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11 novembre 2015

Di numeri e di biscotti

In uno di quei riflussi nostalgici che sempre più spesso ultimamente mi si presentano è andata che ho comprato dei Pavesini che mi sto sparando, pacchetto dopo pacchetto, a colazione.
Ma voi, se foste stati il signor Pavesi, quanti diamine di biscotti avreste messo per ogni singola confezione?
Questo mi chiedevo ieri mattina in scooter mentre venivo in ufficio.
In realtà mi ero posto la questione a metà colazione, ma avendo già pappato alcuni e imprecisati pavesini mi era impossibile ricavare il numero iniziale, anche perché la confezione, giustamente anni '70 e priva di ogni e qualsivoglia malfunzionante apertura facilitata, va completamente dilaniata per accedere ai biscotti e non presentava uno spazio vuoto stimabile in numero di pavesini mangiati da sommare a quelli restanti per ottenere un totale.
Insomma a occhio potevano sembrare una decina ecco, o forse otto. O magari dodici.
In effetti erano le tre ipotesi più probabili anche se per questione di rotondità tendevo a pensare al 10. 10 frollini per confezione, e magari 10 confezioni per scatola. La vuoi meglio?
[n.p.g.(*) ogni scatola classica contiene 8 confezioni]
Invece cosa t'inventa il signor Pavesi? In ogni pacchettino ce ne stipa 11. Undici!
Ok, li state contando... vi lascio qualche secondo...
...
Fatto?
Sì, lo so, non ha senso, eppure è così.
La mia incredulità è stata avallata poi in famiglia, quando ho posto la questione tipo fagioli di Raffaella, e nessuno s'è sognato di dire 11.
Undici per otto ottantotto e via andare con una serie di multipli irragionevoli per un addetto alle statistiche di produzione e vendita.
Alla fine, e mi era venuto il sospetto, il conto pari l'hanno fatto con il peso, una confezione di 11 biscotti pesa infatti 25 grammi e questo spiega - quasi - tutto.
Sì perché, a quel punto, un frollino pesa 2,27 periodico, ma dico, non era più semplice farlo di 2,5 grammi?

(*) - n.p.g. nota post gugolata

25 settembre 2014

Pompista esattore IV livello

Quando pompavo la benzina giù nei serbatoi passavano i vips.
Perché le auto dei vips avevano il carburatore assetato di ottani anche loro.
Erano i vips che scendevano l'Autostrada del Sole verso Sud in direzione di Roma capitale.
C'erano i calciatori o gli ex-calciatori e altri sportivi in genere.
Paolo Rossi che andava a Perugia, Giuliano Terraneo che mi lasciò 200 lire di mancia, Walter Novellino che pure a Perugia tornava da Milano, Comunardo Niccolai che ci dissi "Sai ho sempre tifato Cagliari" E lui "Uhm" e io pensai ma vaffanculo tu, tutte le tue autoreti e st'alfasud marrone che ti ritrovi.
Poi Gianni Giacomini e anche Gianni Ocleppo, ma chi sono? direte voi e avete tutte le ragioni.
C'erano magari i vips dello spettacolo.
Mina, ragazzi, è passata Mina, e no, non guidava lei, i vips mica guidano, era passeggera coi suoi fanaloni sugli occhi. Nadia Cassini e il marito Yorgo Voyagis, lei scese pure di macchina, con un paio di jeans che lo sapeva di avere quel culo lì, per fare una puntatina all'Esso Shop. Rita Pavone e Teddy Reno, che un mio collega corse dalla Peldicarota e le chiese "Lei l'è Rita Pavone, vero?" e la crista disse sì, che doveva dire? ma non ci fu nessun seguito, manco il selfie con ella fatalmente.
Claudio Villa e la moglie Patrizia che viaggiavano su una moto Honda 500, arancione mi pare, ganzo lui. Adriano Celentano che era stato al bar, su, e che aveva una fruit rossa a V strappata che un tizio ci voleva dare un passaggio perché l'aveva scambiato per uno straccione.
E poi ho gonfiato le gomme a un maggiolone bordò guidato da Isa Barzizza, che sul sedile posteriore portava Eduardo, ecco, quello è stato il top.
E poi un giorno, fuori dai vips, passa questa ragazzotta inglese, le faccio il pieno, e al momento di pagare mi si presenta con le dita delle mani gonfie a mo' di salsicciotti, ma tutte, tutte e dieci così, francamente inutili, con più la forma del fuso ad essere onesti. Una roba inverosimile che non ce la faceva nemmeno a scorrere i fogli da diecimila lire, per dire, e io lì, imbambolato come un cretino, che non sapevo dove guardare e che non capivo se mi stava prendendo per il culo - chissà magari son finito su una candid camera della BBC - o se dovevo compatirla fino alle lacrime.
Non l'ho mai saputo se era uno scherzo o cosa e non ho più rivisto nessuno conciato così.
Però di faccia era carina.

9 giugno 2013

C'hai centolire?

Centolire era una donna, o almeno lo era stata.
Una sorta di Patti Smith a vederla, solo più sporca e meno carica.
Viaggiava con addosso uno spolverino nero, sembrava scivolare piuttosto che camminare, tipo come se pattinasse, se sfruttasse delle rotaie, non staccava i piedi dal suolo. T'arrivava alle spalle che non la sentivi, si materializzava lì come avesse viaggiato attraverso la storia, imbucandosi in varchi temporali abbandonati e angusti, su vagoni di terza classe.
Due cose ti poteva dire, "Che... c'hai centolire?" se non ti conosceva, se era la prima volta che ti vedeva o se eri uno di passaggio nel paese, oppure "C'hai centolire?" saltando ogni preambolo di cortesia introduttiva, se già t'aveva impattato. Strascicava la ci dolce un po' come strascicava i piedi, blanda e svogliata.
Gravitava attorno all'Autogrill, com'era logico, l'unico ambiente che mostrava surrogati di pulsioni di vita in un irragionevole raggio spaziale.
Ci rimanemmo tutti come dei bischeri quando fu trovata una mattina all'alba che usciva dai bagni pubblici dell'autogrill dove aveva passato la notte insieme a Foffo, una vecchia conoscenza, un entraesci dal manicomio, un'altra esistenza di margine.
Non era facile immaginarli insieme, pensarli che si accarezzavano o che si accoppiavano con la furia degli animali. Non era facile immaginare il momento del loro incontro, non era facile immaginare parole che potessero essere state proferite dall'uno o dall'altra.
Era facile solo immaginare il perché, come c'insegnava Patti proprio in quegli anni.
Because the night belongs to lovers.

5 ottobre 2012

Il bambino ciccio in fondo al pullmino

Quando mi tocca porto France alla fermata dello scuolabus.
Eccolo che arriva, ciao ciao, niente bacino in pubblico che lo vedono peccarità.
Sale sopra e, diretto come un fuso e a testa bassa, va a fiondarsi su un sedile dall’altro lato del mezzo.
Non c’è pericolo che mi risaluti da sopra, oltretutto raramente proferisce parola o interagisce con altri esemplari della sua razza prima che siano trascorse un paio d’ore dalla sveglia.
E così saluto la Sarina e Nicco, che sono i figli di una mia amica, che stanno già sopra, che magari non avrebbero neppure tutti questi motivi per essere allegri, ma che hanno un’espressione da vita ti amo che ti fa srotolare il primo passo della giornata nella direzione giusta.
Poi lo scuolabus comincia a sfilarmi piano che ancora sorrido, e qui lo vedo. Se ne sta seduto nell’ultima fila, lato strada, è il bambino ciccio che nessuno di noi vorrebbe essere.
Mi guarda, lo sa che ho salutato dei bambini, probabile che si sia accorto pure che non mi scambiavo i sorrisi con il mio, ha gli occhi attenti. Non implora, non chiede niente, eppure ha scorto uno spiraglio in quella porta dove può infilarci un piede.
Lo guardo anch’io, e poi succede che all’unisono alziamo la mano e ci salutiamo. Senza conoscersi, almeno fino ad allora.
Mi commuovo con poco.
Tornando verso casa sorrido, ho la mia ratatouille a cui pensare: quando, bambino, pedalavo sull'Airone gialla 26 fino al cavalcavia sull’autostrada e lì, aggrappato alla rete, attendevo la macchina giusta, pescata in quel fiume di veicoli sulla Milano-Roma, la macchina con dentro un adulto che puntasse lo sguardo oltre il suo cruscotto e che mi potesse regalare un saluto con la mano. E un sorriso.
I sassi ancora non erano stati inventati.

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edit del 17 ott 2012 - è diventato un piccolo rito adesso, ogni volta ci salutiamo, come due vecchi amici che sono stati a bersi una birra.

2 luglio 2012

Distruzioni per l'uso

Il rischio c'era, in effetti, considerando che nessuno di noi aveva mai pilotato un elicottero.
Avevamo una voglia matta di vederlo andare che contrastava con l'innata idiosincrasia verso le istruzioni per l'uso.
Intanto son scritte in piccolo, sempre troppo in piccolo per chi da un po' si avvale della presbiopia del quarantenne, in più queste, nello specifico, con diversi paragrafi stampati grigio scuro su grigio chiaro e oggettivamente poco leggibili.
Sono del parere che nessun articolo dovrebbe essere messo in vendita se per farlo funzionare necessita di istruzioni per l'uso, tutto dovrebbe essere intuitivo. Vi siete mai visti consegnare una palla con il manuale d'utilizzo? Mannò, è chiaro: la vedi, è rotonda, le tiri un calcio e il più è fatto.
Io non vorrei leggermi le istruzioni manco dovessi pilotare l'Apollo 13 al posto di Jack Swigert. E del resto nemmeno lui l'ha fatto.
Abbiamo regalato a France questo modellino di elicottero radiocomandato, di quelli che vedi pilotare con maestria dai ragazzotti al reparto giocattoli di Harrods o da Hamleys, ragazzi con la faccia spocchiosa di chi nasce imparato e le istruzioni le ha gettate via subito, e nemmeno nella differenziata della carta.
Giustamente dolcemetà ci ha consigliato di andare in giardino che in casa rischiavamo di abbattere qualche gioiellino della Thun.
- Ti faccio vedere io come si fa e DOPO ti faccio provare, ok?
Che io ho passato anche il periodo delle macchinine radiocomandate e il telecomando appare simile. Con una leva si accelera/vola con l'altra si svolta, che sarà mai?
Purtroppo nell'indigesto papiello istruttivo, dove si vanno ad elencare le condizioni auspicate per evitare la distruzione del Mini Airwolf, e che io ho preso in mano solo a posteriori, tra le altre cose, sta scritto: non utilizzare l'elicottero in luoghi con luce solare diretta che può influire col sistema di comando.
Ora, oggi alle 18, per trovare un luogo che non fosse irradiato di luce solare diretta avremmo dovuto comunque cercare una grotta, un Sasso di Matera o un tunnel e non ne avevamo a portata di mano, così ci siam messi lì.
Con il primo tentativo il velivolo s'è abbattuto sulla siepe di gelsomino e con il secondo sotto la grondaia del tetto. Avevo notato che non rispondeva ai comandi, cioè una volta partito non si fermava, neppure a mollare la leva di volo sullo zero.
Ma sprezzante del pericolo ho convinto France a farmi fare l'ultimo tentativo.
Siamo rimasti lì, in giardino, come due ebeti col naso rivolto verso il cielo a guardare il nostro elicotterino da 29,90 euro all'Autogrill pigliare il volo. Su, sopra la nostra casa, quella del vicino e poi ancora su, oltre il palazzone del civico 128.
Ho abbassato la cloche, ho messo il telecomando su off e poi ho tolto pure le pile... tutto inutile, l'abbiamo visto scomparire in cielo in direzione sud-est.
Qualcuno di voi che sta a sud-est?
Per placare l'ira silente di France (domani il suo fratellone, lui sì che l'avrebbe fatto volare pure ad occhi bendati e con un braccio legato dietro la schiena) l'ho aiutato a preparare un cartello tipo di quelli per i cani.
Lui ha disegnato il Mini Airwolf copiandolo dalla scatola e io ci ho scritto: "Smarrito elicotterino radiocomandato" + numero di cellulare. Abbiamo attaccato l'annuncio al palo accanto ai bidoni della nettezza e siamo tornati a casa in posizione di attesa.
Ad ora nessuna chiamata, ma non disperiamo.

28 giugno 2012

Italie-Germanie

Copio Chiagia che s'ispira a Gramellini e fermo le istantanee delle mie 3 Italie-Germanie, anzi aggiungo una bonus track.

1970 - L'ho vista solo il giorno dopo, in bianco e nero sul già citato Radio Allocchio Bacchini. Ricordo la frase di mio padre che, incredulo, raccontava della gente che a Firenze per la gioia aveva fatto il bagno nelle fontane. Ecco, lui era più stupito da questa cosa che dalla rocambolesca partita dell'Azteca. Il mio idolo Gigi Riva segnò un gol straordinario (riguardatevelo dall'inizio, è lui che recupera quel pallone nella nostra metà campo) e fu il primo ad abbracciare Gianni Rivera alla rete del definitivo 4 a 3. Quell'abbraccio, ogni volta che lo vedo o che lo penso, mi dà i brividi, né più né meno dello scolapasta assassino.

1978 (extra) - Non era una finale e non era un'eliminazione diretta, era la partita di un gironcino al mundial argentino. Era l'estate del mio primo lavoro (in vacanza da scuola) al distributore Esso dell'area di servizio Chianti Ovest, pompavo bnezina giù nei serbatoi ed ero di turno. Fu Pasco, un collega - che dio o chi per lui lo benedica! - ad arrivare con un Sinudyne 14 pollici in rigoroso bianco e nero che fu piazzato all'Esso Shop. Era una grande Germania, erano i campioni del mondo in carica, giocavano con Sepp Maier in porta, ma tenemmo il campo bene, meglio di loro e pareggiammo 0 a 0. Rammento Antognoni, col 9, sostituito da Zaccarelli.

1982 - Ero militare a Pistoia e dovevo rientare alle 11, tassativo. Se fossero andati ai supplementari, li avrei persi. La vedemmo a casa mia con mia sorella, mio cognato e una coppia di loro amici di Pontassieve, mai visti prima e poi spariti nel nulla. Rientrai in caserma con il tricolore appeso al collo come un mantello e mi presi l'applauso dell'ufficiale di guardia. Ma la cosa che più ho impressa nella memoria è la delusione al rigore di Cabrini e la sequela di insulti che gli ho urlato contro, altro che il vaffa bonario di Pertini.

2006 - Ero in campeggio, alle Rocchette, e l'ho vista coi villeggianti allo schermo gigante, compresi parecchi tedeschi. Anche il mio France era piccolo e dormiva in roulotte con dolcemetà che si era sacrificata... ricordo anch'io molto bene quella fava di Fabio Caressa che alla fine disse "E ora andiamo a Berlino a prenderci la coppa" e che ci toccammo tutti, proprio lì (ognuno i suoi).

2012 - Quello che mi vien da dire è che fuori non percepisco un clima da Italia-Germania, non si respira il sapore acre di certe vigilie. Non si parla di formazione, non la si discute. Dove son finiti i 50 milioni di Commissari Tecnici? Hanno perso il lavoro pure loro?

5 giugno 2012

Cronache dall'autogrill: Coco Phone

A me dovete darmi il nome - uno solo, me ne basta uno! - di quel sant'uomo che spende 20 euri in quest'aggeggio. Una cornetta telefonica vecchio stile, con tanto di filo a spirale, da collegare a dispositivi ultrapiatti e proiettati nel futuro. Un irragionevole balzo nella preistoria che intende propinarci un catafalco al posto del BlueTooth.
Non serve un uomo sano di mente, ne basta uno così così, per capire che dovrebbe essere un prodotto invendibile, eppure... eppure il fatto che sia lì, esposta a mo' di gioiello della corona, negli angusti passaggi del relax autostradale, fa pensare il contrario.
E allora, se per strada vi capiterà di vedere un daft prick (*) che usa la cornettona anni settanta di Coco Phone, vi preeego, chiedetegli come si chiama e fatemelo sapere.

In appendice, a qualcuno interesserà sapere che Grugnino non demorde, ne hanno sfornati addirittura due modelli nuovi. Il primo enorme, probabilmente una misura da alano. Il secondo, in accordo alla giornata mondiale dell'ambiente, con erba e fiorellini stampigliati sulla panciotta gommosa.
Ero coi miei figli e, come contrappasso impone, ho dovuto tirarli via a forza dalle mandrie ammaliatrici dei maialino Grugnino.

(*) cazzone avariato (grazie singlemama)

9 maggio 2012

Non di solo panuozzo vive l'uomo (purtroppo)

Ci sono esperienze che valgono un post e altre che varrebbero un blog intero.
Tra le prime, le avventure di Grugnino maialino che continua a riscuotere un successo inusitato all'autogrill: su 10 persone che transitano, 5 gli danno una strizzata e 1 se lo compra (il campione era comunque ristretto a 10 elementi).
Tra le seconde, invece, ci sta il panuozzo di Pizza Man.
Pizza Man, a Firenze, è una sorta di mini catena di pizzerie che fanno capo a Pasquale Pometto.
Diciamolo, Pasquale, il nome fa schifo, non ti sei sforzato un granché.
Il man, quello vero, quello anglofono, la pizza non è degno nemmeno di nominarla.
Ogni altro cazzoso nome, magari italiano, meglio ancora meridionale sarebbe andato bene. Pure pizza Hombre si sarebbe guadagnato una sufficienza, seppur stiracchiata.
Ma Pizza Man, non si può sentire, ma tant'è, indietro non si torna.
Epperò Pasquale fa una pizza speciale che dopo 3 o 4 morsi ti fa dimenticare il nome assurdo dell'insegna, come ti chiami e soprattutto che ci siano altri cibi al mondo.
Avete presente quando nelle serate di svacco con gli amici si parte con quelle domande assurde del tipo ma te, te, su un'isola deserta, dovessi portare un solo alimento che ti porteresti?
Finora ho sempre risposto spaghetti al pomodoro, ma ho deciso di cambiare dopo l'esperienza mistica di stasera: il panuozzo di Pizza Man.
Se proprio non abitate ad Auckland, vi consiglio di farci un salto.

p.s. Dukan nei tag l'ho messo a spregio.

22 aprile 2012

Le patate fritte mancano sempre

Un po' me l'aspetto un movimento in controtendenza sulle patate fritte.
Un'ondata snob paragonabile per trasgressione solo a chi, per scelta, non aveva il televisore negli anni ottanta.
Arriveranno quelli che le schiferanno, però, per adesso, risulta ancora che le patate fritte piacciano a tutti. E piacciano parecchio. Difficilmente trovi quello che, sì gli piacciono, ma così così e può farne anche a meno.
Quando al ristorante arrivano i vassoi con le patate fritte, i commensali ti studiano con gli occhi e sono pronti a piantarti una forchettata sulle mani se tanto tanto t'azzardi a tirartene nel piatto più della tua dose deputata, dose facilmente calcolabile con Totale patatine su vassoio fratto aperta tonda commensali fratto vassoi di patatine chiusa tonda uguale.
Trovo necessario che scienziati, dietisti, tuberologi e gianfranchivissani si mettano sotto a studiare l'ultimo dei grandi misteri che la Terra continua gelosamente a custodire, ben oltre il terzo segreto di Fatima, ormai. E cioè: perché le patate fritte mancano sempre.
Ne peli un tot, ne aggiungi due e poi ancora una per stare proprio tranquillo e quando le hai tagliate ne peli altre tre perché non si sa mai. Vai a cena e esse, le indisponenti patate fritte, mancheranno.
La volta dopo ne fai il doppio e loro mancheranno di nuovo.
Sembra che i nostri stomaci si moltiplichino bovinamente per accogliere i quintali di patate fritte che siamo disposti a cucinare.
Il mio primo giorno di lavoro, nell'estate dei sedici anni, ho pompato benzina giù nei serbatoi in una trafficata area di servizio dell'Autostrada del Sole, dalle 14 alle 22 nel turno pomeridiano.
Al rientro a casa i miei mi aspettavano sulla porta del garage orgogliosi, e io ero felice che loro fossero orgogliosi, ma soprattutto che fosse finito il turno. Mentre mi lavavo le mani mi chiesero le mie impressioni, se ero stanco, se era stato facile, se i colleghi mi avevano accolto bene.
Sinceramente non ricordo cosa risposi, ricordo però che quando salimmo in cucina trovai ad attendermi un enorme piatto di patate fritte. Probabilmente prima c'era della pasta, e poi anche della carne, ma io mi ricordo solo di loro, una cupola dorata in un vassoio, da non dover dividere con nessuno.

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(nella foto ansa-pai : Poncharello e Baker in friggitoria)

15 dicembre 2011

Pollice verso - Pollice recto

È un post lungo, personale, probabilmente noioso per molti di voi (Giacomo a parte).
Siete fin d'ora esentati dal leggerlo, anche perché tra breve ve ne dovrò indicare pure un altro, per completezza d’informazione.
Se proprio volete dire la vostra, magari anche senza leggere, potete copiare e incollare una di queste frasi nei commenti, vi assicuro che sono attinenti al testo e non rischiate di fare la figura di quelli che non hanno letto il post.

Comments for dummies:
  • Poffarbacco, averlo saputo prima venivo anch’io.
  • Le cose andavano meglio prima che i continenti cominciassero a derivare.
  • Sei un adorabile pazzo =)
  • Vaffanculo te e to’ ma’
  • Bel post, ma ovviamente i miei son meglio.
  • Viva il captcha.
  • Se capita che vai all'Ikea mi prendi un'Expedit?
  • Così va la vita.
  • Il Turchino andrebbe buttato giù per davvero.
  • Forza viola.
  • Fabio Fazio a mister decaffeinato gli apre il cubo.
  • Sandra Bullock me la tromberei anch'io
  • Senza dubbio John Grady Cole
  • Lavioli al vapole
Fine della vostra possibilità di fuga, chi prosegue nella lettura lo fa a suo rischio e pericolo, di noia.

Il gladiatore si è battuto, con coraggio. È ferito ma vivo, per adesso.
Già perché sono a chiedere il vostro giudizio: sono a chiedervi di orientare il vostro pollice per salvarlo e affrancarlo da ogni colpa o per scaraventarlo nella polvere dell’umiliazione e della sconfitta.
I fatti. Il gladiatore in attesa di giudizio è Giacomo, mio fedele amico, padre di Elisa e maestro di vita, seppure più giovane di me.
Ha lottato strenuamente e questo potrebbe salvarlo dall’essere preso a calci nelle palle dal sottoscritto, ma poi, proprio quando stava per elevarsi al mio cospetto come un onnipotente dio capace di stupirmi e inzupparmi di sempiterna felicità, è inciampato, come un coglione qualunque.
Che devo fare? Non so se premiarlo per l’impegno o se colpirlo a ripetizione con il cric.
Il mito dei miti di me ragazzo è stato Gigi Riva e, come potete leggere qui, è andata che una sera quasi mi ci facevano parlare. Poi ho detto di lasciar perdere, ma mi era costato, oh se mi era costato! E Giacomo l'aveva capito.
Qualche settimana fa, scagnozzi del buon Giacomo sono tornati a mangiare al ristorante preferito dal vecchio Gigi e – udite udite! – gli hanno fatto leggere il post in cui parlavo di lui.
-       Svenimento n. 1 –
Lui ha detto che si è divertito (così riportano i presenti), alla fine ha chiesto il mio numero per chiamarmi.
-       Svenimento n. 2 –
Ora, i presenti lì, con i quali non ci conosciamo direttamente, hanno telefonato al buon Giacomo chiedendo che inviasse loro il numero del mio cellulare.
-       Svenimento n. 3 –
Lui, dice, l’ha fatto. Loro, dicono, non hanno ricevuto un cazzo. Niente proprio.
Ma si può? Dai, non è credibile. Non è che qualcuno s’ingolla gli SMS, diciamo che c’è stato un errore da parte di qualcuno.
L’errore, però, sembrava rimediabile perché i compari di Giacomo e Rombo di Tuono si sono dati appuntamento alla sera dopo. A quel punto il mio numero di telefono era nelle mani giuste ma il buon Gigi, e ne ha tutto il diritto, pur presentandosi a cena non era dell’umore giusto.
L’ultima possibilità sta in un ennesimo viaggio a Cagliari di Giacomo il quale si butta a pesce sul ristorante anche quella sera ma lo trova irrimediabilmente chiuso per lutto.
Così finisce la storia, Giacomo e i suoi sgherri hanno terminato la collaborazione con i colleghi di Cagliari e non ci torneranno. Gigi non ha e non avrà mai il mio numero di cellulare. Io ho perduto ogni possibilità di parlarci.
Ora immaginate il tutto traslato sulla vostra vita e sul vostro idolo dei dodici anni.
Io non ci sono stato bene, ecco.
Perché vi chiedo di valutare il comportamento del gladiatore Giacomo che, fin qui, parrebbe impeccabile?
Solo perché Giacomo a un certo punto non ce l’ha più fatta e mi ha confessato tutto con una dovizia di particolari che mi ha gettato nello sconforto (si fa pe’ dire).
Non sarebbe stato più giusto e più rispettoso nei miei riguardi tacere e portarsi il dannato segreto di Gigi nella tomba?
Mi ha ricordato il marito che torna a casa e dice alla moglie: cara, avrei voluto prenderti un mazzo di rose ma il fioraio aveva già chiuso. E statti zitto, no!
Dunque vi chiedo di assolvere o condannare il comportamento del tenero Giacomo. Avete la mia parola che rispetterò il giudizio che la maggioranza esprimerà mettendo in atto una vendetta crudele o riservandogli la completa assoluzione.
A voi il pollice!

2 dicembre 2011

Cicero pro domo sua

Diciamo subito che il titolo non c'entra un cazzo.
Volevo solo avallare gli studi sul fenomeno di riverberazione dei post.
Si dice che se uno tira un sasso nello stagno, un sasso che parla, chessò, di Belen Rodriguez, ecco che l'argomento si promana come i cerchi nell'acqua e contamina cento, mille blogger che di colpo si mettono a dire la loro sulla stangona argentina. Direte con Belen è facile, ma pare che funzioni allo stesso modo anche con argomenti meno strafighi. Parli della ribollita, del levriero Greyhound, del grano saraceno o dei preraffaelliti ed ecco che entro qualche giorno fioriranno post a raffica nella blogosfera.
Ora, se leggo in giro di gutta cavat lapidem o di libera nos, beh allora mi butto anch'io, che cavolus!
Poi però parlo d'un'altra cosa anche se, visto che col latinismo cerco di attirare dei gonzi che pensano di venire qui ad acculturarsi sull'ennesima citatio latina da spendere a cena dai cugini della moglie, alla fine il titolo è pure azzeccato. Ma senza volere. O_o
Faccio del metablogging come dice la mia mentoressa di riferimento.
Come trovano il mio blog quelli che vengono da Gugòl? Quali sono le parole più gettonate che portano degli sconosciuti a battere il capo su un testo de La Linea?
Al 5° posto "crema spalmabile" che porta al decalogo per difendersi da TuSaiCosa®; "Cinesi / gruppi di Cinesi"  al 4° posto che porta più o meno qui; al 3° "logo Apple"; al 2° posto "anti captcha" a supporto e incentivazione della lotta intrapresa dalle BACH.
Ma al 1° posto ci sta "Grugnino / maialino Grugnino" che duce al post su Damia'.
Che dire affinché in questo sproloquio egocentrico possa trovare una lisca d'utilità anche qualcun altro che non son io?
Non vi affannate a scrivere sui massimi sistemi, su Scarlett Johansson, su Obama, su X Factor, sull'iPhone 4s, sull'ultimo disco dei Coldplay o sul nuovo romanzo di Camilleri. Prima che il motore di ricerca venga a pescare il vostro post, tra i milioni di altri taggati uguale, mostrerà decine di altre pagine.
Invece, se dedicate i vostri scritti all'Amaro Cora, alla moglie zoppa di Giampagolo, a Spadino di Happy days, al Bruno Cirino di "Diario di un maestro" o, magari, a  maialino Grugnino, ecco che i pazzi scriteriati che lanciano queste ricerche cadranno dritti dritti nelle vostre fauci statistiche.
oink oink

(nella foto ansa-autogrill suino non griffato - no Grugnino)

17 novembre 2011

Non esistono più le mezze stag

Per noi che aborriamo le frasi fatte quant’è vero Iddìo… ah, quant’è vero Iddìo si può connotare come una frase fatta? Ah, ok, riprovo.
Per noi che aborriamo le frasi fatte non ha molto senso andare a distinguerle affibbiando loro da 1 a 5 stellette di banalità, cercheremo comunque di evitarle come la peste. Ah, come la peste… ok, ok.
… di evitarle.
Epperò che in giro si continui a blaterare senza costrutto sul fatto che non esistano più le mezze stagioni a me mi urta, con l’a me mi rafforzativo.
Intanto le cosiddette mezze stagioni, sono stagioni vere, intere, intonse nella loro dignità. Hanno un nome, preciso, definito, noto a tutti e da tutti riconosciuto, sono la primavera e l’autunno e, quindi, già chiamarle mezze stagioni mi sembra offensivo.
Ma avete presente il ribollire dei campi in aprile, la forza prorompente delle nuove gemme o la straripante bellezza della campagna autunnale? Sì? Beh allora, come punto primo non le chiamerei mezze stagioni.
Sarebbe come dire che Mark Spitz è stato un mezzo nuotatore o che la Callas è stata un mezzo soprano o che moltiplicare i pani per i pesci è un mezzo miracolo o che se il cine è mezzo vuoto è perché sono venuti tutti con il mezzo pubblico o che Vivaldi ha scritto le 3 stagioni (*) o che io potrei smettere tra mezzo secolo di usare la parola mezzo.
Sì lo so cosa volete dirmi, che per mezze stagioni il pensiero comune si riferisce, più che alla primavera e all’autunno propriamente detti, ai periodi di clima intermedio quando non fa troppo caldo né troppo freddo.
Beh, mi spiace deludere gli amanti delle frasi fatte, ma adesso siamo esattamente in una cazzo di fottuta, dannata mezza stagione. Ergo, anche qualora per mezza stagione si voglia intendere questa medietà di clima, beh… la mezza stagione è viva e lotta insieme a noi.
Adesso, come un mese fa, come due mesi fa, non fanno 40 gradi all’ombra e se vi affacciate alla finestra scommetto che non vedete manco nevicate coi fiocchi. Nessuno che passa in autostrada cogli sci sul portapacchi o col gommone al seguito, vi siete chiesti perché?
Non fa caldo torrido e non fa freddo glaciale, ecco perché. Siamo in un periodo dell’anno temperato dove la gente non va in giro in bermuda e infradito (nemmeno Sandokan!) e non inizia ogni benedetta giornata smoccolando e grattando via il ghiaccio dal cristallo dell’automobile colle unghie.
Eviterò di pubblicare queste righe nuovamente ad aprile prossimo, magari mettetevi un post-it se vorrete rileggerle perché saranno attuali anche allora.

(*) 2 stagioni intere + 2 mezze stagioni = 3 stagioni

6 ottobre 2011

Cronache dall'Autogrill: Grugnino

Il posto più prossimo dove posso pigliarmi un caffè (peraltro pessimo) è l'Autogrill. Diciamo che è come se fosse il mio bar.
Stavo nel reparto giochi cercando di distogliere France dal gormitame e dalle piste elettriche.
In mezzo al passaggio, ancorato a terra, una sorta di ring zeppo di maialini rosa e maialini grigi.
Nello specifico ho verificato trattarsi di Maialino Grugnino ® - un robo in gomma, vuoto dentro e strizzabile, per la gioia dei bimbi piccoli. Lo strizzi e lui grugnisce. Strizzi il rosa, grugnito acuto. Strizzi il grigio, grugnito grave. Ingegnoso.
Bon, France, ne piglia uno, gli dà due o tre strizzate e poi lo ributta nel mucchio. Lo fa e finisce lì.
Poi arriva un tizio, sui 35 anni, alto, grosso, pelato, testa a pera, si ferma e osserva i Grugnino. Quindi ne prende su uno per mano e li strizza in alternanza. E urla:
 - Aho, Damia', senti qua... questa cosa è troppa 'na figata, aho!
E ride a profusione. E ride. Damia', se Dio vuole, non si presenta. Non subito almeno.
Gli guardo quella sua testa a pera, per vuota pare vuota, chissà se è anche strizzabile.


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