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26 marzo 2020

Lettera dal fronte

Qualcuno si ricorda di questa ragazza? Bella de zio!
La bimba in questione - bella pure de su' nonna, la poetessa Giovanna -, ha condiviso una riflessione su quello che da qualche giorno è il suo nuovo lavoro, nel reparto Covid dell'ospedale qui da noi.
Ve la riporto, non c'è molto da aggiungere.



Vedere questi pazienti col Covid è tosta!
Non poterci parlare. Toccarli il meno possibile.
Soli nelle loro stanze, a fissare il vuoto, tutti con le ventimask per poter respirare.
E noi infermieri quando entriamo in reparto siamo bardati da cima a fondo. E se ci manca qualcosa abbiamo un telefono interno con cui parlare con il collega che sta fuori e ti va a prendere quello che ti serve, deflussori, siringhe...

Te sei lì. Dentro, chiuso... In trappola, come loro.
Unica salvezza (e ti giuro che dopo che sei un'ora dentro, diventa una vera e propria salvezza) quella porta che ti riporta tra i "sani e i vivi"
È come se entrando tu entrassi nel regno dei morti, e sei lì con loro. E sai che se fai qualche passo falso puoi essere uno di loro.
E quella porta è la salvezza che ti riporta di là.

E loro poverini che ti chiedono "Ma sto meglio di ieri?". E te che gli dici di sì... li guardi negli occhi, ti senti morire.

20 maggio 2019

Pregare dio, o chi per lui

Non prego più, nessun dio.
E dire che ho pregato tanto, per me, per i miei cari, per tutti i miei affetti.
L'unica volta che ha funzionato davvero è stato quando la Madonna, o chi per lei, una cinquantina d'anni fa mi fece ritrovare la checca, la mia adorata gallina mugellese che era sparita da tre/quattro giorni.
Un vero miracolo.
Poi la checca se la pigliò in prestito mio zio che le diede l'opportunità di diventare mamma anche se, sul più bello, una volpe mise fine alla checca e alla sua prole pulcinesca.
Ho pregato tanto anche per non bocciare a scuola o per non farmi interrogare in certi giorni.
Ho pregato per far innamorare di me certe bambine.
Ho pregato perché i miei genitori restassero insieme.
Ho pregato per non perdere la fede, anche se in questo caso si genera una sorta di circolo vizioso che temo invalidi l'esito.
Ho pregato in chiesa e a letto.
Ho pregato anche solo per mantenere una routine tranquillizzante.
Adesso non prego più, dicevo, ma non sono sicuro che dovrei festeggiare come se avessi smesso di fumare.
Però pregare mi aiuta, questo devo riconoscerlo, quando non puoi fare nulla, quando non sei più l'artefice del tuo destino o di qualunque altra faccenda, quando ragionare non basta più, ecco che rispunta fuori da qualche recesso una preghiera anche fatta solo di pensieri e di brevi lampi da lanciare, come razzi da una zattera in mezzo all'oceano.
Che ne so, magari qualcuno li vede.

17 maggio 2019

Ti ho vista che coglievi le more


Non è colpa tua se mi sono innamorato di te. Non è colpa di nessuno.
Forse il tuo vestito a fiori accarezzato dal vento, forse la tua determinazione, forse il continuo alzarti sulle punte per arrivare ai rovi più alti.
Niente sapevo di te e in quell'attimo ho compreso che avrei amato tutto, tutto quello che mi era ignoto mi si sarebbe piano piano svelato e l'avrei accolto come mio.
Lo sapevo e basta.
Sapevo anche che quando ti avrei raccontato questa storia tu avresti sorriso, lusingata ma scettica, e io ti avrei amato ancora di più.
Le more, è buffo no?
All'improvviso mi sembra tutto così banale da raccontare, da leggere.
È talmente difficile srotolare un ricordo capace di scioglierti il cuore e darlo in pasto allo scritto.
Tu che cogli le more è la mia scena della fontana in Espiazione, ricordi? Che meraviglia.
Potessi dare un millesimo di quella forza descrittiva alle parole che spennellano la tua silhouette protesa verso le more più mature, con il tuo braccio nudo che sfida le spine.
Ma non riesco, seppure quell'attimo è stato il seme da cui è germinato il nostro mondo.

4 marzo 2019

La mia bambina

Non tutti ce l'hanno avuta un'infanzia felice.
Prendete me, ad esempio, mica mi avrebbe fatto schifo, ma nulla.
Se mi guardo indietro non mi commuovo e non mi sciolgo, come pare funzioni ripensando agli anni da bambini.
E pure Gesù non le ascoltava le mie preghiere notturne, anche quando io ero costretta ad ascoltarmi di tutto.
Quando andava bene sentivo mio padre che rientrava tardi e mia madre che lo buttava fuori.
Quando andava meno bene non sentivo rientrare proprio nessuno.
E a quella madre mezzo abbandonata, tradita, urlata e offesa, a quella madre posso fare una colpa se non aveva voglia di venirmi ad abbracciare?
Potevo crepare in attesa di un bacino sfiorato nel buio o di una coperta rimboccata.
Fortuna che c'era una via laterale, una stradina senza sfondo, dove scorreva senza scorrere la mia esistenza a puntate, quella però felice e che non poteva rubarmi nessuno, quella dei temi dati a scuola.
Lì sì c'era un fiorire di vita da mandare a memoria, pieno di mamme che ti portano ai giardini a giocare, di vacanze al mare con i cugini e di babbi presenti e pieni d'attenzioni. Quei babbi che ti riempiono di regali e ti soffocano di abbracci al sussurro di "la mia bambina, la mia bambina...".
Ma fuori dai temi era un'altra storia.
C'erano baci da non desiderare, c'erano frasi da non sentire e facce da non vedere.
E così la notte, rannicchiata nel letto e abbracciata al cuscino, chiudevo gli occhi e li premevo forte con i polpastrelli delle dita, fino a quando dal buio non comparivano vivide, a ritinteggiare il mio mondo, le copertine dei quaderni.

21 gennaio 2019

Un bambino da insegnargli ad andare in bici

I genitori di lei erano usciti per andare a lavoro e lui, che era ospite, amichetto della figlia, era andato in camera di lei per svegliarla, ma poi non l'aveva fatto.
Se lei dormisse davvero, o facesse finta di, non si capiva.
Lui le si era accoccolato accanto al letto: finalmente poteva guardarla, poteva osservare non visto ogni frammento del suo viso.
Lei giaceva su un fianco, dai capelli addormentati faceva capolino un orecchio. Sapeva di sonno e primavera.
Lui le guardava il nasino perfetto con sulla punta il neo, centrato e preciso, come dipinto.
- Mi stai guardando? - gli chiese lei quando aprì gli occhi e si tirò su appoggiandosi a un gomito.
Sì, le avrebbe voluto rispondere lui. Sì, ti stavo guardando.
Ti stavo solo guardando.
Sì, stavo guardando il disegno rosa delle tue labbra, e stavo annusando il tuo respiro. Guardavo una strada da camminarci con te, un'onda che potesse portarci a riva, inzuppati di cose da fare insieme.
Sì, riuscivo a immaginare una vita di nostri incontri, di baci, di mani intrecciate.
Una vita di fare la spesa, di sole rubato al mare, di corse sull'argine di un fiume, una vita con un bambino da insegnargli ad andare in bici.
Vedevo il rincorrersi dei nostri destini di ragazzi in una vita sognata e vicinissima che la potevi toccare, come i tuoi capelli addormentati, eppure lontanissima come una terra di ghiacci e di sale.
- Eh, mi stavi guardando? - sorrideva, l'aveva sgamato.
- No - le fece lui, e abbassò gli occhi.

14 gennaio 2019

Tutti abbiamo dei segreti

Era da un po' di tempo che la risata di Adele gli urtava i nervi.
Non che lei avesse colpa, pensava, forse è tutto nella mia testa.
E dire che l'aveva conquistato con la sua risata.
Lui ci sguazzava a fare il simpatico e lei rideva, rideva di gusto, e gli si conficcava dentro a martellate. La risata di Adele, in quel tempo antico e sbiadito, aveva una duplice natura supplichevole che andava dallo smetti ti prego al darmene finché puoi.
Adesso lui la temeva quasi, e non s'impegnava certo a stimolarla, se non per verificare con una ulteriore prova se era davvero così cambiata.
Non avrebbe saputo dire cosa o come, ma di certo era cambiata. Il timbro forse, la densità, il suo modo di aprirsi un corridoio nell'aria, la lunghezza, l'eco, il suo peso... c'era un frammento che ne usciva sempre stonato, la risata di Adele era un cavallo zoppo.
Come non bastasse, si era poi convinto che l'alterazione genetica della risata di Adele fosse la spia di un segreto nuovo da non rivelare, una nuvola di vapore fuori dal loro cielo.
Che diamine, tutti abbiamo dei segreti! Anche lui ne aveva avuti, ne aveva e altri ne avrebbe accatastati.
Tutti abbiamo dei segreti, anche Adele aveva il diritto di chiudere a chiave un cofanetto di cose sue, ma era ingiusto che glielo sbattesse in faccia. Questo in generale, ancora di più manipolando la chimica di quella risata che li aveva uniti, giusto un milione di anni prima.
Ma forse è tutto nella mia testa.
E sì che avrebbe dovuto chiamare la NASA, convincerli a studiare la modificazione della risata di Adele. Loro avrebbero saputo abbinarci un fenomeno cosmico, magari era legata alla nascita di una nuova stella, alla moltiplicazione dell'universo o a un'invasione aliena imminente.
Ma di lei, della sua vecchia risata, quell'armoniosa perfezione di cui si era innamorato, non esisteva un filmato, non una registrazione.
Gli restava soltanto quella vecchia foto.

30 ottobre 2017

E ridevo tutte le risa del mondo

- Tutùn - faceva la ruota del triciclo tutte le volte che prendevo la buchetta. E potete scommetterci che la prendevo a ogni giro attorno alla tavola, tanto ero diventato chirurgico.
Un ovale in perfetto stile Indy: davanti alla tivù, davanti all'acquaio, davanti alla cucina economica e - Tutùn  - davanti al focolare a completare il giro.
Non correre tu ti fai male, la mamma. E io acceleravo.
Non pigliare la buca con le ruote, il nonno. E io - Tutùn  - a ogni passaggio.
E ridevo tutte le risa del mondo, della mia genuina e infinita felicità. Non sarebbe più stato così, ma non lo sapevo di certo.
- Tutùn  -, e il nonno dal canto del fuoco, con le sue lunghe braccia, si sporgeva cercando di acchiapparmi.
Allora sì che pedalavo via veloce: testa incurvata dentro alle spalle, sfrecciavo lontano, cullato dalle mie stesse risa e sospinto da quelle mani che non potevano prendermi mai.
Era un nonno di quelli di una volta, il nonno Gigi: tanti biscotti (*) sulle orecchie, poche parole e nessun moto esplicito d'affetto.

Era il tempo degli esami di terza media quando, un pomeriggio di giugno, mio padre mi prelevò da casa per portarmi a Careggi a vedere il nonno che ci stava lasciando, così disse.
Ma quello non era più il mio nonno: era un essere rinseccolito che succhiava l'aria da una grata e fissava il soffitto con uno sguardo acquoso e perduto.
E non lo salutai, niente, nemmeno mezza parola, solamente una carezza abbozzata, con la mia mano rinchiusa e guidata da quella di mio padre. E mi dispiace soprattutto per lui, per mio padre, che magari due parole in croce si aspettava che le inchiodassi, ecco.
- Tanto lo so, nonno, poi l'ho capito che facevi apposta a non pigliarmi, che ti credi?

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(*) tosc. Colpetto che si dà sul viso a qualcuno (o sulle orecchie, n.d.h.), per atto di scherzo o in segno di affettuosa confidenza, facendo scattare sul pollice l’indice o il medio (Treccani)

23 agosto 2017

Giulietta senza Romeo


Lei aveva gli occhi di una cerbiatta, ma davvero mica per dire.
Noi avevamo quindici anni ed eravamo tutti innamorati di lei, della Giulia, che se ti capitava di toccarle il culo dai jeans per le scale si arrabbiava sì ma anche un po' per finta, quasi per ruolo.
Aveva quella fruit a V rosa fucsia e noi che le tiravamo le matite dicendo me la prendi mi è caduta. E lei che si sporgeva dal banco senza farsi pregare e si piegava generosamente verso di noi regalandoci una sbirciata su un reggiseno di pizzo nero. E non l'avevamo mai visto un reggiseno indossato, di pizzo poi.
A fine anno suo padre - un impiegato di non so che banca che dio, o chi per lui, l'abbia in gloria - fu trasferito a Verona. Non a Campi Bisenzio, cristo, a Verona!
E lei, la Giulia, l'ultimo giorno di scuola ci portò delle sue foto, quasi fossero le cartoline già autografate con cui andavano in giro i vip nell'era del preselfie.
Io mi misi timidamente in coda e riuscii ad accaparrarmene una che Giulia accompagnò con un sorrisone, no che non sembrava così dispiaciuta di partire.
Erano foto dai formati più strani, forse ritagliate da altre più grandi, forse stampate artigianalmente. La mia era pure un po' sfocata, a dirla tutta.
Caro il babbo della mia Giulia, comunque grazie, che ti sei trasferito a Verona, magari per due palanche di più, e non c'è stato più verso di ritrovarla la tua benedetta figliola dagli occhi da cerbiatta, manco sul faccialibro manco.

13 aprile 2017

L'amore ai tempi del semaforo


Le due ragazze sono al semaforo, lei, la ragazza bionda in carrozzina, capelli corti mechati e sparati, quella mora, con qualche anno in più, camicetta bianca e occhiali da vista dalla montatura nera e spessa, che la spinge.
Aspettano il verde, il tempo è come cristallizzato.
Lei, dalla testa ciondoloni irrequieta che muove senza un criterio e senza una strategia, in su, in giù, di lato. Poi di nuovo in giù e poi di nuovo di lato onde evitare ogni possibile stallo, dall'apparenza fatale. Disegna col capo rotte empiriche e imprevedibili.
È il suo modo di essere viva e di essere lì. Di essere lei.
Poi la ferma quella testa, d'improvviso la volge all'indietro fino quasi a spezzarsi il collo e aspetta, guarda su.
Sulle prime la ragazza mora, forse una sorella maggiore o una badante venuta dall'est su un pullman zuppo di sudore e lontananza, non si accorge di nulla, sta ancora puntando la sagoma dell'omino nel semaforo.
Poi finalmente la vede la faccia di lei rivolta all'indietro, e allora si abbassa, in un fragile eppure infinito gesto d'amore, e le si avvicina con la gota.
È quella carezza, lo strusciarsi di due visi in un silenzio di parole, che ridà il via al mondo.
Solo allora il semaforo si fa verde, loro attraversano e vanno verso i giardini.
Noi tutti diamo gas e riprendiamo le nostre rotte e le nostre, un filo meno, miserande vite.

9 aprile 2017

Del diario vissuto di Giovanna (15)


31 ottobre 1954
Oggi tu mi ai portata a vedere i tuoi posti d'infanzia dove tu sei cresciuto dove ai fatto i primi passi.
Arrivati lassu' al Poggio alla Croce tu mi facesti conoscere tutti i tuoi zii e i tuoi parenti, poi andammo al cimitero a far visita alla tua povera mamma, poi si faceva tardi e si venne via dato che ci saveva la lambretta del tuo zio Memmo, si sarebbe fatto presto a rivare a casa. Pero' prima di venire via passammo dalla casa tua dove tu eri nato, e tu mi dicesti Guarda Gianna quella e' la finestra dove la' dentro sono nato.
Quanta gioia lessi nel tuo sguardo quando mi insegnavi tutti i tuoi posti dove giocavi da bambino.
E mi dicevi Gianna qui o fatto questo qui o fatto quello.
Era bello per me sapere tutte queste cose.
1 novembre (Tutti Santi)
Sono stata a far la sposa in casa tua, forse non ci riuscivo ma imparero' presto vedrai.
Mi pareva davvero di esserlo, mi sentivo grande anche se sono piccola.
Quando eravamo per venir via tu mi ai letto un tuo tema dato che sei ritornato piccolo ritornando a scuola...
Siamo stati a sedere sopra al tuo letto, dove tutte le sere la tua testa riposa tutti i pensieri che a fatto durante la giornata.
Poi tu mi ai presa e abbracciata e baciata e poi ribaciata.
Eppure tu mi dici tante volte Noi Gianna ci troveranno sfiniti dai baci.
Quante volte mi domando perche' ci vogliamo tanto bene, e perche' lontano da te io non so vivere.
Neno amore mio tu mi ai dato tutto e tanta felicita' soltanto a sentirti parlare e quando sono tra le tue braccia e mi stringi forte forte e mi chiami Bambola e bambola per te saro'.
Un giorno verra' anche per me l'amore di Sposa, l'amore di Madre e l'amore per la mia casa.

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- Quaderno del diario vissuto di Giovanna
- Anema e Core
- Dove si va signorine?
- Qui vedi dove dormo e ti sogno
- Se un giorno mi avverasse
- Mi bacia sulla bocca e baci e baci 
- Quando non c'è la partita di calcio manca tutto  
- Perché l'amore sarà al centro di tutto
- Qui intrecciammo la lilla 
- Montaccino si chiamava il posto dove tu stavi 
- E allora forse ci parrà di sognare ancora
- Il nome non te lo scrivo intanto tu lo sai di già
- È stato un giorno di sposa, di moglie e di massaia
- Le mie lacrime si confondono con le mie parole
- Dato che ero a tagliare le vestaglie perche' e' il mio lavoro

1 aprile 2017

Ho visto una bambina piangere


Adelaide ha 90 anni, è in ospedale.
Ce l'hai il diabete? le chiede l'infermiera.
No, è l'unica cosa che non ha, risponde il figlio.
La prima sera vengono a trovarla in centomila, giovani, vecchi, media età e giovanissimi, ma lei ha gli occhi solo per suo marito, Omero.
Adelaide dalle rughe gentili, capelli bianco latte, incarnato e occhi chiari, senza voce e senza forze, una vestaglina leggera color rosa pallido.
Omero tranciato da rughe polverose e severe, contadino in giacchetta di lana ché in ospedale si va vestiti a garbo, spalle allargate dalla fatica, ripiegato in un metro e mezzo, gambe storte e andatura incerta. Sorride con moderazione, come solo gli uomini di una volta.
Adelaide e Omero si tengono la mano mentre attorno a loro impazzano commenti e saluti e pacche sulla schiena e gesti indaffarati e risa.
La sera dopo meno gente, ma la mano nella mano e gli occhi fusi negli occhi di chi non ha bisogno di parlarsi.
La sera dopo ancora arrivano il figlio e la nuora di Adelaide, sorridono, un po' nervosi forse, ma questo lo capirò solo dopo. Adelaide aspetta qualche secondo, poi alza il mento verso di loro.
Vuoi sapere d'Omero?
Adelaide annuisce.
Stasera non è venuto, era stanco, dice il figlio a capo basso. Non ce l'ha il cuore di alzare lo sguardo verso la mamma.
Ah, va bene, continua a muovere il capo in su e in giù Adelaide, come dire, è giusto, povero Omero, sballottato in giro per colpa mia, alla sua età.
Va bene, cerca di convincersi.
A questo punto vedo la bambina che è. 
Serra le labbra fino a che si fanno viola, guarda le spondine mobili del letto con un interesse tutto nuovo, cerca di leggerne l'etichetta, poi la gratta piano con l'unghia, ma quella non ne vuole sapere di staccarsi. Adelaide sporge il mento verso l'alto nel tentativo finale di placare l'onda che le spuma dentro.
Il figlio e la nuora armeggiano con il vassoio della cena, stappano contenitori arancioni, versano acqua, poi le avvicinano il tutto.
Adelaide però lo spinge via e, voglia il cielo e finalmente, piange.
Piange senza pace, senza un freno. Inconsolabile, piange lacrimoni silenziati e pesanti, privi di vergogna, come quelli che bussano ai miei occhi, adesso, che cerco di descrivere questa scena di sommo e smisurato amore con la forza scombinata e la miserevole incapacità delle mie parole.
L'amore a questa età è una supernova luminosissima e non la puoi descrivere se non sei Dante, o Nazim Hikmet forse.
Il giorno dopo Omero è tornato, a pranzo e pure la sera, lì mi sono fatto coraggio e ho rubato una foto per voi. Per me.

30 marzo 2017

Le storie del frigo


Facile cercarti nell'Alfama, tra le pieghe del fado e i cani randagi o nell'odore del queijo da serra dentro ad un pastel, o magari in una casuale spolverata di cannella, perfetta come un manto stellato su un cielo di crema.

E nelle sfumature di un olio su tela nello spazio bidimensionato e feroce di un bacio infinito, rubato e restituito, ai piedi di una scala che nessuno ha intenzione di salire.

Là dove ogni giorno pioggia e vanagloria innaffiano la storia del mondo e va sempre come per Joe, che ti chiedi se devi restare o devi andare. E alla fine vai, anche se vorresti restare.

Illusorio trovarti nei recessi di un sorriso ammezzato o nelle nebbie di un risveglio frettoloso sotto a una faccia spappolata di frutta e verdura. Indecente e scontato pensare di conquistarti passando attraverso l'origine del mondo.

Come sarebbe tutto compiuto se ti avessi intravisto, riflessa, nel multiverso alterato e convesso della perla senza conchiglia di una ragazza perbene da andare a trovare in treno.

Indomito nel mio cercarti ai piedi delle montagne dal cuore viola, sotto a cieli vertiginosi e a picchi profondissimi, dentro ai dolori di una giornata di pedalate infinite zuppe di pioggia e di lacrime perdute nel tempo.

Talvolta ho pensato di averti sorpresa, correndo su una spiaggia deserta, profumata di ramblas e peperoni verdi, di fianco a miserevoli vite dedite alla rivelazione metallica di uno spiccio o di un anello, gettato via per la rabbia di un amore che amor non è più.

Avrei pensato che fosse più facile cacciarti, come si fa con il tesoro dei tesori, in giro per il mondo, quando invece stavi lì, a due metri da un frigo saccheggiato per una cena messa su in fretta. Lì, attorno a quella tavola dove si ciancia senza costrutto delle anacronistiche torri rotonde nei castelli dell'alto medioevo, di un ostinato mal di stomaco, di cuccioli bavosi dalla coda assassina, di riso bollito e di tè verde piccolo principe, di diete perseguite lo spazio di un respiro. Lì dove si ciancia di capelli da tagliare o del vento che tira da nord, del trapezio rettangolo e di spaventose gru da cantiere.
Dei viaggi da fare e di quelli che non faremo.

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E i vostri frigo, la raccontano una storia?
Grazie a plus1gmt per lo spunto.

28 marzo 2017

E voi lo conoscete il segreto dei pigmenti duraturi?

(segue da Questo è un romanzo magnifico, Signori della Corte)

E nel caso lo conosceste il segreto dei pigmenti duraturi, o non lo conosceste ma comunque sapeste di cosa si tratta, vi verrebbe mai voglia di pensarci? O di scriverne?


Diciamolo, alla fine erano più i brani sottolineati che quelli no, ergo sarebbe stato meglio non citare, meglio non selezionare, meglio non filtrare via impropriamente qualcosa.
Immaginatevi di vedere ogni pagina, ogni riga, immaginatevi ogni parola compiutamente evidenziata in giallo.
Questo è Lolita - luce dei miei occhi, fuoco dei miei lombi - respiratelo, mangiatelo, assimilatelo, non perdetene una stilla. Lo.Li.Ta. (4,9 Ca.Rv.Er.)
(Lolita - Vladimir Nabokov - Traduzione di Giulia Arborio Mella)
Riporterò poche cose, pescate per lo più a casaccio, tra tutte quelle che ho amato. Ognuno di voi potrà ritenersi offeso per non vedere trascritta in calce la sua citazione preferita, e io lo capirò.

Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata.

Creerò un Dio nuovo di zecca e lo ringrazierò con grida lancinanti.

Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte.

Ho notato spesso che siamo inclini a dotare i nostri amici della stabilità tipologica che nella mente del lettore acquistano i personaggi letterari. Per quante volte possiamo riaprire Re Lear, non troveremo mai il buon re che fa gazzarra e picchia il boccale sul tavolo, dimentico di tutte le sue pene, durante un’allegra riunione con tutte e tre le figlie e i loro cani da compagnia. Mai Emma si riavrà, animata dai sali soccorrevoli contenuti nella tempestiva lacrima del padre di Flaubert. Qualunque sia stata l’evoluzione di questo o quel popolare personaggio fra la prima e la quarta di copertina, il suo fato si è fissato nella nostra mente, e allo stesso modo ci aspettiamo che i nostri amici seguano questo o quello schema logico e convenzionale che noi abbiamo fissato per loro. Così X non comporrà mai la musica immortale che stonerebbe con le mediocri sinfonie alle quali ci ha abituato. Y non commetterà mai un omicidio. In nessuna circostanza Z potrà tradirci. Una volta predisposto tutto nella nostra mente, quanto più di rado vediamo una particolare persona, tanto più ci dà soddisfazione verificare con quale obbedienza essa si conformi, ogni volta che ci giungono sue notizie, all’idea che abbiamo di lei. Ogni diversione nei fati che abbiamo stabilito ci sembrerebbe non solo anomala, ma addirittura immorale. Preferiremmo non aver mai conosciuto il nostro vicino, il venditore di hot-dog in pensione, se dovesse saltar fuori che ha appena pubblicato il più grande libro di poesia della sua epoca.

A Kasbeam un barbiere molto vecchio mi fece un taglio molto mediocre: blaterava di un suo figlio che giocava a baseball, e a ogni consonante esplosiva mi sputava nel collo, e di tanto in tanto si puliva gli occhiali sulla mia mantellina bianca, o interrompeva il tremulo lavorio delle sue forbici per mostrarmi sbiaditi ritagli di giornale, e io ero così distratto che fu uno choc rendermi conto, mentre lui mi indicava una fotografia incorniciata in mezzo alle vetuste lozioni grigie, che il giovane giocatore coi baffi era morto da trent’anni.
[...il barbiere di Kasbeam (che mi è costato un mese di lavoro)]

26 marzo 2017

Creature di sangue caldo e nervi


C'è un ragazzo dai capelli into the wild, ha una chitarra e intona Look at me, I am old, but I'm happy, canta per se stesso, per noi e per il tempo ché se la pigli comoda.
Un nero dall'hic sunt leones benedice il sole per la scatolata di occhiali non è caro dieci euro e per chi li vuole comprare; una lei forse di un'altro pianeta ne porta sulla testa un paio rossi enormi, da falena.
La ragazza vichinga, burrosa e sbracciata e dall'incarnato bianco come ricotta, ride alle nuvole che non ci sono, mentre due amiche, poco più in là, se ne stanno avvoltolate in piumini pastello e in una diversa stagione.
Al centro c'è la giostra che gira, zeppa di bambini a cavallo, che non fai in tempo li guardi, mamma un altro giro, e via centrifugati nell'adolescenza.
La bimba occhialuta e sincera sfreccia su una bici lenticolare griffata batman cercando probabilmente il record dell'ora o, in seconda battuta, di sfuggire alla sorella piccola.
Ragazzi nero barbuti dalla scriminatura potente e impomatata e dai calzoni inspiegabili richiamano Aldo detto Bob e le sue ragazze di San Frediano.
E due fidanzati, lei tatuata a colori con i capelli solo sul lato destro e lo stivale floscio, lui fasciato in una maglietta con una scritta troppo lunga e piccola per essere letta o tradotta, gemelli di anelli al naso e labbra carnose.
Due ragazze si atteggiano a signore di quelle con il cane nella borsetta, ma non ce l'hanno uno sputo di cane, sfoggiano cappottini anni sessanta, uno è rosso tartaruga con i bottoni in finto osso. Un'altra ragazza dalla pelle olivastra, indossa la mimetica, cadenza il passo e porta le trecce con un'aria vagamente familiare, chissà mai la figlia di quel cugino disperso nel mondo.
Due bimbe o poco più si portano in giro i loro skate fuori moda con una faccia di quelle da Bois de Bologne.
Pure i carabinieri schierati e in tenuta d'assalto li vedi che ridono e parlano di calcio e di figa, lontano mille miglia dai venti del terrore.
Il tassista aiuta un tizio a caricare in auto un passeggino rosa confetto, spia di una nuova bimba che un giorno traverserà piazze in bici, si adornerà di trecce, canterà Cat Stevens e donerà al sole, o a un ragazzo, la sua pelle profumata di pesca, sia essa nivea o olivastra a chi importa davvero?
Faccio la diagonale di Piazza della Repubblica screziata dal sole basso di fine marzo, la affetto in due spicchi simmetrici e vividi, i cieli sono fusi nei volti delle persone che come me la tratteggiano.
E siamo un quadro di Bruegel.
È lì che mi piglia l'attacco forte di debolezza del MaQuantoCazzoèBellaLaVita.
E quando into the wild lì attacca Hallelujah, sento un brivido: è giunto il momento che un'anima pia mi inizi a Leonardo Cohen.

5 marzo 2017

Rosita

Continuava a guardare gli orecchini appoggiati sulla mensola in bagno, a un palmo dal suo naso. Piccola che era. Ma non guardava quei due avanzi di chincaglieria, che pure amava, non quelli reali, puntava la loro immagine nello specchio.
Era un gioco che aveva imparato a fare da un po' di tempo, in un estremo tentativo di difesa, nella speranza di erigere un muro oltre il quale confinare fiati alcolici e dita spudorate.
Guardava le perline opache fissate sui cerchietti in finto argento e si ricordava di quando sua madre glieli aveva regalati, quel giorno in cui era cominciato tutto. E tutto era finito.
- Rositaaa... - lui aveva fretta.
Rosita, piccola rosa che era.
Guardava gli orecchini oltre la superficie riflettente e vi costruiva un mondo attorno, senza profumi e senza dolore, un luogo quasi fisico dove rifugiarsi per una mezz'ora, risucchiata dal vuoto incomprimibile dell'universo specchiato.
Era un po' come quando da bambina chiudeva gli occhi per non fare accadere le cose.
Ma poi quelle accadevano lo stesso.
Le cose non ce l'hanno il rispetto degli occhi chiusi dei bimbi.

4 gennaio 2017

Obiettivi 2017 in cifre


Ed eccolo il crescendo rossiniano da perseguire nell'anno.
(I numeri obiettivo, escluso il primo, vanno intesi come almeno)


  1. Beccare 0 (zero) multe
  2. Dimagrire 3 (tre) chili
  3. Vedere 5 (cinque) serie TV
  4. Uscire 12 (dodici) volte con gli amici
  5. Pubblicare 15 (quindici) rebus
  6. Leggere 20 (venti) libri
  7. Cucinare 30 (trenta) nuovi piatti
  8. Accarezzare 44 (quarantaquattro) gatti o cani
  9. Vedere 50 (cinquanta) film
  10. Scrivere 55 (cinquantacinque) post sulla Linea
  11. Fare 69 (sessantanove) volte l'amore
  12. Correre/camminare per 2000 (duemila) chilometri
  13. Arrivare al 2018 (duemiladiciotto) da vivo


22 aprile 2016

Dedicated to dolcemetà

Beh, avete mai registrato una BASF C90 per una lei dagli occhi di ghiaccio?
Io sì, e si apriva con questo pezzo qui, non è che posso dimenticarlo facilmente, oggi poi...



Sometimes it snows in April
Sometimes I feel so bad, so bad
Sometimes I wish life was never ending,
and all good things, they say, never last

8 marzo 2016

Del diario vissuto di Giovanna (14)


16 agosto 1954
Oggi sono stata a casa tua dove la tua casa sarà un giorno la mia è per questo che ci sto tanto volentieri.
Oggi però è stato un giorno di confusione, è stato il giorno di battitura, dove per la seconda volta sono venuta a battere a casa tua.
Vedi Neno quando sono con te, in casa tua, vicino a te mi sembra di vivere in un altro mondo eppure Neno è così sai! Devo combattere su tutti e contro tutti, per vivere sempre vicino a te.

29 agosto
Erano i primi giorni di sereno, siamo partiti presto per andare a il Forte dei Marmi. Dopo tante delusioni questa volta abbiamo vinto.
Con noi c'era anche il mio fratello Remo.
Dopo qualche domenica di fresco abbiamo scelto oggi quella del mare.
Per prima cosa andammo a trovare la mia sorella che era là per curare il ginocchio.
Fu una giornata splendida e bella e godemmo tutto il sole e facemmo un bel bagno, era un vero divertimento e a me piace tanto il mare, e poi stando con te quanto è più bello!
Il mio amore sarà tanto grande che tu non sai quanto. Quanto il mare che abbiamo visto oggi.
Sei contento amore mio?
Sì perché ti vedo sorridere.
Ebbene ora dammi anche un bacio...
Ed eccolo, Gianna mia, tu sei fatta per me e ti amerò sempre.
Perché?
Perché tu ora sei mia, mia davvero.
Ed abbracciandoci vivemmo nel nostro sogno d'amore.

4 settembre
Ed ecco che sento pesare un altro anno di più sulle mie spalle con anche un po' di malinconia e un po' di nervoso, dato che ero a tagliare le vestaglie che è il mio lavoro, con quel metraggio che mi avevano dato non venivano, e rigira di qua e rigira di là, mi fecero scappare la pazzienza e così mi sgorgarono due grosse lacrime dai miei occhi.

5 settembre
E così oggi siamo andati a fare una girata per completare il mio compleanno, dato che ieri avevo avuto una giornata un po' nera. Oggi siamo andati a Fiesole.
È bello Fiesole per due sposini, vero Neno?
Però Fiesole è sempre Fiesole, vedere il panorama della nostra Firenze, si vede tanti e poi tanti monti.
C'è chi va per sognare, c'è chi si sa amare, c'è chi lascia ricordi a Fiesole.
E così facemmo noi che lasciammo anche i colfi nella filovia, e così Neno per me tu ti partisti involata per andare al capolinia per riprenderli.
Ed io diedi in dirotto pianto dato che ero sempre un po' nervosetta del giorno avanti.
I colfi funno ritrovati, ma io la serenità no.
E la rifacevo anche con te Neno, però tu mi devi perdonare e comprendere perché tante volte non è colpa mia, è che mi lascio pigliare dai nervi, e dopo dico anche i che non dovrei dirti.

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- Quaderno del diario vissuto di Giovanna
- Anema e Core
- Dove si va signorine?
- Qui vedi dove dormo e ti sogno
- Se un giorno mi avverasse
- Mi bacia sulla bocca e baci e baci 
- Quando non c'è la partita di calcio manca tutto  
- Perché l'amore sarà al centro di tutto
- Qui intrecciammo la lilla 
- Montaccino si chiamava il posto dove tu stavi 
- E allora forse ci parrà di sognare ancora
- Il nome non te lo scrivo intanto tu lo sai di già
- È stato un giorno di sposa, di moglie e di massaia
- Le mie lacrime si confondono con le mie parole

17 febbraio 2016

5 (cinque) cose




5 cibi che mangerei in capo a un tignoso
  • Piada squacquerone e rucola
  • Spaghetti aglio olio e peperoncino
  • Pane burro e marmellata
  • La pizza di Pizzaman
  • Fiori di zucca fritti in pastella

5 cose che odio fare
  • Leggere le istruzioni
  • Ascoltare gli integralisti (in ogni campo)
  • La fila alla Posta
  • Programmare il termostato
  • Il cambio di stagione

5 sportivi anni ’70 che avrei voluto essere
  • Gigi Riva
  • Gustav Thoeni
  • Adriano Panatta
  • Niki Lauda
  • Bob Morse

5 film che guardo ogni volta che li passano
  • Pulp Fiction
  • Notting hill
  • Una giornata particolare
  • Toy Story
  • Love Actually

5 libri che mi sono piaciuti in 5 età diverse
  • Le avventure di Tom Sawyer
  • L’ombra dello scorpione
  • Alta fedeltà (questo potevate immaginarlo)
  • Il giovane Holden
  • Underworld 

5 donne famose che avrei voluto sposare ma non gliel’ho ancora mica chiesto

5 attori che non ce n’è

5 cose che non avrei dovuto fare
  • Ragioneria
  • Tirare su un blog
  • Quella maionese
  • Scommettere 50 euro su Karlovic
  • Chiederle se si voleva mettere con me

5 cose che dico spesso
  • Non scherziamo!
  • Carogna bigia
  • E quindi?
  • Te t’hai visto un bel mondo!
  • Ma che se’ grullo davvero?

5 colleghi che lasciamo perdere
  • Quello che non paga mai il caffè
  • Quello che ti sorpassa in corridoio per andare in bagno
  • Quella che ce l’ha solo lei
  • Quella che non saluta
  • Quello che ti guarda nei cassetti quando non ci sei

5 lavori che avrei voluto fare (ho fatto)
  • Astronauta (muratore)
  • Giornalista sportivo (benzinaio)
  • Critico cinematografico (venditore porta a porta di pentole)
  • Maestro elementare (fornaio)
  • Scrittore (programmatore)

5 cose in cui sono bravo (sono negato)
  • Orientarmi (cantare)
  • Il Decathlon (suonare)
  • Cazzeggiare pallido e assorto (ballare)
  • Il calembour (parlare in pubblico)
  • Fare il nodo ai piccioli di ciliegia con la lingua (la calligrafia)

11 gennaio 2016

Del diario vissuto di Giovanna (13)



Trascorre il maggio, non è più bello come una volta, quest'anno non fa che piovere.
E così non si è potuto godere una giornata di sole, in mezzo ad un campo o ad una viottola, che sarebbe stato tanto bello farmi abbracciare da te e baciare senza smettere mai.
Neno amore mio, quante volte ti ho chiamato così! E quanto ti chiamerò quando mi stringi forte con le tue braccia e mi baci e mi dici " Gianna come abbiamo fatto a incontrarci per volerci tanto bene, così ogni volta impazzo per te, Gianna anima mia tu mi ai ridato la vita e lo debbo a te".
Io ti ascolto e poi ti dico, è stato proprio Lui a farci incontrare (Lui chi?) il destino che infino a oggi ci a voluto bene.

19 giugno 1954
Una sera un po' malinconica ci si mise a parlare così, di cose, ed entrammo a parlare di questo e mi disse:
"Gianna guardami bene negl'occhi e dimmi la verità come in fino a oggi spero che tu mi abbia detto. Tu non sei stata con nessuno uomo prima di incontrare me?"
Quante volte mi aveva detto questa frase ma dicendogli la verità gli risposi così:
"Neno tu sei stato il primo uomo e sarai anche l'ultimo. Perché l'uomo che amo, che ò amato e che amerò sei solo te, e te sempre sarai."
E così è svanito oggi il più bel sogno d'Amore, il dono che avrei dovuto portare alla notte del nostro matrimonio, svanito oggi 19 giugno.
Neno ti amo e tu mi devi comprendere e credere alle mie parole sempre, perché sono state sempre sincere.
Ora, mentre sto scrivendo questa riga piango, e le mie lacrime si confondono con le mie parole e non posso seguitare ma quando tu rileggerai queste pagine mi comprenderai, e vedrai in me la verità perché ti amo tanto tanto e che non ti potrò mai mentire mai.
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- Quaderno del diario vissuto di Giovanna
- Anema e Core
- Dove si va signorine?
- Qui vedi dove dormo e ti sogno
- Se un giorno mi avverasse
- Mi bacia sulla bocca e baci e baci 
- Quando non c'è la partita di calcio manca tutto 
- Perché l'amore sarà al centro di tutto
- Qui intrecciammo la lilla 
- Montaccino si chiamava il posto dove tu stavi
- E allora forse ci parrà di sognare ancora
- Il nome non te lo scrivo intanto tu lo sai di già
- È stato un giorno di sposa, di moglie e di massaia
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