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31 agosto 2020

La vera sconfitta di Homo Sapiens (*)

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Yuval Noah Harari, l'Aranzulla della Storia

Homo Sapiens, quante ne hai combinate da quando sei sulla Terra dio solo - o chi per lui - lo sa.

Ho letto Sapiens , da animali a dei (grazie a Franca) e l'ho trovato meraviglioso. 5 carver, nel suo genere.

L'ho comprato cartaceo perché avevo già capito che sarebbe restato sul mio comodino anche a fine lettura. Nello stesso momento ho comprato un evidenziatore giallo per segnare tutti i punti che meriterà rileggersi. Certo poi, quando dolcemetà mi ha visto all'opera, ha chiosato che meglio sarebbe stato comprare una barattolo di vernice gialla e tuffarci dentro il libro.

Non mi entusiasmavo così, leggendo, dalla mia seconda passata ai Promessi Sposi. Ma ho divagato.

Homo sapiens si è evoluto, ha sopraffatto le altre razze di homo, in qualche modo, si è rivoluzionato agricolarmente e dopo ancora si è rivoluzionato industrialmente. Ha domesticato il grano e le bestie, ha costruito ruote e veicoli, ha imparato a volare, se n'è andato a giro nello spazio e ha pure scisso l'atomo, qualunque cosa voglia dire.

Epperò caro il mio homo sapiens del piffero, non ti sei scordato di qualcosa?

Sempre dal libro di Harari, sopracitato, apprendo quanti milioni di razze animali hai portato agevolmente all'estinzione nella tua plurimillenaria esistenza.

Quante non avete idea, ma tante. Troppe.

Epperò caro il mio homo sapiens del flauto traverso mi chiedo perché non ti sei applicato con lo stesso ardore e lo stesso entusiasmo che hai messo per esplorare i cieli e sconfiggere - che ne so - il coronavirus o la peste, perché non hai messo la stessa energia per estinguere l'unica cazzosa razza animale che dovevi.

Homo sapiens te lo dico, con tutte le tue rivoluzioni e le tue pose da primo della classe: finché al mondo resterà una sola zanzara consìderati una bella incompiuta.

E non voglio nemmeno immaginarti in combutta con la lobby del Vape e degli zampironi.

Un'ultima cosa, non ti ho chiesto di andare su Marte o di fondere a freddo l'atomo, qualunque cosa voglia dire, non ti ho chiesto manco di scovare la logica della sequenza dei numeri primi e - giuro finisco - non ti ho manco chiesto di verificare l'esistenza di dio, o chi per lui. In fondo è anche una roba semplice.

Il giudizio su homo sapiens, alla fine di questi 70.000 anni scolastici è positivo, sì, ma il ragazzo potrebbe fare di più.


(*) - E lasciamo stare Sanremo e Bella da morire.


25 agosto 2020

La settimana santo

Dopo un paio di mesi nei quali mi sono strettamente attenuto alla dieta cosiddetta "del labrador", vale a dire mangio tutto quel che trovo, mi vedo costretto a intraprendere un'azione differente per recuperare un tono di dignità sufficiente a presentarsi di fronte allo specchio (obiettivo -3 kg in una settimana).

Ergo, 'sta settimana mangerò il giusto. Oltre a continuare a camminare con i minimo 10.000 passi al giorno.

Per prima cosa niente carne, e questo è abbastanza facile se si ignora il richiamo della sbriciolona dal frigo.

Poi niente dolci ad eccezion fatta di un leggero strato di marmellata di fichi a km zero da spalmare a colazione su due ostie di pane ai 5 cereali arrostito.

Quindi niente latticini, e qui vado persino contro alla mia intolleranza agli intolleranti ai latticini.

Di fritti e sughi manco a parlarne.

Infine 0 (zero) alcol, e questo è senz'altro lo scoglio più duro.

Carboidrati? Pochi ma buoni.

Non è una roba a scopo salutare, come dicevo, più dimagrante.

Lo scrivo qui per annotarmelo e per puntellare la mia forza di volontà.

O vediamo... 


Peso:

24 ago: 83,6

25 ago: 83,0

26 ago: 82,1 (corsetta)

27 ago: 82,8 (pizzetta)

28 ago: 83 (inspiegabile rimbalzo tecnico)

29 ago: 82,3

30 ago: 83 (cena fuori)


Risultato: -0,6 Fallimento completo.


15 maggio 2017

La mia deriva bio

A parte che quando andavo a scuola io non c'erano manco i Sumeri, secondo me, di sicuro però non c'era l'impronta ecologica.
Infatti come ci dice wiki, è un concetto che nasce nel 1996 (Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth - Mathis Wackernagel;  William Rees) e quindi faccio una gran fatica a memorizzarlo, quando mi capita di rinquartarlo tra i compiti di France.
In soldoni (ma qui c'è tutto spiegato a garbo) l'impronta ecologica misura l'area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana (o da uno Stato, una regione, un individuo) e ad assorbire i rifiuti prodotti. Si misura in ettari di superficie.
Per abbatterla ci sono mille modi, ma ne riporterò qualcuno dei più semplici, cosicché possiate applicarvi e dare il vostro contributo al pianeta.
Vi propongo qui un articolo - di parte, per carità! - giusto per un'infarinata su come ognuno di noi potrebbe, in maniera del tutto autonoma e agevole, impattare positivamente su 'sta benedetta impronta, riducendola.
Ne riporto anche alcuni passi per chi non ha voglia di leggerselo tutto:

  • Il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall'agricoltura finalizzata agli allevamenti;
  • la principale causa di deforestazione sono gli allevamenti dei bovini e non il taglio del legname;
  • le sole deiezioni provenienti dagli allevamenti intensivi USA inquinano l’acqua più di tutte le altre fonti industriali raggruppate.

In ogni caso e per par condicio possiamo anche continuare a mangiare carne, avvalendoci persino di ottimi e inconfutabili motivi qui e davvero avremo tanta salute.

Per quel che mi riguarda, cercherò di vegetarizzarmi il più possibile (no vegan, che devo gestire anche il mio aspetto burrariano). La settimana scorsa ho messo in fila 5 giorni cinque di vegetarismo assoluto. Non è stato proprio facile, cazzo, devi tener conto di un sacco di tempo per cucinare e stanziare un budget più alto di spesa (o sono incapace io, o devo solo prenderci la mano), ma mi ha fatto bene, alla fine. Fisicamente non so, ma psichicamente di sicuro.
Con questo, continuerò a concedermi della carne (buona!), credo, ma sarà come fosse un premio.


3 maggio 2017

La vita è adesso

Sulla Linea dissertiamo ancora senza costrutto alcuno su felicità, ospitando il contributo di una fedele amica.

Ma questo Baglioni è qualcosa in più di una rima coi suoi attributi oppure no? Questo mi chiedevo ascoltandolo in radio.
I pomeriggi appena freschi, l'aria tenera di un dopocena, e musi di bambini contro i vetri, non sta forse tutto qui? In queste trite vacuità?
E non lasciare andare un giorno, questa è la meglio di tutte.
Alla fine che ci dice questa canzone? Ci butta in faccia delle banalità spaventose, ci esorta a vivere il presente e ci consiglia di godere delle piccole cose. Insomma ci dice di prenderla come la prendo io.
Per davvero, senza falsa modestia, in questo campo, con queste regole, io sono maestra.
Ogni momento vissuto come unico, anche quando è la ripetuta esecuzione di un gesto, di un rito quotidiano.
Godersi una passeggiata, gioire di un regalo semplice da portare ad un amico, foss'anche un paio di brutte scarpe o un giocattolino di legno.
Svenire per una carezza. Non sta forse tutto qui?
Se ne vedono troppi di brutti musi in giro, di quelli che mai un sorriso, di quelli sempre girati, di quelli che è sempre lunedì.
Ringraziare ogni giorno per la libertà di andare, di correre via senza legacci e mandare un pensiero a quelli come noi che ci hanno preceduti e hanno combattuto per la libertà spezzando le catene.
Oddìo, La retorica mi sta uccidendo.
E sì, Baglioni alla fine dei salmi cantati ce la racconta giusta eccome.
La vita è adesso, così è se vi pare.
Ma forse non lo sapete, se non avete corso a perdifiato, disegnando i ghirigori del mondo, in un campo d'avena selvatica.
La vita è adesso, e lo potete abbaiare forte.
Bau.

4 gennaio 2017

Obiettivi 2017 in cifre


Ed eccolo il crescendo rossiniano da perseguire nell'anno.
(I numeri obiettivo, escluso il primo, vanno intesi come almeno)


  1. Beccare 0 (zero) multe
  2. Dimagrire 3 (tre) chili
  3. Vedere 5 (cinque) serie TV
  4. Uscire 12 (dodici) volte con gli amici
  5. Pubblicare 15 (quindici) rebus
  6. Leggere 20 (venti) libri
  7. Cucinare 30 (trenta) nuovi piatti
  8. Accarezzare 44 (quarantaquattro) gatti o cani
  9. Vedere 50 (cinquanta) film
  10. Scrivere 55 (cinquantacinque) post sulla Linea
  11. Fare 69 (sessantanove) volte l'amore
  12. Correre/camminare per 2000 (duemila) chilometri
  13. Arrivare al 2018 (duemiladiciotto) da vivo


10 marzo 2015

Vivi e Vegeta

Chissà, magari un giorno mi faccio vegetariano pure io.
La voglia ci sarebbe, ma finora l'ho rintuzzata per bene nell'angolino.
Mi piace però la politica del cerco di mangiare meno carne, se non altro per un discorso di salute quando non anche animalistico.
È difficile, anche perché è stato un punto di arrivo per i miei genitori - poveri e contadini - poter servire della carne a tavola ai loro figli, in fondo è stata un'espressione del loro amore, e io non riesco proprio a demonizzarla 'sta cosa.
Non ce ne sono molti nel mio giro di conoscenze, sono più quelli che hanno mollato rispetto a quelli che resistono.
Invece Lore tiene botta, è il fratello grande della principessa Ila e, manco a dirlo, sta per venire a cena da me... con la sua nuova fiamma vegetarianissima!!!
Un primo veloce? Un secondo? Qualche originale sfiziosità?
Presto ch'è tardi.

p.s. devo ancora fare la spesa.
p.p.s. astenersi padellate e magiccùcher ;)

25 novembre 2013

Di gatti e di feng shui

Alle micie avevamo allestito una cuccia speciale dove dormire ma loro niente, sempre in giro abbioccandosi dove capitava con predilezione per scatolame vario in cartone, buste in plastica, scarpe e borse sportive. Poi, rassettando il loro spazio, succede che dolcemetà sposti casualmente l'orientamento del covile e lo ponga su una direttrice est-ovest a differenza della precedente disposizione sud-nord.
Beh, le micie hanno gradito, da subito si son ficcate dentro a ronfare che era una bellezza.
Quando mi parlano di filosofie orientaleggianti a me che c'ho uno spirito contadino viene un po' l'orticaria, detto a voi, ma toccare con mano il feng shui felino mi fa pensare, ecco.
Se le gatte nel loro istintivo agire riescono a preferire un orientamento piuttosto che un altro [indipendentemente da quale esso sia anche perché pare che la prima regola del feng shui (vi giuro che non è "Non parlare mai del feng shui!") sia dormire con la testa a nord e i piedi a sud e Penny e Lizzy non parevano gradire seppur nei loro acciambellamenti intarsiati non sia sempre semplice identificarne il capo e la coda] forse non stiamo proprio davanti a tutto quel mucchio di fuffa.
O forse sì.

30 ottobre 2013

A mici miei

Siamo impazziti e dopo un'infausta esperienza di una settimana con un micino malato (Tony, povero Tony) ci siamo buttati in quest'avventura dissennata accogliendo in casa non uno ma due mici.
In realtà due micie, due adorabili sorelline pelose e coccolose. Sono Penny la nera e Lizzy la tigrata grigia. Penny viene da Penelope, perché ci piaceva Ulisse come gatto maschio ed era l'alternativa femminile più caldeggiata, inoltre ci ricorda la simpatica biondina di The Big Bang Theory, alla cui porta bussa, spesso con insistenza, il buon Sheldon:
Penny (toc toc toc) Penny (toc toc toc) Penny (toc toc toc).
Un grazie a Pesa che mi ha fatto conoscere la serie, nei commenti qui.
Quanto a Lizzy, il nome è il risultato di una fase in cui cercavamo spunti tra le scrittrici a noi care ed avevamo in ponte Zadie (la Smith) e tutti i derivati di Elizabeth (la Strout), l'ha spuntata quest'ultima perché in questo momento ci troviamo per le mani I ragazzi Burgess.
Le abbiamo adottate tramite un gattile che si prende cura dei mici abbandonati nel nostro comune e, udite udite, sono state trovate in una scatola all'autogrill, praticamente a due passi da casa nostra. Era destino.
Abbiamo indugiato in questi anni anche perché il problema pareva essere l'allarme, il volumetrico nella stanza dove hanno le loro cose. Però sembra che fino a 30 kg il sistema non si attivi quindi, fino a che le micie non copriranno un volume assimilabile ai 30 kg, magari muovendosi all'unisono tipo un corpo e un'anima o mangiando all'inverosimile, non si dovrebbero manifestare controindicazioni.
In ogni caso, appena comincia a suonare l'allarme la notte riportarle all'autogrill è un attimo.
L'imprevisto stava comunque dietro l'angolo: senza manifestazioni in passato sembra che dolcemetà possa patire un'allergia ai felini, i sintomi ci sono tutti e sono in corso accertamenti medici e paramedici.
Certo che riscontrare l'incompatibilità tra le micie e dolcemetà porterebbe un bel casino, perché doverci rinunciare adesso che mi ci sono affezionato sarebbe di una crudeltà assoluta.
Dopo quasi 10 anni di matrimonio, intendo.

17 settembre 2013

La Piccola Bellezza

In attesa di un metablog potremmo provare con un metapost.
S'era ipotizzato una volta di scrivere un pezzo, chi ne aveva voglia, rubando un titolo da un altro blog. Ecco, la situazione si è creata e potrebbe girare anche attorno alla stessa tematica, volendo, ovvero le piccole gioie della vita.
Non l'amore, i soldi, il sole che batte o la Fiorentina, no, quelle piccole, quelle che ti devi impegnare per definirle e comprenderle appieno.
Come aveva promesso, Bastian Contreras, dalle sue stanze di Nati per Pareggiare ha dato la stura e io vedo di proseguire.
Chi vuole aggregarsi non ha che da partorire un post a casa sua.

La pasta che lievita. Vedere il canovaccio che si alza sospinto dalla forza dell'impasto e scoprire la confortante slabbratura della croce incisa a priori sulla palla.

Il telefono che non suona quando ti siedi al tavolo della cena. Niente Andrei di teletù, niente sorelle siete a cena?, niente amici dispersi nel mondo del quando ci vediamo, niente.

La casella posta in arrivo vuota. Quando tutte le mail sono archiviate ammodino, anche se dura un attimo.

I fili nuovi dell'erba che spuntano su dalla terra dopo la ripiantumazione del prato. Piccoli.

La carezza rubata a un gatto di strada. Sai di quelli titubanti che fanno un passo verso di te e tre allontanandosi, di quelli che vorrei ma non posso, di quelli che hai un minuto per conquistarli e lo fai chinandoti, lentamente senza scatti, stendendo una mano e offrendo le dita per una grattatina sottomento.

Il pigiama caldo di termosifone nelle serate invernali.

Un gol a biliardino realizzato con la mediana. ____________________________________________________

4 luglio 2013

L'ospedale delle formiche

Chi non ha mai fatto l'ospedale delle formiche scagli il primo chicco di grano.
No davvero, io mi ci divertivo e dolcemetà pure, nella vita sua.
'Sti (*) formiconi neri, quando erano liberi da altre attività s'intende, li potevi ricoverare ed eran perfetti.
Pazienti, manco per idea, a dirla tutta, cercavano di scappare da ogni parte e allora, per rendere magari più credibile la loro degenza coatta, si era costretti a stroncare loro qualche gambina (dolcemetà nega questa pratica ma solo perché teme ritorsioni degli animalisti, dei Cinesi, e degli animalisti cinesi).
Così, con qualche arto acciaccato, riuscivamo a trattenerle per un po' di tempo nel letto a foglia d'edera preparato per loro con tutto l'amore, anche se poi se la svignavano lo stesso, zoppicando e senza nemmeno firmare le dimissioni.
Stamani France partendo per i centri estivi era visibilmente eccitato e contento e al nostro indagare ci ha spiegato che oggi, con il caro amico Guido, avevano in programma la realizzazione di un ospedale per formiche e se n'è uscito portandosi via il tappo del latte da utilizzare come barella.
Ah, piume delle nostre piume!

(*) Domanda per cruscofili: tipo ma se io, come in questo caso, la lettera che dovrei scrivere in maiuscolo la elido (Q) e metto solo la seconda parte della parola, ha senso che ammaiuscoli la S, oppure no?

7 giugno 2013

La rana e lo scorpione reloaded

Questo blog è deranascorpionizzato.
Non so voi, ma io 'sta storia non la reggo più.
Quando l'ho sentita per la prima volta, ne L'infernale Quinlan - di e con Orson Welles -, ho pensato a un colpo di genio, a una chicca filosofica a un insegnamento nodale di vita.
Poi, davvero, l'abuso della favola, l'ha resa estremamente stucchevole.
Chiedo ad autori, scrittori, sceneggiatori e blogger di dimenticarla, di ignorarla proprio.
Di attingere, se proprio devono copiare citare, da altre fonti, da altre vicende animalesche.
Manca solo che Tarantino la metta in un film o Paolo Conte in una canzone per chiudere il cerchio della banalità ranascorpionica.
Vanno bene le rane e vanno bene gli scorpioni, ma evitiamo di ficcarli insieme nello stesso racconto.
Oltretutto, probabile che lo spunto venga da Esopo addirittura, o forse anche da prima, magari era la fiaba con cui, nella Valle di Neander, un uomo metteva a letto suo figlio.
Insomma, possiamo pensare anche a qualcosa di nuovo.
E no, non mi riferisco all'uovo e alla gallina.

18 dicembre 2012

Ho una notizia da Darwin

Avevamo un gatto il cui nome era Darwin, in ricordo della via in cui era nato, a Bologna.
Mio figlio piccolo l'ha appena conosciuto, prima che venisse asfaltato dallo stadio involutivo homo in suv, però qualcosa del suo nome presagio gli deve aver passato, infatti France ha ritenuto di espormi la sua scala evolutiva dell'uomo:
  • sei nei pensieri
  • sei in pancia
  • sei un po' cresciuto
  • sei fuori
  • sei un neonato
  • sei un bambino
  • sei un cugino
  • sei un ragazzo
  • sei un uomo
  • sei un padre
  • sei uno zio
  • sei un nonno
  • sei morto
  • e morto stecchito


p.s. Ciao Darwin

28 ottobre 2012

Il bene e il maalox

Soffro da sempre, con rispetto parlando per chi davvero soffre, di bruciori allo stomaco. Almeno, così son sempre stati chiamati a casa mia, anzi, forse più frequentemente, fortori.
In termini medico-linguistici penso tratterebbesi di gastrite.
E infatti è il mio gaster che patisce acide pene.
Senza disturbare la psicosomatica, mi sa che il mio stomaco si è evoluto. Di AI stomacale si tratta.
Al supermercato non mi posso avvicinare a nessuna bottiglia di vino scadente, peggio che mai pigliarla in mano per valutare. Lui, il capitano del mio apparato digerente, sua maestà lo stomaco, vigila. Prendo in mano la bordolese in offerta a 2 e 75 e mi rilascia una scarica aspra, sulle prime penso a un caso, ma si può? La poso, tuttapposto. La tiro di nuovo su, acidosi immediata. La lascio definitivamente sullo scaffale. Mi sposto, considero un Castello di Pomino del 2009 e il mio sommelier interno approva e mi libera all'istante dai buoni vecchi fortori.
C'è voluto un po' per identificare gli alimenti che mi provocano il fastidio gastrico, su tutti vino scadente, conferenze stampa di TuSaiChi, caffè della moka e pomodori ma, adesso che il mio stomaco lo sa, può scegliere per me. Io non devo far altro che lasciarmi guidare negli acquisti di cibarie da lui, come un docile Linguini nelle sapienti mani del suo Remy.

25 ottobre 2012

Cimici

La prima cimice l’ho trovata sul piano della cucina, ma non ci ho dato peso.
L’ho trasbordata con cautela in un sacchettino da freezer che, una volta chiuso, ho schiacciato e gettato. Pare che puzzino da schiacciate, almeno l’ho sempre sentito dire, un vago sentore di uova marce.
La seconda l’ho beccata in salotto, poche ore dopo. L’ho fatta salire su una cartolina, l’ho gentilmente portata in giardino e poi scaraventata in mezzo alla strada.
Con il terzo incontro ho cominciato a preoccuparmi, solo un filo. Però ho consultato wikipedia.
Intanto scopro che ce ne sono milioni di tipi, ma a me interessa la Cimice verde, nome scientifico: Palomena prasina, catalogata da Linneo nel 1761.
È un insetto eterottero, che comunque non so cosa vuol dire, né m’interessa in questa fase. Poi scopro che appartiene a una specie comune e polifaga, attacca piante erbacee ed arboree.
Polifaga, per quella spruzzata di greco che so, sta a significare che si nutre di diverse cose, e questo mi piace decisamente poco, anche se sembrerebbe vegetariana.
Il quarto ritrovamento mina la mia stabilità mentale. Per ritrovare serenità parlo degli incontri cimicieschi a Walter, un mio vicino di casa, il quale, giustamente, mi guarda storto, mi asseconda per un po’ standomi a sentire, ma mi prende per matto.
“E allora?” è la sua conclusione.
La quinta l’ho trovata sulle stecche di una sedia pieghevole, che era stata in giardino, niente di più facile che l’abbia portata in casa proprio io, con la sedia stessa.
In una vita di 50 anni avrò visto sì e no 100 cimici, forse neanche. Adesso con cinque esemplari in un giorno e mezzo mi chiedo se devo preoccuparmi. La risposta è ancora “no”. In fondo sono descritti come esserini innocui per l’homo sapiens.
Per avvalorare il mio status di sapiens torno al computer e approfondisco la conoscenza: il colore della Palomena prasina varia dal verde (maggior parte degli individui) al marrone-rossastro. Da adulto, raggiunge in media la lunghezza di 15 mm.
È una specie comune in gran parte dell'Europa. In Italia è presente in tutta la penisola e nelle isole
maggiori. E su questo, dubbi non ce n’erano.
Si rinviene su diversi tipi di piante erbacee, arbusti e alberi, con una spiccata predilezione per Corylus e Quercus; non so se in giardino ho dei Corylus o dei Quercus, ma a occhio penso di no. Come gran parte delle cimici, se disturbata emette sostanze maleodoranti, secrete da ghiandole poste sul torace.
Dunque è vero che puzzano le maledette. I nostri padri non ci hanno vanamente messo in guardia. Ma che mi ammazzi se le ho disturbate. Scopro che la femmina depone le uova in piccoli ammassi dalla caratteristica forma esagonale, ma davvero non riesco ad appassionarmi alla vita di questa fetida creatura.
La cimice verde è molto dannosa per diverse specie di piante erbacee e alberi. Con le sue punture, infatti, causa la morte delle gemme fiorali e il deperimento della pianta che diventa giallastra. Il danno si manifesta sulle foglie e sui frutti.
I frutti attaccati dalle cimici assumono uno sgradevole sapore e non possono essere commercializzati. Indirettamente la cimice può trasmettere, attraverso le ferite lasciate dagli stiletti boccali, alcune malattie secondarie, come la batteriosi.

Eccoci dunque, questa batteriosi non ha un bel nome e non promette niente di buono.
È notte e sto dormendo, respiro rumorosamente e, come sempre, a bocca aperta. Quando mi sento come raschiare in gola mi sveglio di soprassalto, un corpo estraneo mi s’è infilato giù per la gola. Tossisco, cerco di vomitare l’intruso che in cuor mio ho già battezzato come la dannata sesta cimice. Non riesco ad espellerla, mi resta in gola la sensazione di un graffio devo sciacquarmi. Magari è stata solo una suggestione o un cazzo di incubo.
Mi alzo per andare in bagno ed è allora che sento sotto ai miei piedi un fastidioso scricchiolare, anche se il sonno ancora mi annebbia e m’impedisce di comprendere bene cosa stia succedendo. Passano un paio di secondi, faccio un altro mezzo passo in direzione della luce e sento un formicolìo sotto e attorno ai piedi e di nuovo quel rumore di schiacciamento unito ad un lieve frullare di ali.
E quando il tanfo m’arriva al naso capisco di avere un problema.
Penso all'aspirapolvere, ma andando a prenderla capisco che non sarebbe risolutiva. Le cimici sono ovunque: attaccate alla porta laccata bianca si muovono lente e instancabili disegnando immaginari e terribili ideogrammi. Apro la porta e vado verso il ripostiglio, ne schiaccio a centinaia semplicemente camminando, mi fa schifo ma non come avrei potuto pensare. Sono determinato a combattere e non sento più nemmeno la puzza. E se la sento la utilizzo come stimolante alla battaglia, inalo e accumulo forza distruttiva. Cimici, arrivo.
Non ho neppure il tempo di pensare all'assurdità della situazione, ieri a questa stessa ora dormivo il sonno beato del bimbo in culla a due ore da una sveglia che mi avrebbe portato, dopo una bella tazza di caffellatte e biscotti al miele, dritto dritto all’autobus, destinazione ufficio. E adesso, 24 ore dopo, sto cercando di uscire vivo e sano di mente da un'invasione bestiale e malefica.
Le scale brulicano, centinaia o migliaia di piccole cimici verdastre svolazzano sui gradini e vengono su, nella parte notte della casa, alla ricerca di non so bene cosa, direi di me, cazzo.
Esco di casa in pigiama, suono il campanello a Walter, gli spiego e lui capisce o finge di capire, assonnato com'è, sta di fatto che mi va a prendere la sua fiamma ossidrica. L'avevo già usata una volta per un dannato alveare spuntato da nulla nel sottotetto.
Rientro in casa e inizio a sparare le fiamme. Lancio lingue di fuoco rasoterra cercando di preservare i mobili e la casa. Le cimici arrostiscono che è un piacere, sfrigolano scricchiolano, forse urlano pure, non saprei, si accartocciano in un minuscolo rifiuto tossico nero, il fumo che sprigionano produce odore dolciastro e acre, vorrei fermarmi a vomitare, ma l'adrenalina che ho in corpo non mi dà tregua e via col fuoco. Arrostisco le scale e salgo su, camerina, poi camerona, spalanco le porte e purifico.
Quando prende fuoco la prima tenda non cerco nemmeno di spegnerla, capisco che il sacrificio è necessario e allora non mi controllo più, non serve. Fiammeggio all'impazzata in qualunque direzione veda una cimice zampettare o su ogni traiettoria vedo disegnata nell'aria. Incendio così letti e librerie, e poi mobili e poi tutto quello che rimane. Anche i miei vestiti vanno a fuoco, riesco a sfilarli via appena in tempo per non crepare arrosto.
Poi finalmente esco, mi allontano un po' e mi siedo in strada ad ammirare il rogo fumante che si porta via la  casa della mia vita ma, soprattutto, i fetidi insetti verdi.
Sono pochi secondi in cui me ne sto lì, nudo e nero come un tizzone, sono io il vincitore.
Poi arriva il mio vicino che mi chiede che ho fatto, se sono impazzito. Forse, gli dico. Ma forse no, penso. Poi i pompieri, e tutto il circondario. Poi mi portano via, sono fradicio, affumicato e soddisfatto.
Sono ancora in auto, diretto non so bene dove, quando un leggero formicolìo all'avambraccio mi insospettisce. Non avrei nemmeno bisogno di guardare, già so.
Un piccolo rilievo di forma rotondeggiante, quasi oblunga, si nota sottopelle, sta risalendo il mio braccio, come una talpa fa in giardino. Destinazione cervello.
E dall’esofago, risale verso la gola e pervade le mie cavità nasali dall’interno, un’insopportabile puzza di uovo marcio.
__________________________________________________________
Questo testo partecipa ancor più proditoriamente all'EDS spousev paura.
Come anche:
0.10.35
Vite malate
Guerrieri del caos
Il collega
La guardiana di oche  
Morgue

10 settembre 2012

Censura musicale

Io, come ho già ampiamente ammesso, sono l'ultimo che può mettersi a discettare di buona musica. Io che sono andato a vedere Camerini dal vivo, io che sono stato un sorcino, io che ho finito Solo tu dei Matia Bazar a furia di passarlo nel giradischi. Epperò, dopo due giorni da confinato in giardino con la radio accesa, fatemi dire la mia sulla cattiva musica o, almeno, sui testi discutibili.
Ecco, una canzone che recita:

Scriverò una canzone solo per te
e poi la canterò per farti sorridere
e cercherò (cercherò)
parole bellissime
che non saranno mai
belle come te
belle come te
belle come te
belle come te


andrebbe censurata, ma proprio di netto, perché, come minimo, ti fa cariare i denti. E i loro autori andrebbero rinchiusi in una stanza dove viene trasmessa a ciclo continuo Pulcino pio.
E voglio pure spezzare una lancia a favore del famigerato pulcino (anche se questo non autorizza nessuno a canticchiarla in pubblico) che è un tormentone, stupido quanto vuoi, ma nient'altro vuole essere che un tormentone (stupido?).
Ma questi Gemelli diseguali non son proprio gli ultimi venuti. Hanno una parvenza di ambiziosa serietà. E allora censura.
O almeno che mi paghino il dentista.

p.s. questa invece me la sparerei direttamente in vena.

8 agosto 2012

Battuta di caccia

Se il cervo rappresenta la maestosità e il cinghiale la forza, il capriolo è il simbolo della grazia e della delicatezza. È l'animale più diffidente del bosco: l'udito il suo senso più sviluppato, poi l'olfatto, quindi la vista. Il capriolo appare all'improvviso, come un fantasma, e bisogna decidere nello spazio di un solo secondo se valga la pena di abbatterlo...
O di fotografarlo.
Nella prefazione de Il mistero di Mangiabarche (*) si parla del capriolo e la descrizione casca a fagiolo. Infatti, è da qualche sera che con France si va passeggiando in una riserva a 500 metri da casa, poco prima dell'ora di cena, solitamente a caccia di lepri e fagiani.
La nostra caccia è incruenta e i nostri proiettili sono gli avvistamenti. Lepre vista = lepre abbattuta.
I fagiani sono i più facili da beccare, poi vengono le lepri.
Una lepre corrisponde a due fagiani nel nostro manuale d'equivalenze delle prede. Lo scorso anno fu mitica una serata in cui abbattemmo ben 13 lepri.
Da quest'anno la caccia s'è fatta più grossa perché in giro hanno fatto la loro comparsa dei caprioli.
E un capriolo vale almeno 3 lepri, come si può dedurre anche dal romanzo di Carlotto.

Se il frastuono di un aereo lo lascia del tutto indifferente, il "crac" di un ramo spezzato lo mette immediatamente in allarme.

Noi ci appostiamo pazienti, al limitare del campo di grano, in attesa della nostra preda e quando possiamo sentire solo quella lisca di vento che arruffa le spighe, finalmente arriva, elegante e preciso preciso per lo spritz.

(*) 2,3 Carver.

24 luglio 2012

Uomini e topi

Chi ha letto il romanzo di Steinbeck può capire da sé che niente ha a che vedere con questo post, agli altri lo dico io.
Abbiamo un topino in casa, l’ha visto France che s’infrattava sotto ai mobili della cucina.
L’ipotesi più fondata è che si tratti niente popò di meno che di lui, il topino dei denti - considerato che il periodo è un po’ quello - e che s’aggiri per casa in attesa della caduta dei dentini di France per poter rilasciare l’obolo corrispondente.
Perché da noi passa il topino, niente fatina.
Ora, tendergli una trappola potrebbe parere spietato, anche perché l’ometto di casa è preoccupato per le sue possibili entrate finanziarie, però che vogliamo fare? Un ratto resta e come tale va trattato.
Tendo la trappola che per tutta la giornata viene bellamente ignorata, al che il dubbio che il piccolo abbia preso un abbaglio si fa strada.
Alle 22 però si scopre che il tassello di parmigiano è sparito e la trappola è ancora innescata.
Ricarico con il formaggio.
Verso mezzanotte, mentre cazzeggio sui vostri blog, ZACCHETE, vengo riportato alla realtà dallo scatto impietoso della tagliola.
Vado per rimuovere il cadaverino e mi accorgo che abbiamo fatto l’ennesima topica: formaggio sparito, trappola scarica e del topino nemmeno l’ombra.
Nella notte dolcemetà mi sveglia perché ha sentito rumore di zampette nel bagno (siamo nella zona notte al piano di sopra – TREDICI gradini dalla cucina). La sua teoria è che cerchi l’acqua, perché i topi cercano l’acqua, e che stia abbeverandosi al cesso.
Ora, premesso che se in casa dimorasse un sorcio che beve affacciandosi al cesso avrei davvero un problema, ho inteso assecondare dolcemetà perché contraddirla poteva rivelare una situazione peggiore del condividere la casa con un roditore di 20 chili.
Ho fatto il mio dovere di hombre di casa guardando a destra e a manca, nel cesso e in doccia (niente!) e son tornato a letto.
E poi mi sono immaginato l'ostinato topolino che s'arrampica per 13 scalini alla ricerca dell’acqua, perché di notte alle 3 tutto appare così plausibile.
Perché i topi sono intelligenti, in genere, scappano da tutti quei labirinti… ma questo sembra che non abbia pensato d’abbeverarsi al bagno del piano terra.
Comunque, ho teso nuovamente la trappola stamattina venendo via, un po’ a malincuore, essendo stato sorcino anch’io.

Questa è l'occasione tua.
E vai! E vai!
Tu stringi i denti e vai
ma attento a dove metti i piedi, sai …
c'è una trappola!

(R. Zero - La Trappola)
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edit a 38 ore dall'avvistamento:
Ma i topi vanno nel biologico?

9 luglio 2012

La Terra è sempre più rotonda

Eppur si muove direbbe il buon Galileo di fronte al traffico che s'immette nella rotonda cittadina, e non ci sarebbe da mandarlo al rogo per questo.
Quando il blogger va a ravanare nelle chiavi di ricerca che portano contatti, dice la nostra mentoressa che si è toccato il fondo.
Ma c'è di peggio, succede che poi scavi, ed è quando cerchi ispirazione per un nuovo post nel tragitto casa-lavoro o viceversa, comunque guidando.
E qui, se ti va male finisci a disquisire sul malfunzionamento e sui tempi d'attesa del Pronto Soccorso (altro che See and Treat!), se invece ti va bene fai un post sulle rotatorie.
Ora, siccome vi ho graziato riguardo alle chiavi di ricerca, evitando di dissertare sul perché capitassero sulla Linea navigatori in caccia di "piercing su vagine", non frequentando da vicino né piercing né, purtroppo, vagine, vi beccate lo sproloquio sulle rotonde.
Che di rotonde negli anni '70 ce ne saranno state cento in tutt'Italia e quando dovevi fissare un ritrovo o dare indicazioni, bastava citare LA rotonda e tutti capivano, perché nei tuoi paraggi una ce n'era.
Le vedevamo al Tour, questo sì, quando il gruppone dei ciclisti ripreso dall'elicottero, si divideva magicamente in due ali simmetriche e sinuose, di un fascino quasi erotico, che sfioravano abbracciandola l'enorme rotondità transalpina. E ce n'erano dieci per ogni tappa, manca poco che le facessero pure all'Alpe d'Huez.
Però noi guardavamo il fenomeno arricciando un po' il naso, snobbando i cugini e le loro idee stravaganti in fatto di circolazione stradale, dall'alto dei nostri semafori e dei nostri incroci disseminati di STOP.
Wiki ci dice che la prima rotatoria risale al tempo dei Romani di fronte alle terme di Diocleziano (oggi Piazza Esedra) e che l'inventore per quanto riguarda la circolazione stradale è, ça va sans dire, un urbanista francese: Eugène Hénard.
Poi le rotonde hanno preso a spuntare come funghi anche da noi ed è sicuramente un bene, salvo il fatto di realizzarle in siti congrui. Scordiamoci il mega cerchio interno del rondeau francese, che sarà qualche ettaro di superficie e all'interno del quale si sviluppano flora e fauna così peculiari che nemmeno in Madagascar, da noi ci accontentiamo di meno, anche perché quasi sempre lo spazio da dedicare è delimitato da case non demolibili alla prima. Per riuscire a mandare le autovetture in circolo a un'incrocio cittadino vecchia concezione, va a finire che si riduce lo spazio dell'aiola interna sempre di più, fino alla dimensione di un tappo a corona, di un tollino. Sotto quella misura, si ha la buona creanza di non andare.
Circolare!

26 giugno 2012

Wimbledon 2012

Il primo Wimbledon che ricordi in tivù è quello del 1976 con la finale giocata e vinta dall'astro nascente Borg. L'avversario dello svedese era il rumeno Ilie Nastase, un personaggio unico, il McEnroe di quei tempi, per intenderci.
Ero con Nicola, siamo partiti presto dopo pranzo, era un caldo soffocante, gli adulti murati nelle case. Era il giorno della finale, ma dovevamo farne altre ventimila, non è che un evento solo, seppure così importante, poteva saziare il nostro vagabondo spirito estivo.
Siamo andati prima al lago del Migliorini, strisciando per fossi e viottoli erbosi incuranti del caldo e, una volta là, abbiamo fatto strage di persici: pesciolini fin troppo colorati e vivaci per vivere in quella melma di lago ma comunque immangiabili.
Poi siamo tornati e sudati fradici ci siamo buttati sul divano per ammirare i nostri eroi sul catodico tubo del mio Radio Allocchio Bacchini.
Nicola teneva Borg e io Nastase, perché tenere Nastase era più comodo, lui era famoso, l'altro era un pischello venuto da chissà dove. Nicola, invece, che faceva sempre l'alternativo tifando Stenmark, il Lanerossi Vicenza e James Hunt sposò la causa del biondone, imparò pure il rovescio a due mani e prese a farmi il culo sul campo in terra rossa del Rampizzi (eh sì).

A me Wimbledon rilassa, oltre a scandire piacevolmente la vita. Intanto è in un periodo in cui siamo spesso in ferie, al mare nei weekend o in piscina ed evoca giocoforza scenari migliori della sagra della ballotta di novembre. E poi è preciso, puntuale, si presenta educato sul tuo schermo, ti irrora il salotto di un bel verde e pare che ti dice "ciao, stai ancora là? Io ci sono, puoi buttare un occhio se ti va".
Wimbledon è una garanzia, ritorna ogni anno ed è sempre carico di fascino.
Tutto questo per dire che se un anno avrò quei due-tremila euro da buttare ci vado a vedere una finale.

20 maggio 2012

Buona domenikea

Questa pioggia ha rotto i coglioni, non tanto per l'acqua in sé, ma perché una domenica bagnata dalla mattina, senza una partita o un gran premio che ti possano salvare il culo, ti conduce di filato all'Ikea. L'alternativa è rimanere a casa e prepararsi ad affrontare l'ira crescente di dolcemetà, la quale, rinchiusa il dì di festa, avvicina per aspetto e pacatezza un Godzilla idrofobo.
E allora che Ikea sia, anche e soprattutto quando non ti serve niente!
L'aspetto terrificante della gimcana nei corridoi allestiti dai nostri amici svedesi non è il pericolo d'acquisire oggettistica varia, magari, è purtroppo il maturare della consapevolezza di avere già acquisito di tutto.
Giri sospinto dalla fiumana e se all'inizio ti dà quasi conforto rivedere la vecchia Billy, col passare dei prodotti conosciuti ti piglia male.
I bicchieri di plastica colorata, le insalatiere e le coppette, i tovagliolini di carta, le forbici, la grattugia, i mestoli, il colino, i sottovasi, le pile gialle, il tappeto in camerina, il tappeto per le macchinine, le bottiglie, i bicchieri, i taglieri, lo stendipasta, la coperta di pile, l'abat jour, il poster, la cornice di legno e quella d'acciaio, il letto, la sedia per il piccì, gli adesivi di Haring, il vassoio a fiori, il copriletto, il piumone, i guanciali, i contenitori in plastica per il frigo e quelli grandi per i giocattoli, il poggia notebook (novità), il tavolinetto Lack da 5 euri, l'expedit, la biscottiera, il sale e pepe, le tovagliette americane svedesi, i sottobicchieri, gli attrezzi nella scatola arancione, l'orologio modello stazione, le buste per la spesa, le stampelle in legno per gli abiti, le forchette che non infilzano, i coltelli che non tagliano, lo specchio adesivo, i cuscini da battaglia, i peluche orribili, i coccini, il trenino coi binari di legno, le ciabatte tarocche delle crocs tarocche (novità), l'affetta uovo sodo, il wok, le presine, le candeline mignon, lo scolapasta (brividi), lo schiaccianoci, le ceste in similvimini, il palo da tenda, il portaposate, il secchio dell'immondizia, il dispenser per sacchetti di plastica, il rotolo alla cannella, i biscotti colle lettere zigrinate, le patatine e, soprattutto, il fottutissimo riccio sempretraipiedi gonfiabile IKEA!
Va a finire che è normale se ti senti omologato e allora, nel regno dell'assemblaggio, ti può solo montare il nervoso.
Ma, per una tranquilla domenica piovosa, sempre meglio a te che a dolcemetà.
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