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13 ottobre 2016

Hombre zafferano


(modellate la polpetta come se fosse una parte di voi)

Questo non è un blog di ricette, no.
Tuttavia ci piace cucinare a noi della Linea.
E ci piace anche l'effetto ratatouille e la folgorante intuizione che può scaturire da una madeleine in quella ricerca di noi stessi, o di noi stessi imbevuti in un tè o in un periodo della nostra vita nostalgicamente migliore di oggi.
Arrivo così al pastel de bacalhau, che mi aiuta a rivivere, nella decadente ma vigorosa rinascita di Lisbona, un momento di ferie, burroso e felice.
Ora, se siete a Lisbona, andate al Museu da Cerveja in Praça do Comércio e mangerete i migliori pastel della galassia, oppure seguite queste mie dritte e... Andrà tutto bene (cit. Don Draper).

Ricetta x 4 persone
400 gr di baccalà
500 gr patate
2 (o quante ne servono) uova
1 cipolla piccola
olio extravergine di oliva
un mazzetto di prezzemolo
pepe
noce moscata
olio per friggere (girasole)
formaggio (taleggio)

Metti a mollo il baccalà (24/48 ore prima)
Cuoci le patate intere con la buccia in acqua bollente salata per 40-45 minuti (o in pentola a pressione per 10). In un’altra pentola lessa il baccalà in acqua (non salata) per 15 minuti.
Soffriggi la cipolla tritata fina con un filo d’olio EVO. Se serve aggiungi un po' d'acqua calda perché la cipolla resti morbida e non bruciacchiata.
Scola le patate, sbucciale e schiacciale.
Scola il baccalà, spellalo e togli le lische, se le trovi, sfilacciandolo finemente con le dita.
In una ciotola mescola insieme il baccalà sfilacciato, le patate schiacciate, la cipolla rosolata, il prezzemolo tritato, un po’ di pepe e la noce moscata. Aggiungi un uovo alla volta e mescola bene prima di aggiungere il successivo (se devi ammorbidire di poco aggiungi solo il tuorlo).
L'impasto deve risultare morbido ma non troppo umido, passalo in frigo per una mezz'ora per compattarlo meglio.
Assaggia e aggiusta di sale.
Forma le polpettine con l’impasto aiutandoti con due cucchiai e inserendo in mezzo un listello di formaggio che si possa fondere durante la friggitura.
(certo Lei era più brava)
La ricetta ufficiale parla di queso de serra (formaggio di montagna), io ho messo il taleggio, ma si può osare anche con un cacio più forte (gorgonzola arrivo!).
Friggi in abbondante olio, scola e mangia.

p.s. leggenda vuole che per cucinare il baccalà in Portogallo esistano 365 ricette, una per ogni giorno dell'anno, e che una ragazza in cerca di marito le debba conoscere tutte. Dài, bimbe, cominciamo da questa.
(guardali dentro bellini)


14 agosto 2012

Il ferragosto più sfigato

Ovvero Vinci un'agenda di Comix - 3.
Tempi duri per tutti con questa crisi, anche per la Madonna che, per effetto della spending review, da quest'anno, non sarà più assunta in cielo, ma soltanto contattata per un colloquio. Le faranno sapere.
Tornando a noi, stavolta serve una storia strappalacrime.
Fatevi avanti, descrivete il vostro Ferragosto, finzione realtà, passato futuro, poco importa, fondamentale è che riusciate a ispirare pena e compassione così, magari, sarete eletti e riceverete l'agenda in premio.
Chi pensa che l'agenda di Comix faccia cagare è meglio se evita di parlarci dei suoi istinti suicidi perché l'arrivo del pacco a casa potrebbe infliggergli il colpo di grazia.
Mi raccomando l'ironia, ragazzi, non è detto che il 15 agosto al bagno 78 di Rimini, da Guido e Luca, trascorso tra un mojito e un gavettone sia migliore di un Ferragosto in città, imboscato al fresco di un divano con un libro di Bukowski tra le mani.

La base d'asta sarà il mio Ferragosto:

Due ore e mezza di macchina all'andata, pranzo coi parenti, rompimenti di balle da destra e da manca mentre invano tento di ritagliarmi una pennica su una sdraio, due ore e mezza di macchina (se va bene) al ritorno.

Chi offre di più?

21 giugno 2012

Di Sasso restare

Matera è qualche cosa, insomma, va vista.
Ti resta negli occhi, la sua storia, il caldo torrido, la gravina, i paesaggi delle colline attorno e la sensazione privilegiata d’essere in un buco segreto di mondo.
Anche parcheggiare in piazza San Pietro Caveoso, dov’è stato flagellato Jim Caviezel in The Passion di Mel Gibson, fa un certo effetto, cristosanto.
Epperò, 'sti Sassi, son patrimonio, sì, ma di chi?
Dell’Unesco, dei materani, dell’umanità? Certo, quello è che canalizza il flusso continuo di visitatori: i Sassi.
E allora, se mi permettete, non so bene a chi rivolgermi, questi Sassi dovrebbero essere mantenuti a garbo. Non si può visitarli e scoprire che all’interno vi sono abbandonati rifiuti di ogni genere che nessuno si prende cura di togliere o di segnalarne la presenza.
Ci siamo imbattuti in alcuni Sassi davvero vergognosi. Così, a memoria, ricordo tracce inqualificabili della civiltà moderna: bottiglie vuote di birra, sacchetti in plastica pieni d’immondizia, bucce di cocomero a gogò, tavolini da giardino semi-apparecchiati, sacchi a pelo, gomme di bicicletta, ammassi indistinti di calcinacci e terra, lattine.
Va da sé che visitare i Sassi, per loro natura, ci s’immagina che non sia come andare a zonzo in un salone degli arazzi, ma un conto è il grezzo naturale, l’odore di vissuto e di muffa di un Sasso scavato nella calcarenite e un conto è l’abbandono e l’incuria in cui alcune grotte versano.
Che devo dire? Son rimasto stupito anche che ci abbiano accompagnato nel nostro giro guidato al cospetto dei Sassi profanati dalla sporcizia (e non era materiale del giorno prima, vi assicuro). Non sarebbe cambiato molto ma, almeno, fatevi  furbi: portate i turisti dov'è pulito e nel frattempo (SUBITO!) sbrattate il resto.
Basta poco, una mattinata e un manipolo di volontari.

Quanto alla soundtrack di Matera consiglio Johnny Cash, io l'ho sentita là, alla radio, venendo via e... beh.

16 giugno 2012

Soco soco bate bate soco soco vira vira

Ho mangiato talmente tanto che mi hanno recensito su TrippaAdvisor.
Una settimana al meeting sportivo in cui mi sono distinto soltanto a tavola (e non era quella a vela!).
Tanto tennis, un fiume di mojito e bagni ripetuti tra la piscina e lo Ionio, insomma tutto il pacchetto villaggio. Compresi i balli di gruppo.
E per ogni cosa che ti servisse, dovevi presentarti colle mossette del Soco Soco, altrimenti non ti cagava nessuno. Se non ti picchiavi i pugnetti, i palmi e il petto non mangiavi, non entravi in piscina e non ti pulivano manco la stanza.
E allora ci siamo adeguati e lasciati travolgere dall'animazione anche se tutto quel battersi il petto ricordava piuttosto un massaggio cardiaco e una più appropriata rianimazione.
Tre chili ho tirato su, ma se Dukan pensa di veder passare il mio cadavere sotto al fiume dei suoi milioni si sbaglia di grosso.
E ringraziate che non vi parlerò dei personaggi conosciuti nella settimana: La Singol, il Tabarino, Ray Andreotti Charles, Cicciopeloso, il Fornax arabo, la famiglia Grasso è Bello, la Strafi, Basettone, Zambrotta anziano, Ginger e Fred, Alberto Castagna vivo, Ce l'ho solo io e la signora Carmela.

Comunicazione di servizio: il pane di Altamura causa dipendenza.

23 marzo 2012

Russo for dummies

Io ai miei figli ci ho insegnato il russo.
Prima a uno, e sedici anni dopo a quell'altro.
E in quell'intervallo mica l'ho parlata più la lingua di Cechov (foto ansa-rostock), però il russo è come andare in bicicletta, e quando l'hai imparato non lo scordi più.
Dice, ma come mai conosci il russo, l'hai studiato?
No, lo so a orecchio.
C'è chi l'orecchio ce l'ha musicale, ma a me Dio non me l'ha dato, io non riconosco un si bemolle da un mi cantino, un la diesis da un là dietro.
Però c'ho l'orecchio per il russo, che ci volete fare?
E insegnare il russo a un cucciolo di tre anni è un gioco divertente, anche se resta un gradino sotto a Schiaccia il Sofficino.
Ad ogni modo, se vi va di fare un salto a San Pietroburgo o un volo a Mosca, magari emulando le gesta di Mathias Rust, ecco le frasi utili che è consigliabile conoscere:
- Ehi, testadiminchioski, la mia valigioski non è arrivatoski.
- Buongiornoski, cornettoski e cappuccinoski, per favoroski.
- Mi scusoski, da che partoski per il Cremlinoski?
- Quanti rubloski costoska matrioska?
- Vaffanculoski (da usare con parsimonia).
- Sono un ganzoski (in caso di vostro effettivo atterraggio in Piazza Rossa).

Ah, dimenticavo, leggeteli i Racconti di Cechov che sono straordinarioski, oltre che tradotti da linguisti più accreditati di me.

2 gennaio 2012

La Serenità non è star sopra un albero

Mi prendo la Libertà di citare un po' a capocchia Giorgio Gaber mentre osservo l'incedere a grandi falcate della Serenità come soggetto protagonista degli auspici scambiati per queste feste.
La vecchia, classica, augurata felicità da qualche anno segna il passo e - con un colpo a sorpresa che ricorda quello sui cognomi italiani, quando c'informarono del sorpasso dei Russo sui Rossi - viene surclassata dalla Serenità, appunto.
Come piace augurare la Serenità (spesso anche la pace), e come piace inserirla tra i desiderata per il nuovo anno. Eh, no! Troppo facile.
Chi domanda per sé la Serenità tipicamente fonda la richiesta su una serie di postille scritte in piccolo che qualunque avvocato potrebbe indicarvi come causa di non applicabilità, se non addirittura di nullità, del contratto stesso. Come una letterina a Babbo Natale in cui il bambino chiedesse "tutti i giochi che vorrei" la richiesta della Serenità è una malcelata summa di benefici personali tipo: tre settimane alle Maldive, tanta salute per me e i miei familiari, una bella vincita a qualche lotteria, una promozione a lavoro, tanti nuovi amici e un tot di buon sesso.
Suona quindi come una presa in giro per l'Esauditore dei desideri sia esso Santa Claus, un qualche Dio, Giove Pluvio o l'anima santa del vostro trisnonno beato.
Devo dire... tutta 'sta Serenità augurata o pretesa suona proprio male. La partecipazione, al fin della fiera, manca.
È un troppo pieno che ha la stessa utilità di un vuoto abissale, come una mail troppo lunga e fatalmente illeggibile. Fossi io l'Esauditore, sarebbero le prime richieste cestinate.

30 dicembre 2011

Rapporto di Lettura 2011

Non sono un recensore di libri, sono un lettore e come tale ho i miei gusti, tra l'altro, mutevoli nel tempo.
L'elenco che segue, per questi motivi, non può considerarsi una classifica, semmai, più propriamente, un rapporto di lettura.
Le votazioni (espresse in Carver) sono il frutto del mio personalissimo gradimento.

Vi invito quindi a considerare con le dovute molle i voti che, comunque, mi va di affibbiare.
Magari qualche spunto, quello sì, si può trarre.
In sintesi il 2011 si chiude con 3 capolavori, tanti libri sopra la sufficienza (considerate che quasi sempre gli insufficienti li abbandono prima, cosicché non arrivano a figurare in nessun rapporto di lettura), e alcune inevitabili delusioni.


Olive Kitteridge - Elizabeth Strout (3,4)
Un personaggio speciale, Olive, che veleggia lontano dagli stereotipi letterari, un personaggio nel quale non ti va d'immedesimarti e che ti offre una visione asciutta del suo mondo, un mondo vero.

Senza Luce - Luigi Bernardi (2,6)
Una bella idea, sviluppata con stile e senza fronzoli.

Aria Sottile - Jon Krakauer (3,6)
Per un appassionato come me della letteratura di genere, un testo da divorare. Un documento appassionante.

XY - Sandro Veronesi (1)
Una delusione. Un libro ben scritto, frutto anche di ottima documentazione su alcuni dei temi trattati. E basta. Proprio basta. Trama e epilogo inaccettabili per un lettore. Un libro che elude furbescamente le regole più banali della scrittura. "Niente trucchi da quattro soldi" tuonava Carver, lo sento che si rivolta. Un romanzo che mai nessun editore avrebbe accettato da un esordiente, e questo per me è motivo sufficiente per considerare tempo perso le ore dedicategli.

Che tu sia per me il coltello - David Grossman (3,2)
Il libro più sottolineato dell'anno. Sviluppa una situazione non originalissima (scambio epistolare) in modo ricercato e con una scrittura affascinante. Siete innamorati (ma davvero!)? È la lettura che fa per voi.

Flemma - Antonio Paolacci (2,5)
Un romanzo d'esordio di spessore. Una scrittura fin troppo ricca lo appesantisce un po', per il resto è perfetto.
Crea suspance e non lascia dubbi antipatici al lettore. Ti fa capire alcune situazioni ed evoluzioni della trama senza esporle direttamente e questo è un merito. Sempre se le capisci.

Niente da Capire - Luigi Bernardi (2,9)
È una raccolta di racconti incentrati sul personaggio di Antonia Monanni, un magistrato molto umano. Alcuni dei racconti sono piccole perle che meriterebbero una votazione più alta.

Odore di chiuso - Marco Malvaldi (3)
Il modo in cui questo ragazzo scrive è un piacevolissimo cocktail giallo/ironico. Farà strada, tanta.

Hanno tutti ragione - Paolo Sorrentino (3,5)
Ho già parlato di questo romanzo che secondo me ha una prima parte straordinaria da un punto di vista narrativo (con una prefazione da 4,5), ma poi si perde in una serie di personaggi tutti troppo sovrapponibili.

Canale Mussolini - Antonio Pennacchi (4,2)
Un capolavoro. È una vera forza questo romanzo. Storia vera sullo sfondo, ne senti l'odore e il sapore, personaggi superbamente descritti. Alla fine, la sensazione che ti lascia è che vorresti averlo scritto tu. Maledeto Pennacchi e maledeti i Zorzi vila.

La vita agra - Luciano Bianciardi (2,2)
Un libro amaro, uno spaccato duro e alquanto deprimente. Non ero nel momento giusto per sorbirmelo.

La biblioteca dei morti – Glenn Cooper (1,8)
Intendiamoci è un libro che può piacere e che, comunque, si legge d'un fiato, volendo. Ma anche no. Penso che a vent'anni (i miei vent'anni) mi sarebbe piaciuto parecchio, ma adesso non è più uno stile che mi si confà. Molto mestiere, ecco... ricorda Dan Brown. Ah, e poi c'è un episodio fondamentale della trama spiegato con sufficienza e non accettabile.

La briscola in cinque - Marco Malvaldi (2,4)
Una lettura leggera ma molto piacevole, si sorride, spesso anche si ride.
Il primo romanzo coi personaggi del BarLume, Ampelio & Co., tipi da conoscere.
Deludente la soluzione del giallo, a mio parere molto scontata.

Il gioco delle tre carte – Marco Malvaldi (2,8)
Ancora al BarLume, gli ingredienti sono gli stessi e il risultato più che sufficiente.

Momenti di trascurabile felicità - Francesco Piccolo (2,5)
Niente di che. Belle fotografie di vita vissuta, alcune situazioni anche esilaranti.
Una lettura semplice e nel complesso gradevole, del resto non penso che l'autore puntasse a qualcosa di diverso.

Pastorale americana - Philip Roth (4,3)
Un capolavoro. Non c'è molto da aggiungere. Un bel malloppo di pagine che si fanno ingoiare in fretta. Si parla de Lo Svedese, della sua vita, della sua famiglia, ma nulla è banale.
Il problema più grosso è che quando l'hai finito ne vorresti altre due o trecento pagine.

Le correzioni - Jonathan Franzen (4,4)
Un capolavoro. E non ve lo sto certo a dire io.
Franzen ha una capacità fuori dal comune di entrare dentro ai personaggi, ai loro pensieri, ai loro desideri, alle loro paure e descrive il tutto con maestria, dovizia di particolari e ricercatezza di lessico impareggiabili. E li distingue i personaggi, nettamente uno dall'altro, con le loro peculiarità e le loro anime. È una lettura che richiede attenzione e tempo (le 5 pagine a sera non vanno bene), altrimenti può tendere al pesante.

Lotta di classe - Ascanio Celestini (2,8)
Lo leggi e ti senti nelle orecchie la voce di Ascanio, questo ti aiuta anche un po'.
Storie amare ma con picchi gustosi d'ironia, come piace a me.

Burned children of America - AA.VV. (2)
Nel complesso deludente, contiene un racconto di DFW, l'ho preso in biblioteca solo per quello.

Una vita da lettore - Nick Hornby (n.v.)
Un ottimo stacco tra un romanzo e l'altro. Un lettore coi controfiocchi come Hornby può con venti righe di recensione prenderti a calci nel culo fino alla libreria più vicina per farti acquistare quello che lui decide. E io mi ci lascio pigliare, a calci.

Antologia lama e trama 2011 – AA.VV. (n.v.)
Mi sento di dare un voto (3) solo allo splendido racconto di Giampaolo Simi che apre la raccolta: The Winner Takes It All.

Sotto il crinale e altri racconti - Ernest Hemingway (3,5)
Non stiamo qui per divulgare il verbo. Hemingway è Hemingway, possiamo solo chinare il capo e godere dei suoi scritti.

Arrivederci amore, ciao
- Massimo Carlotto (3,2)
Una rivelazione. Titubavo, e invece meritava eccome. Storia a parte è la pulizia della scrittura (e i carveriani sanno di cosa parlo) il suo massimo pregio.
Dritti al punto, senza inutili orpelli. Prevedo di dedicarmi all'Alligatore nel 2012.

L'estate torbida - Carlo Lucarelli (2,6)
Avvenimenti vissuti da vicino dai miei vecchi e spesso sentiti in salse simili nei loro racconti.
Il giallo intreccia la storia in un canovaccio in cui Lucarelli è maestro.

Trilogia della città di K. - Agota Kristof (2,8)
Sulla scrittura niente da dire: un punto d'arrivo.
La trama mi ha lasciato non pochi dubbi e con la lettura della seconda e terza parte s'ingarbuglia forse un po' troppo. Almeno per me. Alla fine la sensazione è che non tutti i tasselli siano andati a posto. Affascinante la prima persona plurale scelta per narrare il primo episodio della trilogia.

La traccia dell'angelo - Stefano Benni (2,2)
Un libro poetico, troppo per il Furio di questo tralcio di vita, con una buona idea (peraltro non originale) sviluppata con esperienza.
È un regalo di mia nipote e l'ho letto su una copia autografata da Benni stesso, con dedica personalizzata e disegno di Lucio Lucertola (da Comici Spaventati Guerrieri).

Storia della mia gente - Edoardo Nesi (2,5)
Saggio amaro sulla crisi dell'industria tessile nel pratese.
Nesi e la sua famiglia avevano un'impresa e in quest'opera Edoardo ne racconta l'origine, l'ascesa e il declino. Alcuni sfiziosi aneddoti letterari impreziosiscono l'opera.

Mattatoio n. 5 - Kurt Vonnegut (2,9)
Un'opera difficile da classificare. È fantascienza reale. È realtà fantastica.
Prende spunto dalla sua vita, Vonnegut, dal bombardamento di Dresda della Seconda Guerra Mondiale, e viaggia libero, con Billy Pilgrim, nel tempo e nello spazio.
Fino a Tralfamadore. In certi spunti mi ha ricordato Salinger.

Volevo vivere per sempre - Sally Nicholls (2,3)
Un libro triste, si piange, da evitare se in depressione o in odore di.
La scrittura è forzatamente semplice (è il diario di un bambino), ma certe riflessioni appaiono eccessive per un bambino dell'età del protagonista.

Open - Andre Agassi (3,3)
Se amate il tennis Andre vi offre un esclusivo sguardo dall'interno, ma è gradevole comunque, seppure in certi tratti appare un po' forzato.
Da un punto di vista tennistico non è che sia di grande aiuto - Agassi odia il tennis! - ma ti spinge ad aggredire quella cazzo di pallina gialla, questo sì.

27 novembre 2011

La Coca Cola con la cannuccia

Per noi fiorentini sarebbe una goduria girare l'Italia, in ferie o per lavoro, se non finissimo fatalmente per incontrare dilettanti appassionati linguisti che ci chiedono, con l'originalità di una mosca sulla merda, di pronunciare la frase che campeggia nel titolo del post. E che io non voglio più ripetere, e nemmeno scrivere.
Comincia che hai sedici anni e alle ragazzine di Varese che trovi al campeggio di Orbetello, quando scoprono che sei di Firenze, s'illuminano gli occhi di una luce vivida e porcina. Qualche secondo di pia illusione che ci possa scappare una slinguazzata e poi la realtà dei fatti: si vogliono solo fare una risata godendo della tua "c" aspirata.
E tu le accontenti, e loro ridono, e pensi "ganzo". Non ti rendi conto che sei entrato in un vortice dal quale non uscirai forse più.
La C aspirata a noi non piace, non è che ce la portiamo appresso per esibirla come un trofeo, ce la siamo ritrovata sottopelle e non ce ne possiamo affrancare se non a costo di sacrifici di dizione intensi e spesso insostenibili.
Quando parliamo tra fiorentini non ci accorgiamo di usarla ma con gli altri, beh, la cosa può creare imbarazzo. Non è che dovete proprio ficcare giù il coltello nella ferita e ravanare con 'sta menata della bevanda di Atlanta e del suo tubicino atto a suggerla, spesso afflitto da scarsa lunghezza.
La C aspirata è una piaga della società fiorentina e come tale si cerca di limitarla, visto che debellarla appare improbo e che non un Sabin, non un Jenner s'è mai dedicato alla questione.
Alcuni non fiorentini sostengono che in fondo la nostra parlata è simpatica e che non dovremmo cercare di trattenerci, anzi, ci rende persone più interessanti.
La peggiore trovata dello straniero al cospetto d'un concittadino di Dante è quando il tipo cerca di proferire una qualsiasi frase in fiorentino. E dire che sembrerebbe facile, non è che il nostro non-dialetto ribolla di vocaboli strambi e intorcinati o tronchi o sbilenchi. Basta buttare lì un po' di parole e aspirare le cazzo di C. E no! E no che non va bene!
Ecco le frasi tipiche di chi tenta di parlare in fiorentino ma è nato a Tarvisio, o in altro loco fuor di Toscana per intendersi.
Che vai a hasa? Che è hotta la bistecca? Fa haldo, maremma fa haldissimo.
E no, e no: è una questione di C.
Le suddette frasi in bocca a un fiorentino verace suonano più o meno così: Che vai accasa? Che èccotta la bistecca? Faccaldo, maremma faccaldissimo.
La raddoppiamo la hazzo di C, quando ci va, altro che aspirarla. Non c'è una regola: quando l'aspiriamo, quando la mangiamo proprio, quando la raddoppiamo e quando la nascondiamo sotto il tappeto. Non c'è una regola, ma se anche ci fosse non è che la sappiamo.
La C aspirata ce la tramandano i nostri vecchi, assieme al pane sciocco, all'amore per il Cupolone e ai racconti sull'alluvione del '66 in una fisiologicità mendeliana che non richiede ulteriori spiegazioni.
Tempo fa avevamo sfiorato l'argomento qui nei commenti assieme a Viola (un nome una garanzia per noi), approfondire la tematica mi aggradava anche se magari non era la mia massima... aspirazione.

Il 50% del ricavato di questo post è devoluto all'ACCA (Associazione Contro la C Aspirata)

17 novembre 2011

Non esistono più le mezze stag

Per noi che aborriamo le frasi fatte quant’è vero Iddìo… ah, quant’è vero Iddìo si può connotare come una frase fatta? Ah, ok, riprovo.
Per noi che aborriamo le frasi fatte non ha molto senso andare a distinguerle affibbiando loro da 1 a 5 stellette di banalità, cercheremo comunque di evitarle come la peste. Ah, come la peste… ok, ok.
… di evitarle.
Epperò che in giro si continui a blaterare senza costrutto sul fatto che non esistano più le mezze stagioni a me mi urta, con l’a me mi rafforzativo.
Intanto le cosiddette mezze stagioni, sono stagioni vere, intere, intonse nella loro dignità. Hanno un nome, preciso, definito, noto a tutti e da tutti riconosciuto, sono la primavera e l’autunno e, quindi, già chiamarle mezze stagioni mi sembra offensivo.
Ma avete presente il ribollire dei campi in aprile, la forza prorompente delle nuove gemme o la straripante bellezza della campagna autunnale? Sì? Beh allora, come punto primo non le chiamerei mezze stagioni.
Sarebbe come dire che Mark Spitz è stato un mezzo nuotatore o che la Callas è stata un mezzo soprano o che moltiplicare i pani per i pesci è un mezzo miracolo o che se il cine è mezzo vuoto è perché sono venuti tutti con il mezzo pubblico o che Vivaldi ha scritto le 3 stagioni (*) o che io potrei smettere tra mezzo secolo di usare la parola mezzo.
Sì lo so cosa volete dirmi, che per mezze stagioni il pensiero comune si riferisce, più che alla primavera e all’autunno propriamente detti, ai periodi di clima intermedio quando non fa troppo caldo né troppo freddo.
Beh, mi spiace deludere gli amanti delle frasi fatte, ma adesso siamo esattamente in una cazzo di fottuta, dannata mezza stagione. Ergo, anche qualora per mezza stagione si voglia intendere questa medietà di clima, beh… la mezza stagione è viva e lotta insieme a noi.
Adesso, come un mese fa, come due mesi fa, non fanno 40 gradi all’ombra e se vi affacciate alla finestra scommetto che non vedete manco nevicate coi fiocchi. Nessuno che passa in autostrada cogli sci sul portapacchi o col gommone al seguito, vi siete chiesti perché?
Non fa caldo torrido e non fa freddo glaciale, ecco perché. Siamo in un periodo dell’anno temperato dove la gente non va in giro in bermuda e infradito (nemmeno Sandokan!) e non inizia ogni benedetta giornata smoccolando e grattando via il ghiaccio dal cristallo dell’automobile colle unghie.
Eviterò di pubblicare queste righe nuovamente ad aprile prossimo, magari mettetevi un post-it se vorrete rileggerle perché saranno attuali anche allora.

(*) 2 stagioni intere + 2 mezze stagioni = 3 stagioni

19 ottobre 2011

Per Elisa

Ovvero Il padrino parte seconda.
Una volta, quando ancora la Chiesa non mi aveva scomunicato per la mia improvvida adesione alle aperture della legge Fortuna, ero molto richiesto sul fronte battesimale. Così sono stato richiamato la prima volta da mia sorella, per mia nipote, ed è stato quando sono arrivato alla cerimonia in anticipo su tutti perché ero nella fase Il Padrino parte prima.
Le mie figliocce salirono a due, quando il buon Giacomo (sì quello che mi chiama Ciccio) mi precettò per il ruolo di padrino, anzi semipadrino perché c'era pure la Betta, per la sua primogenita, l'Elisa appunto. Era il 1996 e la pupa aveva finalmente visto la luce dopo una gravidanza da non prendere sotto tacco.
Approfitto quindi per fare un uso privato del blog pubblico e postare i miei più cari auguri alla mia figlioccia Elisa (vedi foto).
Di una cosa, Elisa, mi scuso... di averti costretto in quel di Tarquinia a sciropparti 15 puntate di Dragonball con quella cazzo di sfera di energia che veniva dal cielo e giù e giù senza arrivare mai, quando invece tu avevi espresso chiaramente la tua volontà: "Epperò io volevo colorare!".
Spero che poi ti sia potuta sfogare colorando uno, dieci e mille fogli così come hai colorato vivacemente le vite di Giacomo e Lucia.
E scusami anche per Pietro, lo so quanto possano essere fastidiosi i fratelli minori, probabilmente se non andavo a tirarlo via io stava ancora impalato là, nel corso di Massa Marittima. Capita a tutti di sbagliare, non farmene una colpa.
Certo, con i genitori che ti ritrovi, il mio ruolo è svilito assai, per dirla tutta mi sento mobbizzato come padrino. Mai una volta che ci sia stato un bisogno chessò di portarti a pallavolo o di venirti a pigliare davanti a una discoteca. Ti giuro che l'avrei fatto volentieri, scommetto che hai un sacco di amiche con le mamme bone.
Vabbè, seddarcaso fischia e io arriverò al galoppo, manco fossi il cavallo di Zorro.
The last but not the least I want to say goodbye in English so I'm sure your father will not undestand these words although exists Google Translate. I embrace you and send you a big kiss. Your godfather.

Ti lascio con un testo dei Vicini di casa, trattasi non di Cinesi di via di Peretola e nemmeno dei miei dal cantiere sempiterno, sono un gruppo musicale degli anni '70 che si eran presi la briga di descrivere quest'età (15 anni) che non ritorna. A dirlo a te, a me non sono tornati indietro nemmeno i sedici, i trentotto o i quarantaquattro. Tienilo a mente.

Ti ricordi più i nostri quindic'anni
sulla strada della scuola
ci s'incontrava
e parlando del più e del meno
dei nostri affanni con la radio sull'orecchio
si sentiva:
"I'm so young and you're so old
this my darling I've been told"
e quando uscivamo dal liceo
prendevamo insieme il primo tram al volo
e scandalizzando un prete mi baciavi
e guardandomi negl'occhi sussurravi:
"oh Carol I am but a fool
darling I love you though you treat me cruel"
quindic'anni quindic'anni quindic'anni
poesia di un'età che non ritorna
sulla bicicletta in due senza mani
matti come due cavalli io e te..
ogni sabato io ti aspettavo in casa
ma la geografia era una scusa
tu sapevi che correvi certi rischi
quando al buio sentivamo il giradischi:
"forever love me forever
forever say you'll be mine"
quindic'anni quindic'anni quindic'anni
poesia di un'età che non ritorna
una sigaretta un prato e le canzoni
i padroni del domani io e..
..anni quindic'anni quindic'anni
poesia di un'età che non ritorna
sulla bicicletta in due senza mani
matti come due cavalli io e te...


E se li volete riascoltare 'sti 15 anni...

29 settembre 2011

Lo Scolapasta Assassino

Stavamo al campeggio e io ero addetto all’asciugatura delle stoviglie. Nella dotazione della nostra casa mobile c’era uno scolapasta bianco.
Per non inzuppare troppo il canovaccio, mi sono avvalso della tecnica di pre-asciugatura brevettata e nota come scuoti-l’acqua-dalle-finestrelle-di-quei-buchetti-del-cazzo ® .
Così me lo sono battuto sulla mano sinistra infliggendomi un dolore imprevisto e lancinante. Lo scolapasta infatti aveva tre piedini, a me ignoti, e me ne sono piantato uno sul palmo della mano.
Il dolore è passato, dopo un po’, non è che ho rischiato un’amputazione, insomma.
Solo, da allora – e qui lo giurerei sulla testa dei miei figli se fossi Tu Sai Chi – ogni volta che lo prendevo in mano una scossa di brividi mi squassava dalla cervice ai talloni.
Bon, le ferie son finite e hai risolto, diranno i miei 25 adorati lettori. Manco per idea, invece!
Adesso ogni scolapasta del mondo che tocco mi provoca la stessa irritante sensazione. Brividi, brividi spessi un dito.
Quel che è peggio è che l’escalation pare senza fine. Mi basta pronunciare la parola e il brivido parte automatico, mi agguanta prima la testa e poi mi percorre in verticale, attraversandomi.
Ma dirò di più, e angosciosamente lo scopro adesso, è sufficiente scriverlo o anche solo pensarlo.
Sto valutando se tirarci fuori un horror.
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