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17 febbraio 2019
Il mio migliore amico era un sasso
Poi stupitevi se parlo poco o se sono un po' orso marsicano.
Il fatto è che non ho visto un bambino fino ai sei anni, tranne giusto uno che venne per sbattermi la faccia su uno scalino e rompermi il naso.
Però c'era questo sasso, mezzo interrato in mezzo alla strada, era giallognolo e spuntava quel tanto che bastava per farsi notare da un bambino bisognoso d'affetto e di amici.
Me ne stavo seduto in mezzo alla strada, che di auto non ne passavano, lì presso quel sasso un po' scivoloso. Era articolato, aveva tipo due ripiani, una sorta di gradino e un lato concavo. Solo anche lui, in un selciato disseminato di pietre rossastre.
Era il campo di una battaglia, era il mare in tempesta. Era la radura di un bosco, una piazza, una chiesa.
Era la luna prima dell'uomo sulla luna, era il mondo visto dalle stelle.
Per quanto gli volessi bene - e lui a me - non era certo un gran chiacchierone e averlo frequentato per tanto tempo può non avermi essenzialmente giovato.
26 febbraio 2016
Delle cose inspiegabili
| Pappagallo: una pippa a Vivo o Morto |
Hai più pensato a quel progetto
di esportare la piadina romagnola?
Beh, diciamolo era una grandissima idea e non si capisce perché ci sia voluto così tanto a far arrivare un prodotto decente nei supermercati di tutta Italia.
Io, che sono un piadinofilo della prima ora, per soddisfare il mio smodato bisogno avevo messo su una sorta di piadinodotto composto da persone e passamani vari che dalle Piade della Lella a Rimini portava dritto al mio frigo.
Certo non era una fonte che si alimentava quotidianamente, ma una volta al mese poteva bastare (ne compravo una ventina).
Ora è tutto più semplice, ma lo stesso non si spiega quel buco temporale enorme in cui i non Romagnoli hanno dovuto vivere - sempre che fosse vita quella! - senza piadina.
Una premessa un po’ lunga per introdurre l’inspiegabilità delle cose, di certe cose.
Chi ha una certa età si ricorderà di cosa ha rappresentato il Formaggino Mio per i bambini degli anni ’70. Adesso è solo uno dei tanti formaggi spalmabili, ma allora, grazie a degli straordinari gadget, era un vero prodotto di culto tra i più piccoli.
La confezione da 3 dei formaggini era incellofanata e regalava un pupazzetto plasticoso (crusca piglia nota!) e internamente gommapiumoso (crusca piglia nota 2!) che era la gioia di ogni bambino, oltreché un fortissimo incentivo alle vendite.
Per spiegare ai più giovani i pupazzetti, ovviamente diversi in ogni confezione, diciamo che potevano essere insaponati sul retro e appiccicati alle mattonelle del bagno – questo era ciò che proponeva la reclame – ma, di fatto, potevano (dovevano!) essere collezionati e adoperati per una milionata di altri giochi.
Da me ci si giocava a Vivo o Morto, funzionava così:
Si pigliavano tutti i pupazzetti, ne avevo una borsata, e si lanciavano in aria, quelli che cadevano mostrando il dorso erano morti e si eliminavano dal gioco, quelli che cadevano a faccia in su, dalla parte colorata restavano in vita e venivano di nuovo lanciati per aria fino ad un Ne resterà solo uno highlanderiano ante litteram.
E al vincitore veniva attribuito un punto, su un quadernetto dove erano riportati i nomi di tutti i pupazzetti (e no, non ce l’ho più).
Potevamo anche bonariamente scommettere su chi avrebbe vinto o su chi, come sempre, avrebbe fatto schifo (Pappagallo!).
I personaggi? Erano svariati, si andava dai disneiani a Braccio di Ferro & Co, dagli animali a Tex Willer e Kit Carson, tanto per fare dei nomi.
Pensate che un mio amico e compagno di scuola, ancora oggi quando m’incontra mi dice quanto si divertiva a giocare a Vivo o Morto, aggiungendo che lo farebbe ancora (sì, anch'io).
L’inspiegabilità sta nel fatto che questa cosa non riparte.
Nonostante dietro ci sia ancora tutto un giro di collezionisti e maniaci.
Guardate come hanno corso i bambini dietro ai Rollinz di Star Wars, cavolo, con i pupazzetti del Formaggino Mio impazzirebbero.
Ma niente, i signori del Formaggino Mio non ci sentono.
Ehi, c’è qualcuno in casa? Siete della cazzosa Nestlé? Eppure dovreste essere vispi, si dice in giro, pure troppo!
Vi fanno schifo i soldi? Questo, questo non credo!
Allora dormite proprio, cristosanto… Sveglia!!!
E mi sono interrogato spesso in questi decenni apupazzinici (crusca piglia nota 3!) del perché un fenomeno così mitico non sia stato riproposto. Pure la 500 hanno rimesso in produzione, pure il Winner Taco!1!!!1!1!!!
L’unica spiegazione potrebbe stare nel fatto che fossero pericolosi.
Ehi, bambini degli anni settanta, non è che vi siete ammazzati ingoiando giù pupazzetti come fossero lingue di gatto?
O magari vi ci siete tagliati le vene con quel bordino leggermente in rilievo che saldava il fronte con il retro?
Bastardi, fosse colpa vostra!
p.s. 'zzo c'è pure La Guida Illustrata per i collezionisti a 30 euri. Se non sapete cosa regalarmi a Natale...
22 giugno 2015
Volare ma senza oh oh
Era l'estate dell'86, o giù di lì, e tutti giravano con un assegno da un milione in tasca.
Aveva preso piede questo giochino azzardoso da dopocena subito in cui ti trovavi per volare con un aereo virtualissimo.
Li vedevi 'sti assembramenti di persone davanti al bar Tizio piuttosto che al bar Caio, nella piazzetta del cimitero piuttosto che al capolinea del 23.
Andava che ti chiamava a casa un tizio, quasi sempre un vecchio amico di scuola, d'infanzia o di qualcos'altro, e dopo due stronzate di saluto veniva al dunque.
Ecco che ti proponeva un modo facile facile di buscare un bel po' di quattrini senza fare un cazzo e con un minimo, ma molto redditizio, investimento.
Ti dovevi solo preoccupare di portare un milioncino tondo tondo su un bell'assegno al portatore firmato e girato per salire come passeggero a bordo di un bell'aereo.
Poi stava te: abbindolavi due tizi (era il tuo turno di ravanare nella vecchia rubrica telefonica accanto al telefono grigio con la ruzzola) e prospettavi loro questa splendida occasione così anch'essi avrebbero consegnato un milione a capoccia per salire sull'aereo.
Tu così diventavi steward.
Poi il giochino proseguiva - se proseguiva - i due ne portavano due a testa e tu diventavi copilota. Al giro dopo eri finalmente a capo della struttura piramidale a base otto e da pilota prendevi il famigerato volo con gli otto milioni degli ultimi otto passeggeri saliti a bordo.
E via andare.
Solo che la matematica, non essendo un pignone mai, ha garantito alla fine dei salmi che per xmila milioni volati ci fossero xmila milioni persi da disgraziati rimasti a bordo senza poter né volare né tentare un atterraggio di fortuna.
Alla fine io non l'ho perso il milione perché, cincischia cincischia, volevo troppe rassicurazioni e non ne ho fatto di nulla.
Ma la cosa che mi fa stare ancora male è ripensare a quella telefonata, così falsa, in cui la mia cara amica Daria si fece beffe di me approfittando della mia mai troppo nascosta e consolidata passione per lei, facendomi credere che la chiamata fosse disinteressata e che magari saremmo potuti anche uscire una sera e che magari chissà cos'altro.
Stronza che volevi solo un milione.
p.s. girava voce che a Milano la quota fosse di dieci milioni, era vero?
Aveva preso piede questo giochino azzardoso da dopocena subito in cui ti trovavi per volare con un aereo virtualissimo.
Li vedevi 'sti assembramenti di persone davanti al bar Tizio piuttosto che al bar Caio, nella piazzetta del cimitero piuttosto che al capolinea del 23.
Andava che ti chiamava a casa un tizio, quasi sempre un vecchio amico di scuola, d'infanzia o di qualcos'altro, e dopo due stronzate di saluto veniva al dunque.
Ecco che ti proponeva un modo facile facile di buscare un bel po' di quattrini senza fare un cazzo e con un minimo, ma molto redditizio, investimento.
Ti dovevi solo preoccupare di portare un milioncino tondo tondo su un bell'assegno al portatore firmato e girato per salire come passeggero a bordo di un bell'aereo.
Poi stava te: abbindolavi due tizi (era il tuo turno di ravanare nella vecchia rubrica telefonica accanto al telefono grigio con la ruzzola) e prospettavi loro questa splendida occasione così anch'essi avrebbero consegnato un milione a capoccia per salire sull'aereo.
Tu così diventavi steward.
Poi il giochino proseguiva - se proseguiva - i due ne portavano due a testa e tu diventavi copilota. Al giro dopo eri finalmente a capo della struttura piramidale a base otto e da pilota prendevi il famigerato volo con gli otto milioni degli ultimi otto passeggeri saliti a bordo.
E via andare.
Solo che la matematica, non essendo un pignone mai, ha garantito alla fine dei salmi che per xmila milioni volati ci fossero xmila milioni persi da disgraziati rimasti a bordo senza poter né volare né tentare un atterraggio di fortuna.
Alla fine io non l'ho perso il milione perché, cincischia cincischia, volevo troppe rassicurazioni e non ne ho fatto di nulla.
Ma la cosa che mi fa stare ancora male è ripensare a quella telefonata, così falsa, in cui la mia cara amica Daria si fece beffe di me approfittando della mia mai troppo nascosta e consolidata passione per lei, facendomi credere che la chiamata fosse disinteressata e che magari saremmo potuti anche uscire una sera e che magari chissà cos'altro.
Stronza che volevi solo un milione.
p.s. girava voce che a Milano la quota fosse di dieci milioni, era vero?
8 settembre 2014
Quello che s'è ingoiato un hula hop
Al di là dell’età che c’è tutta non lo definiresti un uomo, semmai un ragazzone. Cammina sul marciapiede in una strada di vuota periferia, costeggia un muro giallo screpolato condito di scritte e ghirigori incomprensibili a soverchiare le scritte, sfila portoni di legno con vecchie maniglie dorate e non un negozio a ravvivare. Si muove con cautela senza quasi piegare le ginocchia, con i piedi all’infuori e una cadenza blanda sintomo di una destinazione che non c’è ancora. O non c’è più. È una sagoma vagamente romboidale, le gambe sfinano dalle cosce grosse fin giù alle caviglie e l’addome abbondante si rastrema senza pudore verso le spalle appena accennate, sulle quali si appoggia una testa priva di collo e fitta di capelli neri e stranamente ordinati. Dalla forma che ha diresti che s’è ingoiato un hula hop. Indossa un paio di pantaloni chiari un po’ stropicciati e quasi per sfizio ancora memori di una vecchia riga stirata da chissà chi e chissà quando. Sopra porta una camicia dal taglio hawaiano fin troppo scura per il caldo che fa. Attraversa i giardinetti percorrendo stradicciole delimitate dalle siepi fino a uno spiazzo centrale rotondo e disseminato di panchine verdi e ruggine. Lo schema della campana disegnato coi gessetti colorati lo coglie di sorpresa, ma è un attimo, si guarda intorno e tira su dalla tasca di quei pantaloni forse di gabardine un sasso a forma di piattella.
Dieci minuti prima è seduto al bancone della rosticceria cinese, c’è entrato più per distrazione che per scelta. Ha ordinato cibi non riconducibili a qualcosa di noto indicandoli con il dito e facendo sì sì con la testa alle domande in una lingua ancora e troppo cinese del cinese. Prima di uscire chiede del bagno, non è agibile, finisce che si pettina fuori, sotto l’insegna.
Quindici giorni prima con la pettorina arancione è di servizio come volontario per la protezione civile a una corsa ciclistica, evita che i corridori si buttino giù per una stradella che fiancheggia il fiume agitando per quel che basta un braccio e una paletta.
Sei mesi prima armato di forbici sminuzza con meticolosità i resti che gli ha messo via la cameriera bassina della trattoria per portarli alla colonia di gatti dietro al cimitero. Non li ama i gatti, ma è pur sempre qualcosa da fare. Del resto la trattoria sta per chiudere, resistono solo le pizzerie, non sarà eterna nemmeno questa storia dei gatti.
Quattro anni prima sta nella saletta della caserma dei Carabinieri, ha di nuovo rifilato un paio di pugni a una vecchia in autobus, ormai non lo denunciano nemmeno più, il maresciallo gli farà un nuovo e più roboante cazziatone e lo minaccerà con le parole più semplici che saprà trovare.
Quarant’anni prima, nella corte circoscritta dalle case popolari, se ne sta seduto sopra a un pallone che ha già sbattuto fino allo sfinimento contro il bandone di un garage, senza che nessuno venisse a dargli manforte e senza che una massaia s’affacciasse a dirgli di smetterla con quel casino. Guarda le bambine che giocano a campana e si dice che è un gioco da femmine, mentre dondola con il culo sul pallone per darsi un tono. Le bambine sono le sue compagne di scuola o di dottrina con le loro amiche, ma nessuna se lo fila.
Si sfidano e si prendono in giro per ore e, quando se ne vanno, non resta che il vento, forse, a ricordarne i saltelli e le risa e quel sasso piatto abbandonato sulla riga tra il sei e il sette.
Dieci minuti prima è seduto al bancone della rosticceria cinese, c’è entrato più per distrazione che per scelta. Ha ordinato cibi non riconducibili a qualcosa di noto indicandoli con il dito e facendo sì sì con la testa alle domande in una lingua ancora e troppo cinese del cinese. Prima di uscire chiede del bagno, non è agibile, finisce che si pettina fuori, sotto l’insegna.
Quindici giorni prima con la pettorina arancione è di servizio come volontario per la protezione civile a una corsa ciclistica, evita che i corridori si buttino giù per una stradella che fiancheggia il fiume agitando per quel che basta un braccio e una paletta.
Sei mesi prima armato di forbici sminuzza con meticolosità i resti che gli ha messo via la cameriera bassina della trattoria per portarli alla colonia di gatti dietro al cimitero. Non li ama i gatti, ma è pur sempre qualcosa da fare. Del resto la trattoria sta per chiudere, resistono solo le pizzerie, non sarà eterna nemmeno questa storia dei gatti.
Quattro anni prima sta nella saletta della caserma dei Carabinieri, ha di nuovo rifilato un paio di pugni a una vecchia in autobus, ormai non lo denunciano nemmeno più, il maresciallo gli farà un nuovo e più roboante cazziatone e lo minaccerà con le parole più semplici che saprà trovare.
Quarant’anni prima, nella corte circoscritta dalle case popolari, se ne sta seduto sopra a un pallone che ha già sbattuto fino allo sfinimento contro il bandone di un garage, senza che nessuno venisse a dargli manforte e senza che una massaia s’affacciasse a dirgli di smetterla con quel casino. Guarda le bambine che giocano a campana e si dice che è un gioco da femmine, mentre dondola con il culo sul pallone per darsi un tono. Le bambine sono le sue compagne di scuola o di dottrina con le loro amiche, ma nessuna se lo fila.
Si sfidano e si prendono in giro per ore e, quando se ne vanno, non resta che il vento, forse, a ricordarne i saltelli e le risa e quel sasso piatto abbandonato sulla riga tra il sei e il sette.
9 febbraio 2014
o' nipote mascalzone
Stavo al verde quant'è vero iddìo.
E sì che avrei potuto cercare un cesso di lavoro, ma lavorare è al primo posto nella mia personale lista degli status esistenziali da evitare, peggiore anche di stare al verde.
Così andai da zia, che era pomeriggio e sapevo dove trovarla, con la sua stampella e i suoi capelli radi che non coprivano manco per il cazzo le chiazze marroni da vecchia sulla sua testa. Cionondimeno giocava a tombola con i fagioli e le cartellette e poteva spacciarsi per la donna più felice del mondo seppure con tutte le chiazze.
Certo c'era da sperare che infilasse una cinquina o una tombola, almeno, che la mettessero di buonumore predisponendola a sganciare qualche centone.
27 e' zampe e' gallina
Il coglione che tirava su i numeri cercava di fare l'accento napoletano, ma era di Compiobbi e si sentiva.
Io fingevo d'interessarmi alla tombola nel rispetto del ritratto familiare del buon nipote, zia fingeva di non capire che fingevo e le altre vecchie fingevano di non capire che zia fingeva di non capire che io fingevo.
E non so se alla fine il moltiplicarsi di quelle finzioni portasse a un risultato positivo, in un algebrico ribaltarsi di segni, sul fronte della verità.
86 o' cane morto e' stenti
Che poi di smorfia il tizio di Compiobbi ne svendeva una sua, e a ogni giro differente, in barba a Napoli e alla coerenza. Del resto alle vecchie piaceva di più così.
5 o' gobbo e' Nottreddàm
Sorridevo a destra e a manca e ripetevo i numeri estratti a una nonnetta sorda spaccata che sedeva di fronte a me e aiutavo zia coi fagioli anche se era vispa più di me per quello.
77 e' gambe re' spose e' Pontassieve
E così ti lasciava intendere che le aveva bazzicate le spose di Pontassieve, ma quello ci sta.
41 o' sureciello 'nguattato aret o'friggidèr
In due ore di tombolata andò che zia fece un terno e alla fine mi disse che capace le portavo pure merda e mi allungò giusto un cinquantone, ma che faticata.
A ogni modo l'esperienza mi servì per inserire la tombolata al circolo anziani al terzo posto tra gli status esistenziali di vita da evitare, un podio meritato.
Comprai dieci gratta e vinci, che grattai vincendo 20 euro che rigrattai vincendo 5 che rigrattai vincendo zero.
Valutai se tornare da zia e svuotarle la borsetta ma il pensiero d'incontrare magari lo speaker di Compiobbi mi fece passare la voglia: 65 o' nipote mascalzone.
Finii a casa del Benda che era ora di cena e certo non il momento migliore per parlargli dei progetti strafichi che avevo per noi.
La moglie - ché s'era sposato nel frattempo - mi guardava straliciando dalla cucina manco le avessi pisciato sulle rose, sputato che il maritino le avesse raccontato dell'affare che ci aveva visto protagonisti defilati qualche anno prima; si sa che quando si sposano perdono il capo.
Si vedeva lontano un miglio che c'aveva bisogno di soldi: la casa era uno scatolotto da sardine, una creatura era ficcata nel seggiolone, faceva ba-bba ba-bba e sbatteva un cucchiaio nella minestra di verdura con esiti esplosivi, inoltre, a giudicare dalle curve della moglie, un'altra pagnotta stava nel forno.
Non le faccio più quelle robe, mi disse, ho una famiglia adesso, aggiunse, sono un padre responsabile, chiuse.
Bon, dissi, se le cose stanno così buonappetito e saluti alla signora che per come mi guardava l'avrei mandata volentieri affanculo, ma che volete è più forte di me, son galantuomo.
Stavo in fondo al vialetto, avevo appena finito d'innaffiare le rose alla signora quando mi sento chiamare. Ripassa domani sera, mi fa, che sono solo metto a letto la bimba e si fanno due chiacchiere, aggiunse, se hai un piano se ne parla, mi strizzò l'occhio.
La creatura indemoniata era una femmina, dunque, molto bene. Non che questo cambiasse qualcosa.
La serata volgeva al bello quant'è vero iddìo avevo 24 lunghe ore per buttare giù uno straccio di piano un pelo meglio di quello che s'inventò il povero Sandrino pace all'anima sua. Si svoltava, altro che gratta e vinci!
Tornando a casa passai a prendere le paste avanzate al bar della Rosa, te le pago domani le dissi, e allungai solo un po' ripassando dalle case del Comune.
Suonai da zia che saranno state le nove sperando che non stesse già dormendo.
65 e' pastarelle.
_____________________________________
EDS Verde by La Donna Camel:
- Opera Numero 1 - Angela
- La sciarpa - Michele
- Un mare d'erba - Melusina
- A proposito della Prinz verde - Bianca
- Fili spezzati - Lillina
15 novembre 2013
Correre con l'altro me
E siccome pare che il forno a crioonde che chiedevo a suo tempo sia stato pensato e realizzato davvero, con il buon Freddy (*), ci riprovo e mi rivolgo ai maghi del software, in specie a coloro che si occupano, o vorrebbero farlo, di app che aiutano chi fa sport.
Tipo chi corre, o vorrebbe farlo.
Avete presente dei videogame di guida, sì? Io pochi in effetti, giusto qualche storica versione di Need for Speed, o di GT, o di V-Rally, ecco in quei giochi, e suppongo anche in quelli di adesso (qualcuno mi può confortare? È ancora così?) c'era una funzione che ti permetteva di correre con la tua vettura vedendo però, in una versione semitrasparente, anche una vettura fantasma che altro non eri che tu al giro prima, o alla gara precedente quando avevi fatto il record. Insomma se c'era una volta che eri stato più veloce ti vedevi lì davanti. Se eri più veloce di sempre, ovviamente, non lo vedevi l'altro te.
Ora, sviluppatori di RunKeeper, Runtastic, o chi per voi, è questa l'utility da offrire al vostro pubblico affinché abbandoni la app in versione free e sganci i soldini per passare a quella a pagamento.
Inventatevi un paio di Runkeeper glass che permettano a me, quando vado a correre nel percorso x, di vedere gli altri me che hanno corso lo stesso percorso, ma più veloce.
Per dire, io corro ancora sulle strade che calcavo a 20 anni, e comunque ho 5 o 6 percorsi tipo sui quali vado a sudare, sarebbe uno stimolo non da poco poter correre con il mio ghost, del giorno prima o magari quello di 30 anni fa.
Non è difficile, d'altro canto i gugol glass ci son di già, al limite usiamo quelli, basterà aggiungere qualche riga di codice, forza, su!
(*) Funzione Raffreddamento bevande: Con Freddy bastano pochi minuti per raffreddare le bottiglie di vino, rinfrescare bibite e offrire freschi aperitivi agli ospiti. Il ciclo raffreddamento bevande permette di rinfrescare le bottiglie alla velocità di circa 1° C al minuto.
13 agosto 2013
Il gioco dei film
Da 3 a ennemila giocatori.
Materiale necessario: un dizionario dei film, penne e fogli di carta.
Dopo avervi allietato con sfiziosi giochetti da lanciare quando state in macchina con la figliolanza, tipo schiaccia il sofficino o panda gialla, vi parlo di un passatempo più da grandi.
È il mio gioco da tavolo preferito, da sempre, dal mio primo Mereghetti del 1993. Ve lo spiego perché è semplice e perché non c'è un gioco più divertente - tra quelli che si fanno con i vestiti addosso, intendo - per passare una serata.
Che tu sia un cinefilo o no non fa differenza, solo la fantasia ti servirà, ma nemmeno tanta, alla fine.
A girare uno tiene il dizionario dei film e gli altri partecipano. Colui che ha il dizionario sceglie un film pescando più o meno a casaccio tra le migliaia di titoli raccolti e poi ne legge la trama, o parte di essa.
Es.: Quattro persone, si introducono di nascosto nel laboratorio segreto del dottor Diabolo. Tra invenzioni e strani macchinari ognuno di loro ha la visione di ciò che succederà se non saranno in grado di porre un freno alle loro passioni.
Magari la legge pure due volte, se qualcuno lo chiede anche tre.
Ogni giocatore a questo punto deve lavorare di fantasia e attribuire un titolo allo straccio di trama letto. I titoli che i giocatori s'inventeranno verranno trascritti in segreto su un foglietto e consegnati a chi conduce la mano, cioè colui che ha letto la trama, che aggiungerà ai titoli inventati il titolo vero scritto di suo pugno. Poi mescolerà i foglietti attribuendo loro un numero (anche al suo col titolo vero) e li leggerà alla platea, in maniera più asettica possibile (vietato ridere e/o inciampare nella lettura per non svantaggiare nessuno!).
Es.:
1 - Cuore cattivo
2 - Il giardino delle torture
3 - Futuro per quattro
4 - Il ritorno di Dottor Diabolo
5 - Passione maledetta
6 - I frutti del male
7 - Belfagor alle crociate (un cretino c'è sempre n.d.h.)
E qui viene il bello. I partecipanti a questo punto cercano d'indovinare il titolo vero tra quelli letti e scrivono il numero corrispondente su un foglio, quando tutti hanno scritto si dà lettura dei numeri. Come si assegnano i punti? Chi conduce il gioco e ha letto la trama (come detto si fa a turno) ha la possibilità di fare 1 punto se nessuno azzecca il titolo vero. Tra gli altri concorrenti ognuno farà 1 punto se indovina il titolo vero e ogni volta che il suo titolo falso viene votato. Sta qui la vera soddisfazione, essersi inventati p.e. "Futuro per quattro" e sentire che il numero 3, appunto, viene votato come titolo vero dagli altri concorrenti.
Buon Divertimento!
In realtà la fantasia non è tutto come dimostra un episodio rimasto storico nella nostra cerchia d'amici. Venne letta una trama di quelle banali, come spesso succede, forse di un lui e una lei, qualcuno che s'innamora e qualcuno che muore, e noi tutti lì ad inventarsi il titolone. Tommy, invece, si limitò a prendere spunto da una bella scatola verde di biscotti comprati all'IKEA che faceva mostra di sé su un ripiano alto del mobile del salotto e scrisse semplicemente: Gille.
Il suo titolo fu votato da tutti e lui diventò l'eroe della serata.
p.s. il titolo vero nell'esempio è questo (bianco su bianco):
Il giardino delle torture.
Materiale necessario: un dizionario dei film, penne e fogli di carta.
Dopo avervi allietato con sfiziosi giochetti da lanciare quando state in macchina con la figliolanza, tipo schiaccia il sofficino o panda gialla, vi parlo di un passatempo più da grandi.
È il mio gioco da tavolo preferito, da sempre, dal mio primo Mereghetti del 1993. Ve lo spiego perché è semplice e perché non c'è un gioco più divertente - tra quelli che si fanno con i vestiti addosso, intendo - per passare una serata.
Che tu sia un cinefilo o no non fa differenza, solo la fantasia ti servirà, ma nemmeno tanta, alla fine.
A girare uno tiene il dizionario dei film e gli altri partecipano. Colui che ha il dizionario sceglie un film pescando più o meno a casaccio tra le migliaia di titoli raccolti e poi ne legge la trama, o parte di essa.
Es.: Quattro persone, si introducono di nascosto nel laboratorio segreto del dottor Diabolo. Tra invenzioni e strani macchinari ognuno di loro ha la visione di ciò che succederà se non saranno in grado di porre un freno alle loro passioni.
Magari la legge pure due volte, se qualcuno lo chiede anche tre.
Ogni giocatore a questo punto deve lavorare di fantasia e attribuire un titolo allo straccio di trama letto. I titoli che i giocatori s'inventeranno verranno trascritti in segreto su un foglietto e consegnati a chi conduce la mano, cioè colui che ha letto la trama, che aggiungerà ai titoli inventati il titolo vero scritto di suo pugno. Poi mescolerà i foglietti attribuendo loro un numero (anche al suo col titolo vero) e li leggerà alla platea, in maniera più asettica possibile (vietato ridere e/o inciampare nella lettura per non svantaggiare nessuno!).
Es.:
1 - Cuore cattivo
2 - Il giardino delle torture
3 - Futuro per quattro
4 - Il ritorno di Dottor Diabolo
5 - Passione maledetta
6 - I frutti del male
7 - Belfagor alle crociate (un cretino c'è sempre n.d.h.)
E qui viene il bello. I partecipanti a questo punto cercano d'indovinare il titolo vero tra quelli letti e scrivono il numero corrispondente su un foglio, quando tutti hanno scritto si dà lettura dei numeri. Come si assegnano i punti? Chi conduce il gioco e ha letto la trama (come detto si fa a turno) ha la possibilità di fare 1 punto se nessuno azzecca il titolo vero. Tra gli altri concorrenti ognuno farà 1 punto se indovina il titolo vero e ogni volta che il suo titolo falso viene votato. Sta qui la vera soddisfazione, essersi inventati p.e. "Futuro per quattro" e sentire che il numero 3, appunto, viene votato come titolo vero dagli altri concorrenti.
Buon Divertimento!
In realtà la fantasia non è tutto come dimostra un episodio rimasto storico nella nostra cerchia d'amici. Venne letta una trama di quelle banali, come spesso succede, forse di un lui e una lei, qualcuno che s'innamora e qualcuno che muore, e noi tutti lì ad inventarsi il titolone. Tommy, invece, si limitò a prendere spunto da una bella scatola verde di biscotti comprati all'IKEA che faceva mostra di sé su un ripiano alto del mobile del salotto e scrisse semplicemente: Gille.
Il suo titolo fu votato da tutti e lui diventò l'eroe della serata.
p.s. il titolo vero nell'esempio è questo (bianco su bianco):
Il giardino delle torture.
4 luglio 2013
L'ospedale delle formiche
Chi non ha mai fatto l'ospedale delle formiche scagli il primo chicco di grano.
No davvero, io mi ci divertivo e dolcemetà pure, nella vita sua.
'Sti (*) formiconi neri, quando erano liberi da altre attività s'intende, li potevi ricoverare ed eran perfetti.
Pazienti, manco per idea, a dirla tutta, cercavano di scappare da ogni parte e allora, per rendere magari più credibile la loro degenza coatta, si era costretti a stroncare loro qualche gambina (dolcemetà nega questa pratica ma solo perché teme ritorsioni degli animalisti, dei Cinesi, e degli animalisti cinesi).
Così, con qualche arto acciaccato, riuscivamo a trattenerle per un po' di tempo nel letto a foglia d'edera preparato per loro con tutto l'amore, anche se poi se la svignavano lo stesso, zoppicando e senza nemmeno firmare le dimissioni.
Stamani France partendo per i centri estivi era visibilmente eccitato e contento e al nostro indagare ci ha spiegato che oggi, con il caro amico Guido, avevano in programma la realizzazione di un ospedale per formiche e se n'è uscito portandosi via il tappo del latte da utilizzare come barella.
Ah, piume delle nostre piume!
(*) Domanda per cruscofili: tipo ma se io, come in questo caso, la lettera che dovrei scrivere in maiuscolo la elido (Q) e metto solo la seconda parte della parola, ha senso che ammaiuscoli la S, oppure no?
No davvero, io mi ci divertivo e dolcemetà pure, nella vita sua.
'Sti (*) formiconi neri, quando erano liberi da altre attività s'intende, li potevi ricoverare ed eran perfetti.
Pazienti, manco per idea, a dirla tutta, cercavano di scappare da ogni parte e allora, per rendere magari più credibile la loro degenza coatta, si era costretti a stroncare loro qualche gambina (dolcemetà nega questa pratica ma solo perché teme ritorsioni degli animalisti, dei Cinesi, e degli animalisti cinesi).
Così, con qualche arto acciaccato, riuscivamo a trattenerle per un po' di tempo nel letto a foglia d'edera preparato per loro con tutto l'amore, anche se poi se la svignavano lo stesso, zoppicando e senza nemmeno firmare le dimissioni.
Stamani France partendo per i centri estivi era visibilmente eccitato e contento e al nostro indagare ci ha spiegato che oggi, con il caro amico Guido, avevano in programma la realizzazione di un ospedale per formiche e se n'è uscito portandosi via il tappo del latte da utilizzare come barella.
Ah, piume delle nostre piume!
(*) Domanda per cruscofili: tipo ma se io, come in questo caso, la lettera che dovrei scrivere in maiuscolo la elido (Q) e metto solo la seconda parte della parola, ha senso che ammaiuscoli la S, oppure no?
22 marzo 2013
Anche le formiche nel loro piccolo sono Mennea
Non ce le avevamo le carte Pokémon, per fortuna, tantomeno le Yu-Gi-Oh e di consolle manco a parlarne. In estate poi non giravano più nemmeno le figurine Panini. Però c’erano le formiche, quelle sì.
Avevamo degli scatolotti trasparenti da pasticche che trafugava da casa il mio amico, il figlio dei farmacisti, tutti belli etichettati coi nomi dei velocisti più noti in quel momento e dentro, assieme a cibarie da formiche tipo semini pane insalata, ci cacciavamo una formica. Era una colonia, sì quasi un carcere, ma le accudivamo al meglio (*).
Poi, su un compensato, con dei chiodi ritorti, avevamo fissato una forassite da elettricisti di quelle grigie, ché quelle colorate son venute dopo. La forassite faceva una curva e poi dritta a riprodurre il tratto di pista percorso dai velocisti sui 200 metri.
L'idea era quella di cronometrare il tempo di percorrenza del canale da parte delle formiche e poi moltiplicarlo per un coefficiente che lo rendesse confrontabile con il 19,83 di Tommie Smith, allora ancora record del mondo.
Al momento della gara il bussolotto veniva accostato all'entrata della forassite/pista che la formica avrebbe dovuto percorrere più velocemente possibile. Pure se nessuno gliel'aveva detto, restavamo fiduciosi.
Avevamo Don Quarrie, Valery Borzov, Hasely Crawford, Steve Williams e Pietro Mennea, tanto per capirsi.
I formiconi che potevamo catturare, lasciando stare le specie troppo piccole, erano di due tipi. C'era il tipo flemmatico, quelle belle cicciotte, che se la pigliavano comoda nella vita come nella nostra pista, facevano qualche passetto e poi capace che stavano mezza giornata dentro alla curva a contemplare non si sapeva bene cosa. E poi c'era il tipo più snello, l'addome più ovale che tondo, che quelle non stavano ferme mai, anche di più difficile cattura. Queste ultime non facevi a tempo ad introdurle nel tubo che erano già uscite dall'altra parte e te rimanevi lì, col casio nero in mano, incapace pure di farlo partire il tuo adorato cronometro al centesimo di secondo, figuriamoci fermarlo a dovere.
Andò così che Don Quarrie rimase in pista finché non lo soffiammo via colla forza, mentre Mennea riconquistò la sua libertà in un lampo e il coefficiente di ricalcolo non fu mai nemmeno ipotizzato.
Il gioco durò perciò poco e, come saggezza popolare vuole, risultò assai bello.
(*) Nessun animale è stato maltrattato nella produzione dei 200 metri piani in forassite.
11 febbraio 2013
Trucchi per vincere a Ruzzle
Macché, niente. Nemmeno un trucco, anzi. Delusi?
Davvero, non vi capisco, ma che gusto c'è? Qualcosa, e più di qualcosa mi sfugge.
Voi che giocate a Ruzzle e cercate dei trucchi per vincere facile? Fate tenerezza, e anche un po' schifo, ve lo dico.
Certo, rapportiamo tutto alla valenza che ha, è un gioco che probabile in 6 mesi se lo porterà via il vento anche se, vista l'eco suscitata, ci sta che resti nella storia di genere assieme a Space Invaders a Tetris a Pac-man a Simcity a Doom a Grand Theft Auto a GranPrix o a Minecraft.
Resta il fatto che voi, che utilizzate ruzzle solver o qualsiasi altra contro app che vi permette di ricopiare (perché la vostra abilità sta tutta lì) i vocaboli che vi danno più punti, non avete certo la mia stima.
Si comincia così, si cerca di fregare il prossimo stracciandolo a Ruzzle, per poi passare avanti nelle file e finire a comprare deputati in Parlamento.
Siete gli Armstrong della ricerca parole, siete i Ben Johnson dei miei stivali. E quando in tivù appare il vostro idolo Lance Armstrong (oppure Cipollini o un qualsiasi altro ciclista a vostra scelta che abbia dominato la scena per un anno o due, ma forse anche per una sola corsa o una tappa) non fingete ribrezzo e repulsione, uscite allo scoperto e ditelo ai vostri amici: Io sono come lui, baro per vincere.
Epperò siete pure più coglioni perché niente ve ne viene.
Oltretutto, gli Armstrong, i Contador, i Ben Johnson o chi per essi cercano di farlo in camuffa, invece voi vi si sgama facile. Magari fate due manche regolari dove ci si può anche illudere di battervi, ma poi nella terza e decisiva trovate, come per miracolo, le parole che vi portano a una schiacciante vittoria. Ma non una o due parole, proprio tutte.
Succede così che tu ti ammazzi per trovarne 60 e l'altro con 30 fa il triplo dei tuoi punti.
Che soddisfazione deve essere! Certo avete una classifica da scalare, già, arrivate al primo posto e quando ci siete fate un fischio che veniamo a dirvi bravi.
Alla fine il baro da ruzzle non è un problema, lo eviti e finisce lì. Tanto lui a cercarti non ci viene. Però è la purezza del gioco che si perde, la poesia della sfida che svanisce.
Vuoi mettere com'era mettersi davanti al Sinudyne in bianco e nero e aspettare Lea Pericoli su Tele MonteCarlo per potersi misurare a Paroliamo con il fenomeno di Massa Silvano Rocchi?
Mentre voi, coglioncelli, non potrete mai nemmeno capirla una roba così.
Ah, il mio nome Ruzzle è Hombreweb e le mie statistiche ad oggi dicono ciò:
Livello di abilità 2043
Punteggio più alto del turno 3134
Punteggio più alto della partita 4480
Conteggio di parole più alto 77
Numero di partite 673
Numero di vittorie 421
Numero di sconfitte 252
Numero di pareggi 0
Parola più lunga SETACCIAVI
Parola migliore AVVISTATI (409 punti)
Sono Hombreweb, sono un ruzzleista e non gioco da 3 ore.
Davvero, non vi capisco, ma che gusto c'è? Qualcosa, e più di qualcosa mi sfugge.
Voi che giocate a Ruzzle e cercate dei trucchi per vincere facile? Fate tenerezza, e anche un po' schifo, ve lo dico.
Certo, rapportiamo tutto alla valenza che ha, è un gioco che probabile in 6 mesi se lo porterà via il vento anche se, vista l'eco suscitata, ci sta che resti nella storia di genere assieme a Space Invaders a Tetris a Pac-man a Simcity a Doom a Grand Theft Auto a GranPrix o a Minecraft.
Resta il fatto che voi, che utilizzate ruzzle solver o qualsiasi altra contro app che vi permette di ricopiare (perché la vostra abilità sta tutta lì) i vocaboli che vi danno più punti, non avete certo la mia stima.
Si comincia così, si cerca di fregare il prossimo stracciandolo a Ruzzle, per poi passare avanti nelle file e finire a comprare deputati in Parlamento.
Siete gli Armstrong della ricerca parole, siete i Ben Johnson dei miei stivali. E quando in tivù appare il vostro idolo Lance Armstrong (oppure Cipollini o un qualsiasi altro ciclista a vostra scelta che abbia dominato la scena per un anno o due, ma forse anche per una sola corsa o una tappa) non fingete ribrezzo e repulsione, uscite allo scoperto e ditelo ai vostri amici: Io sono come lui, baro per vincere.
Epperò siete pure più coglioni perché niente ve ne viene.
Oltretutto, gli Armstrong, i Contador, i Ben Johnson o chi per essi cercano di farlo in camuffa, invece voi vi si sgama facile. Magari fate due manche regolari dove ci si può anche illudere di battervi, ma poi nella terza e decisiva trovate, come per miracolo, le parole che vi portano a una schiacciante vittoria. Ma non una o due parole, proprio tutte.
Succede così che tu ti ammazzi per trovarne 60 e l'altro con 30 fa il triplo dei tuoi punti.
Che soddisfazione deve essere! Certo avete una classifica da scalare, già, arrivate al primo posto e quando ci siete fate un fischio che veniamo a dirvi bravi.
Alla fine il baro da ruzzle non è un problema, lo eviti e finisce lì. Tanto lui a cercarti non ci viene. Però è la purezza del gioco che si perde, la poesia della sfida che svanisce.
Vuoi mettere com'era mettersi davanti al Sinudyne in bianco e nero e aspettare Lea Pericoli su Tele MonteCarlo per potersi misurare a Paroliamo con il fenomeno di Massa Silvano Rocchi?
Mentre voi, coglioncelli, non potrete mai nemmeno capirla una roba così.
Ah, il mio nome Ruzzle è Hombreweb e le mie statistiche ad oggi dicono ciò:
Livello di abilità 2043
Punteggio più alto del turno 3134
Punteggio più alto della partita 4480
Conteggio di parole più alto 77
Numero di partite 673
Numero di vittorie 421
Numero di sconfitte 252
Numero di pareggi 0
Parola più lunga SETACCIAVI
Parola migliore AVVISTATI (409 punti)
Sono Hombreweb, sono un ruzzleista e non gioco da 3 ore.
9 ottobre 2012
Panda gialla - per PS3
Finalmente la Sony colma il gap accumulato con Nintendo e Microsoft e lancia il più popolare gioco d'avvistamento anche sulla PS3 che va ad affiancarsi alle uscite estive per Wii e XBox.
Panda gialla è un arcade di ultima generazione che causa dipendenza, per questo la casa produttrice ne raccomanda una fruizione controllata, specie ai più grandi.
Funziona così, prendete la vostra consolle, staccate tutti i fili, ficcatela in un cassetto e uscite. Meglio se con un amico, la fidanzata, la famiglia, un figlio o anche un collega. Certo, si può giocare anche da soli, ma alla fine continuare a battere il proprio record può diventare noioso.
Dunque, si diceva, siete a passeggio, oppure viaggiate in auto, in bus o in bici con il vostro amico e parlate del più e del meno fino a che uno dei due, a seguito dell'avvistamento di una Panda zafferana, dal nulla, urla "Panda gialla" e tocca l'altro, come quando da ragazzi ci si passava una suora o una prinz verde.
Ma iella non ne gira, tranquilli, si tocca solo per confermare il punto, perché di questo si tratta: l'avvistatore sale a 1 e l'altro resta al palo. E poi continuate la vostra attività primaria, tipo vi pigliate il caffè, parlate dell'ennesimo rigore dubbio concesso alla Juve, v'incazzate coll'assessore di turno che s'è fregato il tesoretto, vi sedete in piazza a leccare un gelato e tutto ha un'apparenza di normalità. Ma in background gira il software di Panda gialla che sì, occuperà poco più d'uno sputo della vostra memoria, ma non crasha mai. E quando l'alone meccanico e giallognolo comparirà da uno stop o da una curva il vostro urlo sarà pronto a squarciare il cielo come un lampo "Panda gialla", cazzo, e 1 a 1.
Tutto questo va avanti in una sessione che termina solo quando vi separate dal vostro compagno di gioco. Se ello insisterà per trascorrere altro tempo con voi, non illudetevi che si sia innamorato, sta solo in svantaggio a Panda gialla e imbastisce un misero tentativo di recupero.
E anche in famiglia mia son lontani i tempi di Schiaccia il Sofficino (se dio, o chi per lui, vuole).
E un'ultima cosa... Marchionne? 'Scolta, che tanto s'è capito che tu vuoi portare tutta la baracca oltreoceano, non fare i' furbo, almeno la Panda, almeno quella gialla, lasciala in Italia.
Panda gialla è un arcade di ultima generazione che causa dipendenza, per questo la casa produttrice ne raccomanda una fruizione controllata, specie ai più grandi.
Funziona così, prendete la vostra consolle, staccate tutti i fili, ficcatela in un cassetto e uscite. Meglio se con un amico, la fidanzata, la famiglia, un figlio o anche un collega. Certo, si può giocare anche da soli, ma alla fine continuare a battere il proprio record può diventare noioso.
Dunque, si diceva, siete a passeggio, oppure viaggiate in auto, in bus o in bici con il vostro amico e parlate del più e del meno fino a che uno dei due, a seguito dell'avvistamento di una Panda zafferana, dal nulla, urla "Panda gialla" e tocca l'altro, come quando da ragazzi ci si passava una suora o una prinz verde.
Ma iella non ne gira, tranquilli, si tocca solo per confermare il punto, perché di questo si tratta: l'avvistatore sale a 1 e l'altro resta al palo. E poi continuate la vostra attività primaria, tipo vi pigliate il caffè, parlate dell'ennesimo rigore dubbio concesso alla Juve, v'incazzate coll'assessore di turno che s'è fregato il tesoretto, vi sedete in piazza a leccare un gelato e tutto ha un'apparenza di normalità. Ma in background gira il software di Panda gialla che sì, occuperà poco più d'uno sputo della vostra memoria, ma non crasha mai. E quando l'alone meccanico e giallognolo comparirà da uno stop o da una curva il vostro urlo sarà pronto a squarciare il cielo come un lampo "Panda gialla", cazzo, e 1 a 1.
Tutto questo va avanti in una sessione che termina solo quando vi separate dal vostro compagno di gioco. Se ello insisterà per trascorrere altro tempo con voi, non illudetevi che si sia innamorato, sta solo in svantaggio a Panda gialla e imbastisce un misero tentativo di recupero.
E anche in famiglia mia son lontani i tempi di Schiaccia il Sofficino (se dio, o chi per lui, vuole).
E un'ultima cosa... Marchionne? 'Scolta, che tanto s'è capito che tu vuoi portare tutta la baracca oltreoceano, non fare i' furbo, almeno la Panda, almeno quella gialla, lasciala in Italia.
2 luglio 2012
Distruzioni per l'uso
Il rischio c'era, in effetti, considerando che nessuno di noi aveva mai pilotato un elicottero.
Avevamo una voglia matta di vederlo andare che contrastava con l'innata idiosincrasia verso le istruzioni per l'uso.
Intanto son scritte in piccolo, sempre troppo in piccolo per chi da un po' si avvale della presbiopia del quarantenne, in più queste, nello specifico, con diversi paragrafi stampati grigio scuro su grigio chiaro e oggettivamente poco leggibili.
Sono del parere che nessun articolo dovrebbe essere messo in vendita se per farlo funzionare necessita di istruzioni per l'uso, tutto dovrebbe essere intuitivo. Vi siete mai visti consegnare una palla con il manuale d'utilizzo? Mannò, è chiaro: la vedi, è rotonda, le tiri un calcio e il più è fatto.
Io non vorrei leggermi le istruzioni manco dovessi pilotare l'Apollo 13 al posto di Jack Swigert. E del resto nemmeno lui l'ha fatto.
Abbiamo regalato a France questo modellino di elicottero radiocomandato, di quelli che vedi pilotare con maestria dai ragazzotti al reparto giocattoli di Harrods o da Hamleys, ragazzi con la faccia spocchiosa di chi nasce imparato e le istruzioni le ha gettate via subito, e nemmeno nella differenziata della carta.
Giustamente dolcemetà ci ha consigliato di andare in giardino che in casa rischiavamo di abbattere qualche gioiellino della Thun.
- Ti faccio vedere io come si fa e DOPO ti faccio provare, ok?
Che io ho passato anche il periodo delle macchinine radiocomandate e il telecomando appare simile. Con una leva si accelera/vola con l'altra si svolta, che sarà mai?
Purtroppo nell'indigesto papiello istruttivo, dove si vanno ad elencare le condizioni auspicate per evitare la distruzione del Mini Airwolf, e che io ho preso in mano solo a posteriori, tra le altre cose, sta scritto: non utilizzare l'elicottero in luoghi con luce solare diretta che può influire col sistema di comando.
Ora, oggi alle 18, per trovare un luogo che non fosse irradiato di luce solare diretta avremmo dovuto comunque cercare una grotta, un Sasso di Matera o un tunnel e non ne avevamo a portata di mano, così ci siam messi lì.
Con il primo tentativo il velivolo s'è abbattuto sulla siepe di gelsomino e con il secondo sotto la grondaia del tetto. Avevo notato che non rispondeva ai comandi, cioè una volta partito non si fermava, neppure a mollare la leva di volo sullo zero.
Ma sprezzante del pericolo ho convinto France a farmi fare l'ultimo tentativo.
Siamo rimasti lì, in giardino, come due ebeti col naso rivolto verso il cielo a guardare il nostro elicotterino da 29,90 euro all'Autogrill pigliare il volo. Su, sopra la nostra casa, quella del vicino e poi ancora su, oltre il palazzone del civico 128.
Ho abbassato la cloche, ho messo il telecomando su off e poi ho tolto pure le pile... tutto inutile, l'abbiamo visto scomparire in cielo in direzione sud-est.
Qualcuno di voi che sta a sud-est?
Per placare l'ira silente di France (domani il suo fratellone, lui sì che l'avrebbe fatto volare pure ad occhi bendati e con un braccio legato dietro la schiena) l'ho aiutato a preparare un cartello tipo di quelli per i cani.
Lui ha disegnato il Mini Airwolf copiandolo dalla scatola e io ci ho scritto: "Smarrito elicotterino radiocomandato" + numero di cellulare. Abbiamo attaccato l'annuncio al palo accanto ai bidoni della nettezza e siamo tornati a casa in posizione di attesa.
Ad ora nessuna chiamata, ma non disperiamo.
Avevamo una voglia matta di vederlo andare che contrastava con l'innata idiosincrasia verso le istruzioni per l'uso.
Intanto son scritte in piccolo, sempre troppo in piccolo per chi da un po' si avvale della presbiopia del quarantenne, in più queste, nello specifico, con diversi paragrafi stampati grigio scuro su grigio chiaro e oggettivamente poco leggibili.
Sono del parere che nessun articolo dovrebbe essere messo in vendita se per farlo funzionare necessita di istruzioni per l'uso, tutto dovrebbe essere intuitivo. Vi siete mai visti consegnare una palla con il manuale d'utilizzo? Mannò, è chiaro: la vedi, è rotonda, le tiri un calcio e il più è fatto.
Io non vorrei leggermi le istruzioni manco dovessi pilotare l'Apollo 13 al posto di Jack Swigert. E del resto nemmeno lui l'ha fatto.
Abbiamo regalato a France questo modellino di elicottero radiocomandato, di quelli che vedi pilotare con maestria dai ragazzotti al reparto giocattoli di Harrods o da Hamleys, ragazzi con la faccia spocchiosa di chi nasce imparato e le istruzioni le ha gettate via subito, e nemmeno nella differenziata della carta.
Giustamente dolcemetà ci ha consigliato di andare in giardino che in casa rischiavamo di abbattere qualche gioiellino della Thun.
- Ti faccio vedere io come si fa e DOPO ti faccio provare, ok?
Che io ho passato anche il periodo delle macchinine radiocomandate e il telecomando appare simile. Con una leva si accelera/vola con l'altra si svolta, che sarà mai?
Purtroppo nell'indigesto papiello istruttivo, dove si vanno ad elencare le condizioni auspicate per evitare la distruzione del Mini Airwolf, e che io ho preso in mano solo a posteriori, tra le altre cose, sta scritto: non utilizzare l'elicottero in luoghi con luce solare diretta che può influire col sistema di comando.
Ora, oggi alle 18, per trovare un luogo che non fosse irradiato di luce solare diretta avremmo dovuto comunque cercare una grotta, un Sasso di Matera o un tunnel e non ne avevamo a portata di mano, così ci siam messi lì.
Con il primo tentativo il velivolo s'è abbattuto sulla siepe di gelsomino e con il secondo sotto la grondaia del tetto. Avevo notato che non rispondeva ai comandi, cioè una volta partito non si fermava, neppure a mollare la leva di volo sullo zero.
Ma sprezzante del pericolo ho convinto France a farmi fare l'ultimo tentativo.
Siamo rimasti lì, in giardino, come due ebeti col naso rivolto verso il cielo a guardare il nostro elicotterino da 29,90 euro all'Autogrill pigliare il volo. Su, sopra la nostra casa, quella del vicino e poi ancora su, oltre il palazzone del civico 128.
Ho abbassato la cloche, ho messo il telecomando su off e poi ho tolto pure le pile... tutto inutile, l'abbiamo visto scomparire in cielo in direzione sud-est.
Qualcuno di voi che sta a sud-est?
Per placare l'ira silente di France (domani il suo fratellone, lui sì che l'avrebbe fatto volare pure ad occhi bendati e con un braccio legato dietro la schiena) l'ho aiutato a preparare un cartello tipo di quelli per i cani.
Lui ha disegnato il Mini Airwolf copiandolo dalla scatola e io ci ho scritto: "Smarrito elicotterino radiocomandato" + numero di cellulare. Abbiamo attaccato l'annuncio al palo accanto ai bidoni della nettezza e siamo tornati a casa in posizione di attesa.
Ad ora nessuna chiamata, ma non disperiamo.
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