- Tutùn - faceva la ruota del triciclo tutte le volte che prendevo
la buchetta. E potete scommetterci che la prendevo a ogni giro
attorno alla tavola, tanto ero diventato chirurgico.
Un ovale in
perfetto stile Indy: davanti alla tivù, davanti all'acquaio,
davanti alla cucina economica e - Tutùn - davanti al focolare
a completare il giro.
Non correre tu ti fai male, la mamma. E io
acceleravo.
Non pigliare la buca con le ruote, il nonno. E io - Tutùn - a ogni passaggio.
E ridevo tutte le risa del mondo, della mia genuina e infinita felicità.
Non sarebbe più stato così, ma non lo sapevo di certo.
- Tutùn -, e il nonno dal canto del fuoco, con le sue lunghe
braccia, si sporgeva cercando di acchiapparmi.
Allora sì che
pedalavo via veloce: testa incurvata dentro alle spalle,
sfrecciavo lontano, cullato dalle mie stesse risa e sospinto da quelle mani che non potevano prendermi mai.
Era un nonno di quelli di una volta, il nonno Gigi: tanti biscotti (*) sulle orecchie, poche parole e nessun moto esplicito d'affetto.
Era il tempo degli esami di terza media quando, un pomeriggio
di giugno, mio padre mi prelevò da casa per portarmi a Careggi
a vedere il nonno che ci stava lasciando, così disse.
Ma quello non era più il mio nonno: era un essere rinseccolito che
succhiava l'aria da una grata e fissava il soffitto con uno
sguardo acquoso e perduto.
E non lo salutai, niente, nemmeno mezza parola, solamente una
carezza abbozzata, con la mia mano rinchiusa e guidata da quella
di mio padre.
E mi dispiace soprattutto per lui, per mio padre, che magari due parole in croce si aspettava che le inchiodassi, ecco.
- Tanto lo so, nonno, poi l'ho capito che facevi apposta a non pigliarmi, che ti credi?
-------------------
(*) tosc. Colpetto che si dà sul viso a qualcuno (o sulle orecchie, n.d.h.), per atto di scherzo o in segno di affettuosa confidenza, facendo scattare sul pollice l’indice o il medio (Treccani)
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30 ottobre 2017
12 febbraio 2017
Gigliola cara
Gigliola cara, scrivo per tranquillizzarvi.
Per quanto vostra madre non si sia ancora rimessa del tutto dalla fastidiosa bronchite che l'affligge oramai dallo scorso inverno, si può finalmente affermare che ne stia uscendo. Giusto ieri, si è tolta le scarpe sul bagnasciuga e a piedi nudi è andata giù fino al molo, tenendosi su la gonna con le mani.
Per quanto la sua ostinata contrarietà a ogni tipo di farmaco ne abbia ragionevolmente rallentato la guarigione, cominciare a vederla osare, riuscire ancora a scoprire una piega di sorriso sul suo volto, mi scalda il cuore.
Rallegratevene, Gigliola cara.
Non c'è bisogno che veniate, almeno per il momento, vederla così in salute rende meno gravosi i miei impegni e mi aiuta a superare meglio le fatiche.
Non ci crederete, ma ho persino imparato a stirare, seppure lo faccio di nascosto a vostra madre e con le imposte chiuse. Devo difendermi dagli sguardi insistenti dei Barbaglini che son sempre lì a occhieggiare, poveri loro. E povero mondo.
Tuttavia incontro ancora difficoltà al momento di ripiegare gli accappatoi, sarebbe opportuna una vostra lezione in merito, quando e se capiterà un'occasione.
Oggi, guardando il mare, mi è salita l'insana voglia di noleggiare il pattino, come si fece l'anno scorso quando poi non si riusciva più a tornare a riva e ci prese il ridere. Se non fosse stato per il buon cuore del bagnino, si sarebbe andati alla deriva, ridendo ridendo, fino in Corsica.
Non sono mai stato buono a remare. Eppure sembra così facile a vederlo fare, ma forse va bene quando a farlo sono i giovanotti sportivi di oggi, ma non si addice a un vecchio maestro in pensione dai muscoli ammutinati.
Non sono mai stato buono nemmeno a dirvi quanto vi voglio bene, Gigliola cara, e anche se non potrò mai riempire il vuoto lasciato da vostro padre - del resto nemmeno lo vorrei - vi posso promettere che starò vicino a vostra madre con dedizione e con amore, come di certo avrebbe fatto lui.
Forte dei Marmi, 27 luglio 1964
"Non esiste un cielo così" è quello che dissi a un mio alunno diversi anni fa "mettici un po' di nuvole che è più bello, diventa più vero".
E invece no, Gigliola cara, adesso l'ho capito, non è utopia tirare via tutte le nuvole dal cielo, anche se è tardi per dirlo a quel bambino.
Anche i maestri dovrebbero prendersi dei brutti voti qualche volta, non credete?
Ecco, mi sono dilungato, come spesso mi accade quando riprendo la penna in mano dopo tanto tempo, non vogliatemene.
Vostro Piero
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Per EDS in fuga:
- Stelle by Dario
- Soldatini by Dario
- Attraverso le barricate by Lillina
- Come se by La Donna Camèl
30 gennaio 2017
Fino al Connemara
Alla fine poi uno stracazzo di lavoro me lo sono pure trovato. O lui ha trovato me, parola del signore.
È che mi sono fottuto i venerdì sera. D’altro canto, non ci piscio su cento euri di pappa scodellata.
Va che passo da zia bella alle case del comune per la tombolata, me ne sto lì il tempo della prima vincita e poi vado al cesso come da accordi con Oliviero.
- Io sono Oliviero - mi aveva abbordato un po’ di tempo fa 'sto vecchio che decrepito è decrepito però è sveglio – mi sembra che stai in bolletta.
- E a te che cazzo?
- Venire qui a spillare 50 euro a tua zia, porella, ma non ti vergogni punto?
Stavo per mettergli le mani su i’ viso e buttargli giù pure i denti finti ma son galantuomo e non m’azzuffo coi vecchi.
- Fatti trovare qui anche venerdì prossimo e tu buschi cento euro senza ingrullire.
Di dubbi ero pieno, non sai mai con chi vai a infrascarti a questi chiardiluna, ognimodo ci vo, mi ero pure rileccato a garbo.
Piglio una cartella e aspetto.
32 ‘e cose che nun saccio dicere
Il tipo che tira su i numeri, quello di Compiobbi che s’atteggia a Masaniello, mi sta sempre sui coglioni, non è che è migliorato.
21 o’ guercio ‘e vedetta
Zia bella mi tiene a braccetto, non so se sa, se sa tiene la parte.
64 ‘A neve n’goppa a Monte Morello
Poi, a una certa, Oliviero mi fa un cenno e s’alza, io lo seguo come si conviene e davanti al cesso mi consegna Bibì e Bibò, ovvero due omarini cha avevan d’andare al cimitero a trovare le spose cadaveri.
6 a’ cazzuola ‘ro muratore
- Questo l’è Mario e questo l’è Antonello, tu li porti al camposanto di sant’Agata, tanto l’è aperto, mettan du fiori alle su' spose, poi tu li riporti qui e cento euri un te li leva nessuno.
1 l'omm'e merd
Unn’era proprio un posto fisso, ma per cominciare poteva anche andare. ‘Sti vecchi son zeppi di soldi questo l'è poco ma l’è sicuro.
Stasera pare più tosta, però.
- Senti caro, questo l’è Benito e questa l’è la Pia, voglian senti’ della musica, pensaci te, portali in un locale, sonagli qualcosa te, sai sonare?
- I campanelli, so sonare.
- Vabbè, son tutti tua, fai un po’ come ti pare. Alle 11 qui però, mi raccomando.
Così parto con questo reflusso gastroesofageo degli anni venti, il Benito, e questa nonnina sorda come un panchetto che l’è la Pia.
- Ma che state insieme? – gli fo, così per fa’ du’ chiacchiere.
- Insieme a chi? - mi fa lui, lei mi guarda e sorride come dire l’è grullo. Allora mi cheto subito.
Avevo pensato quasi quasi di portarli al Red Garter che lì conosco uno, magari mi fa passare per una mezz’ora ma poi ho avuto un’idea meglio.
Ho parcheggiato dietro al campeggio al piazzale Michelangiolo che a quell’ora di solito l’è banda.
L'ho sistemati su una panca di quelle nel controviale dove la gente la viene a correre, Benito e la Pia guardavano passare le macchine che l’era un piacere.
- Ecco una Lancia, fa Benito.
- Macché, l’arancia di sera la mi fa venire i fortori, un la voglio.
- Bada l’Ibiza!
- La pizza? Ma tu sei sfondato… un s’è di già preso il brodino?
Poi Benito mi guarda a me
- O la musica?
- Ora l’arriva, state boni.
Un finisco di dirlo che da dietro, dalla zona anfiteatro del campeggio, parte il pulcino pio come pezzo riempipista della baby dance, poi vai con il salto del canguro e il cazzo del coccodrillo che son trent'anni e ancora un si sa come fa.
Li racqueto per un altri venti minuti e poi attacca una tipa.
- Eccola la musica Benito, senti bella.
Il cielo d'Irlanda si spulcia i capelli alla luna
Il cielo d'Irlanda è un gregge che pascola in cielo
- O che musica l’è, un la conosco mica.
Dovunque tu stia viaggiando con zingari o re
Il cielo d'Irlanda si muove con te
- L’è una della Mannoia, Il cielo d’Irlanda.- Noé, un ce l’ho la ghirlanda, un so mica morta - fa la Pia.
- Unnè mica morta - mi fa Benito, che unnò ancora capito se ci fa o ci è.
Dal Donegal alle isole Aran
E da Dublino fino al Connemara
- E quella se un mi sbaglio l’è una Toyota.- Un po’ idiota mi sembra anche a me, ma con chi c’ha mandato Oliviero?
- L’è i’ nipote della Piera, quello passa il convento - Benito mi strizza l’occhio.
Il cielo d'Irlanda si muove con te
Il cielo d'Irlanda è dentro di te
Non è che ci si passa tutta la sera su quella panchina intendiamoci, il tempo di vagabondo chi son io e di con le mani posso finalmente bere e via, li ricarico in macchina.- Ma questa macchinina icché l’è - mi fa Benito. Unné sta zitto un secondo.
- Una Ka.
- Ecco, bravo, parla più forte sennò un capisco un’acca!
Si rientra al bingo quatti quatti, Oliviero pare in pensiero ma non sono nemmeno le dieci e mezzo, manco fossero i su' figlioli.
29 a' frittur’e calamare
La zia mi fa un sorrisone e mi fa cenno di sedermi.
- Ora guarda di non perdere anche questo di lavoro - e mi verga una gomitata nelle costole.
65 o’ nipote mascalzone
‘Sto figlio di bonadonna di Compiobbi un giorno l’agguanto e lo piglio a calcinculo fino alle Sieci.
22 e' ragazz’e Sanfrediano
Tombola, fa un cristiano di fondo alla sala e tutti a bociare: “Controllo, controllo!”
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Per EDS in fuga:
- Stelle by Dario
- Soldatini by Dario
- Attraverso le barricate by Lillina
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11 maggio 2014
Il Professore delle Favole
Me la son sempre vista coi numeri, a scuola principalmente, correggendo le espressioni dei ragazzi delle medie e nutrendoli di incognite. Archimede il mio mito e Fermat il mio incubo.
Ma con il pensionamento, quella tensione che mi teneva in piedi, avvitata e contorta attorno ai milioni di cifre vergate col gesso alla lavagna, si è sciolta d’incanto, in un battibaleno, e mi ha lasciato svuotato, senza un risultato sulla destra da far tornare.
Ed è stato per non morire ingoiato da una poltrona in velluto bordò, davanti a un finto reality, che mi sono dato uno scopo nuovo e ho iniziato a leggere libri. Libri che avessero numeri solo a indicazione della pagina, libri che prendessero le distanze dalla troppa concretezza che mi aveva imprigionato in un quadrato costruito sull’ipotenusa.
E così ho scoperto le fiabe: un mondo meraviglioso dove si addensano i colori, i profumi e i rumori dei tuoi più incredibili sogni. Un mondo dove alla fine il male è sconfitto e dove si vive per sempre felici e contenti.
E l’ho cercato davvero questo mondo, deciso a trasferirmi per sempre nell’universo beato delle favole. L’ho cercato fisicamente a Stonehenge e a Petra, l’ho cercato tra i ruderi di Schliemann a Troia e anche sulle pendici alpine; avessi potuto l’avrei cercato anche alle porte di Tannhauser.
Ho cercato un varco fisico, reale, che mi consentisse di lasciare il mondo degli uomini e finire nel mondo delle fiabe tra l’azzurro dei principi, il verde dei fagioli, il rosso dei cappucci e il giallo dell’oro.
Mi sono procurato tutti i film e i cartoni animati che potevo e che parlassero di favole, ho letto libri a ripetizione, spesso gli stessi, fino a notte fonda, fino a impararne a memoria ogni passo, ogni dialogo, e sono sprofondato, piano e inesorabilmente, nelle sabbie mobili della mente, l’unico luogo e l’unico modo per raggiungere davvero la vita per sempre, da felice e da contento.
Pochi giorni fa ho capito che il varco mentale stava aprendosi attorno a me quando all’edicola è stato un orco a vendermi il giornale e poi tornando a casa, tra i bambini al parco giochi ho riconosciuto quella birbantella di Gretel dondolarsi sull’altalena come una forsennata. Oh, se era lei!
Sintomi della pazzia o frutto di duro lavoro? Ormai c’ero dentro e ho tirato dritto. Non sono uscito di casa per una settimana rileggendo migliaia di favole e sottomettendomi a visioni di centinaia di film. Ho dormito con A mille ce n’è sparato dalle cuffiette.
E finalmente posso dire di avercela fatta. Stamani sono uscito e la razza umana era bella che svanita lasciando spazio a folletti, principesse e animali parlanti. Scomparsa anche la città: niente asfalto e auto, ma prati smeraldini e carrozze e alberi che camminano.
Dio che meraviglia, la felicità e la contentezza finalmente sono parte di me, una nuova vita mi aspetta in un mondo senza tempo, senza numeri e senza dolore.
Ballo come riesco a fare e canto, ho una voglia incontenibile di cantare e di mostrare la mia gioia a tutti, anche se vedo laggiù - ohibò - un principino (piccino piccino) che tutto mi pare fuorché allegro, che diamine! Mi avvicino, magari potrò consolarlo un po’.
«Buongiorno» gli urlo, sorridendo a ventimila denti.
«Buongiorno un cazzo! Ma tu chi sei, scusa, cos’è tutta questa verve, questa gioia. Da dove ti viene?»
Devo aver fatto una faccia un po’ svanita.
«Ah ok ok, ho capito, sei il vecchietto di una nuova favola, sei arrivato adesso e ancora non hai capito come gira il fumo».
«Ma veramente, io…»
«Senti me, psss, avvicinati. Sai quello slogan del vissero tutti felici e contenti? È ‘na mmerda!»
«Ma come? Ma non siete sempre felici qui?»
«Ma sì, certo».
«E allora?»
«È proprio quello, non capisci? L’infinita prospettiva di vita e la monotonia di una felicità senza fine t’ammazzano proprio».
«…»
«Io-voglio-morire. Voglio una vita di cui assaporare ogni singolo giorno perché so che finirà e che non ne avrò un’altra mai più».
«…»
«Ma hai visto come me ne devo andare vestito? Voglio una felpa nera con un cappuccio, voglio un paio di jeans strappati. Ma soprattutto: basta principesse odorose, pettinate e spazzolate, basta cavalli bianchi; voglio innamorarmi di un’infermiera, voglio respirare il sudore di una barista dopo un turno di lavoro e voglio una fottuta Ducati Monster».
«…»
È qui che abbassa la voce, si guarda in giro e assume l’aria del cospiratore.
«Ad ogni modo, nonnetto, resta nei paraggi perché sto studiando un modo infallibile per filarmela e per catapultare la mia trista esistenza nel mondo degli uomini. E se fai il bravo ti porto con me».
________________________________________________
Contributo all'EDS arcobaleno by TuttiNoiSappiamoChi
Partecipano anche:
Ma con il pensionamento, quella tensione che mi teneva in piedi, avvitata e contorta attorno ai milioni di cifre vergate col gesso alla lavagna, si è sciolta d’incanto, in un battibaleno, e mi ha lasciato svuotato, senza un risultato sulla destra da far tornare.
Ed è stato per non morire ingoiato da una poltrona in velluto bordò, davanti a un finto reality, che mi sono dato uno scopo nuovo e ho iniziato a leggere libri. Libri che avessero numeri solo a indicazione della pagina, libri che prendessero le distanze dalla troppa concretezza che mi aveva imprigionato in un quadrato costruito sull’ipotenusa.
E così ho scoperto le fiabe: un mondo meraviglioso dove si addensano i colori, i profumi e i rumori dei tuoi più incredibili sogni. Un mondo dove alla fine il male è sconfitto e dove si vive per sempre felici e contenti.
E l’ho cercato davvero questo mondo, deciso a trasferirmi per sempre nell’universo beato delle favole. L’ho cercato fisicamente a Stonehenge e a Petra, l’ho cercato tra i ruderi di Schliemann a Troia e anche sulle pendici alpine; avessi potuto l’avrei cercato anche alle porte di Tannhauser.
Ho cercato un varco fisico, reale, che mi consentisse di lasciare il mondo degli uomini e finire nel mondo delle fiabe tra l’azzurro dei principi, il verde dei fagioli, il rosso dei cappucci e il giallo dell’oro.
Mi sono procurato tutti i film e i cartoni animati che potevo e che parlassero di favole, ho letto libri a ripetizione, spesso gli stessi, fino a notte fonda, fino a impararne a memoria ogni passo, ogni dialogo, e sono sprofondato, piano e inesorabilmente, nelle sabbie mobili della mente, l’unico luogo e l’unico modo per raggiungere davvero la vita per sempre, da felice e da contento.
Pochi giorni fa ho capito che il varco mentale stava aprendosi attorno a me quando all’edicola è stato un orco a vendermi il giornale e poi tornando a casa, tra i bambini al parco giochi ho riconosciuto quella birbantella di Gretel dondolarsi sull’altalena come una forsennata. Oh, se era lei!
Sintomi della pazzia o frutto di duro lavoro? Ormai c’ero dentro e ho tirato dritto. Non sono uscito di casa per una settimana rileggendo migliaia di favole e sottomettendomi a visioni di centinaia di film. Ho dormito con A mille ce n’è sparato dalle cuffiette.
E finalmente posso dire di avercela fatta. Stamani sono uscito e la razza umana era bella che svanita lasciando spazio a folletti, principesse e animali parlanti. Scomparsa anche la città: niente asfalto e auto, ma prati smeraldini e carrozze e alberi che camminano.
Dio che meraviglia, la felicità e la contentezza finalmente sono parte di me, una nuova vita mi aspetta in un mondo senza tempo, senza numeri e senza dolore.
Ballo come riesco a fare e canto, ho una voglia incontenibile di cantare e di mostrare la mia gioia a tutti, anche se vedo laggiù - ohibò - un principino (piccino piccino) che tutto mi pare fuorché allegro, che diamine! Mi avvicino, magari potrò consolarlo un po’.
«Buongiorno» gli urlo, sorridendo a ventimila denti.
«Buongiorno un cazzo! Ma tu chi sei, scusa, cos’è tutta questa verve, questa gioia. Da dove ti viene?»
Devo aver fatto una faccia un po’ svanita.
«Ah ok ok, ho capito, sei il vecchietto di una nuova favola, sei arrivato adesso e ancora non hai capito come gira il fumo».
«Ma veramente, io…»
«Senti me, psss, avvicinati. Sai quello slogan del vissero tutti felici e contenti? È ‘na mmerda!»
«Ma come? Ma non siete sempre felici qui?»
«Ma sì, certo».
«E allora?»
«È proprio quello, non capisci? L’infinita prospettiva di vita e la monotonia di una felicità senza fine t’ammazzano proprio».
«…»
«Io-voglio-morire. Voglio una vita di cui assaporare ogni singolo giorno perché so che finirà e che non ne avrò un’altra mai più».
«…»
«Ma hai visto come me ne devo andare vestito? Voglio una felpa nera con un cappuccio, voglio un paio di jeans strappati. Ma soprattutto: basta principesse odorose, pettinate e spazzolate, basta cavalli bianchi; voglio innamorarmi di un’infermiera, voglio respirare il sudore di una barista dopo un turno di lavoro e voglio una fottuta Ducati Monster».
«…»
È qui che abbassa la voce, si guarda in giro e assume l’aria del cospiratore.
«Ad ogni modo, nonnetto, resta nei paraggi perché sto studiando un modo infallibile per filarmela e per catapultare la mia trista esistenza nel mondo degli uomini. E se fai il bravo ti porto con me».
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Contributo all'EDS arcobaleno by TuttiNoiSappiamoChi
Partecipano anche:
23 aprile 2014
Due sulla strada
Lei ha i capelli corti della donna volitiva o della donna dai capelli troppo fini.
Lui ha ancora il casco in testa nonostante la conversazione sembra affondare radici in almeno venti precedenti minuti. Consciamente mantiene il casco per non farsi riconoscere anche se dovrebbe comprarne uno più anonimo, meno metallizzato e privo della stella a cinque punte rosso fuoco.
Siamo pur sempre sulla strada e passa chi torna dal lavoro o magari chi ci va, passa chi è diretto all'autostrada e chi all'ingrosso di moda più avanti, passa chi va in concessionaria e chi al parco coi figli e gli amici dei figli presi a nolo. Nell'inconfessato, invece, il casco in testa è l'ultimo e ridicolo baluardo per difendersi dalle stilettate di lei.
Perché lei è stanca, questo è.
Lei tiene il casco nella mano destra, giù lungo la gamba, e usa la sinistra per dissodare il terreno tra loro due, per vangarlo nell'attesa di uno spaglio di sementi nuove o di una pioggia che porta via.
E la mano di lei che va su e giù, con il dorso rivolto a terra, in un itinerario non così naturale, è l'unico frammento del quadro in movimento.
E glielo dice che è stanca, che basta essere quella che viene dopo, che vuole due giorni - due cazzosi giorni - per loro, e li vuole subito. Che poi siano a Parigi, a Praga, o anche pure a Venezia o nel deserto del Gobi, poco importa.
Non gli chiede la vita eterna, non gli chiede tutto l'amore che può e non gli chiede nemmeno di tirarsi via il casco dalla testa; gli chiede soltanto di soffiare una bolla di sapone grande abbastanza perché li possa contenere, giusto per un po'.
E il suo modulo di richiesta è quella mano che sale e che scende e divide come un vomere assetato di terra.
Forse, le dirà lui e Vaffanculo gli dirà lei.
E quando lei se ne andrà, lui resterà imbambolato sul ciglio della strada a cercare nel fiume del traffico la traccia d'un lontanto parente, di un collega o di un compaesano, così, tanto per alzare la mano e salutare una faccia nota.
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Si può scrivere anche senza eds: PAZZESCO !!!1!1!!!!1
Lui ha ancora il casco in testa nonostante la conversazione sembra affondare radici in almeno venti precedenti minuti. Consciamente mantiene il casco per non farsi riconoscere anche se dovrebbe comprarne uno più anonimo, meno metallizzato e privo della stella a cinque punte rosso fuoco.
Siamo pur sempre sulla strada e passa chi torna dal lavoro o magari chi ci va, passa chi è diretto all'autostrada e chi all'ingrosso di moda più avanti, passa chi va in concessionaria e chi al parco coi figli e gli amici dei figli presi a nolo. Nell'inconfessato, invece, il casco in testa è l'ultimo e ridicolo baluardo per difendersi dalle stilettate di lei.
Perché lei è stanca, questo è.
Lei tiene il casco nella mano destra, giù lungo la gamba, e usa la sinistra per dissodare il terreno tra loro due, per vangarlo nell'attesa di uno spaglio di sementi nuove o di una pioggia che porta via.
E la mano di lei che va su e giù, con il dorso rivolto a terra, in un itinerario non così naturale, è l'unico frammento del quadro in movimento.
E glielo dice che è stanca, che basta essere quella che viene dopo, che vuole due giorni - due cazzosi giorni - per loro, e li vuole subito. Che poi siano a Parigi, a Praga, o anche pure a Venezia o nel deserto del Gobi, poco importa.
Non gli chiede la vita eterna, non gli chiede tutto l'amore che può e non gli chiede nemmeno di tirarsi via il casco dalla testa; gli chiede soltanto di soffiare una bolla di sapone grande abbastanza perché li possa contenere, giusto per un po'.
E il suo modulo di richiesta è quella mano che sale e che scende e divide come un vomere assetato di terra.
Forse, le dirà lui e Vaffanculo gli dirà lei.
E quando lei se ne andrà, lui resterà imbambolato sul ciglio della strada a cercare nel fiume del traffico la traccia d'un lontanto parente, di un collega o di un compaesano, così, tanto per alzare la mano e salutare una faccia nota.
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Si può scrivere anche senza eds: PAZZESCO !!!1!1!!!!1
14 aprile 2014
Neve dai pioppi
Sono fermo al rosso di un semaforo complicato.
A due metri da me, anche loro ad aspettare un verde, un ragazzo e una ragazza che corrono e un vecchio.
Il ragazzo indossa una t-shirt bianca e slargata con le fauci spalancate di uno squalo sul davanti, pantaloncini neri da cestista, non dovrebbe correre agghindato così eppure ci prova; la ragazza ha capelli chiari e lisci raccolti in una coda, porta un paio di fuseaux neri sopra al ginocchio e una canotta azzurra.
In effetti è un pomeriggio da canotta con il sole a scroscio e la neve che fiocca giù dai pioppi.
I due giovani corrono sul posto, zampettano come polli in gabbia, votati al neanche un minuto di non allenamento, ma è il vecchio che mi cattura.
Pelato, naso adunco, potrebbe fare il caratterista di Hollywood, uno di quelli che bucano la scena come la vecchia mente della banda dei rapinatori o come futuro suocero del protagonista carino.
Indossa un paio di pantaloni grigi eleganti di frescolana, appena usciti dalla stireria, diresti, e ai piedi mocassini neri. Sopra invece, una strana maglia, il pezzo spaiato di un pigiama.
Da dove sono non riesco a distinguere bene la fantasia, ma ricorda i pesci di Escher, incastrati in un stormo d'uccelli e in viaggio per chissà dove.
Il vecchio si guarda in giro, sventola il suo naso a timone e forse si sente perduto nella vaga porzione di mondo che occupa. Ha tutta l'aria del malato di Alzheimer sfuggito al controllo familiare e in rotta verso l'hic sunt leones.
Forse un cane al guinzaglio, ecco cosa gli servirebbe: potrebbe evocare scenari di una plausibile normalità che però, nel latitare del cane, latita anch'essa.
L'abbigliamento così stridente proietta il vecchio su una immaginifica tela surreale, pronto a dividersi al prossimo bivio: le gambe da una parte verso un probabile convegno di assicuratori, il torso dall'altra alla ricerca di un tubo catodico, una birra svaporita e un divano da sformare.
Il primo verde arriva per i pedoni, i due podisti riprendono la corsa, lui e lei gomito a gomito, diretti verso i giardini e finalmente liberi di sviluppare in distensione la loro potenza.
Si muove anche il vecchio e lo aspetto al varco, ma la partenza incerta, l'andatura sbilenca, e ogni altra e qualsivoglia spia di malessere e disagio io potessi attendermi, in realtà non si accende.
Un passo via l'altro, deciso, le braccia a ricomporre l'equilibrio dell'andatura nel fatidico contrappeso, lo sguardo vivo che scandaglia l'incrocio e poi punta il marciapiede quale prossima e imminente meta.
All'improvviso, ai miei occhi, è l'uomo più normale del mondo, solo per il suo incedere determinato da ex soldato, riacquisisce anche un'insperata dignità nella mise e m'infonde una cristallina pace.
All'improvviso, ai miei occhi, è l'uomo più normale del mondo, solo per il suo incedere determinato da ex soldato, riacquisisce anche un'insperata dignità nella mise e m'infonde una cristallina pace.
Non c'è più bisogno che mi preoccupi per lui, che venga pure il verde.
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Eds La balena non è un pesce (mi era rimasto un colpo in canna):
- Album di famiglia in un interno – bianco come il bagno nel mese dei lucci
- Lamento di una giovane morta
- Il soffio della vita
- Austinu
- Caramelle
- Una mano di bianco
- Chi s’è mai sognato di mangiare una rondine?
- L'agosto del pesce volante e del pettirosso timido
- Missisippi
- La lista
- Diffidenza
- L'incanutito e la salata immensità
- L'occhio del branzino deve essere bianco
- EDS in piccolo
- Minnie
- La favola del pesciolino bianco e del principe pescatore
- Le diottrie del sig. Paolo
- La solitudine del sabato
- Il pesce contacaratteri
9 aprile 2014
L'incanutito e la salata immensità
Erano ottantaquattro giorni che andavo in bianco e non vedevo il buco di culo di un pesce manco a pagarlo.
La sfiga regnava sovrana e persino Manolito, il pischello a cui avevo dato le prime dritte per pescare, s'era cavato dalle palle aggregandosi a una barca in fortuna e togliendosi delle belle soddisfazioni. Bastardo.
Il ragazzo per sdebitarsi dello stage sulla mia barca mi fece dono di un avanzo di sardine, le avrei usate come esche nelle acque calde della Corrente del Golfo: sardine fortunate, ebbe a dirmi.
Non ci crederete ma con quelle stupide sarde, che dio o chi per lui le abbia in gloria, presi un fottuto marlin da un quintale e mezzo che mi portò a spasso per tre giorni filati dove cavolo gli pareva a lui, senza che io potessi fare alcunché per impedirlo, salvo maledire il creato.
Ma questa è stata una passeggiata di salute confrontata al ritorno quando ci attaccarono i pescecani, che il diavolo o chi per lui se li porti.
Avrei desiderato impugnare la mazza di Joe Di Maggio per difendere la mia preda, ma di fatto ho combattuto a mani nude senza una sola speranza di primeggiare. E a furia di smozzichi solo la lisca mi hanno lasciato.
Almeno quella, almeno quella, sì, affinché gli altri cazzoni giù al porto non pensassero che mi ero inventato tutto di sana pianta.
Era lungo così, dissi loro, e non dovetti nemmeno allargare le braccia.
A questo ripensavo, poco prima di crollare nel sonno e mettermi a sognar di leoni.
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N.B. Nessun animale da ediesse è stato maltrattato durante la stesura di questo pezzo.
La sfiga regnava sovrana e persino Manolito, il pischello a cui avevo dato le prime dritte per pescare, s'era cavato dalle palle aggregandosi a una barca in fortuna e togliendosi delle belle soddisfazioni. Bastardo.
Il ragazzo per sdebitarsi dello stage sulla mia barca mi fece dono di un avanzo di sardine, le avrei usate come esche nelle acque calde della Corrente del Golfo: sardine fortunate, ebbe a dirmi.
Non ci crederete ma con quelle stupide sarde, che dio o chi per lui le abbia in gloria, presi un fottuto marlin da un quintale e mezzo che mi portò a spasso per tre giorni filati dove cavolo gli pareva a lui, senza che io potessi fare alcunché per impedirlo, salvo maledire il creato.
Ma questa è stata una passeggiata di salute confrontata al ritorno quando ci attaccarono i pescecani, che il diavolo o chi per lui se li porti.
Avrei desiderato impugnare la mazza di Joe Di Maggio per difendere la mia preda, ma di fatto ho combattuto a mani nude senza una sola speranza di primeggiare. E a furia di smozzichi solo la lisca mi hanno lasciato.
Almeno quella, almeno quella, sì, affinché gli altri cazzoni giù al porto non pensassero che mi ero inventato tutto di sana pianta.
Era lungo così, dissi loro, e non dovetti nemmeno allargare le braccia.
A questo ripensavo, poco prima di crollare nel sonno e mettermi a sognar di leoni.
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N.B. Nessun animale da ediesse è stato maltrattato durante la stesura di questo pezzo.
4 aprile 2014
Chi s’è mai sognato di mangiare una rondine?
Se c’era una cosa che mi faceva schifo era pescare.
Io ci andavo solo perché c’era Davide.
A pescare ci sono attività rivestite di sopportabilità, come stare lì con la canna in mano e lo sguardo fisso sul sughero. Ma la fase di ricerca lombrichi, o anche solo la gestione dei bachi da sego o la slamatura dei pesci, quelle stanno una tacca sotto ai crimini contro l’umanità, quanto a simpatia.
Davide giocava a calcio, a subbuteo, saltava in alto, costruiva carretti, riparava bici, giocava a tappini e si ravviava i lunghi capelli chiari dietro le orecchie, tutto da professionista.
Andavamo al lago del Bardi, poco più d’una pozza recintata da filo spinato e in teoria non accessibile, ma il Bardi nessuno l’aveva mai visto e fiorivano dubbi sulla sua esistenza.
Girava voce che nel lago vivesse un’enorme carpa, e qualcuno dei ragazzi era pronto a giurare sulla mamma di averla vista bighellonare lungo la riva; per i più era solo una leggenda, un animale mitologico al pari del Bardi.
Per abboccare, abboccavano sempre e solo dei persici. Non so se l’avete mai visto un persico, certo non dal pesciaiolo, il persico è immangiabile: ha le lische dentro alle lische. E non è consigliabile avventurarsi in imprese di sfilettatura o di cucina con un persico lacustre tra le mani. Il persico sta all’acqua come la rondine all’aria.
Chi s’è mai sognato di mangiare una rondine? Eppure la rondine è fascinosa, elegante. Così il persico, a guardarlo: il colore verdastro, i riflessi azzurri, le striature grigio perla e le pinne voltate al rosso, starebbe bene in un acquario, quello sì, certo non dovrebbe stazionare nel melmoso lago del Bardi, né in una padella con dell'olio.
Per quanto Davide vestisse estivo, con gambe e braccia scoperte, la sua pelle color bianco del latte era refrattaria al sole, portava in giro quell’aria vagamente da malato che lo rendeva irresistibile.
Era l’unico di noi che ci faceva pure il bagno nel lago.
Tirai su un persico mentre Davide era in acqua, ma lo chiamai perché il pesce s’era ingozzato l’amo un bel po’ e non ero capace di slamarlo senza eviscerarlo.
Venne sbuffando, ma gli piaceva il ruolo di abile tuttofare che gli riconoscevamo.
Non lo so che mi prese, o lo so benissimo.
Io reggevo la canna e lui slamava il persico per rendergli una dignità e una vita, eravamo vicinissimi e con uno scatto della testa posai le mie labbra sulle sue.
«Ehi, ma che cazzo fai? Cristodiddìo ma sei impazzito?»
Davide strappò il pesce con forza dalla lenza, lo sbatté a terra e poi sputò, si passò il dorso della mano sulla bocca e poi sputò di nuovo. E ancora.
«Cosa sei, un frocio?»
Seguitò inveendo e sputando mentre riponeva le sue cose, si rivestì e se ne andò saltando il filo spinato.
A me tremavano le mani, ma ero ferito più dagli sputi che dalle parole. Presi il persico da terra e con tutta la grazia che potevo lo feci scivolare in acqua. Il pesce rimase lì, lievemente inclinato a pelo d’acqua, senza segnali evidenti di vita se non il passivo luccichìo screziato di un raggio di sole riflesso dalle sue squame.
Restai ancora un po’ lì, accoccolato, nella speranza di vederlo muovere, ma niente. E nemmeno la carpa gigante si degnò di passare da quelle parti.
E se gli eventi avessero preso un'altra deriva? Se solo Davide non avesse sputato a terra un numero irriverente di volte, o se io avessi saputo slamare un pesce da solo, chissà, il mio futuro avrebbe potuto essere diverso.
O forse, più prosaicamente, è il presente in cui sto dentro, il mio futuro diverso.
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EDS ><))))°> La balena non è un pesce by TuttiNoiSappiamoChi:
Album di famiglia in un interno – bianco come il bagno nel mese dei lucci
Lamento di una giovane morta
Il soffio della vita
Austinu
Caramelle
Una mano di bianco
L'agosto del pesce volante e del pettirosso timido
Missisippi
La lista
Diffidenza
L'occhio del branzino dev'essere bianco
Io ci andavo solo perché c’era Davide.
A pescare ci sono attività rivestite di sopportabilità, come stare lì con la canna in mano e lo sguardo fisso sul sughero. Ma la fase di ricerca lombrichi, o anche solo la gestione dei bachi da sego o la slamatura dei pesci, quelle stanno una tacca sotto ai crimini contro l’umanità, quanto a simpatia.
Davide giocava a calcio, a subbuteo, saltava in alto, costruiva carretti, riparava bici, giocava a tappini e si ravviava i lunghi capelli chiari dietro le orecchie, tutto da professionista.
Andavamo al lago del Bardi, poco più d’una pozza recintata da filo spinato e in teoria non accessibile, ma il Bardi nessuno l’aveva mai visto e fiorivano dubbi sulla sua esistenza.
Girava voce che nel lago vivesse un’enorme carpa, e qualcuno dei ragazzi era pronto a giurare sulla mamma di averla vista bighellonare lungo la riva; per i più era solo una leggenda, un animale mitologico al pari del Bardi.
Per abboccare, abboccavano sempre e solo dei persici. Non so se l’avete mai visto un persico, certo non dal pesciaiolo, il persico è immangiabile: ha le lische dentro alle lische. E non è consigliabile avventurarsi in imprese di sfilettatura o di cucina con un persico lacustre tra le mani. Il persico sta all’acqua come la rondine all’aria.
Chi s’è mai sognato di mangiare una rondine? Eppure la rondine è fascinosa, elegante. Così il persico, a guardarlo: il colore verdastro, i riflessi azzurri, le striature grigio perla e le pinne voltate al rosso, starebbe bene in un acquario, quello sì, certo non dovrebbe stazionare nel melmoso lago del Bardi, né in una padella con dell'olio.
Per quanto Davide vestisse estivo, con gambe e braccia scoperte, la sua pelle color bianco del latte era refrattaria al sole, portava in giro quell’aria vagamente da malato che lo rendeva irresistibile.
Era l’unico di noi che ci faceva pure il bagno nel lago.
Tirai su un persico mentre Davide era in acqua, ma lo chiamai perché il pesce s’era ingozzato l’amo un bel po’ e non ero capace di slamarlo senza eviscerarlo.
Venne sbuffando, ma gli piaceva il ruolo di abile tuttofare che gli riconoscevamo.
Non lo so che mi prese, o lo so benissimo.
Io reggevo la canna e lui slamava il persico per rendergli una dignità e una vita, eravamo vicinissimi e con uno scatto della testa posai le mie labbra sulle sue.
«Ehi, ma che cazzo fai? Cristodiddìo ma sei impazzito?»
Davide strappò il pesce con forza dalla lenza, lo sbatté a terra e poi sputò, si passò il dorso della mano sulla bocca e poi sputò di nuovo. E ancora.
«Cosa sei, un frocio?»
Seguitò inveendo e sputando mentre riponeva le sue cose, si rivestì e se ne andò saltando il filo spinato.
A me tremavano le mani, ma ero ferito più dagli sputi che dalle parole. Presi il persico da terra e con tutta la grazia che potevo lo feci scivolare in acqua. Il pesce rimase lì, lievemente inclinato a pelo d’acqua, senza segnali evidenti di vita se non il passivo luccichìo screziato di un raggio di sole riflesso dalle sue squame.
Restai ancora un po’ lì, accoccolato, nella speranza di vederlo muovere, ma niente. E nemmeno la carpa gigante si degnò di passare da quelle parti.
E se gli eventi avessero preso un'altra deriva? Se solo Davide non avesse sputato a terra un numero irriverente di volte, o se io avessi saputo slamare un pesce da solo, chissà, il mio futuro avrebbe potuto essere diverso.
O forse, più prosaicamente, è il presente in cui sto dentro, il mio futuro diverso.
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EDS ><))))°> La balena non è un pesce by TuttiNoiSappiamoChi:
Album di famiglia in un interno – bianco come il bagno nel mese dei lucci
Lamento di una giovane morta
Il soffio della vita
Austinu
Caramelle
Una mano di bianco
L'agosto del pesce volante e del pettirosso timido
Missisippi
La lista
Diffidenza
L'occhio del branzino dev'essere bianco
11 marzo 2014
R.i.g.o.e.c. - epilogo
(leggi il capitolo 1)
(leggi il capitolo 2)
«Dunque esiste una lettera cifrata che testimonia il coinvolgimento del qui presente Federico da Montefeltro, meglio noto come il Duca d'Urbino, nella Congiura de' Pazzi. Ma è un ritrovamento recente, neppure Lorenzo de' Medici ha mai sospettato di lui, a suo tempo».
Schiattarella e Fringuelli annuiscono al commissario senza sapere dove voglia andare a parare. Capitava che li chiamasse da lui quando doveva riflettere, a voce alta gli veniva meglio. A voce alta, quando dico una cazzata la sento e me ne accorgo, diceva.
«E non lo trovi nelle guide degli Uffizi, neppure in questa che è il top».
Un fiotto d'acidità allo stomaco gli ricorda che non l'ha pagata la guida presa a prestito il mese scorso e nemmeno l'ha restituita, del resto l'opuscolo risulta carente d'informazioni vitali.
«Vogliamo riaprire il caso? Famiglia Medici contro Duca d'Urbino? Un vero e proprio Cold Case» ironizzò il vice ispettore.
«Tu guardi troppa televisione, Schiattarella, dovresti documentarti sulla storia della città che ti ha accolto, invece».
«Certo!» fa Schiattarella buttando gli occhi al cielo in una diagonale percepibile solo a Fringuelli.
«Lo sapete della congiura dei Pazzi, sì? L'avete sentita almeno rammentare?»
«Certo!»
«Come no!»
Li conosceva bene, quando facevano così in primo luogo non ne sapevano una beata e in secondo volevano essere congedati prima possibile.
«I vostri figli la studieranno a scuola, allora forse ve ne parleranno».
«Certo!»
«Come no!»
«Anche se dubito che i libri di storia siano aggiornati, anzi, di sicuro no».
Sospirando continua la sua riflessione amara.
«Cioè, questo muso di ciuco qui, col suo naso smartellato dal cerusico, ce lo teniamo esposto come un santo, e l'hai visto anche te che popò di sala gli abbiamo riservato a lui e a sua moglie, la poveretta che poi è morta di polmonite a 27 anni. I due sono un vero e proprio vanto della Galleria degli Uffizi e quindi di Firenze... ma guarda caso il duca è un traditore. Uno che, cazzo, non aspettava altro che gli facessero fuori i Medici per trotterellare bello bello col suo esercito di seicento soldatini da Montefeltro alla conquista di Firenze. E senza sporcarsi le mani!»
S'accalora come forse solo l'avvocato del Magnifico potrebbe.
«Vabbè non è che...» Schiattarella vorrebbe sbobinare una serie di pensieri che gli si vanno aggrovigliando in testa, su come le rappresentazioni artistiche in generale non è che vadano ad identificare dei meriti e che quindi, spesso e volentieri, quadri e statue ritraggono anche dei veri coglioni, o degli assassini, personaggi tutt'altro che positivi insomma, ma un po' perché non è convinto del tutto della teoria né del fatto di poterla descrivere con chiarezza e un po' perché gli fa davvero fatica esporre un concetto che poi potrebbe alimentare repliche d'incontrollabile prolissità e noia, si cheta preferendo darsi una più comoda grattata al pizzetto.
«Questo giuda ce lo teniamo incorniciato e appeso manco fosse gesuccristo risorto... ma nella sala dei Crocifissi ci siete stati? L'avete viste le pale di Duccio, Giotto e Cimabue?»
«Certo!»
«Come no!»
«C'è per caso una pala che ritrae Giuda impiccato?»
(Certo)
(Come no)
«Non esiste, ve lo dico io. E se ci fosse sarebbe rinvoltata in una balla e nascosta per bene nel buio della cantina».
Così dicendo si alza e va alla finestra, quella finestra che dà su una Firenze quasi anonima, seppur bellissima, la Basilica di Santa Maria del Carmine a svettare sui tetti rossi e i vicoli ombrosi del quartiere di Pratolini. Tutte le icone della città stanno dall'altra parte del palazzo.
«Schiattarella vedi se riesci a farmi trasferire sul lato nord, ché t'affacci da qui e sembra di stare a Urbino».
7 marzo 2014
Ritratto in giallo ocra e carboncino - (2)
(leggi il capitolo 1)
La mattina successiva il commissario arrivò in ufficio e Schiattarella lo informò che era passata una tipa, una certa Monica Magliabechi, per dettare un identikit.
«Ha chiesto anche di lei commissario, ma aveva fretta».
«Figlia di buona donna! Ma l’ha disegnato lei?»
«No, l’ha dettato a Fringuelli».
«Bene lo stesso, dai. Mandami Fringuelli, che aspetti?»
Il mago dell’identikit Fringuelli, che tanto per chiarire non usava nemmeno una punta di giallo ocra, arrivò con aria soddisfatta e gli porse l’opera.
«Ma… che ti ha dettato un identikit di uno di profilo?»
«Dice che l’ha sempre e solo visto così».
«E poi scusa ma questo tizio l’ho bell’e visto, sta agli Uffizi».
«Chi è, un custode? Sarà un custode» intervenne Schiattarella.
«Macché, sta appeso. È incorniciato».
Ci andarono insieme alla Galleria, Fantechi e Schiattarella, a guardarsi Federico II da Montefeltro, il duca d’Urbino. Schiattarella, che ormai s’era fissato, proseguì interrogando una decina di custodi, quelli che secondo lui puntavano un po’ troppo morbosamente le guide al lavoro. Erano tutte ragazze queste affabulatrici dell’arte e tutte portavano un nastrino nero legato al braccio destro.
Il commissario scese allo shop e si fece prestare una guida dove cercò i più bei volti di donna del museo. Un quarto d’ora dopo beccò Monica davanti all’ Eleonora di Toledo del Bronzino.
Lei lo vide arrivare e i loro sguardi s’incontrarono per un attimo, ma non smise di disegnare.
«Cos’era uno scherzo quello dell’identikit?»
«Ha iniziato a guardare oltre al suo naso, commissario, o sta sempre cercando il fidanzato di Camilla?»
Il cervello di Fantechi strapazzava ipotesi come un frullino. Nei due minuti di silenzio che seguirono fece avvelenare la povera Camilla, nell’ordine, da un fidanzato segreto venuto dal Maine, dal custode quello devastato dalle occhiaie nella sala dei Crocifissi, da un vicino di casa delle Cure pazzo, da una guida invidiosa del suo sapere, da un giapponese conosciuto davanti al Tondo Doni a cui aveva presumibilmente intimato l’ennesimo No Photo, dalla madonnara Magliabechi in persona, dal nipote alle medie di Schiattarella e, in ultimo, da se stesso in un ineluttabile sdoppiamento di personalità.
«Lo sa che il duca d’Urbino era guercio da un occhio? L’aveva perso in una giostra, per questo spesso si faceva ritrarre di profilo».
Non lo sapeva.
«E che quel naso lì se l’è fatto spaccare a martellate, o se l’è fatto segare, ma in ogni caso di proposito, per poter avere una visuale anche dal lato cieco sul campo di battaglia, lo sa?»
Non lo sapeva, perdìo!
«Poi però c’è chi ne ha due di occhi ma ne usa uno solo, o forse nemmeno».
Ormai aveva compreso che Monica Magliabechi si riferiva a lui e a qualcosa che gli stava sotto gli occhi, forse la soluzione, ma che non riusciva proprio a scorgere.
«E del suo amore per la moglie, lo sapeva? È stato al loro cospetto? Quella che gli sta di fronte, la Battista Sforza, è sua moglie, lo sa? E lo sa che li ha richiesti proprio il Duca d’Urbino i ritratti di profilo, affinché lui e la moglie si potessero guardare per l’eternità, non è una storia straordinaria?»
Non lo sapeva, non sapeva un cazzo di questo Duca dal naso tarpato.
«E il ritratto alla moglie? Lo sapeva che Piero della Francesca gliel’ha fatto ch’era morta?»
Che l’accecassero, ma non sapeva nemmeno questo. Decise di tenersi la guida che s’era fatto prestare e mettersi a studiare sul serio.
«E a Camilla lucevano gli occhi quando portava il suo gruppo davanti al Duca d’Urbino e a sua moglie. Se lei volesse andare a Tokyo a ricercare un giapponese che ha fatto la visita alla Galleria con Camilla e che è stato trascinato dai Giotto e dai Cimabue, dai Leonardo e dai Michelangelo, sa cosa ricorderebbe il giapponese?»
«Questo lo so: i duchi d’Urbino!»
«Già i duchi, l’amore del duca per sua moglie e il suo naso rotto a martellate. Perché Camilla era così, era capace di trasportarti via con sé con le sue parole. O con i suoi silenzi».
«E quindi non lo devo cercare un fidanzato?»
«No».
«Ma un amore sì?»
Non rispose, gli apparve sfinita.
«Anche se nella fissità di un'opera d'arte è tutto più facile» continuò Monica con una bava di voce «ma Camilla non era un quadro, non era un viso dipinto con lo sguardo fisso negli occhi fissi d’un altro quadro e di un altro viso, oh no».
Sospirò più volte e il commissario temette che non avrebbe più aggiunto una sola parola.
«E di sicuro nel palazzo ducale di Urbino non c’era né un bar sulla terrazza dell’ultimo piano, né una stronza barista bionda in fuseaux neri e camicetta bianca», la voce di Monica adesso era incrinata e incerta.
Si alzò asciugandosi gli occhi con la manica della camicia, aprì il blocco qualche pagina indietro e ne strappò un foglio lasciandolo cadere lì, ai piedi indifferenti di Eleonora di Toledo e del figlio Giovannino de’ Medici.
Il commissario lo raccolse da terra proprio mentre veniva raggiunto dal vice ispettore Schiattarella reduce dal giro custodi.
«Non ho cavato un ragno dal buco da queste salme, sono omertosi peggio dei Corleone… ehi, ehi, fai un po’ vedere!»
Fantechi gli diede il disegno ocra e carboncino, il difficile veniva adesso.
«Ma perché te ne vai in giro con un disegno di Camilla morta? Non è più comodo se ti porti una foto?»
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Il testo partecipa all' Eds in giallo de La Donna Camèl, con anche:
Bitols - Dario
Il numero 97 - Melusina
N. 2 - Giallo canarino - Angela
La mattina successiva il commissario arrivò in ufficio e Schiattarella lo informò che era passata una tipa, una certa Monica Magliabechi, per dettare un identikit.
«Ha chiesto anche di lei commissario, ma aveva fretta».
«Figlia di buona donna! Ma l’ha disegnato lei?»
«No, l’ha dettato a Fringuelli».
«Bene lo stesso, dai. Mandami Fringuelli, che aspetti?»
Il mago dell’identikit Fringuelli, che tanto per chiarire non usava nemmeno una punta di giallo ocra, arrivò con aria soddisfatta e gli porse l’opera.
«Ma… che ti ha dettato un identikit di uno di profilo?»
«Dice che l’ha sempre e solo visto così».
«E poi scusa ma questo tizio l’ho bell’e visto, sta agli Uffizi».
«Chi è, un custode? Sarà un custode» intervenne Schiattarella.
«Macché, sta appeso. È incorniciato».
Ci andarono insieme alla Galleria, Fantechi e Schiattarella, a guardarsi Federico II da Montefeltro, il duca d’Urbino. Schiattarella, che ormai s’era fissato, proseguì interrogando una decina di custodi, quelli che secondo lui puntavano un po’ troppo morbosamente le guide al lavoro. Erano tutte ragazze queste affabulatrici dell’arte e tutte portavano un nastrino nero legato al braccio destro.
Il commissario scese allo shop e si fece prestare una guida dove cercò i più bei volti di donna del museo. Un quarto d’ora dopo beccò Monica davanti all’ Eleonora di Toledo del Bronzino.
Lei lo vide arrivare e i loro sguardi s’incontrarono per un attimo, ma non smise di disegnare.
«Cos’era uno scherzo quello dell’identikit?»
«Ha iniziato a guardare oltre al suo naso, commissario, o sta sempre cercando il fidanzato di Camilla?»
Il cervello di Fantechi strapazzava ipotesi come un frullino. Nei due minuti di silenzio che seguirono fece avvelenare la povera Camilla, nell’ordine, da un fidanzato segreto venuto dal Maine, dal custode quello devastato dalle occhiaie nella sala dei Crocifissi, da un vicino di casa delle Cure pazzo, da una guida invidiosa del suo sapere, da un giapponese conosciuto davanti al Tondo Doni a cui aveva presumibilmente intimato l’ennesimo No Photo, dalla madonnara Magliabechi in persona, dal nipote alle medie di Schiattarella e, in ultimo, da se stesso in un ineluttabile sdoppiamento di personalità.
«Lo sa che il duca d’Urbino era guercio da un occhio? L’aveva perso in una giostra, per questo spesso si faceva ritrarre di profilo».
Non lo sapeva.
«E che quel naso lì se l’è fatto spaccare a martellate, o se l’è fatto segare, ma in ogni caso di proposito, per poter avere una visuale anche dal lato cieco sul campo di battaglia, lo sa?»
Non lo sapeva, perdìo!
«Poi però c’è chi ne ha due di occhi ma ne usa uno solo, o forse nemmeno».
Ormai aveva compreso che Monica Magliabechi si riferiva a lui e a qualcosa che gli stava sotto gli occhi, forse la soluzione, ma che non riusciva proprio a scorgere.
«E del suo amore per la moglie, lo sapeva? È stato al loro cospetto? Quella che gli sta di fronte, la Battista Sforza, è sua moglie, lo sa? E lo sa che li ha richiesti proprio il Duca d’Urbino i ritratti di profilo, affinché lui e la moglie si potessero guardare per l’eternità, non è una storia straordinaria?»
Non lo sapeva, non sapeva un cazzo di questo Duca dal naso tarpato.
«E il ritratto alla moglie? Lo sapeva che Piero della Francesca gliel’ha fatto ch’era morta?»
Che l’accecassero, ma non sapeva nemmeno questo. Decise di tenersi la guida che s’era fatto prestare e mettersi a studiare sul serio.
«E a Camilla lucevano gli occhi quando portava il suo gruppo davanti al Duca d’Urbino e a sua moglie. Se lei volesse andare a Tokyo a ricercare un giapponese che ha fatto la visita alla Galleria con Camilla e che è stato trascinato dai Giotto e dai Cimabue, dai Leonardo e dai Michelangelo, sa cosa ricorderebbe il giapponese?»
«Questo lo so: i duchi d’Urbino!»
«Già i duchi, l’amore del duca per sua moglie e il suo naso rotto a martellate. Perché Camilla era così, era capace di trasportarti via con sé con le sue parole. O con i suoi silenzi».
«E quindi non lo devo cercare un fidanzato?»
«No».
«Ma un amore sì?»
Non rispose, gli apparve sfinita.
«Anche se nella fissità di un'opera d'arte è tutto più facile» continuò Monica con una bava di voce «ma Camilla non era un quadro, non era un viso dipinto con lo sguardo fisso negli occhi fissi d’un altro quadro e di un altro viso, oh no».
Sospirò più volte e il commissario temette che non avrebbe più aggiunto una sola parola.
«E di sicuro nel palazzo ducale di Urbino non c’era né un bar sulla terrazza dell’ultimo piano, né una stronza barista bionda in fuseaux neri e camicetta bianca», la voce di Monica adesso era incrinata e incerta.
Si alzò asciugandosi gli occhi con la manica della camicia, aprì il blocco qualche pagina indietro e ne strappò un foglio lasciandolo cadere lì, ai piedi indifferenti di Eleonora di Toledo e del figlio Giovannino de’ Medici.
Il commissario lo raccolse da terra proprio mentre veniva raggiunto dal vice ispettore Schiattarella reduce dal giro custodi.
«Non ho cavato un ragno dal buco da queste salme, sono omertosi peggio dei Corleone… ehi, ehi, fai un po’ vedere!»
Fantechi gli diede il disegno ocra e carboncino, il difficile veniva adesso.
«Ma perché te ne vai in giro con un disegno di Camilla morta? Non è più comodo se ti porti una foto?»
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Il testo partecipa all' Eds in giallo de La Donna Camèl, con anche:
Bitols - Dario
Il numero 97 - Melusina
N. 2 - Giallo canarino - Angela
6 marzo 2014
Ritratto in giallo ocra e carboncino - (1)
Il commissario Dario Fantechi si faceva un cruccio di non avere né un patronimico altisonante né un hobby o una mania per cui ci si potesse appassionare a lui e alle sue indagini: troppo scontato nelle abitudini e ordinario sulla carta d’identità.
Un tempo aveva collezionato bustine di zucchero, ma era stata la moda di una stagione, niente a che vedere con le passioni di Nero Wolfe, per dire.
Certo, aveva sempre desiderato un gatto, quello sì, uno di razza Maine Coon, il gatto più grosso e peloso che avesse mai visto, una sorta di lince domestica. Chissà se qualcuno degli imbrattacarte patentati che sgomitavano ai corsi di scrittura creativa della città di Dante, un giorno si sarebbe ispirato a lui se avesse posseduto un Maine Coon, ci sta che diventasse il commissario col gattone.
Farsi un giro pomeridiano per gli Uffizi era condizione ambientale decisamente più gradevole rispetto alla tappa forzata a casa della vittima, dov’era stato al mattino.
La ragazza morta, molto probabilmente assassinata, si chiamava Camilla, 35 anni, guida turistica, era la figlia di una sua ex-professoressa del liceo e la tragedia assumeva dei tratti particolarmente seccanti e quasi personali.
Al mattino il padre di Camilla non aveva quasi aperto bocca, gingillandosi tutto il tempo con le robe della cucina, tazzine, mestoli, spugnette, caffè; ma la sua vecchia profe, la madre della ragazza, gli s’era affidata completamente, in preda a un dolore forse ancora soltanto abbozzato, ma capace di offuscare il futuro come una nube tossica.
Lui aveva insistito principalmente sui fidanzati presenti e passati, tanto lì si va a cascare, ma al di là di un filarino a venti anni Camilla, che già da una decina d’anni viveva da sola in un altro quartiere, pareva essersi dedicata quasi esclusivamente alle amiche, per viaggi, cinema, cene fuori e quelle cose lì che si fanno da giovani.
Aveva già richiesto l’analisi del traffico del telefono cellulare di Camilla. Se volete davvero ammazzare qualcuno evitate di telefonargli nei dieci anni precedenti l’assassinio, almeno, pensava Fantechi.
La ragazza non aveva un profilo facebook, a quanto pareva, e nemmeno un computer del resto.
Dai vicini di casa della vittima, in zona Cure, ci aveva mandato il vice ispettore Schiattarella, lui sì che con un nome così poteva diventare fonte d'ispirazione per un giallista, certo l'acume era quello che era, povero Schiattarella, però aveva metodo, era ostinato come un trapano mandato a martello, anche se le orchidee no, non le coltivava nemmeno lui.
Agli Uffizi, dai finestroni affacciati sul lungarno filtrava un sole basso e appena tiepido ma capace di riscaldarsi nella rifrazione sulla vetrata.
I custodi potrebbero essere parte essi stessi di una delle performance avanguardiste messe in scena da artisti scafati e fuori di testa, se solo fossimo alla Tate. Ma siamo agli Uffizi e per adesso rimangono custodi.
Fa qualche domanda di rito e ne esce, com’era logico, che tutti bene o male conoscevano Camilla, la quale negli ultimi sei mesi come guida aveva praticamente lavorato solo per gli Uffizi.
Nella sala della Primavera, la custode tracagnotta dal capello corto e tinto di un grigio troppo grigio, gli dice che magari può chiedere anche alla pittrice là, quella per terra, lei la conosceva meglio.
Il commissario l’aveva già notata attraversando la sala una mezz’ora prima: seduta a terra all’indiana, pantalone largo a fiori, camiciona scura e gilet peruviano, capello lungo, riccio e nero. Una madonna forse o una madonnara.
Dipingeva il viso della Venere, era mancina e vedere ciò che andava schizzando sull’album era impresa delicata. Usava solo del carboncino e un giallo ocra a sfumare capace di rendere il tutto più antico ma irragionevolmente più vivo.
Il volto della Venere era armonioso e seducente, quasi meglio dell'originale, con tutto il rispetto per Botticelli.
Le chiese se la conosceva Camilla.
«Certo» gli rispose, era lei che la riforniva di permessi speciali per gli ingressi, gli spiegò la madonna madonnara.
Il commissario le chiese dei suoi lavori a carboncino e lei gli spiegò che si stava laureando in Storia dell’arte e che i bozzetti le servivano per la sua tesi: Le dame agli Uffizi.
La guardò ancora per qualche minuto, rapito, mentre traslava l’estasi dell’opera sulla carta, strusciando e picchiettando, sbaffando e ripassando.
«Hai visto se frequentava assiduamente qualche ragazzo? Qualcuno più di altri? Ti è sembrato che avesse una storia o qualcosa di simile… magari te ne ha parlato, magari hai sentito qualcosa. Uno che la importunava…», gli venne naturale darle del tu.
«Ragazzo? No, direi di no».
«Un turista intraprendente, uno straniero, qualcuno che veniva a prenderla, o qualcuno con cui magari restava a parlare un po’ di più. Un custode forse?»
«Uhm».
Non aveva tutta questa voglia di raccontare, la ragazza.
Il commissario le chiese il nome, Monica si chiamava.
«Se ti viene in mente un particolare di qualcosa o qualcuno, magari passi da me in Questura, c’è un ragazzo bravo con gli identikit, se non lo vuoi fare direttamente tu…» così dicendo allargò le braccia e ammiccò verso l’album dei ritratti di dame, o quello che erano.
Prima di tornare al commissariato, Fantechi fece un salto al bar sulla terrazza del museo, proprio sopra alla Loggia dei Lanzi. Lo spettacolo che si godeva da lì non aveva eguali: il Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria erano a completo servizio di lussuriose fotocamere e di occhi golosi come i suoi.
Ordinò un aperitivo analcolico a una fata platinata che si muoveva tra i tavoli come uno sciatore tra i pali stretti.
She loves you riecheggiava nell’aria brunita che avvolgeva quello sprazzo di Rinascimento, classico tra i classici. Avrebbe potuto viverci lì, anzi avrebbe dovuto, pensò.
Tornò la cameriera bionda carina con il cocktail mentre il coro dei fab four illudeva il commissario Fantechi con lo She loves you, yeah yeah yeah, Lei ti ama, sì sì sì… Magari.
In commissariato si vide con Schiattarella, di ritorno dalle Cure, dove aveva torchiato il vicinato di Camilla ma davvero aveva raccolto poco più di niente. Schiattarella lo ragguagliò, però, sull’esito dei primi esami del medico legale sulla ragazza morta: il risultato formale ancora non era disponibile, ma come già sospettavano, Camilla era stata avvelenata.
Sulla scrivania stavano sparpagliate le foto della scena del delitto della sera prima, una cena per due finita in tragedia.
C’era solo da trovare il secondo, l’invitato, quello che aveva alterato la bottiglia di Castello di Pomino siringando giù il veleno attraverso il tappo.
«Quanto al veleno, non ci aiuta» chiosò il vice ispettore «se lo poteva procurare anche mio nipote delle medie. Si tratta di estratto di oleandro bianco, un infuso, una sorta di tisana fatta bollire un paio d’ore e capace di farti dormire sì, ma per sempre».
«Bisogna trovarlo ‘sto cristo».
(continua...)
____________________________________________________________
Il testo partecipa all' Eds in giallo de La Donna Camèl, con anche:
Bitols - Dario
Il numero 97 - Melusina
N. 2 - Giallo canarino - Angela
_____________________
Un tempo aveva collezionato bustine di zucchero, ma era stata la moda di una stagione, niente a che vedere con le passioni di Nero Wolfe, per dire.
Certo, aveva sempre desiderato un gatto, quello sì, uno di razza Maine Coon, il gatto più grosso e peloso che avesse mai visto, una sorta di lince domestica. Chissà se qualcuno degli imbrattacarte patentati che sgomitavano ai corsi di scrittura creativa della città di Dante, un giorno si sarebbe ispirato a lui se avesse posseduto un Maine Coon, ci sta che diventasse il commissario col gattone.
Farsi un giro pomeridiano per gli Uffizi era condizione ambientale decisamente più gradevole rispetto alla tappa forzata a casa della vittima, dov’era stato al mattino.
La ragazza morta, molto probabilmente assassinata, si chiamava Camilla, 35 anni, guida turistica, era la figlia di una sua ex-professoressa del liceo e la tragedia assumeva dei tratti particolarmente seccanti e quasi personali.
Al mattino il padre di Camilla non aveva quasi aperto bocca, gingillandosi tutto il tempo con le robe della cucina, tazzine, mestoli, spugnette, caffè; ma la sua vecchia profe, la madre della ragazza, gli s’era affidata completamente, in preda a un dolore forse ancora soltanto abbozzato, ma capace di offuscare il futuro come una nube tossica.
Lui aveva insistito principalmente sui fidanzati presenti e passati, tanto lì si va a cascare, ma al di là di un filarino a venti anni Camilla, che già da una decina d’anni viveva da sola in un altro quartiere, pareva essersi dedicata quasi esclusivamente alle amiche, per viaggi, cinema, cene fuori e quelle cose lì che si fanno da giovani.
Aveva già richiesto l’analisi del traffico del telefono cellulare di Camilla. Se volete davvero ammazzare qualcuno evitate di telefonargli nei dieci anni precedenti l’assassinio, almeno, pensava Fantechi.
La ragazza non aveva un profilo facebook, a quanto pareva, e nemmeno un computer del resto.
Dai vicini di casa della vittima, in zona Cure, ci aveva mandato il vice ispettore Schiattarella, lui sì che con un nome così poteva diventare fonte d'ispirazione per un giallista, certo l'acume era quello che era, povero Schiattarella, però aveva metodo, era ostinato come un trapano mandato a martello, anche se le orchidee no, non le coltivava nemmeno lui.
Agli Uffizi, dai finestroni affacciati sul lungarno filtrava un sole basso e appena tiepido ma capace di riscaldarsi nella rifrazione sulla vetrata.
I custodi potrebbero essere parte essi stessi di una delle performance avanguardiste messe in scena da artisti scafati e fuori di testa, se solo fossimo alla Tate. Ma siamo agli Uffizi e per adesso rimangono custodi.
Fa qualche domanda di rito e ne esce, com’era logico, che tutti bene o male conoscevano Camilla, la quale negli ultimi sei mesi come guida aveva praticamente lavorato solo per gli Uffizi.
Nella sala della Primavera, la custode tracagnotta dal capello corto e tinto di un grigio troppo grigio, gli dice che magari può chiedere anche alla pittrice là, quella per terra, lei la conosceva meglio.
Il commissario l’aveva già notata attraversando la sala una mezz’ora prima: seduta a terra all’indiana, pantalone largo a fiori, camiciona scura e gilet peruviano, capello lungo, riccio e nero. Una madonna forse o una madonnara.
Dipingeva il viso della Venere, era mancina e vedere ciò che andava schizzando sull’album era impresa delicata. Usava solo del carboncino e un giallo ocra a sfumare capace di rendere il tutto più antico ma irragionevolmente più vivo.
Il volto della Venere era armonioso e seducente, quasi meglio dell'originale, con tutto il rispetto per Botticelli.
Le chiese se la conosceva Camilla.
«Certo» gli rispose, era lei che la riforniva di permessi speciali per gli ingressi, gli spiegò la madonna madonnara.
Il commissario le chiese dei suoi lavori a carboncino e lei gli spiegò che si stava laureando in Storia dell’arte e che i bozzetti le servivano per la sua tesi: Le dame agli Uffizi.
La guardò ancora per qualche minuto, rapito, mentre traslava l’estasi dell’opera sulla carta, strusciando e picchiettando, sbaffando e ripassando.
«Hai visto se frequentava assiduamente qualche ragazzo? Qualcuno più di altri? Ti è sembrato che avesse una storia o qualcosa di simile… magari te ne ha parlato, magari hai sentito qualcosa. Uno che la importunava…», gli venne naturale darle del tu.
«Ragazzo? No, direi di no».
«Un turista intraprendente, uno straniero, qualcuno che veniva a prenderla, o qualcuno con cui magari restava a parlare un po’ di più. Un custode forse?»
«Uhm».
Non aveva tutta questa voglia di raccontare, la ragazza.
Il commissario le chiese il nome, Monica si chiamava.
«Se ti viene in mente un particolare di qualcosa o qualcuno, magari passi da me in Questura, c’è un ragazzo bravo con gli identikit, se non lo vuoi fare direttamente tu…» così dicendo allargò le braccia e ammiccò verso l’album dei ritratti di dame, o quello che erano.
Prima di tornare al commissariato, Fantechi fece un salto al bar sulla terrazza del museo, proprio sopra alla Loggia dei Lanzi. Lo spettacolo che si godeva da lì non aveva eguali: il Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria erano a completo servizio di lussuriose fotocamere e di occhi golosi come i suoi.
Ordinò un aperitivo analcolico a una fata platinata che si muoveva tra i tavoli come uno sciatore tra i pali stretti.
She loves you riecheggiava nell’aria brunita che avvolgeva quello sprazzo di Rinascimento, classico tra i classici. Avrebbe potuto viverci lì, anzi avrebbe dovuto, pensò.
Tornò la cameriera bionda carina con il cocktail mentre il coro dei fab four illudeva il commissario Fantechi con lo She loves you, yeah yeah yeah, Lei ti ama, sì sì sì… Magari.
In commissariato si vide con Schiattarella, di ritorno dalle Cure, dove aveva torchiato il vicinato di Camilla ma davvero aveva raccolto poco più di niente. Schiattarella lo ragguagliò, però, sull’esito dei primi esami del medico legale sulla ragazza morta: il risultato formale ancora non era disponibile, ma come già sospettavano, Camilla era stata avvelenata.
Sulla scrivania stavano sparpagliate le foto della scena del delitto della sera prima, una cena per due finita in tragedia.
C’era solo da trovare il secondo, l’invitato, quello che aveva alterato la bottiglia di Castello di Pomino siringando giù il veleno attraverso il tappo.
«Quanto al veleno, non ci aiuta» chiosò il vice ispettore «se lo poteva procurare anche mio nipote delle medie. Si tratta di estratto di oleandro bianco, un infuso, una sorta di tisana fatta bollire un paio d’ore e capace di farti dormire sì, ma per sempre».
«Bisogna trovarlo ‘sto cristo».
(continua...)
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Il testo partecipa all' Eds in giallo de La Donna Camèl, con anche:
Bitols - Dario
Il numero 97 - Melusina
N. 2 - Giallo canarino - Angela
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26 febbraio 2014
Nespole acerbe
Stavo sulle tracce di questo coglione ormai da millemila cazzo di giorni.
Settimana scorsa la svolta, grazie a una soffiata facciamo irruzione nel suo nascondiglio nella Grande Mela, un seminterrato sulla 52esima dove rinveniamo un vero e proprio arsenale.
Oltre alle armi un'agendina, un cellulare e un nome falso ci consegnano finalmente una pista nella quale ci buttiamo a capofitto.
E così gli facciamo sentire il fiato sul collo, da Pittsburgh a Cleveland inseguendo una strisciata di carta di credito, fino a Syracuse agganciati a una cellula telefonica, piuttosto che a Boston dove spunta fuori il noleggio di una Chevrolet.
Ad ogni buon conto eccomi qua, traghettato a Portland, nel Maine, asserragliato in auto al freddo e pervaso da una vaga sensazione d'inutilità, sui vetri appannati ho disegnato giusto due tondi, un improbabile binocolo per tenere d'occhio la palazzina sotto alla quale il coglione ha parcheggiato la sua vettura avis marrone, che giusto a noleggio ti puoi pigliare un'auto marrone.
La neve fa il suo sporco lavoro: stempera la vista sfumando al bianco e ficca giù i suoni di quell'alba dentro a un imbuto di silenzio assordante.
Il sole fa capolino da dietro i palazzoni di un'impopolare edilizia popolare e li rende quasi appetibili all'uso avvolti come sono nell'atmosfera rossastra del primo mattino. Va così che ti salta su un'insana voglia di abitarli quei palazzoni, di svegliarti in una stanza straliciata dal sole dove sorbirci un tè al latte coi biscottini di pastafrolla, sempreché ci sia ancora un folle disposto a venire ad abitare nel Maine.
Butto un po' giù il seggiolino nella ricerca plastica di un riposo che sarebbe meritato quant'è vero iddìo. Nell'attesa, e anche per non cedere alle lusinghe di Morfeo, frugo nello sportellino sotto al cruscotto, ne scappa fuori una vecchia lista della spesa e una manciata di scontrini accartocciati in una squallida testimonianza d'acquisto di hamburger, pasticche, ancora hamburger, diet coke, libri del cazzo, e poi sempre hamburger, hamburger a palate.
Il panorama mozzafiato viene disturbato, deturpato e disintegrato dal lento incedere del camion della nettezza che, nonostante la stazza e i meccanismi in funzione, pare ancora riuscire a muoversi in una bolla di sapone silenziata. O forse sono soltanto io, ormai bollito, in un gorgo invelenito e castrante da dove diventa epocale anche solo percepire un suono o mettere a fuoco un portone d'ingresso. Passa anche lei, o almeno credo di vederla, lo zaino portato su una spalla sola, un fiume di capelli dorati e lisci, lisci all'inverosimile, addormentati su un loden blu canaglia, non sembra camminare, piuttosto è il mondo che si muove sotto ai suoi piedi portandola in ogni buco di posto voglia andare. Me ne innamoro perdutamente e già metto in cantiere il mio terzo matrimonio pregustando il sottile piacere del contatto con la sua liscia pelle di pesca e la sublime visione dell'albicocca, emozionato e confuso come uno scrittore alla presentazione del suo romanzo d'esordio.
Passo una bella fetta di tempo così, a guardare il tetto dell'auto. Non me la sento di fare nulla. L'unica soluzione è rimanersene lì a guardare in alto. Non che lassù ci sia nulla di interessante. I tettucci delle macchine non sono costruiti per intrattenere le persone.
E alla fine dei salmi mi tiro su, giusto il tempo per rendermi conto che il cazzo d'insonorizzato Maine s'è inghiottito la fottuta Chevrolet marrone.
Merda! _________________________________________________________________ Questo testo partecipa all'Eds fuffa beata mai bandito da La donna Camèl.
Settimana scorsa la svolta, grazie a una soffiata facciamo irruzione nel suo nascondiglio nella Grande Mela, un seminterrato sulla 52esima dove rinveniamo un vero e proprio arsenale.
Oltre alle armi un'agendina, un cellulare e un nome falso ci consegnano finalmente una pista nella quale ci buttiamo a capofitto.
E così gli facciamo sentire il fiato sul collo, da Pittsburgh a Cleveland inseguendo una strisciata di carta di credito, fino a Syracuse agganciati a una cellula telefonica, piuttosto che a Boston dove spunta fuori il noleggio di una Chevrolet.
Ad ogni buon conto eccomi qua, traghettato a Portland, nel Maine, asserragliato in auto al freddo e pervaso da una vaga sensazione d'inutilità, sui vetri appannati ho disegnato giusto due tondi, un improbabile binocolo per tenere d'occhio la palazzina sotto alla quale il coglione ha parcheggiato la sua vettura avis marrone, che giusto a noleggio ti puoi pigliare un'auto marrone.
La neve fa il suo sporco lavoro: stempera la vista sfumando al bianco e ficca giù i suoni di quell'alba dentro a un imbuto di silenzio assordante.
Il sole fa capolino da dietro i palazzoni di un'impopolare edilizia popolare e li rende quasi appetibili all'uso avvolti come sono nell'atmosfera rossastra del primo mattino. Va così che ti salta su un'insana voglia di abitarli quei palazzoni, di svegliarti in una stanza straliciata dal sole dove sorbirci un tè al latte coi biscottini di pastafrolla, sempreché ci sia ancora un folle disposto a venire ad abitare nel Maine.
Butto un po' giù il seggiolino nella ricerca plastica di un riposo che sarebbe meritato quant'è vero iddìo. Nell'attesa, e anche per non cedere alle lusinghe di Morfeo, frugo nello sportellino sotto al cruscotto, ne scappa fuori una vecchia lista della spesa e una manciata di scontrini accartocciati in una squallida testimonianza d'acquisto di hamburger, pasticche, ancora hamburger, diet coke, libri del cazzo, e poi sempre hamburger, hamburger a palate.
Il panorama mozzafiato viene disturbato, deturpato e disintegrato dal lento incedere del camion della nettezza che, nonostante la stazza e i meccanismi in funzione, pare ancora riuscire a muoversi in una bolla di sapone silenziata. O forse sono soltanto io, ormai bollito, in un gorgo invelenito e castrante da dove diventa epocale anche solo percepire un suono o mettere a fuoco un portone d'ingresso. Passa anche lei, o almeno credo di vederla, lo zaino portato su una spalla sola, un fiume di capelli dorati e lisci, lisci all'inverosimile, addormentati su un loden blu canaglia, non sembra camminare, piuttosto è il mondo che si muove sotto ai suoi piedi portandola in ogni buco di posto voglia andare. Me ne innamoro perdutamente e già metto in cantiere il mio terzo matrimonio pregustando il sottile piacere del contatto con la sua liscia pelle di pesca e la sublime visione dell'albicocca, emozionato e confuso come uno scrittore alla presentazione del suo romanzo d'esordio.
Passo una bella fetta di tempo così, a guardare il tetto dell'auto. Non me la sento di fare nulla. L'unica soluzione è rimanersene lì a guardare in alto. Non che lassù ci sia nulla di interessante. I tettucci delle macchine non sono costruiti per intrattenere le persone.
E alla fine dei salmi mi tiro su, giusto il tempo per rendermi conto che il cazzo d'insonorizzato Maine s'è inghiottito la fottuta Chevrolet marrone.
Merda! _________________________________________________________________ Questo testo partecipa all'Eds fuffa beata mai bandito da La donna Camèl.
9 febbraio 2014
o' nipote mascalzone
Stavo al verde quant'è vero iddìo.
E sì che avrei potuto cercare un cesso di lavoro, ma lavorare è al primo posto nella mia personale lista degli status esistenziali da evitare, peggiore anche di stare al verde.
Così andai da zia, che era pomeriggio e sapevo dove trovarla, con la sua stampella e i suoi capelli radi che non coprivano manco per il cazzo le chiazze marroni da vecchia sulla sua testa. Cionondimeno giocava a tombola con i fagioli e le cartellette e poteva spacciarsi per la donna più felice del mondo seppure con tutte le chiazze.
Certo c'era da sperare che infilasse una cinquina o una tombola, almeno, che la mettessero di buonumore predisponendola a sganciare qualche centone.
27 e' zampe e' gallina
Il coglione che tirava su i numeri cercava di fare l'accento napoletano, ma era di Compiobbi e si sentiva.
Io fingevo d'interessarmi alla tombola nel rispetto del ritratto familiare del buon nipote, zia fingeva di non capire che fingevo e le altre vecchie fingevano di non capire che zia fingeva di non capire che io fingevo.
E non so se alla fine il moltiplicarsi di quelle finzioni portasse a un risultato positivo, in un algebrico ribaltarsi di segni, sul fronte della verità.
86 o' cane morto e' stenti
Che poi di smorfia il tizio di Compiobbi ne svendeva una sua, e a ogni giro differente, in barba a Napoli e alla coerenza. Del resto alle vecchie piaceva di più così.
5 o' gobbo e' Nottreddàm
Sorridevo a destra e a manca e ripetevo i numeri estratti a una nonnetta sorda spaccata che sedeva di fronte a me e aiutavo zia coi fagioli anche se era vispa più di me per quello.
77 e' gambe re' spose e' Pontassieve
E così ti lasciava intendere che le aveva bazzicate le spose di Pontassieve, ma quello ci sta.
41 o' sureciello 'nguattato aret o'friggidèr
In due ore di tombolata andò che zia fece un terno e alla fine mi disse che capace le portavo pure merda e mi allungò giusto un cinquantone, ma che faticata.
A ogni modo l'esperienza mi servì per inserire la tombolata al circolo anziani al terzo posto tra gli status esistenziali di vita da evitare, un podio meritato.
Comprai dieci gratta e vinci, che grattai vincendo 20 euro che rigrattai vincendo 5 che rigrattai vincendo zero.
Valutai se tornare da zia e svuotarle la borsetta ma il pensiero d'incontrare magari lo speaker di Compiobbi mi fece passare la voglia: 65 o' nipote mascalzone.
Finii a casa del Benda che era ora di cena e certo non il momento migliore per parlargli dei progetti strafichi che avevo per noi.
La moglie - ché s'era sposato nel frattempo - mi guardava straliciando dalla cucina manco le avessi pisciato sulle rose, sputato che il maritino le avesse raccontato dell'affare che ci aveva visto protagonisti defilati qualche anno prima; si sa che quando si sposano perdono il capo.
Si vedeva lontano un miglio che c'aveva bisogno di soldi: la casa era uno scatolotto da sardine, una creatura era ficcata nel seggiolone, faceva ba-bba ba-bba e sbatteva un cucchiaio nella minestra di verdura con esiti esplosivi, inoltre, a giudicare dalle curve della moglie, un'altra pagnotta stava nel forno.
Non le faccio più quelle robe, mi disse, ho una famiglia adesso, aggiunse, sono un padre responsabile, chiuse.
Bon, dissi, se le cose stanno così buonappetito e saluti alla signora che per come mi guardava l'avrei mandata volentieri affanculo, ma che volete è più forte di me, son galantuomo.
Stavo in fondo al vialetto, avevo appena finito d'innaffiare le rose alla signora quando mi sento chiamare. Ripassa domani sera, mi fa, che sono solo metto a letto la bimba e si fanno due chiacchiere, aggiunse, se hai un piano se ne parla, mi strizzò l'occhio.
La creatura indemoniata era una femmina, dunque, molto bene. Non che questo cambiasse qualcosa.
La serata volgeva al bello quant'è vero iddìo avevo 24 lunghe ore per buttare giù uno straccio di piano un pelo meglio di quello che s'inventò il povero Sandrino pace all'anima sua. Si svoltava, altro che gratta e vinci!
Tornando a casa passai a prendere le paste avanzate al bar della Rosa, te le pago domani le dissi, e allungai solo un po' ripassando dalle case del Comune.
Suonai da zia che saranno state le nove sperando che non stesse già dormendo.
65 e' pastarelle.
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EDS Verde by La Donna Camel:
- Opera Numero 1 - Angela
- La sciarpa - Michele
- Un mare d'erba - Melusina
- A proposito della Prinz verde - Bianca
- Fili spezzati - Lillina
16 gennaio 2014
I primi nove venerdì del mese
«Cammina!»
La mamma si volta sull’acciottolato e guarda sua figlia qualche metro indietro, è immobile in mezzo alla via e stringe al petto il suo Bubu, un orsacchiotto di peluche.
«Cammina, ti ho detto!»
«Sono stanca, uffa, e anche Bubu è stanco» dice la piccola mostrando il pupazzo alla madre. Lo tiene da dietro per il collo, teso verso la mamma, come fosse un’arma o come fosse un talismano capace di scacciare ogni spirito maligno e di cancellare la fatica da ogni singolo passo.
«Diglielo, Bubu!»
«Muoviti, dai, sono solo dieci minuti e poi siamo arrivati. E non fare storie, ne abbiamo già parlato».
La madre, col figlio più piccolo in collo, riparte a passi serrati verso il paese, la figlia s’imbroncia ma riprende a camminare anche lei, a capo chino e tirandosi dietro Bubu per un braccino.
«Forza Bubu, sono solo dieci minuti, non devi fare le storie, no no».
È venerdì pomeriggio, per l’esattezza è l’ottavo primo venerdì del mese. L’ottavo di nove venerdì consecutivi in cui la tradizione cattolica auspica messa e comunione. Nove primi venerdì del mese che se rispettati portano il fedele all’indulgenza plenaria e a morire, sempre e quando sarà il momento, nella grazia di Dio.
Sono tre chilometri per andare e tre per tornare di una strada solo in parte asfaltata e piana, ma per lunghi tratti pendente e sassosa e dove muoversi con un passeggino sarebbe più gravoso che doversi portare un figliolo in braccio. Sono i tre chilometri che separano il paese con la sua chiesa dall’abitazione di Margherita, di sua mamma Anna e del piccolo Luca.
Il venerdì successivo sarebbe il nono: è l’ultimo da osservare per poter ricevere la divina assoluzione di tutti i peccati in via preferenziale e direttamente dal sacro cuore di Gesù.
Luchino però sta male e la madre, sebbene ci pensi e valuti la cosa, non lo può trascinare giù fino alla chiesa, ché va bene è già primavera ma fa ancora un freddo birbone e il viaggio di ritorno è pure da fare al buio.
«Oggi non si va a messa, cucciola, tuo fratello ha la febbre alta ed è meglio se lo teniamo al calduccio».
La piccola è incredula, sgrana gli occhi e abbraccia il suo amico di pezza.
«Niente messa oggi, Bubu, che bello!»
Margherita appoggia la sua borsetta rossa di pannolenci su uno sgabello e l’orsacchiotto accenna due passi di danza della felicità, in un dondolare aggraziato e guidato dalla manina cicciotta della bambina.
Ma la solfa dei primi nove venerdì del mese resta lì, anzi, si ripresenta più minacciosa e più necessaria di prima, è una fortezza da espugnare, un vero e proprio punto d’impegno per mamma Anna.
Il supplizio è solo rimandato e tra una settimana si ricomincia, poche storie.
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Immagine: Billa (Sabina Feroci)
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Il testo partecipa all'EDS Rosso come il peccato by La donna Camèl assieme a:
- Melusina con Gloria mundi
- Dario con Lisa Borletti
- Dario con Turi Pappalardo
- Dario con Lucevan li occhi suoi più che la stella
- Gordon Comstock con Il peccato più grande
- Fulvia con Biancaneve
- Melusina con Red Velvet
- Angela con Pensiero stupendo
- Angela con un altro Pensiero stupendo rosso jungla
- Gabriele con Cave cave deus videt
- Bianca con Vedo rosso
- Melusina con L'amore ai tempi dei nonni
- Pendolante con La confessione
- Melusina con Mille papaveri rossi
- Lillina con Iago
- Cielo con Il Pantone. Altro che rosso.
- Gabriele con Pesci bianchi, pesci rossi
- Michela con Apple
- Pendolante con Generazioni
La mamma si volta sull’acciottolato e guarda sua figlia qualche metro indietro, è immobile in mezzo alla via e stringe al petto il suo Bubu, un orsacchiotto di peluche.
«Cammina, ti ho detto!»
«Sono stanca, uffa, e anche Bubu è stanco» dice la piccola mostrando il pupazzo alla madre. Lo tiene da dietro per il collo, teso verso la mamma, come fosse un’arma o come fosse un talismano capace di scacciare ogni spirito maligno e di cancellare la fatica da ogni singolo passo.
«Diglielo, Bubu!»
«Muoviti, dai, sono solo dieci minuti e poi siamo arrivati. E non fare storie, ne abbiamo già parlato».
La madre, col figlio più piccolo in collo, riparte a passi serrati verso il paese, la figlia s’imbroncia ma riprende a camminare anche lei, a capo chino e tirandosi dietro Bubu per un braccino.
«Forza Bubu, sono solo dieci minuti, non devi fare le storie, no no».
È venerdì pomeriggio, per l’esattezza è l’ottavo primo venerdì del mese. L’ottavo di nove venerdì consecutivi in cui la tradizione cattolica auspica messa e comunione. Nove primi venerdì del mese che se rispettati portano il fedele all’indulgenza plenaria e a morire, sempre e quando sarà il momento, nella grazia di Dio.
Sono tre chilometri per andare e tre per tornare di una strada solo in parte asfaltata e piana, ma per lunghi tratti pendente e sassosa e dove muoversi con un passeggino sarebbe più gravoso che doversi portare un figliolo in braccio. Sono i tre chilometri che separano il paese con la sua chiesa dall’abitazione di Margherita, di sua mamma Anna e del piccolo Luca.
Il venerdì successivo sarebbe il nono: è l’ultimo da osservare per poter ricevere la divina assoluzione di tutti i peccati in via preferenziale e direttamente dal sacro cuore di Gesù.
Luchino però sta male e la madre, sebbene ci pensi e valuti la cosa, non lo può trascinare giù fino alla chiesa, ché va bene è già primavera ma fa ancora un freddo birbone e il viaggio di ritorno è pure da fare al buio.
«Oggi non si va a messa, cucciola, tuo fratello ha la febbre alta ed è meglio se lo teniamo al calduccio».
La piccola è incredula, sgrana gli occhi e abbraccia il suo amico di pezza.
«Niente messa oggi, Bubu, che bello!»
Margherita appoggia la sua borsetta rossa di pannolenci su uno sgabello e l’orsacchiotto accenna due passi di danza della felicità, in un dondolare aggraziato e guidato dalla manina cicciotta della bambina.
Ma la solfa dei primi nove venerdì del mese resta lì, anzi, si ripresenta più minacciosa e più necessaria di prima, è una fortezza da espugnare, un vero e proprio punto d’impegno per mamma Anna.
Il supplizio è solo rimandato e tra una settimana si ricomincia, poche storie.
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Immagine: Billa (Sabina Feroci)
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Il testo partecipa all'EDS Rosso come il peccato by La donna Camèl assieme a:
- Melusina con Gloria mundi
- Dario con Lisa Borletti
- Dario con Turi Pappalardo
- Dario con Lucevan li occhi suoi più che la stella
- Gordon Comstock con Il peccato più grande
- Fulvia con Biancaneve
- Melusina con Red Velvet
- Angela con Pensiero stupendo
- Angela con un altro Pensiero stupendo rosso jungla
- Gabriele con Cave cave deus videt
- Bianca con Vedo rosso
- Melusina con L'amore ai tempi dei nonni
- Pendolante con La confessione
- Melusina con Mille papaveri rossi
- Lillina con Iago
- Cielo con Il Pantone. Altro che rosso.
- Gabriele con Pesci bianchi, pesci rossi
- Michela con Apple
- Pendolante con Generazioni
7 gennaio 2014
Present continuous
Diversi erano i motivi che potevano rendere seccante il fatto di andare a ripetizione d’inglese. Intanto andarci con Paolo, un demente fatto e finito mio vicino di casa e di sventura nell’anglofono esprimersi, i pomeriggi di studio forzoso strappati al cazzeggio, il fatto che la profe delle ripetizioni fosse la mamma di un nostro compagno di classe, tale Simone il secchione che chiaramente ci avrebbe sputtanato un po’ con tutti e in più la prevedibile ovvietà con cui quella avrebbe capito che le mie lacune erano riconducibili "solo” a carenza di studio, con conseguenze potenzialmente disastrose.
Ma un motivo, un solo motivo, rischiava invece di rendere l’esperienza imperitura. La tipa lì, la profe, la mamma di Simone, la Marta per dirla col nome suo, ha un seno enorme, due poppe irriverenti che potrebbero stare in bacheca alla bocciofila. Non so se avete presenti due robe così, sempre in generosa mostra, con un solco lucido e soffocato in mezzo.
Ci andiamo e ci innamoriamo nella prima mezz’ora. Capite, non è che questa ti spiega i logaritmi e le figure retoriche, questa dice the, dice the con la lingua tra i denti sporgendosi mammellosamente verso di te, povero cristo sfigato e angloriluttante.
- The, the… lo vedi come la metto la lingua? – e si indica le labbra con un dito smaltato vermiglio.
- The.
Lei guarda me, ma risponde Paolo, che lui è più sciolto colle ragazze anche se qui siamo di fronte a un caso un po’ più complicato. Ci sono anni, ci sono unghie, ci sono labbra e ci sono poppe.
- Certo, the, che ci vuole? Lingua fra i denti, the… the… the.
Insomma va così che come on baby let’s all right si fanno una decina d’ore di ripetizione e si parla come si fosse di Cambridge. Almeno io via, Paolo è proprio zuccone, lui più là del the non ci arriva.
È che all’ultima lezione, quella dei saluti, la Marta a un certo punto s’alza e c’informa che deve arrivare in bagno. Io e Paolo ci si guarda come due coglioni, solo immaginarla sul vaso a far pipì ci spara gli ormoni in orbita attorno a Plutone.
- Icché si fa?
- Icché tu vo’ fare? S’aspetta che torni.
- Col cazzo, io vo alla finestra del bagno, magari è aperta.
- E io?
- Che ne so? Vai alla porta, ci sta che vedi qualcosa dal buco della serratura.
Paolo schizza fuori in terrazza mentre io resto lì, insaccato come una salamella a fissare il quaderno con i cazzo di esercizi sul present continuous. Non mi ricapiterà, penso, allora trovo la forza di alzarmi e in un attimo I’m looking through the keyhole.
Lo vedo il cespuglio quando si rialza dal water e giuro mi pare che indugi un po’ prima di tirar su le mutandine, respiro a fatica come succhiassi l’aria da un bucatino.
È un attimo, lo spazio serratura si riempie di lei e la porta si apre. Faccio appena in tempo a tirarmi su, ma sono lì e non c’è modo di scappare, né di scomparire.
- Mi hai guardato pisciare?
Ci provo a deglutire, ci provo a darmi un contegno, ma l’unico risultato che ottengo è una vampa rosso fuoco sulla faccia, per quella parola detta così più che per questioni di pelo. Vorrei dire no, ma forse vorrei dire anche sì, alla fine muovo leggermente il capo verso il basso in quella che è mezza affermazione e mezza ammissione di colpa.
- Lo sai che è un peccato?
- …
- È un peccato!
- …
- È un peccato che non sei venuto solo! - mi sussurra.
Il compito in classe successivo mi tocca passarglielo a Paolo che è lì che si lambicca e rischia di beccarsi l’ennesimo tre, povero Paolo. Glielo preparo perfetto, e ci metto pure un paio di errorini, giusto perché si capisca che non l’ha copiato da Simone il secchione.
Io invece non voglio correre rischi inutili di sufficienza e lo consegno praticamente in bianco.
______________________________________________________
Il testo partecipa all'EDS Rosso come il peccato by La donna Camèl.
- Melusina con Gloria mundi
- Dario con Lisa Borletti
- Dario con Turi Pappalardo
- Dario con Lucevan li occhi suoi più che la stella
- Gordon Comstock con Il peccato più grande
- Fulvia con Biancaneve
- Melusina con Red Velvet
- Angela con Pensiero stupendo
- Angela con un altro Pensiero stupendo rosso jungla
- Gabriele con Cave cave deus videt
Ma un motivo, un solo motivo, rischiava invece di rendere l’esperienza imperitura. La tipa lì, la profe, la mamma di Simone, la Marta per dirla col nome suo, ha un seno enorme, due poppe irriverenti che potrebbero stare in bacheca alla bocciofila. Non so se avete presenti due robe così, sempre in generosa mostra, con un solco lucido e soffocato in mezzo.
Ci andiamo e ci innamoriamo nella prima mezz’ora. Capite, non è che questa ti spiega i logaritmi e le figure retoriche, questa dice the, dice the con la lingua tra i denti sporgendosi mammellosamente verso di te, povero cristo sfigato e angloriluttante.
- The, the… lo vedi come la metto la lingua? – e si indica le labbra con un dito smaltato vermiglio.
- The.
Lei guarda me, ma risponde Paolo, che lui è più sciolto colle ragazze anche se qui siamo di fronte a un caso un po’ più complicato. Ci sono anni, ci sono unghie, ci sono labbra e ci sono poppe.
- Certo, the, che ci vuole? Lingua fra i denti, the… the… the.
Insomma va così che come on baby let’s all right si fanno una decina d’ore di ripetizione e si parla come si fosse di Cambridge. Almeno io via, Paolo è proprio zuccone, lui più là del the non ci arriva.
È che all’ultima lezione, quella dei saluti, la Marta a un certo punto s’alza e c’informa che deve arrivare in bagno. Io e Paolo ci si guarda come due coglioni, solo immaginarla sul vaso a far pipì ci spara gli ormoni in orbita attorno a Plutone.
- Icché si fa?
- Icché tu vo’ fare? S’aspetta che torni.
- Col cazzo, io vo alla finestra del bagno, magari è aperta.
- E io?
- Che ne so? Vai alla porta, ci sta che vedi qualcosa dal buco della serratura.
Paolo schizza fuori in terrazza mentre io resto lì, insaccato come una salamella a fissare il quaderno con i cazzo di esercizi sul present continuous. Non mi ricapiterà, penso, allora trovo la forza di alzarmi e in un attimo I’m looking through the keyhole.
Lo vedo il cespuglio quando si rialza dal water e giuro mi pare che indugi un po’ prima di tirar su le mutandine, respiro a fatica come succhiassi l’aria da un bucatino.
È un attimo, lo spazio serratura si riempie di lei e la porta si apre. Faccio appena in tempo a tirarmi su, ma sono lì e non c’è modo di scappare, né di scomparire.
- Mi hai guardato pisciare?
Ci provo a deglutire, ci provo a darmi un contegno, ma l’unico risultato che ottengo è una vampa rosso fuoco sulla faccia, per quella parola detta così più che per questioni di pelo. Vorrei dire no, ma forse vorrei dire anche sì, alla fine muovo leggermente il capo verso il basso in quella che è mezza affermazione e mezza ammissione di colpa.
- Lo sai che è un peccato?
- …
- È un peccato!
- …
- È un peccato che non sei venuto solo! - mi sussurra.
Il compito in classe successivo mi tocca passarglielo a Paolo che è lì che si lambicca e rischia di beccarsi l’ennesimo tre, povero Paolo. Glielo preparo perfetto, e ci metto pure un paio di errorini, giusto perché si capisca che non l’ha copiato da Simone il secchione.
Io invece non voglio correre rischi inutili di sufficienza e lo consegno praticamente in bianco.
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Il testo partecipa all'EDS Rosso come il peccato by La donna Camèl.
- Melusina con Gloria mundi
- Dario con Lisa Borletti
- Dario con Turi Pappalardo
- Dario con Lucevan li occhi suoi più che la stella
- Gordon Comstock con Il peccato più grande
- Fulvia con Biancaneve
- Melusina con Red Velvet
- Angela con Pensiero stupendo
- Angela con un altro Pensiero stupendo rosso jungla
- Gabriele con Cave cave deus videt
5 dicembre 2013
Ti prego, non chiamarmi Barbie
Questo che parla è il mio genitore e la vecchia di cui va cianciando è sua mamma e pure mia nonna, come si evince dalle parentele, ma è anche un’ottantaquattrenne artritica e demente, con rispetto parlando.
- Ma, Luca, è sempre tua mamma!
E questa è la mia genitrice, una che non si scompone mai e che sa sempre esattamente cosa dire, una mamma con tutti i crismi.
- Crunch, crunch.
E 'st'idiota che mastica è mi' frate. La cena è terminata da un’ora ma lui si fa ancora di fondente nero, quello con le nocciole, sgranocchia in estasi come fosse in un altro universo e innaffia di Fanta. Ha il cervello agli arresti domiciliari e se a una cert’ora non lo fermi, capace che tira mattina e difatti i brufoli li vende all’ingrosso.
La nonnina, oltre a mio padre, ha un'altra legittima erede, la zia, che non foss'altro perché si prende cura della sua vecchia quasi da sola, sta in odore di santità. A me mi piace parlare un po' scelto, tipo dire si evince, con tutti i crismi e odore di santità.
Mi piace perché di studiare non è cosa e allora vado con quello che sento in tivù così i gonzi poi credono che so parlare. E dico anche a me mi, quando ci vuole. Anche se alla fine poco mi fotte di parlar bene, come volevasi dimostrare.
C'è questo problema che la vecchia da sola non campa più, alle sue costole hanno piazzato una badante dell'est di sana e robusta costituzione, che se la piglia, se la culla, se la porta in giro, se la nutre e se la pulisce di roba grossa e di roba fina. Il babbo ha cominciato a chiamarla Kornelia Ender, ma non chiedetemi perché.
Di sabato e domenica Kornelia se la spassa alle Cascine o chissà dove la porta il cuore e la zia si cura della vecchia, se la porta a casa sua e se la tiene a pensione fino a domenica sera. Quando la riporta le fa scendere un calmante e la mette a letto.
La polaccona, o quello che è, arriva il lunedì mattina presto, problemi non ce ne sono e fin qui ognuno si piglia le beghe sue.
Di giovedì è un’altra musica: la vecchia, con i suoi dolori, i suoi ohi ohi e le sue scariche corporali tocca a papino mio. Ma questo in teoria, perché va a finire che lui strafà in ufficio e dalla bacucca mi tocca andarci a me e non è proprio come meriggiare a Capri d’agosto.
- Oggi ci vai te, Barbara. La nonna si sente più a suo agio con te che con tuo fratello.
- Minchiasecca, però!
- Ma come parli, Barbie?
Ora, se davvero vuoi farmi uno spregio chiamami Barbie. Io che di Barbie non ho nulla. Nein capello platinato, nein chilometri di gambe, nein vitino di vespa, nein tette a punta. Io che viaggio con gli anfibi ai piedi e con una maglietta sdrucita color nerofumo di copertone da puttane.
Esigo che mi si chiami BaRbaRa, con tutt’e due le mie ERRE, ostili e dure.
L'idea m’è venuta verso metà dicembre sentendo il mio genitore blaterare a telefono con la zia. Pare ci fosse un bel botto di soldi contanti da dare a Kornelia, il mese più la tredicesima, più gli extra, una cifra attorno ai tremila tanto per essere chiari. Li avrebbero lasciati al solito posto, in casa della nonna, salvo tirarli fuori attorno al venti per la ragazza dell’est malata d’amore per la vita.
Dopo sette giovedì di fila dalla nonnina io stavo al limite.
- Perché non l'ammazzi? - fa Ollio sfumacchiando, è seduto sulla spalliera di una panchina.
- Già, perché?
Non è stata una decisione presa così, ma se vi concentrate su come si dipanasse un giovedì pomeriggio in compagnia di mia nonna capirete da soli che prima di uscire pazza qualcosa mi dovevo inventare.
Scegliere il giorno invece è stato facile, sapevo che i soldi erano in casa e sapevo dove: dietro a una vecchia foto della zia bambina. Un ritratto dove la zia avrà sì e no cinque anni: è seduta su una scalinata in pietra col parapetto in muratura rifinito in cotto, su ogni gradino un vaso di gerani e in ogni vaso grappoli di fiori rosso scarlatto. La zia bambina ha la testa inclinata verso una spalla e gli occhi furbetti che puntano il fotografo, con una mano ha staccato un fiorellino.
Decidiamo di entrare per la razzia dei tremila euri la domenica notte, verso le tre. Al ritorno di Kornelia dalle sue scorribande festive con i badanti del mondo emerso, l’opera sarebbe stata compiuta. Sì, sono anche una che dice euri.
Ollio è a posto e sa tenere la bocca cucita se cucita ha da stare.
Passiamo dalla finestrina della caldaia scalciando la retina antinsetti che mica sono così torda da entrare con le chiavi.
Con la pila accesa filo dritta da mia zia bambina, stacco la foto dal muro, tiro via i soldi dalla busta e li passo a Ollio. Facile come mangiare una pesca melba.
- Allora? - mi fa Ollio.
- Adesso vado!
Torcia in bocca, struscio in cucina e mi prendo un coltellaccio da cocomero, colla punta bella dritta. Dico a Ollio di restare lì e vado in camera, dalla nonna.
Ho tutto il tempo che voglio, la vecchia dorme della grossa, è supina, non devo nemmeno girarla. Alzo il coltello e le mollo un fendente sul petto.
Non ci crederete, la vecchia balza a sedere di scatto, caccia un urlo soffocato e il coltello schizza chissà dove. La nonna spalanca gli occhi e guarda in direzione del fascio di luce. Non può vedermi, sto inghiottita dal buio, ma la sento gorgogliare qualcosa. Forse dice “è tardi”, forse dice “non mi garbi” o un’altra parola priva di senso.
O forse dice Barbie. Cazzo.
________________________________________________________- Ma, Luca, è sempre tua mamma!
E questa è la mia genitrice, una che non si scompone mai e che sa sempre esattamente cosa dire, una mamma con tutti i crismi.
- Crunch, crunch.
E 'st'idiota che mastica è mi' frate. La cena è terminata da un’ora ma lui si fa ancora di fondente nero, quello con le nocciole, sgranocchia in estasi come fosse in un altro universo e innaffia di Fanta. Ha il cervello agli arresti domiciliari e se a una cert’ora non lo fermi, capace che tira mattina e difatti i brufoli li vende all’ingrosso.
La nonnina, oltre a mio padre, ha un'altra legittima erede, la zia, che non foss'altro perché si prende cura della sua vecchia quasi da sola, sta in odore di santità. A me mi piace parlare un po' scelto, tipo dire si evince, con tutti i crismi e odore di santità.
Mi piace perché di studiare non è cosa e allora vado con quello che sento in tivù così i gonzi poi credono che so parlare. E dico anche a me mi, quando ci vuole. Anche se alla fine poco mi fotte di parlar bene, come volevasi dimostrare.
C'è questo problema che la vecchia da sola non campa più, alle sue costole hanno piazzato una badante dell'est di sana e robusta costituzione, che se la piglia, se la culla, se la porta in giro, se la nutre e se la pulisce di roba grossa e di roba fina. Il babbo ha cominciato a chiamarla Kornelia Ender, ma non chiedetemi perché.
Di sabato e domenica Kornelia se la spassa alle Cascine o chissà dove la porta il cuore e la zia si cura della vecchia, se la porta a casa sua e se la tiene a pensione fino a domenica sera. Quando la riporta le fa scendere un calmante e la mette a letto.
La polaccona, o quello che è, arriva il lunedì mattina presto, problemi non ce ne sono e fin qui ognuno si piglia le beghe sue.
Di giovedì è un’altra musica: la vecchia, con i suoi dolori, i suoi ohi ohi e le sue scariche corporali tocca a papino mio. Ma questo in teoria, perché va a finire che lui strafà in ufficio e dalla bacucca mi tocca andarci a me e non è proprio come meriggiare a Capri d’agosto.
- Oggi ci vai te, Barbara. La nonna si sente più a suo agio con te che con tuo fratello.
- Minchiasecca, però!
- Ma come parli, Barbie?
Ora, se davvero vuoi farmi uno spregio chiamami Barbie. Io che di Barbie non ho nulla. Nein capello platinato, nein chilometri di gambe, nein vitino di vespa, nein tette a punta. Io che viaggio con gli anfibi ai piedi e con una maglietta sdrucita color nerofumo di copertone da puttane.
Esigo che mi si chiami BaRbaRa, con tutt’e due le mie ERRE, ostili e dure.
L'idea m’è venuta verso metà dicembre sentendo il mio genitore blaterare a telefono con la zia. Pare ci fosse un bel botto di soldi contanti da dare a Kornelia, il mese più la tredicesima, più gli extra, una cifra attorno ai tremila tanto per essere chiari. Li avrebbero lasciati al solito posto, in casa della nonna, salvo tirarli fuori attorno al venti per la ragazza dell’est malata d’amore per la vita.
Dopo sette giovedì di fila dalla nonnina io stavo al limite.
- Perché non l'ammazzi? - fa Ollio sfumacchiando, è seduto sulla spalliera di una panchina.
- Già, perché?
Non è stata una decisione presa così, ma se vi concentrate su come si dipanasse un giovedì pomeriggio in compagnia di mia nonna capirete da soli che prima di uscire pazza qualcosa mi dovevo inventare.
Scegliere il giorno invece è stato facile, sapevo che i soldi erano in casa e sapevo dove: dietro a una vecchia foto della zia bambina. Un ritratto dove la zia avrà sì e no cinque anni: è seduta su una scalinata in pietra col parapetto in muratura rifinito in cotto, su ogni gradino un vaso di gerani e in ogni vaso grappoli di fiori rosso scarlatto. La zia bambina ha la testa inclinata verso una spalla e gli occhi furbetti che puntano il fotografo, con una mano ha staccato un fiorellino.
Decidiamo di entrare per la razzia dei tremila euri la domenica notte, verso le tre. Al ritorno di Kornelia dalle sue scorribande festive con i badanti del mondo emerso, l’opera sarebbe stata compiuta. Sì, sono anche una che dice euri.
Ollio è a posto e sa tenere la bocca cucita se cucita ha da stare.
Passiamo dalla finestrina della caldaia scalciando la retina antinsetti che mica sono così torda da entrare con le chiavi.
Con la pila accesa filo dritta da mia zia bambina, stacco la foto dal muro, tiro via i soldi dalla busta e li passo a Ollio. Facile come mangiare una pesca melba.
- Allora? - mi fa Ollio.
- Adesso vado!
Torcia in bocca, struscio in cucina e mi prendo un coltellaccio da cocomero, colla punta bella dritta. Dico a Ollio di restare lì e vado in camera, dalla nonna.
Ho tutto il tempo che voglio, la vecchia dorme della grossa, è supina, non devo nemmeno girarla. Alzo il coltello e le mollo un fendente sul petto.
Non ci crederete, la vecchia balza a sedere di scatto, caccia un urlo soffocato e il coltello schizza chissà dove. La nonna spalanca gli occhi e guarda in direzione del fascio di luce. Non può vedermi, sto inghiottita dal buio, ma la sento gorgogliare qualcosa. Forse dice “è tardi”, forse dice “non mi garbi” o un’altra parola priva di senso.
O forse dice Barbie. Cazzo.
Il testo partecipa all'EDS Nero di Natale by La Donna Camèl assieme a:
Zebre e savane - Dario
Placida come il fiume - Leuconoe
Madeleine - Melusina
Natale con soffritto - Pendolante
Pedalata nera - Kermit
Il quadro capovolto seconda parte - Fulvia
Una vita segnata - Lillina
Nero livido - Calikanto
Se tu mi amassi - La Donna Camèl
Chi è di scena - Angela
Taccido - Angela
Notturno per Torino - Pendolante
5 novembre 2013
Essere Johan Cruijff
Tutti volevano essere Johan Cruijff al campino, quando si scontravano fino ad ammazzarsi nella tradizionale partitella amichevole. Ma quando quelli del campino, bici sotto al culo, si buttavano giù per il discesone per andare a sfidare quelli della draga, il Cruijff lì, il fenomeno dell'Ajax e dell'Olanda del calcio totale, ce l'avevano gli altri.
Giù alla draga, appoggiato sull'ansa del fiume, era stato tirato su qualche anno prima uno stabile condominiale enorme a forma di una esse lunga che accarezzava il profilo della sponda, proprio là
dove si dragava da sempre la migliore rena da calce dello stato. Un tale di nome Renzo era passato dalla trattoria di piazza e, non avendo soldi, s'era inteso di pagare tratteggiando il progetto d'un edificio sulla mappa del paese stampata sulla tovaglietta, c'aveva messo ben sette ore e così era girata voce che l'aveva disegnato Renzo, piano. L'ambiguità dovuta al tramando orale aveva fatto il resto e l'edilizia impopolare aveva avuto il suo totem.
Tra le mila famiglie che ci stavano giù alla draga, stipate nel condomino esselunga, era tutto un pullulare di ragazzi in età calciatoriale e, mentre al campino si dovevano sdoppiare per arrivare a undici, alla draga c'era l'imbarazzo della scelta.
C'era Zuff il portierone, noto attaccabrighe dalle mani a padella aderente.
C'erano i fratelli Robiola, una sorta di Sussi e Biribissi ma con un sano disinteresse per il centro della Terra. Robiolone troneggiava al centro della difesa nel ruolo di libero, in un anticipato contrappasso di ciò che sarebbe stato il suo rapporto con la giustizia negli anni a venire, mentre Robiolino sgusciava sulla fascia a mo' d'anguilla imburrata.
C'era Bonimba al centro dell'attacco, un tabarino tutto gomiti sputato col Boninsegna quello vero, solo un pelo meglio.
C'era pure uno straniero, il mediano, un certo Washosky, o forse Pachosky, insomma un polacco qualcosa osky in grado di mollarti un calcione e centrarti lo stinco pure se stavi in tribuna stampa.
Poi c'erano sei o sette comprimari bravi a correre e a tirar pedate, ma a orchestrarli tutti quanti c'era lui, Giova, più noto come il Johan Cruijff della draga. Bravo a stoppare, dribblare, liberare, contrare, passaggiofiltrare, intercettare, smarcare, crossare, segnare e, soprattutto, sempre in tiro con la sgargiante maglia arancione numero quattordici, sempre lei, sempre bellissima e invidiata su gran parte del globo terracqueo: dal campino al Manzanarre e dalla draga al Reno.
Tra il fiume e il condominio, giù alla draga, erano stati tirati a esse anche una serie di fili da panni, a guisa d'un pentagramma surrealista, dove le mamme draghiane stendevano i panni al sole e al vento come fossero crome o semibiscrome. Fu a quei fili che Marco e Massimo videro sventolare il numero 14 nero in campo arancio, steso nell'asciugatura preparatoria alla partita dell'indomani. Marco e Massimo, due del campino per i quali manco un soprannome era andato sprecato.
E nottetempo, con la scusa di portare fuori Birillo, il barboncino di Marco, i due si spinsero giù fino in riva al fiume, lo costeggiarono e, quando furono sicuri che nessuno li stava osservando, inzupparono ben bene la maglia di Cruijff nella varechina, nella speranza che Giova potesse perdere assieme all'orange della sua maglia, come un Sansone rapato a zero, tutte le sue abilità pallonare.
E in fondo al loro cuore lo sapevano che non c'era da preoccuparsi di nessuna piccola cosa, perché ogni piccola cosa sarebbe andata per il verso giusto.
E il 18 a 18 maturato nella partita campino vs draga del giorno successivo sarebbe stato immortalato con una foto in bianco e nero appesa nella sede della società sportiva del campino, se qualcuno avesse fatto una foto, se fosse esistita una società sportiva del campino o anche solo una scalcinata sede.
Quel giorno i ragazzi del campino scrissero la storia pareggiando la loro unica partita dentro a una striscia di oltre trenta gare tutte comodamente dominate dalla draga, ma quella no.
Quella, con uno spaurito Giova Cruijff, dall'estro imprigionato dentro a un'irriconoscibile maglia candeggiata, quella no.
______________________________________________
Eds arancione del grande coccomero
In compagnia di:
Melusina 1
Dario
La Donna Camel 1
Lillina
Pendolante
Melusina 2
Angela
Cielo
Calikanto
Singlemama
Leuconoe
Fulvia
La Donna Camel 2
...
Giù alla draga, appoggiato sull'ansa del fiume, era stato tirato su qualche anno prima uno stabile condominiale enorme a forma di una esse lunga che accarezzava il profilo della sponda, proprio là
dove si dragava da sempre la migliore rena da calce dello stato. Un tale di nome Renzo era passato dalla trattoria di piazza e, non avendo soldi, s'era inteso di pagare tratteggiando il progetto d'un edificio sulla mappa del paese stampata sulla tovaglietta, c'aveva messo ben sette ore e così era girata voce che l'aveva disegnato Renzo, piano. L'ambiguità dovuta al tramando orale aveva fatto il resto e l'edilizia impopolare aveva avuto il suo totem.
Tra le mila famiglie che ci stavano giù alla draga, stipate nel condomino esselunga, era tutto un pullulare di ragazzi in età calciatoriale e, mentre al campino si dovevano sdoppiare per arrivare a undici, alla draga c'era l'imbarazzo della scelta.
C'era Zuff il portierone, noto attaccabrighe dalle mani a padella aderente.
C'erano i fratelli Robiola, una sorta di Sussi e Biribissi ma con un sano disinteresse per il centro della Terra. Robiolone troneggiava al centro della difesa nel ruolo di libero, in un anticipato contrappasso di ciò che sarebbe stato il suo rapporto con la giustizia negli anni a venire, mentre Robiolino sgusciava sulla fascia a mo' d'anguilla imburrata.
C'era Bonimba al centro dell'attacco, un tabarino tutto gomiti sputato col Boninsegna quello vero, solo un pelo meglio.
C'era pure uno straniero, il mediano, un certo Washosky, o forse Pachosky, insomma un polacco qualcosa osky in grado di mollarti un calcione e centrarti lo stinco pure se stavi in tribuna stampa.
Poi c'erano sei o sette comprimari bravi a correre e a tirar pedate, ma a orchestrarli tutti quanti c'era lui, Giova, più noto come il Johan Cruijff della draga. Bravo a stoppare, dribblare, liberare, contrare, passaggiofiltrare, intercettare, smarcare, crossare, segnare e, soprattutto, sempre in tiro con la sgargiante maglia arancione numero quattordici, sempre lei, sempre bellissima e invidiata su gran parte del globo terracqueo: dal campino al Manzanarre e dalla draga al Reno.
Tra il fiume e il condominio, giù alla draga, erano stati tirati a esse anche una serie di fili da panni, a guisa d'un pentagramma surrealista, dove le mamme draghiane stendevano i panni al sole e al vento come fossero crome o semibiscrome. Fu a quei fili che Marco e Massimo videro sventolare il numero 14 nero in campo arancio, steso nell'asciugatura preparatoria alla partita dell'indomani. Marco e Massimo, due del campino per i quali manco un soprannome era andato sprecato.
E nottetempo, con la scusa di portare fuori Birillo, il barboncino di Marco, i due si spinsero giù fino in riva al fiume, lo costeggiarono e, quando furono sicuri che nessuno li stava osservando, inzupparono ben bene la maglia di Cruijff nella varechina, nella speranza che Giova potesse perdere assieme all'orange della sua maglia, come un Sansone rapato a zero, tutte le sue abilità pallonare.
E in fondo al loro cuore lo sapevano che non c'era da preoccuparsi di nessuna piccola cosa, perché ogni piccola cosa sarebbe andata per il verso giusto.
E il 18 a 18 maturato nella partita campino vs draga del giorno successivo sarebbe stato immortalato con una foto in bianco e nero appesa nella sede della società sportiva del campino, se qualcuno avesse fatto una foto, se fosse esistita una società sportiva del campino o anche solo una scalcinata sede.
Quel giorno i ragazzi del campino scrissero la storia pareggiando la loro unica partita dentro a una striscia di oltre trenta gare tutte comodamente dominate dalla draga, ma quella no.
Quella, con uno spaurito Giova Cruijff, dall'estro imprigionato dentro a un'irriconoscibile maglia candeggiata, quella no.
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Eds arancione del grande coccomero
In compagnia di:
Melusina 1
Dario
La Donna Camel 1
Lillina
Pendolante
Melusina 2
Angela
Cielo
Calikanto
Singlemama
Leuconoe
Fulvia
La Donna Camel 2
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13 ottobre 2013
Davvero non lo so
Me ne sto qui, in piedi sulla porta del garage.
Ho tirato giù mezzo armadio di vestiti a bracciate, li ho scaraventati dentro la valigia e poi l'ho chiusa sedendomici sopra, come ai vecchi tempi, quando ancora viaggiavamo insieme nel mondo, oltreché nella vita.
Davvero non lo so se c'è rimasto qualcosa di quell'esistenza, della nostra storia e del nostro amore, che io mi possa portare dietro pigiato nel bagaglio. Non lo so se questa casa o l'universo si aspettano ancora dei fiati respirati da noi due. Non lo so se dovrei andare o restare, davvero non lo so.
Di certo tutti i miei non lo so sono maturati nel travaglio emozionale, nella passione, nel forte divenire di una crescita sperata e nei passi decisi di un cammino e sono zuppi di sangue e di umori, non certo dell'acqua di rose in cui si pasce lui.
Lui che sta lì, quasi disattento, come se non stessimo affrontando una questione anche sua. Sta lì, come sta al cine, spettatore vacuo di una trama altrui e desideroso solo di distendere un po' le gambe.
«Se mi vuoi, se mi vuoi ancora, fermami adesso. Fermaci adesso» gli dico con la mano sul pancino, ma senza ricercare il tragico, giusto per fargli capire, perché mi sa che ancora non ha capito bene.
Perdo roba? Sei tu la roba che perdo, vorrei dirgli, mentre m'imbatto incerta in una notte cupa.
Il lampione stasera è spento, e neanche lui riesce a darmi un sollievo, magari spolverando di un chiarore amico il blu denso come melassa che è murato fuori da casa.
I passi conficcati in quel blu hanno un sapore sgradevole: è come leccare del ferro e non riesco a farmelo piacere.
Quando mi chiama è una posa, è solo la consegna del soldatino della sua coscienza: assolve un compito e della faccenda se ne lava le mani, ma in una pozzanghera, secondo me.
Forse non dovrei, non lo so, ma va a finire che gli do una chance.
Mi fermo e lo aspetto, e scopro che riesco a versare altre forse inutili, ma forse anche ultime, lacrime.
Non ho vergogna di mostrarmi debole e indecisa con lui, io che da sempre sono la donna senza dubbi, per tutti, quella forte che si porta un po' di roba sulle spalle e l'altra, in segreto, nel cuore chiusa a chiave.
Non ci credo che voglia che io resti e glielo dico, ma aspetto ancora un po'.
Socchiudo gli occhi nella quanto mai insensata ricerca di una luce. Aspetto un abbraccio, da dietro, aspetto il suo alito sul collo, aspetto il suo corpo che s'incolla al mio. Aspetto il suo odore, aspetto un passo verso di me e verso di noi. E aspetto le sue mani, che afferrino le mie, che mi trascinino in un vortice fatale, come quando da bambini ci teniamo stretti, agganciati con le braccia a ics, e giriamo, giriamo veloce, sempre di più, coi piedi a pesticciare in un centro solo nostro e i corpi piegati all'indietro e imploranti un volo.
Prendimi, stringimi le mani, fammi girare più forte che puoi e fammi volare via, solo di questo ho bisogno in fondo: di volare via. Con te o senza di te.
E aspetto una parola, anche solo una, ma sussurrata in un orecchio, una parola che fruscia tra i capelli e mi possa trafiggere ancora.
Sussurrami, non urlare, ti prego.
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Questo racconto partecipa all'EDS Il blues dei blu come pure:
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)
I won't let you down
Calikanto con Onde
Cielosopramilano, altrimenti detto Fevarin e carnazza, con Fever
Melusina con Neon
Bianca con Diritto e rovescio
Melusina con Sostiene Teresa
Brux con So long
Ho tirato giù mezzo armadio di vestiti a bracciate, li ho scaraventati dentro la valigia e poi l'ho chiusa sedendomici sopra, come ai vecchi tempi, quando ancora viaggiavamo insieme nel mondo, oltreché nella vita.
Davvero non lo so se c'è rimasto qualcosa di quell'esistenza, della nostra storia e del nostro amore, che io mi possa portare dietro pigiato nel bagaglio. Non lo so se questa casa o l'universo si aspettano ancora dei fiati respirati da noi due. Non lo so se dovrei andare o restare, davvero non lo so.
Di certo tutti i miei non lo so sono maturati nel travaglio emozionale, nella passione, nel forte divenire di una crescita sperata e nei passi decisi di un cammino e sono zuppi di sangue e di umori, non certo dell'acqua di rose in cui si pasce lui.
Lui che sta lì, quasi disattento, come se non stessimo affrontando una questione anche sua. Sta lì, come sta al cine, spettatore vacuo di una trama altrui e desideroso solo di distendere un po' le gambe.
«Se mi vuoi, se mi vuoi ancora, fermami adesso. Fermaci adesso» gli dico con la mano sul pancino, ma senza ricercare il tragico, giusto per fargli capire, perché mi sa che ancora non ha capito bene.
Perdo roba? Sei tu la roba che perdo, vorrei dirgli, mentre m'imbatto incerta in una notte cupa.
Il lampione stasera è spento, e neanche lui riesce a darmi un sollievo, magari spolverando di un chiarore amico il blu denso come melassa che è murato fuori da casa.
I passi conficcati in quel blu hanno un sapore sgradevole: è come leccare del ferro e non riesco a farmelo piacere.
Quando mi chiama è una posa, è solo la consegna del soldatino della sua coscienza: assolve un compito e della faccenda se ne lava le mani, ma in una pozzanghera, secondo me.
Forse non dovrei, non lo so, ma va a finire che gli do una chance.
Mi fermo e lo aspetto, e scopro che riesco a versare altre forse inutili, ma forse anche ultime, lacrime.
Non ho vergogna di mostrarmi debole e indecisa con lui, io che da sempre sono la donna senza dubbi, per tutti, quella forte che si porta un po' di roba sulle spalle e l'altra, in segreto, nel cuore chiusa a chiave.
Non ci credo che voglia che io resti e glielo dico, ma aspetto ancora un po'.
Socchiudo gli occhi nella quanto mai insensata ricerca di una luce. Aspetto un abbraccio, da dietro, aspetto il suo alito sul collo, aspetto il suo corpo che s'incolla al mio. Aspetto il suo odore, aspetto un passo verso di me e verso di noi. E aspetto le sue mani, che afferrino le mie, che mi trascinino in un vortice fatale, come quando da bambini ci teniamo stretti, agganciati con le braccia a ics, e giriamo, giriamo veloce, sempre di più, coi piedi a pesticciare in un centro solo nostro e i corpi piegati all'indietro e imploranti un volo.
Prendimi, stringimi le mani, fammi girare più forte che puoi e fammi volare via, solo di questo ho bisogno in fondo: di volare via. Con te o senza di te.
E aspetto una parola, anche solo una, ma sussurrata in un orecchio, una parola che fruscia tra i capelli e mi possa trafiggere ancora.
Sussurrami, non urlare, ti prego.
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Questo racconto partecipa all'EDS Il blues dei blu come pure:
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)
I won't let you down
Calikanto con Onde
Cielosopramilano, altrimenti detto Fevarin e carnazza, con Fever
Melusina con Neon
Bianca con Diritto e rovescio
Melusina con Sostiene Teresa
Brux con So long
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