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15 marzo 2023

Palextra: cronache dallo spogliatoio

- O te di che millesimo tu sei?
- Eh?
- Di che millesimo...
- Del '45.
- Bene via.
- Eh, insomma, mica tanto.
- Icché t'hai fatto?
- Eh... Sai a camminare, mi era venuto tutte e due le unghie dei ditoni dei piedi bordò.
- Perché?
- Si vede a sfregare...
- ...
- Poi si doveva andare a Cuba, quegli altri sono andati, ma io ho rinunciato, non c'era posto in business class. Dice ci vuole 8 ore ma poi le diventano tredici o quattordici... che se' grullo!
- E poi questi posti si vedano anche in televisione, ieri, sul canale 65 hanno fatto vedere la Patagonia, bellissima, si vede bene anche così.
- Già (poco convinto).
- Comunque io sono stato su al nord, Svezia, Norvegia, Finlandia le ho fatte tutte, se t'hai fortuna e l'è sereno tu puoi anche vedere la cosa boreale...
- L'aurora.
- Sì, l'aurora boreale. Certo se l'è nuvolo tu lo pigli ni' culo. 

5 febbraio 2019

Tizi che mi stanno sui coglioni senza un apparente motivo

Ma magari c'è.
Diciamo che non è questione di idee, né di tratti somatici o di espressioni facciali, più una roba di pelle. Di chimica, direbbe qualcuno.
Preciso che l'elenco non prevede quei personaggi che mi stanno sui coglioni ma per i quali conosco bene il motivo barra i motivi (era tanto che non scrivevo il "barra"). Non c'è Joffrey Baratheon di Game of Thrones, non c'è Capezzone, non c'è Mazzarri e non c'è Trump tanto per essere chiari
Li ho divisi un po' per settori, non volevo non sopportare troppa gente dello stesso ambiente, ecco, altrimenti poi non mi invitano più alle feste.

Letteratura:
Erri de Luca
Michela Murgia
Andrea de Carlo

Ospitoni:
Mauro Corona
Beppe Severgnini
Massimo Cacciari

Spettacolo:
Luca Laurenti
Lady Gaga
Fabio Fazio

Sport:
Gian Piero Gasperini
Gianluigi Buffon
Gonzalo Higuain

Musica:
Il Volo
Luciano Ligabue
Tiromancino

Cinema:
Gwyneth Paltrow
Russell Crowe
Colin Farrell

Politica:
Theresa May
Massimo D'Alema
Emmanuel Macron

Tivù:
Enrico Bertolino
Giancarlo Magalli
Alessia Marcuzzi

Personaggi tivù:
Phoebe di Friends
Virgilio ne La Divina Commedia
Richie Cunningham di Happy days

Letteratura:
Lucia Mondella da I Promessi Sposi
Livia quel che è da Il commissario Montalbano
Aliena da I Pilastri della terra

Fumetti:
Tex Willer
Topolino
Superman

Vita vera:
Quello che in piscina occupa sempre la corsia due
Quello più simpatico di tutti a mensa
Quella che canta come Mina, ha la testa della Montalcini e i figli di Cornelia

25 gennaio 2019

Un rumore di trolley nella testa

A tratti sentiva questo rumore, come di trolley, nella testa.
Un trolley trascinato in giro per la stazione.
Ma forse non era proprio nella sua testa, di certo non era all'esterno del suo corpo e non era percepito da chi stava con lei. È che lei lo sentiva, anche se non era proprio una faccenda uditiva, era complesso e difficile da spiegare. Si trattava più di uno stato di fatto. Rumoroso.
- Lo senti anche tu questo rumore?
- Che rumore?
- Come di un trolley strascicato...
- Ah, no, nessun trolley, nessun rumore, forse il frigo.
Lui non capiva, non che fosse facile, doveva dargliene atto.
Non era nei momenti ansiosi, di paura, di fame o di stanchezza che lo sentiva, era più un manifestarsi a casaccio. Lo sentiva da qualche parte e lo vedeva quasi, un trolley nero, lucido, tirato in giro da una sagoma indistinta, uomo donna bambino boh, probabilmente il suo inconscio aveva bollato come trascurabile l'elemento trascinatore.
Ne parlò con le amiche, più per ravvivare una conversazione vecchia di anni che per la speranza di trovare conforto o soluzione.
- Un trolley? Di Louis Vuitton?
E questo fu il commento più intelligente.
Si era poi ricordata di un libro, o forse era un film, dove un tipo aveva una lastra nel cervello, o era una scheggia di bomba, comunque roba metallica, grazie alla quale prendeva la radio e si sciroppava canzoni, notiziari e spot senza possibilità di spegnere se non rintanandosi in cantina o in un crepaccio non accessibile alla modulazione di frequenza.
Ma no, non aveva protesi all'anca o viti nel femore, manco una catenina. Si tolse la fede, ma non risolse nemmeno così. Non lo sentiva arrivare piano piano come un treno, ma d'improvviso, senza avvisaglie, iniziava e basta. Come se un viaggiatore in una qualche striscia di mondo partisse con il suo trolley al seguito e lei potesse sentirlo, chissà come, sì forse era così.
Andò anche dal dottore alla fine.
- Va tutto bene. Come si dice? Sana come un pesce. Sarà un po' di stress accumulato, ti segno queste. Poi riposati e vedrai che tutto si risolve.
Ma se l'unica bega che partecipava all'accumulo del suo stress era proprio il fastidioso rumore del trolley portato a zonzo non esattamente su una moquette!
E quando la medicina fallisce non ti resta che l'internet e la speranza che della tua paranoia se ne sia parlato in uno sperduto forum o su una qualsiasi piattaforma paramedica.
Digitò su Google "rumore di trolley nella testa" virgolettato, trovò una ricorrenza e cominciò a leggere:
A tratti sentiva questo rumore, come di trolley, nella testa.

15 gennaio 2019

No grazie, non posso mangiar dolci (*)

C'era questo tipo, un vecchio collega di mia moglie, una vera sagoma a sentire lei.
Ne aveva avute per tutti ai tempi del loro comune lavoro e ora entrava in parecchi aneddoti della vita precedente di lei.
Il Bigi di qua, il Bigi di là, sapete com'è.
Non c'è cosa che il Bigi non avesse fatto, risposta salace che non avesse dato o spiegazione dotta che non avesse elargito.
Così va che salta fuori in più di un racconto nei dopo cena tra i cantucci e il vin santo.
Poi io non me le ricordo davvero le innumerevoli perle del Bigi, anche perché, fosse stato bello tira via, ma il fatto che fosse simpatico un po' di gelosia me la instillava.
Ma una cosa sì, l'ho memorizzata: aveva un modo unico di tirarsi fuori dalle situazioni spiacevoli, dalle proposte non gradite, dalle domande scomode.

- Ehi, Bigi, si va a pranzo insieme oggi?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

- Domenica mi porti all'Ikea?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

- Quest'anno in ferie, andiamo in Yemen?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

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(*) marchio registrato Bigi.

7 settembre 2018

L'odore del caffè


Gli piaceva l’odore del caffè.
Il gusto no, non più, la gastrite e la mancanza delle chiacchiere di contorno ne avevano da tempo demolito il fascino.
Cè da dire che da quando era morta Anna aveva perso il gusto per parecchie sfaccettature della vita, alimenatari o meno.
Un po' tutto si era sgonfiato, come un pallone calciato sul filo spinato: le sue aspettative residuali le vicende incatenate nel quotidiano, tutto era soffiato via in un sibilo senza ritorno.
Anche il ribollire delle esistenze spiate giù dalla finestra, la frenesia delle mamme, dei bimbi a scuola e dei babbi incravattati, l'intreccio confuso delle storie che balenavano per andare a snodarsi dentro a un altro meraviglioso e imprevedibile giorno, anche quello, adesso, gli rimaneva indifferente. Più facilmente gli suggeriva una punta di odio.
Ma l’odore del caffè, quello, gli piaceva sempre.

1 febbraio 2018

L'uomo che spingeva la bici e la Fransuà

(Viaggiando in bicicletta - Egidio Guarino - particolare)
Nessuno l'aveva mai visto salire sulla bici e nessuno l'aveva mai visto senza bici.
La spingeva, ci camminava a fianco tirandosi mille volte al giorno il pedale nel polpaccio.
La sua casa stava tutta lì, nel cestino davanti della bici, nelle due sacche laterali verde acqua attaccate alla ruota dietro e in un borsone rosso tenuto su a tracolla, di quelli che anni fa regalava la coop coi punti.
Nel cestino davanti della bicicletta ci stavano le proprietà effimere, oggetti raccolti da terra nel caso potessero tornare utili, riviste pescate qua e là più qualche attrezzo tipo un pappagallo e una pompa.
Le sacche dietro sapevano più di guardaroba e di toeletta anche se era solo un'impressione o un vago presupporre di chi osservava.
C'è da dire che non si facevano le corse per guardarlo, in un certo senso lo si spiava un po' di nascosto perché non c'era troppo di bello da vedere e perché ti faceva pure sentire in colpa, lui barba incolta e capelli unti, pancia gonfia e calzoni strappati non dalla moda ma dalla miseria.
Lei, la vecchia signora di origine francese, la Fransuà, faceva il giro dell'isolato per tenere vive le sue gambone dolenti e inteccherite così capitava che lo incrociasse,  non di rado, appoggiato al muretto dietro la fermata dell'autobus, alle prese con un'arancia, un mozzicone di sigaretta o con il capo cercando dentro il borsone non si sa cosa.
Si fermava la Fransuà, sempre vestita di tutto punto, braccia incrociate dietro la schiena, lei sì che lo squadrava, avresti detto per disprezzo o incapacità di comprendere la situazione.
Poi lei continuava il giro. Poi lui non è che aspettasse l'autobus davvero, ripartiva spingendo la due ruote e tutto il resto.
Un giorno la Fransuà fece due giri, e anche al secondo giro lui stava lì, a capo chino a guardarsi le scarpe.
- Le va una tazza di tè?
Lui non alzò la testa, diede solo una scrollata alle spalle.
Ma quando la Fransuà tornò con un vassoietto, il tè e un piattino con i biscotti, lui si era avviato e lei lo vide già in fondo alla strada.
- Signore, signore... il suo tè - gli urlò dietro la Fransuà.

24 gennaio 2018

Bulli e dannati

Bullizzato da i' Bulli!
Se vi chiedevate chi avesse dato il nome al fenomeno è perché non eravate con me quella quarantina e spicci di anni fa quando il Bulli, prima mi costrinse dietro una macchina, e poi mi sorbottò di calci e pugni.
Finì che caddi di faccia sull'asfalto e sanguinai pure.
La mi' mamma non fece discorsi... chi è stato? Ah, quello? Lascia fare, son strani.
E fine lì, io mi tenni dolori e croste. Nessuno teneva incontri sul bullismo all'epoca e nessuno aveva tempo per approfondire certe bischerate.
Comunque poi, quando la racconto, così com'è andata, la gente ride, per via del Bulli bullo, e ride e ride.
Non sono forse queste risate esse stesse bullismo?

16 novembre 2017

Amici di pin

Una volta c'erano gli amici di pen, poi ci siamo involuti come nostro solito.
La mamma di Paola, la prima volta che vide la figlia ritirare soldi da un bancomat commentò così:
- Mah... vai a dirglielo a quelli del mondo di prima che da un muro esce i' sordi!
Perché quello fa un bancomat, ti dà i soldi. Fine.
Ma poi le cose son migliorate, nella nota ottica che il meglio è nemico del bene, e il bancomat ti offre - immagino e presumo - tutta una serie di succosi servizi accessori.
Fatto sta, c'era 'sto tizio ad armeggiare e io mi metto in coda, un po' di lato per non invadere la sua privacy, ma in una posizione visibile.
Mi ha visto arrivare, ma continua tranquillo, e ci mancherebbe, il bancomat è suo, c'è arrivato prima di me.
Pigia sui tasti che nemmeno Benedetti Michelangeli, fino a che gli esce una strisciata di carta lunga un paio di cento metri, probabilmente fedele diario di tutti i movimenti della vita dell'uomo, non lui in particolare, proprio l'uomo in generale.
Poi l'infernale prodigio gli sputa la tessera ma esso, l'uomo in particolare, non pago, la rinfila immantinente.
È li che comincia pure a parlarci con il macchinario, gli borbotta qualcosa che non capisco bene se sia una preghiera, un insulto o semplicemente un "Metti Insigne".
Poi pigia e guarda, quindi si leva gli occhiali si spiaccica sul monitor e osserva con un'espressione vagamente meravigliata il chissà cosa gli vien mostrato.
Smanetta per altri tre minuti buoni e parla e si confida e probabilmente piange sulla spalla del suo fidato amico di pin.
Poi se ne va - l'era l'ora! - ma tutto questo senza prelevare un dannato euro.
Ma si può passare la vita davanti a un bancomat? Pure la mamma di Paola, che non ne aveva mai visto uno, aveva capito da subito a cosa servisse rivolgersi a quella zona miracolosa di muro.
La solitudine è una brutta bestia - immagino e presumo - ma cristiodiddio pigliati magari un cane, fatti un amico immaginario, sarà sempre meglio di star lì a parlare con il bancomat.

13 aprile 2017

L'amore ai tempi del semaforo


Le due ragazze sono al semaforo, lei, la ragazza bionda in carrozzina, capelli corti mechati e sparati, quella mora, con qualche anno in più, camicetta bianca e occhiali da vista dalla montatura nera e spessa, che la spinge.
Aspettano il verde, il tempo è come cristallizzato.
Lei, dalla testa ciondoloni irrequieta che muove senza un criterio e senza una strategia, in su, in giù, di lato. Poi di nuovo in giù e poi di nuovo di lato onde evitare ogni possibile stallo, dall'apparenza fatale. Disegna col capo rotte empiriche e imprevedibili.
È il suo modo di essere viva e di essere lì. Di essere lei.
Poi la ferma quella testa, d'improvviso la volge all'indietro fino quasi a spezzarsi il collo e aspetta, guarda su.
Sulle prime la ragazza mora, forse una sorella maggiore o una badante venuta dall'est su un pullman zuppo di sudore e lontananza, non si accorge di nulla, sta ancora puntando la sagoma dell'omino nel semaforo.
Poi finalmente la vede la faccia di lei rivolta all'indietro, e allora si abbassa, in un fragile eppure infinito gesto d'amore, e le si avvicina con la gota.
È quella carezza, lo strusciarsi di due visi in un silenzio di parole, che ridà il via al mondo.
Solo allora il semaforo si fa verde, loro attraversano e vanno verso i giardini.
Noi tutti diamo gas e riprendiamo le nostre rotte e le nostre, un filo meno, miserande vite.

1 aprile 2017

Ho visto una bambina piangere


Adelaide ha 90 anni, è in ospedale.
Ce l'hai il diabete? le chiede l'infermiera.
No, è l'unica cosa che non ha, risponde il figlio.
La prima sera vengono a trovarla in centomila, giovani, vecchi, media età e giovanissimi, ma lei ha gli occhi solo per suo marito, Omero.
Adelaide dalle rughe gentili, capelli bianco latte, incarnato e occhi chiari, senza voce e senza forze, una vestaglina leggera color rosa pallido.
Omero tranciato da rughe polverose e severe, contadino in giacchetta di lana ché in ospedale si va vestiti a garbo, spalle allargate dalla fatica, ripiegato in un metro e mezzo, gambe storte e andatura incerta. Sorride con moderazione, come solo gli uomini di una volta.
Adelaide e Omero si tengono la mano mentre attorno a loro impazzano commenti e saluti e pacche sulla schiena e gesti indaffarati e risa.
La sera dopo meno gente, ma la mano nella mano e gli occhi fusi negli occhi di chi non ha bisogno di parlarsi.
La sera dopo ancora arrivano il figlio e la nuora di Adelaide, sorridono, un po' nervosi forse, ma questo lo capirò solo dopo. Adelaide aspetta qualche secondo, poi alza il mento verso di loro.
Vuoi sapere d'Omero?
Adelaide annuisce.
Stasera non è venuto, era stanco, dice il figlio a capo basso. Non ce l'ha il cuore di alzare lo sguardo verso la mamma.
Ah, va bene, continua a muovere il capo in su e in giù Adelaide, come dire, è giusto, povero Omero, sballottato in giro per colpa mia, alla sua età.
Va bene, cerca di convincersi.
A questo punto vedo la bambina che è. 
Serra le labbra fino a che si fanno viola, guarda le spondine mobili del letto con un interesse tutto nuovo, cerca di leggerne l'etichetta, poi la gratta piano con l'unghia, ma quella non ne vuole sapere di staccarsi. Adelaide sporge il mento verso l'alto nel tentativo finale di placare l'onda che le spuma dentro.
Il figlio e la nuora armeggiano con il vassoio della cena, stappano contenitori arancioni, versano acqua, poi le avvicinano il tutto.
Adelaide però lo spinge via e, voglia il cielo e finalmente, piange.
Piange senza pace, senza un freno. Inconsolabile, piange lacrimoni silenziati e pesanti, privi di vergogna, come quelli che bussano ai miei occhi, adesso, che cerco di descrivere questa scena di sommo e smisurato amore con la forza scombinata e la miserevole incapacità delle mie parole.
L'amore a questa età è una supernova luminosissima e non la puoi descrivere se non sei Dante, o Nazim Hikmet forse.
Il giorno dopo Omero è tornato, a pranzo e pure la sera, lì mi sono fatto coraggio e ho rubato una foto per voi. Per me.

26 marzo 2017

Creature di sangue caldo e nervi


C'è un ragazzo dai capelli into the wild, ha una chitarra e intona Look at me, I am old, but I'm happy, canta per se stesso, per noi e per il tempo ché se la pigli comoda.
Un nero dall'hic sunt leones benedice il sole per la scatolata di occhiali non è caro dieci euro e per chi li vuole comprare; una lei forse di un'altro pianeta ne porta sulla testa un paio rossi enormi, da falena.
La ragazza vichinga, burrosa e sbracciata e dall'incarnato bianco come ricotta, ride alle nuvole che non ci sono, mentre due amiche, poco più in là, se ne stanno avvoltolate in piumini pastello e in una diversa stagione.
Al centro c'è la giostra che gira, zeppa di bambini a cavallo, che non fai in tempo li guardi, mamma un altro giro, e via centrifugati nell'adolescenza.
La bimba occhialuta e sincera sfreccia su una bici lenticolare griffata batman cercando probabilmente il record dell'ora o, in seconda battuta, di sfuggire alla sorella piccola.
Ragazzi nero barbuti dalla scriminatura potente e impomatata e dai calzoni inspiegabili richiamano Aldo detto Bob e le sue ragazze di San Frediano.
E due fidanzati, lei tatuata a colori con i capelli solo sul lato destro e lo stivale floscio, lui fasciato in una maglietta con una scritta troppo lunga e piccola per essere letta o tradotta, gemelli di anelli al naso e labbra carnose.
Due ragazze si atteggiano a signore di quelle con il cane nella borsetta, ma non ce l'hanno uno sputo di cane, sfoggiano cappottini anni sessanta, uno è rosso tartaruga con i bottoni in finto osso. Un'altra ragazza dalla pelle olivastra, indossa la mimetica, cadenza il passo e porta le trecce con un'aria vagamente familiare, chissà mai la figlia di quel cugino disperso nel mondo.
Due bimbe o poco più si portano in giro i loro skate fuori moda con una faccia di quelle da Bois de Bologne.
Pure i carabinieri schierati e in tenuta d'assalto li vedi che ridono e parlano di calcio e di figa, lontano mille miglia dai venti del terrore.
Il tassista aiuta un tizio a caricare in auto un passeggino rosa confetto, spia di una nuova bimba che un giorno traverserà piazze in bici, si adornerà di trecce, canterà Cat Stevens e donerà al sole, o a un ragazzo, la sua pelle profumata di pesca, sia essa nivea o olivastra a chi importa davvero?
Faccio la diagonale di Piazza della Repubblica screziata dal sole basso di fine marzo, la affetto in due spicchi simmetrici e vividi, i cieli sono fusi nei volti delle persone che come me la tratteggiano.
E siamo un quadro di Bruegel.
È lì che mi piglia l'attacco forte di debolezza del MaQuantoCazzoèBellaLaVita.
E quando into the wild lì attacca Hallelujah, sento un brivido: è giunto il momento che un'anima pia mi inizi a Leonardo Cohen.

18 ottobre 2016

One St3pNy Beyond

(noto youtuber al Piazzale Michelangelo)
C'è sempre un momento nella vita di un uomo (padre o figlio che sia) in cui la forbice delle aspirazioni paterne e dei desideri filiali si apre a V in una feroce premonizione di lontananza che non lascia intravedere la possibilità di una richiusura ma, più facilmente, quella di una fatale resa.
Per me - da figlio - è stato quando ho comunicato a mio babbo che sarei andato a lavorare di notte a impastar farina, quando lui mi avrebbe sempre visto in banca a contar soldi, benché di altri.
Per me - da padre - è stato stamani.
- Babbo, sai cosa voglio diventare?
E lì il tempo collassa e un secondo reale si veste da infinito con la mente che scandaglia a mo' di Terminator tra tutte le possibili risposte:

- Astronauta?
- Ingegnere?
- Medico della mutua?
- Biologo marino?
- Nutrizionista
- Calciatore?
- Velina?



Fine del time collapse.
- No, cosa?
- Voglio diventare il duemilionesimo iscritto di uno youtuber: St3pNy (la grafia l'ho gugolata adesso).

Ora premesso che youtuber è chi lo youtuber fa ma che non ho niente contro tali mitologiche creature delle quali fino a ieri praticamente ignoravo l'esistenza o almeno ne sottovalutavo la loro dimensione come forza-lavoro mi chiedo se non sarebbe meglio puntare almeno a scalzare 'sto St3pNy e a buttare giù nel tubo roba che induca non due ma tre milioni di pischelli a cliccare sul tasto iscriviti di un canale tuo. (in questa frase ho avuto difficoltà a posizionale le virgole, ve ne lascio alcune qua: ,,,,,, mettetele un po' dove vi pare)
Ma diventare uno youtuber non è una priorità, pare, solo essere il duemilionesimo iscritto ha un valenza al momento.
E c'è tutto un algoritmo che il France ha studiato - almeno quello! - e che gli fa prevedere, con ragionevole certezza, un tempo di un paio di giorni per il raggiungimento dei 2 milioni di iscritti  al canale del nostro (adesso: 1.997.633) e quindi niente di più facile che stare lì attaccato allo smartcoso in attesa dell'ora ics.

Comunque questa dello youtuber io me la segno e l'aggiungo alla lista di cose che si possono fare anche da vecchi, lista che per adesso contiene: Leggere / Nuotare / Guardare la Premier League.

26 settembre 2016

Molti partecipano, uno vince

Quando arriviamo in ufficio al mattino ognuno canta o fischietta la sua canzone, o magari la fa in lallallà.
Chi l'ha sentita in radio, chi ce l'ha in testa dal giorno prima, chi la suoneria d'un telefono, chi sa solo quella e chi vattelappesca perché, ognuno la sua.
Poi, man mano durante la giornata, si avvia uno scontro durissimo, una sorta di cempionslìg a eliminazione diretta.
I motivi si sfidano in battaglie sanguinose.
A nostra insaputa.
Già verso l'ora di pranzo le arie riprodotte in giro saranno due o tre, ma alla fine della giornata ne resterà solo una.
Non c'è una volontarietà in questo, a volte ti si appiccica quella del collega e a volte gli attacchi te la tua, così senza un motivo razionale.
Poi capita che dalla finestra senti un povero diavolo per strada che squarciagola un bella senz'anima, che lo capisci non è Cocciante manco pe' gnente, epperò c'ha un fascino suo e mette i brividi, irresistibile tra i rumori mezzo affogati e noiosi di un lunedì mattina in città.
E alla sera son tutti lì che adesso spogliati!

6 settembre 2016

Andiamo a leggiucchiare

C'è un tipo che legge al paese mio.
Leggiucchia camminando per le vie del borgo, e anche fuori.
Passeggia bel bello sui marciapiedi del circondario, diciamo che possa fare anche 5/6 km a seduta, e legge. Tutti i beati giorni.
Legge di solito dei fascicoli della misura dei volantini con le offerte dei supermercati, ma forse son più riviste di varia natura, per lo più di bassa lega, di quelle che ti puoi trovare nella buca della posta aggratisse o tipo informatori coop, per dire. Non libri, insomma.
E ti capita di vederlo spesso e volentieri, estate e inverno, in questo suo rito.
Badate bene che è uno che ha un lavoro, credo faccia il fornaio tra l'altro, una famiglia invece mi sa di no, sta con la mamma. Avrà ormai quasi una cinquantina d'anni ma sembra uno normale seppure potrebbe avvicinarsi come profilo anche a quello di un serial killer.
Una volta di recente l'ho sentito parlare - eravamo dall'elettrauto - e se non l'avessi saputo di mio non l'avrei detto che era uno che legge a quel modo.
Va a finire che è diventato lo scemo del villaggio per definizione.
E alle cene, ai tè, agli apericena e ai giardini va che spesso si parla di lui.
- Ma quello che legge, ma che è grullo?
- Oh, ma lo conoscete quello che legge?
- Ho visto uno che legge camminando sul marciapiede, ma chi è?
E qui salgo in cattedra io, perché diciamo che, sì, lo conosco. È il fratello minore di una mia compagna di classe, colei che mi ha ispirato questa storia qui, tra le altre cose.
A dirla tutta, è anche il figlio di uno che, quando ero piccolo, mi ha in un certo senso salvato la vita inchiodando con la sua Seicento bianca per non investire quel bambino scriteriato che attraversava la strada dietro alla curva cieca delle monache, io appunto.
Così quando viene fuori l'argomento mi vanto che lo conosco quello che legge, anche se non so se faccio bene.
E poi ieri, tornando a casa, o non ne vedo un altro con un giornale in mano che passeggia come un grullo, sotto il sole, sul marciapiede sconnesso dello stradone di fianco all'ospedale?
Occhio ragazzi: è una malattia è pericolosa stategli lontano è contagiosa.

8 aprile 2016

Io nei film

Il giochino nasce su Pensieri Cannibali, e precisamente qui. Io non so davvero se la mia personalità possa riflettersi nelle sfaccettature sotto elencate o se solo vorrei averle o magari esorcizzarle, inoltre, la mia cultura in fatto di film in confronto a quella di Cannibal Kid è una caccola, e quindi rischio di essere fatalmente banale, ma scavare fuori tutta 'sta roba è stato alla fine divertente - e mi ci è voluta una settimana! - quindi ora ve la beccate!
E voi come mi vedete? Cinematograficamente parlando, dico.
Sarebbe interessante conoscere l'area NASCOSTA della mia finestra di Johari riguardo al me nei film.

Intanto Gaetano di Ricomincio da tre, non foss'anche perché avevo i miei bei riccioloni e mi ci chiamavano Troisi, poi perché proprio non ce la faccio a pigliare per buone le cose che ti vendono. È nella mia natura mettere in discussione un po' tutto, soprattutto ciò che viene dato per scontato.

Gianna: Comunque quel film devo dire che era tremendo, a me mi ha veramente... impaurito. Ma senti, se a te ti torturassero come a quello del film, avresti parlato?
Gaetano: Pe' carità! A me non c'era nemmeno bisogno che mi torturavano: a me bastava che mi dicevano sulamente... per esempio...: "Guarda che se non parli... forse... ti torturiamo", immediatamente parlavo, scrivevo, cioè se non capevano facevo 'nu disegno...
Gianna: Eh, ma allora sei peggio di Giuda!
Gaetano: No, che c'entra? È proprio che io, per esempio il dolore fisico nunn 'o supporto proprio. È 'na cosa ca... e po' che c'entra cioè Giuda? Mo' tutte quante: "Giuda traditore", "Giuda traditore". Cioè s'hanna conoscere primma 'e fatte, eh? Giuda avrà avuto una ragione per fare 'na cosa del genere, no?
Gianna: Eh no! Per soldi.
Gaetano: Eh, per soldi, e non è una ragione, scusa? Basta che 'o facevano nascere ricco e già s'evitava tutta st'ammuina, sta cosa... l'uccisione, 'o tradimento e poi lasciamm sta', cioè pecché... quanno uno non conosce 'a gente nun me piace 'e giudica', capito? Pecché miette... sa' tu hai bisogno proprie... A un certo punto, 'sti trenta denare, quante putevano essere, mettiamo due, trecentomila lire, quattrocento, nunn' 'o saccio però chillo avrà miso apposto e cose soje. Miette ca ieva a casa e 'a mugliera ogni vota: «Giuda, tu devi andare a lavorare. Giuda, 'o padrone 'e casa, 'a luce, l'acqua», per dire, «'o telefono». A un certo punto, chillo tutte 'ste cose... «Tu non porti cchiù 'e sorde a casa!», «Tu non porti cchiù 'e sorde a casa!», s'ha visto 'e trenta denari in mano e ha detto: "Ma che me ne 'mporta!"

Poi Truman Burbank di The Truman Show perché nella mia narcisa presunzione adolescenziale avevo sviluppato una teoria che si chiamava la teoria degli attori - ho amici che potrebbero testimoniare - e io ero il Truman della situazione. E la questione stava proprio in quel modo, e Peter Weir mi ha fregato l'idea.

Truman: Casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!








Mi vedo anche nel Saverio/Benigni di Non ci resta che piangere. Sì, direi che sono tenace e che se mi metto in testa una cosa è difficile smontarmi. Poi sono ottimista, proprio come Saverio, anche in una situazione che può sembrare - o è - difficile, m'ingegno a trovare uno stimolo per viverla al meglio o, alle brutte, per trarne dei benefici.
E poi, vabbè, per tutte le volte che altri Marii si sono presi il merito per le cose mie.

Saverio: Parisina, mi è venuta un'idea, forse, per liberare Vitellozzo.
Parisina: Grazie Mario!
Saverio: No! Che grazie Mario! Dicevo, stanotte, a ME è venuta un'idea, forse, per liberare Vitellozzo!
Parisina: Grazie Mario!


E sono Ben Stiller ne I sogni segreti di Walter Mitty.
Walter Mitty è un grigio impiegato della rivista Life che lavora nell'archivio dei negativi da molti anni, con una madre anziana e una sorella aspirante attrice a cui badare; Walter tuttavia è anche un moderno sognatore: senza mai uscire dalla propria città, compie regolarmente dei viaggi mentali lontano dalla sua noiosa esistenza, entrando in un mondo di fantasie caratterizzate da grande eroismo, appassionate relazioni amorose e costanti trionfi contro il pericolo (da wiki).
Insomma sono un sognatore dai piedi per terra ®. Che non si può? Io può.

Cheryl - Quella canzone, Major Tom, prima quando il barbetta stava... quel tipo non sa nemmeno quello che dice. Quella canzone parla di coraggio e di sfidare l'ignoto. É una canzone mitica.
...
Cheryl - Questa è dedicata a Walter Mitty. Lui sa perchè: [canta la canzone Space Oddity di David Bowie] Ground Control to Major Tom. Ground Control to Major Tom. Take your protein pills and put your helmet on... Ten... Ground Control to Major Tom... Seven... Six... Commencing countdown, engines on... Two... Check ignition and may God's love be with you... 

A volte sono anche un po' il Danny Zuko di Grease (ti piaceresse!), un po' guappo un po' guascone, ma sotto sotto un tenerone (*).

Oh Sandy, baby, someday
When high school is done
Somehow, someway
Our two worlds will be one








E dello Steve Carell di 40 anni vergine ne vogliamo parlare?
Perchè fondamentalmente sono un imbranato e uno che è approdato alle varie fasi della vita sempre con fisiologico e pluriennale ritardo.
E perché, a ben guardare, io sono vergine dentro. Anche a 54 anni, caro il mio Andy Stitzer.

- Hai quarant'anni.
- Oggi è come averne venti!










Mi rivedo anche nel dentista di Una notte da leoni, Stuart/Ed Helmes. Infatti può capitare che io sia indolente e che abbia bisogno di essere convinto e un po' trascinato nelle cose ma poi, una volta che ci sono dentro, ci sto al centopercento, ragazzi miei! Non esiste che lo faccia tanto per fare.

Stu: Ha l'anello di mia nonna al dito quella!
Phil: Che?!
Stu: L'anello da dare a Melissa, hai presente? Quello che ha salvato dall'olocausto? Ora ce l'ha lei al dito.

E poi ne Il favoloso mondo di Amélie sono Amélie, sono Amélie a tutto spiano, perché se c'è da far andare la fantasia quello è il mio credo e il mio mondo.

Nino è in ritardo. Per Amélie ci sono due spiegazioni possibili. La prima: non ha trovato la foto. La seconda: non ha ancora avuto il tempo di ricomporla, perché tre banditi, multirecidivi, che assaltavano una banca, l'hanno preso in ostaggio. Seguiti da tutti i poliziotti della zona, sono riusciti a seminarli, ma lui ha provocato un incidente. Quando ha ripreso conoscenza, non ricordava nulla. Un camionista ex detenuto l'ha raccolto, e credendolo in fuga l'ha messo in un container in partenza per Istambul. Là, è finito tra avventurieri afgani, che gli hanno proposto di andare a rubare testate missilistiche sovietiche. Ma il camion è saltato su una mina alla frontiera col Tagikistan. unico superstite, è stato accolto in un villaggio di montagna, ed è diventato militante mujahiddin. Perciò, Amélie non vede perché deve stare in quello stato per uno scemo che mangia la minestra di cavolo per tutta la vita con uno stupido portavasi in testa.


E infine sono anche Hombre - ma che ve lo dico a ffa'? - il pellerossa d'adozione interpretato da Paul Newman, il film che Briga (Giancarlo Brighenti) ha contribuito a legare al mio nome e al mio destino, enigmistico e non.
Il titolo del film è il soprannome indiano di John Russell, tres hombres (tre uomini, abbreviato in hombre), essendosi egli guadagnato fra i conterranei la fama di uno che combatte con il vigore di tre uomini messi insieme (da wiki)
E potete scommetterci che io sono questi tres hombres: sono figlio, sono padre e sono marito e non è certo una fatica da poco.


John Russell: We all die, just a question of when. 













___________________________________________________________

(*) Ehi, vi ricordate di me?

14 marzo 2016

Frazionare per resistere

Il principio era il profe, il mio profe di Diritto Economia Emilio Signorini, detto anche "è vero, naturalmente è vero". Egli, vedendoci alquanto depressi attorno ai primi d’ottobre per la fine dell’anno scolastico che appariva lontanissima e quasi irreale, ci disse:
- Su di morale, ragazzi, che del vostro anno ne è già passato un diciottesimo!
Con me funzionò subito: pensare che dopo appena altre stupide diciassette parti dell’intero sarebbero arrivate le vacanze produceva una vaga, anche se immotivata, gioia.
E da allora fraziono il frazionabile quando devo resistere a qualcosa di particolarmente lungo e/o fastidioso e/o noioso.
E frazionando la situazione migliora, il mio cervellino bacato proietta un grafico a torta con le fette trascorse colorate e tutto mi sembra più agevole.
E la fine dello strazio o il completamento dell’opera appare, se non vicino, almeno concreto.
D’accordo è soltanto una roba che origina dalla mente, siamo allineati, ma del resto è lei che comanda qui.
Questo post vi sembra lungo? Tranquilli ne avete già letti i tre quinti.
Correte? Frazionate il tratto in salita in terzi, o in sesti (coi multipli di tre mi viene meglio) e poi quando state con la lingua a terra consolatevi pensando a quanti ne avete già corsi, vi sentirete riavere.
Siete a una di quelle riunioni in cui qualcuno blatera a vanvera? Frazionate il tempo totale e mettetelo in relazione con quello già trascorso.

Attenzione - maneggiare con cautela! - non funziona con le cose buone.
Se vi mettete lì a frazionare la vita capace chi vi viene voglia di andare a tirare un calcio in culo all’Emilio su.

10 marzo 2016

La televisiun la g’ha paura de nisun


Ma molti hanno paura che ella - la televisiun - rovini loro la reputazione.
Tira via Quelli che non ce l’ho la televisione, che già mi stanno pesi, ma Quelli che non la guardo la televisione, quelli non li reggo proprio.
Attenzione, non sono quelli che non hanno o non guardano la televisione per davvero, sono quelli che lo dichiarano soltanto, con ingiustificato orgoglio e senza che nessuno glielo chieda.
Una excusatio non petita catodica.
Nel senso, padronissimi di avere l’apparecchio e non guardarlo, e non accenderlo proprio. Magari la tv è in casa solo per i figli, o proviene da un’eredità.
Tranquilli, continuate a non guardare la televisione, a seguire solo le cose che vi interessano in streaming o in podcast o su youtube, o anche no.
Il problema non è quello che fate, ma quello che volete far credere di fare, o NON fare in questo caso.
Guardare la televisione sembra sia diventato il peggior indice di grettezza, ignoranza, popolanità e allora non la si guarda per definizione. O non ce la si ha.
Fateci caso, è pieno di Quelli che…:
“Premesso che io non la guardo la televisione, ieri Crozza…”
“Per caso ieri, che io non l’accendo mai la tivù, ho visto un servizio de Le Iene…”
“Oh, ieri ho indovinato la ghigliottina, guardo solo quei cinque minuti perché poi Frizzi (o Conti o chi per lui) non lo sopporto.”
“Sanremo, non lo guardo proprio, Sanremo?!? Però forte l’imitatrice lì… lei è ganza.”
Dài ragazzi potete appicciarla, guardarla, nessuno ve lo rinfaccerà e, soprattutto, c’è di peggio.
E non sarete più belli o più colti ripudiando la visione, ché poi magari finite a sbirciarla dall’app del telefonino.
E non sarete più informati solo perché dite di leggere due blog di tendenza, invece di sorbirvi Mentana o Giorgino, sarete solo più snob.
Persino le riflessioni di Jannacci...
   La televisiun la g’ha na forsa de leun
   la televisiun la g’ha paura de nisun
   la televisiun la t’endormenta cume un cuiun
...sono ormai un po’ fuori tempo.
Adesso, il grande Enzo, ti parlerebbe dello smartcoso, di facebook o dell’iperconnettività se ti volesse prendere per il culo.
La televisione, ma chi la caga più, puoi smettere di guardarla di nascosto.
Coming out telespettatore, dai retta a un bischero, tra un po' farà tendenza più che ascoltare un vinile.

26 gennaio 2016

Non ci vuole un genio

Non ci vuole un genio per regolare un semaforo a senso unico alternato.
Eppure ultimamente, quelli in cui m'imbatto, sembrano impostati dall'imbecille degli imbecilli.
Non è che mi voglio mettere io a pontificare di cose matematiche che poco ne so, però due conti due si possono fare.
Dato x il tempo del verde di una direzione di marcia e y il tempo del verde della direzione opposta, e ammesso che siano uguali, per chiudere il ciclo temporale serve l'elemento z e cioè il tempo in cui entrambi i semafori sono rossi ed è necessario affinché le vetture che transitano per ultime al verde arrivino dall'altra parte.
Per fare un conto semplice, ipotizzando
x = 25"
y = 25"
z = 10"
Si ha, ogni minuto, un tempo morto in cui tutti stanno fermi di 10 secondi. Che in un'ora sono 600, cioè 10 minuti, cioè 1/6 del tempo totale.
Ora z è un tempo tecnico, che varia a seconda della situazione e della lunghezza del tratto stradale a senso unico alternato quindi, una volta stabilito, non può variare. Ma x e y ovviamente sì.
Basta allungare il tempo di x e y per vedere dissolversi al vento ogni tipo di coda sulla strada.
Portiamo x e y, per esempio, a 55" e con lo stesso tempo morto di 10 secondi - ma questa volta in un ciclo di 2 minuti - sarà solo 1/12 del tempo totale quello in cui tutte le vetture stanno ferme.
Fatevelo da soli il calcolo di quante auto in più al giorno potrebbero transitare da quell'imbuto.
E non sto nemmeno a introdurre un ragionamento su tempi differenziati tra x e y a seconda dell'orario della giornata.
Ah, comunque io passo in motorino.

5 gennaio 2016

Bacino passa tutto


Non ricordo di avere mai giocato con le bambole, io. Mi sono sempre trovata meglio con i ragazzi, per i boschi, a caccia di lucertole, a pescare al lago dei pioppi o in giro in bici. Lei è un maschiaccio, diceva mia madre alle sue amiche, ai nostri parenti, al prete. Ancora non fermava gli sconosciuti per strada ma c’eravamo vicini.
D’altra parte, abitavamo in un gruppetto di case a un paio di chilometri dal paese più prossimo ed era fortemente consigliato adattarsi a giocare con chi c’era. Mentre difettavano le bambine della mia età, di maschietti tre o quattro ce n’erano e con loro stavo.
Ci sono andata a scuola, ci ho giocato, con loro ho intrecciato le prime storie di baci e d’amore e ci sono pure finita in galera con un paio. Alla fine ne ho sposato uno, pure se rimango un maschiaccio.
Stavo spesso con Walterone e il Pazzo, gli opposti di una calamita. Alto e grosso Walterone, basso e segaligno il Pazzo. Buono come una pizza margherita doppia mozzarella Walterone e perfido e incontrollabile come un cane sciolto il Pazzo. Walterone è stato il mio primo fidanzato, il Pazzo si è preso la mia verginità. Walterone pendeva dalle mie labbra e mi seguiva in ogni azione che fosse una genialata o una stronzata superlativa. Il Pazzo andava dove lo portava la sua testa bacata. Suo padre l’aveva messo sotto con il trattore che aveva cinque o sei anni arandogli letteralmente la testa e questa era la causa ufficiale della sua follia, anche se controprove non ce n’erano. Paolo era il nome dimenticato da tutti, troppo più comodo il Pazzo.

Rientro oggi dalle ferie, tre settimane in Sardegna. Fatemi ancorare un ombrellone in una giornata di libeccio, adesso, ma non mettetemi un bisturi in mano, questo vorrei. Non chiedo tanto, ma non è possibile.
- Dottoressa, ce ne sono solo tre oggi.
- (Solo?)
- Bardini Adelina, letto 15, tumore all’intestino. Lastrucci Camilla, la bimba del 19 con l’appendicite. E Maggi Luigi, quell’anziano del 22, quello col barbone, tumore allo stomaco.
- Bene, almeno la mattinata è variegata. Maggi Luigi… Maggi Luigi…

 Il Pazzo girava con un coltello in manico d’osso, la lama gli sbucava di tre centimetri buoni dal palmo della mano.
- Guarda che roba, mi arriva dritto al cuore, Walterone fammi vedere.
E Walterone stendeva la mano per la settecentomilionesima volta.
- Anche a te Walterone, t’ammazza anche a te.
Era un coltellaccio richiudibile, il manico mezzo rovinato da un lato e tendente al verde, una lama scura e inquietante, pure per un maschiaccio come me.
- Ma perché hai quel coltello? – gli avevo chiesto la prima volta che lo sfoggiò.
- E’ di mio nonno.
- Appunto.
- Appunto cosa?
- Appunto dico, se è di tuo nonno, perché ce l’hai te?
- Ce lo volevi avere te?
- No, che c’entra, ma perché non ce l’ha tuo nonno?
- Mio nonno è rimbambito, non sa più nemmeno come si chiama, è meglio se lo tengo io.

Il Pazzo venne fuori una sera con questa storia che avremmo dovuto rapinare il Maggi e il suo negozio di ferramenta. Mi sembrò subito un’idea strampalata anche se ci avrebbero fatto comodo qualche centomila lire, dato che avevamo iniziato tutti e tre a fumare senza pausa e lo spicciolame che ci pioveva in tasca dal lato famiglia non copriva il vizio. Tutt’al più le mentine dalla Licia in piazza, giusto quelle ci potevamo permettere.
- Ma se ci servono le sigarette, rapiniamo il tabacchino.
- No.
- Perché? E’ più semplice, prendiamo direttamente le cicche, risparmiamo un passaggio.
In realtà la signora che stava al tabacchi, una vecchia baldracca ossigenata, smalto rosso e scortecciato alle unghie con ombretto celeste di serie, mi sembrava più abbordabile del Maggi.
Mi ricordo che un giorno eravamo appostati al ponticino sopra il fiume, con una carabina ad aria compressa sparavamo alle anatre nell’acqua. Quando passò il Maggi con una busta della Coop in una mano. Il Pazzo ci informò che voleva sparargli a una mano, ma da trenta centimetri. - Pronti a telare ragazzi, quando passa di qui gli sparo alla mano. Gliel’avrebbe spappolata pensai, forse l’avrebbe ucciso chissà. Gli sparò e lo colpì in pieno. Quello non fece mezza piega, continuò per la sua via con la sportina e la soddisfazione d’incazzarsi non ce la diede. Un duro, mi era sembrato, una specie di Terence Hill lo chiamavano Trinità, ma più cattivo.
Ora, andare a rapinare proprio lui somigliava a un suicidio.
- No, è meglio il Maggi, ha sempre il negozio pieno, si va di sera ci si trova un sacco di soldi.
- Ci sto – dissi, che non credesse che avessi paura.
Walterone mi guarda e si convince anche lui.
- Va bene – fa, annuendo da par suo.

Passo dal 22. Il vecchio col barbone è proprio il Maggi Luigi. Alla ferramenta non ci sta più, forse ci sono i figli, forse l’ha venduta, non so.
- Come va Maggi? – chiedo.
- Come la vuole che vada? Bene no davvero. Quando si viene in questi posti…
- Ma vedrà che la si rimette a nuovo! Lasci fare a noi…
La barba è lunga, quasi incolta, la cicatrice non si vede. Forse proprio un centimetro o due, confusa in una ruga delle tante.

Dopo abbiamo attraversato la notte in una corsa forsennata nel tentativo di sfuggire ai carabinieri. Sirene, torce e pattuglie che nemmeno in Barbagia per Grazianeddu. Il piano che avevamo stabilito era saltato subito, quando al Pazzo gli s’erano velati gli occhi, appena fuori dal negozio di ferramenta. Io avevo ritagliato una terna di maschere col cartone rigato, mi ero messa d’impegno, mi ero ispirata ai totem dei pellerossa, le avevo persino colorate a tempera, ma il Pazzo partì per una strada diversa. - Niente maschere, forza, si va così.
Il Maggi lo presero lui e Walterone che stava tirando giù il bandone, lo riportarono dentro e io dietro. Poi gli eventi precipitarono prima che potessimo dire ba. Walterone reggeva il Maggi tenendogli le braccia dietro la schiena e il Pazzo lo minacciava puntandogli al viso il coltellaccio del nonno. D’improvviso mi ritrovai a cercare con lo sguardo la mano del Maggi, quella che non l’aveva scalfita nemmeno un proiettile della carabina. Volevo capire se la lama scura del coltello di nonno poteva raggiungere il cuore del Maggi, in tutta sincerità pregavo Gesù di no, ma non mi riuscì a sbirciarla in quel tramestio. Il Pazzo salì con un balzo sul bancone, acchiappò il Maggi per i capelli con una mano e con l’altra gli piantò la lama nella guancia, tirando poi verso la bocca e aprendogli uno squarcio enorme e rosso vivo. Il sangue gli sgorgò intenso giù lungo il collo e s’inzuppò nella camicia celeste sudata da tranviere, solo questo vidi, non certo i soldi, prima di darmela a gambe.
Corsi via veloce finché avevo fiato. Sentii dietro una bocca slabbrata urlare qualcosa di molto simile ad aiuto, poi corsi ancora e quando mi fermai, piegata sulle ginocchia, mi accorsi che i miei due compari erano lì a poche decine di metri da me. Dieci minuti più tardi sentimmo le prime sirene, oramai eravamo ai margini del bosco e ci lasciammo inghiottire come in un incubo.
Nel mezzo della notte e del bosco, e alla fine del nostro fiato, arrivammo alla Casa del Monte, una bicocca in mattoni rossi disabitata, ma nella quale sapevamo per certo esserci dei letti. Entrammo e ci fiondammo a volo libero sui materassi spogli.

Alla fine la mattinata è scivolata via rapida che nemmeno a Stintino con un giornale e le zampette a mollo. C’è da ricucire il Maggi che non era nemmeno messo male come si pensava. Un’altra striscia di annetti dovrebbe sbobinarsela.

Mi svegliai con gli occhi del Pazzo, quelli appannati e acquosi, piantati in faccia e il suo sibilo sul collo.
- Adesso è meglio che me la fai vedere. Però stai zitta, non svegliamo Walterone.
Piuttosto che dargliela mi sarei fatta volentieri aprire da orecchio a orecchio, ma non avevo scelta ed ero troppo stanca anche per oppormi. Chiusi soltanto gli occhi. Forse piansi, ma forse no. Là sotto ormai mi sentivo la bocca squarciata del Maggi che gridava aiuto.
Ci trovarono lì i carabinieri, qualche ora dopo, perduti nel sonno e tutti un po’ più grandi. Era l’alba che ci avrebbe cambiato per sempre. Cercàtela, ce n’è una nella vita di ognuno di noi.

- Dottoressa, se vuole andare, finiamo noi.
- No, grazie, no, tanto mio marito non è a casa. Sto qua io.
Intanto mando un messaggio a Walter, faccio tardi, scrivo.
Piano, si sta risvegliando il paziente del 22, sento il suo respiro che acquista l’irregolarità tipica della coscienza. L’infermiera mi chiede se lo conosco, annuisco, però non ho più voglia di parlare. Poi restiamo soli, io e il Maggi, mi avvicino al suo viso, da qui la vedo la cicatrice, un segno un filo più vivo salire su dalla guancia.
Non so cosa mi piglia, ho solo voglia di farlo e lo faccio: appoggio le mie labbra sulla sua guancia. Bacino passa tutto, penso.
Colgo un appena percettibile movimento della sua mano, gliela prendo e la stringo.
Magari resto ancora un po’.

25 giugno 2015

Come va?


Se alla domanda Come va? vi risponderò Da lunedì, uccidetemi.
Il comevaismo impera ma purtroppo la varietà risponditoria si è appiattita e il senso è spesso nullo, quando non anche logoro o superficiale.
Da uno studio dei comevaisti del MIT risulta che le risposte più utilizzate al Come va? sono:

  • Benissimo - È il misantropo per eccellenza, odia tutti e non vuole dare soddisfazione a nessuno, magari ha contratto la tigna e gli è fallita la ditta ma non te lo dirà mai.
  • Benino - È lo scaramantico, in realtà sta alla grande ma non lo vuole manifestare per non urtare la sensibilità degli dei. 
  • Potrebbe andare meglio - Questo è pericoloso, questo ti vuole raccontare i suoi mille guai, lo devi scansare come la peste bubbonica. La sua risposta è solo un invito a un tuo approfondimento.
  • Di merda - È il solito che pensa di poter dare risalto a una situazione, ad  un'emozione, a un discorso solo facendo uso di turpiloquio. Coglione! 
  • Da lunedì - (variante Da Venerdì) - È quello che si sente superiore e figurati se te lo dice direttamente come va, pensaci da te come si sta il lunedì (o il venerdì) e falle tu le valutazioni.
  • Da martedì - È il parrucchiere.

Ma Da giovedì? Cosa vuol dire Da giovedì?
È così che ho sentito un collega rispondere a un altro stamattina.
Il giovedì al paese mio ci sta il mercato, forse si riferiva a quello, alla sua scanzonata allegria?
O forse al fatto che ieri qui era il santo patrono e che quindi oggi giovedì=lunedì?
O al fatto che il giovedì è pur sempre un pre-venerdì e quindi siamo sulla fatale via che duce al weekend?
O magari agli gnocchi?
E son qui che cerco d'immaginarmi Al Bano e Romina in un Come va? Come va? Da giovedì! Da giovedì!

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