Moretti.
Proseguì: «So per certo che l’attrezzo, questo aipond o come diamine s’appella, contiene un software sbalorditivo dove tu immetti una frase di poche parole e lui ti sputa fuori una perifrasi di sei volumi scritti in piccolo: immane godimento».
La contestazione arrivò da un tipo che stava dal lato dove Don Kappa si voltava per ruttare. Forse per vendicarsi delle fetide arie e forse per bastianismo innato, quest’uomo, Don Acca fece risentito:
«Tutt’altro, invece, io so del contrario. Il software sintetizza i concetti, pare che a Cupertino ci abbiano buttato dentro l’intera Divina Commedia e sia uscita solo questa frase: Viaggi dell’altro mondo. Citofonare Dante».
Don Never, che fingeva un’artrosi bilaterale in fase di maturazione avanzata e che invece stava pronto a scattare dentro, con una falsa partenza in perfetto stile Bolt, per accaparrarsi il primo iPond, nonostante avesse il numero 50, disse: «Ragazzi non scherziamo, l’iPond ha su un videogioco del menga, cioè del manga, volevo dire:  Yu-Gi-Oh in 3d che ti immedesimi a tal punto che quando hai finito ti vai a mangiare i pesci rossi crudi al luna park. E poi, comunque, questo numero 50 che cazzo è? Probabilmente è Fahrenheit, io dovrei avere il 10, il 10!»
Don José, che aveva uno zainetto con gli effetti personali e collaterali precisò che l’iPond per quanto ne sapeva lui era in grado di fare dei fotomontaggi vocali, dicevi “monitor” e dicevi “Napolitano” e lui scaricava dalla rete quello che gli serviva e ti sparava il jpg cotto e mangiato. Tempo di elaborazione 0,3 secondi.
Gli altri lo guardarono strabuzzando gli occhi, un tizio del secondo giro della coda, al sentire queste voci se li strappò via proprio e li diede a Don José che disse: «Questa cosa non ha senso. Mi piace».
Ormai era quasi mezzanotte, l’ora prevista per la straordinaria apertura del Supemercamél quando, nel cielo si vide un bagliore e un lampo frastagliato si conficcò proprio davanti all’ingresso lasciando lapilli e una nuvoletta di fumo dalla quale emerse una figura umana, magra e scura.
«Ehi, dolcezza, c’eravamo prima noi, non è che qui siamo a San Siro coi biglietti omaggio!».
Poi lo guardarono meglio e lo videro… anzi lo iVidero. Era proprio lui, un angelico e redivivo Stiv Giòbs.
«Seguitemi» disse Stiv. E lo seguirono, solo in cinque però, tutti gli altri non parevano vederlo.
Don Cielo, Don Acca, Don José, Don Never e Don Kappa presero a seguire il re della Eppòl che li rassicurò:
«Venite ragazzi, venite. In realtà mi potete vedere solo voi perché siete uguali a me».
E qui Don Kappa, che era sicuramente il più scafato chiese:
«Vuoi forse dirci che abbiamo un tumore al pancreas?».
«Mannò, mi riferivo al maglioncino nero».
In effetti, togliendosi le mani dalle tasche e abbandonando gli sfrucugliamenti testicolari, si accorsero solo in quel momento d’indossare praticamente una divisa, blujeans e maglioncino nero.
Poco più in là Stiv tirò fuori 6 iPond nuovi di pacca, ne elargì uno per ciascuno ai cinque Don e prese ad illustrarne le funzionalità grazie a quello che tenne per sé.
«Avevate tutte le ragioni a pensare che il prodotto fosse rivoluzionario. Lo è. Lo è a tal punto che oggi sarà ricordato come il giorno del non ritorno. Vedete Google? Lanciatelo… Non va. E wiki? andate su wiki… niente, morto stecchito».
«Forse non c’è uaifai…» azzardò Don Never.
«Uaifai lo dici a tu’ sorella» lo rimbrottò Don Kappa.
«No, la rete c’è, è proprio l’iPond che è progettato per funzionare così» continuò Stiv «vedete? Andate su quella straordinaria enciclopedia che avete, la ThreeDogs, non va nemmeno questa. E i database sul cinema? Sulla musica? Inaccessibili. Ma, badate bene, tutto questo bendiddìo sarà NON consultabile solo sull’iPond».
«Qui ci starebbe un “porco cazzo”, se non fosse un marchio registrato» chiosò Don José.
Qualcuno stava cominciando a capire.
«Quindi, su quest’affare non ci sarà niente di consultabile, nessun motore di ricerca funzionante, non un help in linea, né un forum, né un blog?»
«No, i blog non sono riuscito a tirarli via, quelli ve li dovete ciucciare, almeno fino all’uscita dell’iPond 2, mi spiace…».
Stiv a questo punto guardò i cinque negli occhi: «Era l’unico modo, ragazzi, per costringervi di nuovo a pensare, a ragionare, a usare la vostra testa, ad essere attivi, a ponderare… a ponderare…»
Poi se ne andò, scivolando via dentro a un alone lumiscente e addentando una pera.
«In verità in verità vi dico: le mele mi hanno sempre fatto schifo!»

9 ottobre 2011

Il tempo di morire

Serve tempismo nella vita. Per nascere, per esempio. O per sposarsi. Sicuramente per morire.
Voglio dire, siete liberi di nascere quando vi pare, ma se per caso vedete la luce il 10 gennaio 1980, il giorno dopo nessuno parlerà più di voi. Nemmeno i vostri parenti stretti si ricorderanno che siete nati, perché il giorno dopo, a Bibbiena, nascono i 6 gemelli Giannini. Pure vostra madre se le chiederanno com'è andato il parto dirà "penso lungo, erano in sei!"
E io che mi son sposato la settimana prima di Felipe di Spagna -un cazzo di Borbone-? Nessuna speranza che il mio potesse diventare il matrimonio dell'anno.
Ma pure a morire, cristosanto, è meglio se stiamo attenti.
Te ti puoi pure chiamare Guido Pancaldi, avere fatto la storia della televisione, esserti piegato per un milione di volte su un microfono gridando "Attention: Trois, deux, un" per poi fischiare assieme a Gennaro, puoi avere lanciato seimila fil rouge e pronunciato all'infinito l'epocale frase "Il Belgio gioca il Jolly" ma, che diamine, se vai a crepare il giorno prima di Steve Jobs, beh un po' te la sei cercata.
Chi vuoi che ti ricordi, Guidino? Chi cavolo ti degnerà d'un misero coccodrillo?
Tutti dietro al mister Apple, chi penserà a te?
Giusto io. Io che rammento quelle sere dei giovedì di giugno, fatte di pizza e pasta fritta, fatte di lucciole, di Freccia Nera e di Giochi Senza Frontiere, come gli stralci di un anticipato Paradiso. Giusto io.
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