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30 gennaio 2018

Due cose da tenere a mente

La prima: quando vi capita di dover esporre un concetto per punti, oppure di dover rispondere ad una domanda con un elenco di motivi o argomentazioni, evitate nella maniera più assoluta di esplicitare in premessa il numero dei concetti che andrete ad esporre.
(tipo: Fondamentalmente sono tre i motivi per cui ti amo, cara... Le cose di cui non posso fare a meno nella vita sono cinque...)
Perché poi, fatalmente, va a finire che quando sbobinate il discorso alcuni punti si fonderanno perché simili, altri perderanno importanza e deciderete di tagliarli e altri ancora sbucheranno dal nulla senza che li abbiate mai considerati prima e reclameranno un posto in elenco.
E il numero dichiarato in partenza, se non per delle fortuite combinazioni algebrico-astronomiche, non tornerà MAI.
E farete una figuretta di quelle.

30 ottobre 2017

E ridevo tutte le risa del mondo

- Tutùn - faceva la ruota del triciclo tutte le volte che prendevo la buchetta. E potete scommetterci che la prendevo a ogni giro attorno alla tavola, tanto ero diventato chirurgico.
Un ovale in perfetto stile Indy: davanti alla tivù, davanti all'acquaio, davanti alla cucina economica e - Tutùn  - davanti al focolare a completare il giro.
Non correre tu ti fai male, la mamma. E io acceleravo.
Non pigliare la buca con le ruote, il nonno. E io - Tutùn  - a ogni passaggio.
E ridevo tutte le risa del mondo, della mia genuina e infinita felicità. Non sarebbe più stato così, ma non lo sapevo di certo.
Tutùn  -, e il nonno dal canto del fuoco, con le sue lunghe braccia, si sporgeva cercando di acchiapparmi.
Allora sì che pedalavo via veloce: testa incurvata dentro alle spalle, sfrecciavo lontano, cullato dalle mie stesse risa e sospinto da quelle mani che non potevano prendermi mai.
Era un nonno di quelli di una volta, il nonno Gigi: tanti biscotti (*) sulle orecchie, poche parole e nessun moto esplicito d'affetto.

Era il tempo degli esami di terza media quando, un pomeriggio di giugno, mio padre mi prelevò da casa per portarmi a Careggi a vedere il nonno che ci stava lasciando, così disse.
Ma quello non era più il mio nonno: era un essere rinseccolito che succhiava l'aria da una grata e fissava il soffitto con uno sguardo acquoso e perduto.
E non lo salutai, niente, nemmeno mezza parola, solamente una carezza abbozzata, con la mia mano rinchiusa e guidata da quella di mio padre. E mi dispiace soprattutto per lui, per mio padre, che magari due parole in croce si aspettava che le inchiodassi, ecco.
- Tanto lo so, nonno, poi l'ho capito che facevi apposta a non pigliarmi, che ti credi?

-------------------
(*) tosc. Colpetto che si dà sul viso a qualcuno (o sulle orecchie, n.d.h.), per atto di scherzo o in segno di affettuosa confidenza, facendo scattare sul pollice l’indice o il medio (Treccani)

30 novembre 2016

Sono seduto in cima a un paradosso



Io ho sempre amato Shakespeare, fin da quando nel lontano 1991, pubblicavo la mia prima battuta su Comix (la rivista caratcea, non l'agenda).

Mi piacerebbe scrivere come Shakespeare, se non altro saprei l'inglese.

Beh, l'inglese ancora non l'ho imparato nonostante Babbel, ma Shakespeare mi garba sempre, anche senza saperlo.
Cercavo infatti l'autore di questa frase Chi ha troppa fretta arriva tardi come chi va troppo piano, che mi ha folgorato quando l'ho sentita o letta, o boh, ma che non mi ricordavo di chi fosse, e che ti scopro? Che è del Bardo.
Ma ammirate il contesto, forse è ancora più bella incastrata l'ha dove l'ha scolpita l'uomo di Stratford upon Avon:

ROMEO:
Amen, amen. Venga pure qualsiasi dolore, conterà meno della gioia che mi dà un solo minuto della sua presenza. Tu unisci con parole sacre le nostre mani, poi la morte, che divora gli amori, faccia pure ciò che vuole: mi basta poterla chiamare mia.

FRATE LORENZO:
Queste gioie violente hanno fini violente.
Muoiono nel loro trionfo, come la polvere da sparo e il fuoco, che si consumano al primo bacio.
Il miele più dolce diventa insopportabile per la sua eccessiva dolcezza: assaggiato una volta, ne passa per sempre la voglia.
Amatevi dunque moderatamente, così dura l'amore. Chi ha troppa fretta arriva tardi come chi va troppo piano.

Ed ecco trovato anche il modo di far (per)durare l'amore.

Bon, ad ogni buon conto, cercavo il paradosso citato perché mi era tornato in mente al sentir quest'altro in tivù.
Un ex-cestista italiano che parla della sua Pesaro, con una limpida naturalezza, e dice:
Se si è troppe cose non si è niente
(Gianfranco Bertini)
Io ne voglio fare un poster, una legge di vita, un verso del vangelo secondo H.
(Bertini con occhiale ante Karim Abdul)



















Mentre il più bel paradosso d'amore pare che sia:
Non sto pensando a te
(Manolo Trinci)




28 settembre 2016

Baggianate alla David Copperfield

(trad. ancora precedente)
Se c’è una cosa che mi piace leggere è Il Giovane Holden (5 carver).
Se c’è una cosa che mi piace rileggere è Il Giovane Holden.
Se c’è una cosa da cui mi piace piluccare delle pagine è Il Giovane Holden.
Se c’è una cosa che da lettore odio sono le traduzioni successive all’originale.
Almeno per i romanzi che ho già letto :)
Ora, c’era bisogno di una seconda traduzione per il capolavoro di Salinger?
Per me è no.
Con tutto che Matteo Colombo è sicuramente bravissimo, chissà mai il migliore, e magari è lui il pescebanana in grado di percepire il vero senso della storia scegliendo un lessico più appropriato, forse più giovane, magari più americano, o quello che volete.
Ho letto solo un paio di pagine in libreria, ma mi sono bastate per farmi non piacere questa operazione.
Sarò conservatore, ottuso, o forse solo stronzo incapace di comprendere, ma io mi sono affezionato alle frasi tradotte per noi poveri italioti da Adriana Motti, le ho fatte mie, e ho un rifiuto forte ad accettarne di diverse.
Facciamo due ipotesi:
1) Adriana Motti ha tradotto il libro perfettamente
In questo caso, la persona che si trova a ritradurre un’opera così nota, deve giocoforza ricercare elementi nel linguaggio e nella costruzione delle frasi che contraddistinguano il suo lavoro da quello precedente (altrimenti non ci sarebbe proprio alcun senso, giusto?), e questa necessità porta fatalmente ad allontanarsi dal senso originario voluto, per Il Giovane, da Salinger.
2) Il lavoro di Adriana Motti è considerato migliorabile
Le frasi dell’Adriana sono comunque mattoni cementati e anche, laddove fossero state imprecise, ormai sono quelle e, per quanto mi riguarda, sono più vere del vero.
Tanto varrebbe allora fare uscire un’edizione come Il terzino nella segale o, chessò, Vita da uomo.

p.s. E alla fine? Dopo aver messo tutti i link mi è venuta una voglia matta di leggerla questa nuova versione, è strana la mente umana.
p.p.s. e comunque, se mi chiamasse Einaudi per ri-ri-ritradurre The Catcher in the rye, ve lo dico, non ce l'avrei la statura morale per dire no. E magari potrei fare una versione in fiorentino:

Se vu volehe davvero senti' questa novella, forse pe' pprima 'osa, 'gnerebbe 'he vi dicessi indò so' naho e come faceva onco la mi' infanzia e icchè facevano i' mi' babbo e la mi' mamma prima che mi partorissano, e tutte 'uelle bischerahe alla Davidde Copperfielde, ma a me un mi garbano miha queste ciance.
Per cominciare, l'è roba che la mi fa innervare, e poi a' mi' genitori gli piglierebbe un par di coccoloni per uno se ciaccolassi a sproposito sulle su' 'ose. Se la pigliano un monte a male per queste faccende, speciarmente i' mi' babbo.
Bellini, un diho di no, ma anco di morto permalosi.
(séguita...)

12 settembre 2016

email spam 2.0




Ricevo questa mail da mio cognato:

Oggetto: roba estremamente utile
Ho trovato alcune cose estremamente utili ed è stata una vera scoperta per me, dagli una chance! Puoi trovare maggiori informazioni qui... (segue un link francamente NON cliccabile).

Ora, cari spammatori, che dire? bravi, siete riusciti a comporne una senza errori grammaticali (non come gli spammatori di TIM che ogni mese mi scrivono di "scaricare il fattura" e manco sanno ancora accordare un sostantivo con l'articolo rispettivo) evidentemente avete scoperto i correttori ortografici.
Epperò c'è ancora da lavorare. Prima di farmi arrivare una mail alla stracazzo da mio cognato, dovreste un attimo documentarvi sul lessico che mio cognato usa o potrebbe usare (non l'ho mai sentito dire estremamente in vita sua, figuriamoci se lo scrive, per tacere di chance) o sulla specificità degli argomenti di cui potrebbe trattare con me; troppo facile parlar di cose e di roba.
Per capirsi: mio cognato è al mare in questo momento e ha in prestito il mio tagliasiepi, questo è ciò che dovreste sapere se davvero volete farmi cliccare su quel link che mi formatterà il piccì.
Cordialmente vi saluto e resto in attesa di vostra email spam 3.0:

Ciao, mi s'è rotto il tagliasiepi, avevo pensato di ricomprarti questo che è in offerta alla Conad di Donoratico, guarda se ti va bene (segue link da cliccare all'istante).

9 settembre 2016

Carlsberg probably the best beer in the world



And probably the worst slogan in the world.
Ma voi vorreste bere una birra che probabilmente è la migliore del mondo? Io no davvero, io voglio bere la birra migliore del mondo, pure se ce ne sono centomila.
O, comunque, non berrei mai una birra prodotta da qualcuno che palesa incertezze di giudizio e ragiona per probabilità.
Preferirei bere una birra che si propone così:
Carlsberg: la 7a miglior birra nel mondo.
Direi, beh, non è la prima, ma tra le millemila birre prodotte mi sembra un ottimo risultato, me ne dia una cassa! Anzi due.
Io penso che se un creativo della Sterling Cooper Draper Pryce proponesse un tale slogan a Don Draper, Don in persona lo prenderebbe a calcinculo fino nel Wisconsin.
Andrà tutto bene! (Don Draper)

E niente no, non comprerò più una Carlsberg.

8 settembre 2016

Contro i tagli a

(Firenze, via di Ripoli – set 2016)

CONTRO I TAGLI ALLA VERNICE

Ho una vera passione per il coitus interruptus delle scritte sui muri.
No perché ti lascia una speranza.
È una sentenza che rimane sospesa e che apre un ventaglio di possibili chiusure.
Scegli da te l’adeguata conclusione ché nessuno potrà interferire.

  • Contro i tagli alla scuola
  • Contro i tagli alla salute
  • Contro i tagli alla difesa
  • Contro i tagli ai lavori pubblici
  • Contro i tagli al Senato
  • Contro i tagli a una firma per la droga
  • Contro i tagli a Svegliatevi!
  • Contro i tagli alla stracazzo
  • Contro i tagli alle tele di Fontana
  • Contro i tagli alla gola
  • Contro i tagli a Simona
  • Contro i tagli a...

(continua a piacere)

19 maggio 2016

Canzoni stondate - (2)


Canzoni stondate
Smussiamo gli angoli dei più noti brani musicali ricavandone una versione deviata che, per fortuna, non è mai stata scritta.
(Canzoni stonate - Gianni Morandi)

Amarsi in Po
Una giovane coppia si ferma con la sua auto ad amoreggiare sulle rive del Po. Sul più bello si accorgeranno di non aver tirato il freno a mano.
(Amarsi un po’ - Lucio Battisti)

Senza tek o con tek
La tormentata scelta del parquet angoscia una giovane coppietta che sta progettando  il proprio nido d'amore.
(Senza te o con te - Annalisa Minetti)

S’oli!
…le briciole nel letto. E basta con la bruschetta prima di alzarsi!
(Soli - Adriano Celentano)

Silvia, la Sai!
Un tipo s'incazza a morte con sua moglie rea di essersi scordata di pagare l'assicurazione sulla casa. Un incendio li manderà in rovina.
(Silvia lo sai? - Luca Carboni)

Com’è bello far l’amore da Vieste in giù
Sempre meno italiani dimostrano di saper apprezzare le gioie del sesso.
(Com’è bello far l’amore da Trieste in giù - Raffaella Carrà)

Eppur mi son scordato di ten
Un ragazzetto interrogato ad inglese sui numeri, passa inspiegabilmente da nine a eleven. La maestra gli darà five.
(Eppur mi son scordato di te - Formula Tre)

Ho messo IVA
Un ligio artigiano spiega ad un suo cliente il perché dell'inaspettato sforamento del preventivo. D'altra parte se quello si ostina a volere la fattura…
(Ho messo via - Ligabue)

Il bullo di Simone
L’evoluzione criminale del bullo della scuola che dopo qualche anno si darà alla rapina a mano armata. Suo il tipico "Butta in aria le mani!"
(Il ballo di Simone - Giuliano e i Notturni)

Ad Esso tu
Fermati pure a questo distributore, io vado all'Agip che c'ho la tessera per la raccolta punti premio.
(Adesso tu - Eros Ramazzotti)



23 settembre 2015

Le parole che ti ho detto (2)


Statistica aggiornata, riferita agli ultimi quattro anni, delle espressioni più frequentemente rivolte a figlio 2:

  • France sei pronto?
  • Cosa avete fatto oggi?
  • I calziniii!
  • Spegni quell'affare!
  • Buongiorno eh?!?
  • Il pigiamaaa!
  • Questo sarebbe "lavarsi i denti"?
  • Attento c'è le macchine.
  • Queste scarpe qui?
  • Abbassaaa!

Qui la versione precedente, sembra quasi che ci siano stati dei progressi. Sembra.

19 novembre 2014

Libri vs ebook in 10 round

PESO
Il kindle (o l'ebook reader che ti pare) è leggero, è fine di spessore, te lo ficchi nella tasca dietro dei jeans, lo porti in borsa, non grava il tuo bagaglio e, qualsiasi cosa tu stia leggendo, è sempre dello stesso peso/dimensione.
Con i libri può capitarti lo smilzo o un bestione tipo Infinite Jest e in quel caso son cavoli, te ne devi uscire attrezzato se vuoi portartelo dietro.
(ebook 1)

ODORE
Il kindle non odora, quindi niente profumo di carta, ed eviterei di comprare le bombolette che lo riproducono, ma neanche odore di muffa, ad esempio.
Confesso che odoravo gli Alan Ford appena presi in edicola, ma era una ragazzata, non ricorderò Libertà perché l'ho letto cartaceo ma per i contenuti.
In ogni caso la materia disponibile, toccata, odorata, sentita fa pendere la bilancia a favore del cartaceo.
(libri 1)

MANEGGEVOLEZZA
Con il kindle impugnato bene (non ho il touch) ti gestisci il cambio pagina con una mano sola, in bus, a letto, in sala d'attesa. Se sei fortunato puoi usare la mano libera per accarezzare un gatto.
Il libro ha dalla sua l'abitudine consolidata, ma generalmente il sorreggerlo e lo scorrerlo generano un impegno maggiore rispetto al digitale.
(ebook 1)

SOTTOLINEATURE / RICERCHE
Quanto a efficacia il kindle è fenomenale, tu sottolinei e lui mette via, alla fine se vuoi ti scodella pure un bel file txt da gestire come credi.
Il libro però è più poetico, riaprire un volume letto anni prima ed andare alla ricerca di parti evidenziate o sottolineate è tenero, ti permette di riscoprire tesori dimentcati. Il libro vissuto, nella mia visione, acquista valore.
Un ebook non è mai vissuto: puoi anche averne sottolineato il 30% del testo, ma lui resta lì asettico e immutabile in un imprecisato luogo/non luogo.
(1-1)

PRIVACY
Il kindle la tutela, nessuno può sbirciare fra le tue dita per vedere che libro stai leggendo.
D'altro canto può capitare che non sai più cosa legge il tuo partner e se dovessi partecipare a una di quelle trasmissioni sulle affinità di coppia, sai tipo quelle che teneva Columbro, la domanda specifica ti metterebbe in difficoltà; diverso è vedere un libro sul comodino per un mese.
(ebook 1)

COSTO (se voglio possedere)
L'ebook è più economico, ma solo in teoria. Intanto non è così economico come dovrebbe, secondo me. Non lo so se è una scelta per tenere in vita la carta ma, facciamo un esempio con un libro che vorrei leggere adesso (Morte di un uomo felice - Giorgio Fontana) il cartaceo viene 12€ e il digitale 10€. Il disagio di non poterlo poi sistemare in libreria vale molto di più dei 2 euro non spesi. Vedrei più adeguato un costo del libro digitale di circa la metà rispetto alla versione su carta.
Il libro di carta lo puoi leggere, ma anche far leggere alla moglie, prestare a un amico o persino regalarlo alla biblioteca. È molto più flessibile in questo senso e in relazione alla rigidità del kindle (mi risulta ancora non utilizzabile la funzione del prestito, invece attiva negli USA da kindle a kindle) diventa persino più economico.
Il discorso con i classici, che puoi trovare a pochi centesimi o gratis, ovviamente non regge e non si fa.
Edit: Anche l'IVA fa la sua parte in questa valutazione, purtroppo, 4% sui libri e 22% sugli ebook.
(libri 1)

COSTO (se voglio solo leggere)
Qualche ebook lo si trova libero da DRM (in realtà poca roba e magari non quella che vorresti leggere, e va bene così), in quel caso spendi zero, se la tua coscienza ti lascia un pertugio sgombro dai sensi di colpa per poter leggere senza rimorsi.
In biblioteca trovi tutto quello che può valere la pena di essere letto, e GRATIS.
(libri 1)

SOTTOBOSCO LETTERARIO
Ormai un ebook non si nega a nessuno.
Con il kindle puoi fruire facilmente di libercoli che nessuna casa editrice avrebbe avuto l'ardire di imprimere su carta.
Con il kindle puoi subire facilmente certi libercoli che nessuna casa editrice avrebbe avuto l'ardire di imprimere su carta.
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FRUIBILITA'
Il possesso del libro in digitale ti consente di portarne avanti la lettura anche su uno smartcoso o su un tablet grazie all'applicazione gratuita che puoi installare. Questo può avere una valenza perché la volta che te lo scordi o non hai previsto che ti si sarebbe aperta una mezz'ora di tempo libero in una serata altrimenti programmata puoi sopperire con un altro dispositivo.
Il libro o ce l'hai dietro o ciccia.
(ebook 1)

FACILITA' DI ACQUISTO
Sono le 22, hai appena terminato un libro e non vedi l'ora di buttarti su un altro. Se leggi digitale puoi avere a disposizione in pochi minuti il nuovo libro senza doverti spostare, al limite, nemmeno dal letto.
Con il cartaceo, devi organizzarti prima. È chiaro che qualcosa in casa c'è sempre, a qualunque ora, però la voglia specifica di un testo può capitare che resti inevasa nel tempo brevissimo.
(ebook 1)

Il match si chiude con un combattuto 6-4 degli ebook sui libri, anche se il risultato va interpretato perché alcuni dei punti messi a segno dai libri sono belli pesanti. Fate voi, io una scelta definitiva non l'ho fatta e penso che la convivenza sia la soluzione ideale.

12 novembre 2014

Canzoni Stondate

Canzoni stondate – Smussiamo gli angoli dei più noti brani musicali ricavandone una versione deviata che, per fortuna, non è mai stata scritta.
(Canzoni stonate - Gianni Morandi)

Una canzone per Tex - Il tormentato amore gay di Kit Carson per l'amico Willer si svela una sera davanti a un falò e grazie a qualche tequila di troppo.
(Una canzone per te - Vasco Rossi)

I muschi - Una ragazza perde la bussola per dei ragazzoni completamente esposti a nord.
(I maschi - Gianna Nannini)

L’importante è frinire - La cicala ancora non ha imparato la lezione dalla formica. Una volta di più si concentra esclusivamente sul suo canto che, tra l'altro, rompe anche un po' i coglioni!
(L’importante è finire - Mina)

Vivo per Lay - Un appassionato del tenente Sheridan setaccerà tutti i negozi di video alla ricerca dei VHS disponibili dei vecchi telefilm con Ubaldo Lay. Spenderà somme spropositate che paradossalmente lo ridurranno nulla-tenente.
(Vivo per lei - Andrea Bocelli)

Tanta voglia di sei - La dura caccia alla sufficienza a scuola: Roby Facchinetti la scrive dopo essere stato ai colloqui con i professori di DJ Francesco.
(Tanta voglia di lei - Pooh)

Sei io sei lei - Un ragazzo e una ragazza si sfidano su un campo da tennis. La partita risulterà quanto mai equilibrata. Se la giocheranno al tie-break.
(Se io se lei - Biagio Antonacci)

Chiedi chi era inibito - Chi è stato timido in gioventù? Alla ricerca di ragazzi introversi che si sono poi aperti.
(Chiedi chi erano i Beatles - Stadio)

Il gelo in una stanza - Una serata particolarmente fredda passata a leggere le istruzioni del nuovo termostato. Incomprensibili.
(Il cielo in una stanza - Gino Paoli)

Chechi dice no - Yuri respinge con fermezza la proposta della federazione di ginnastica che vorrebbe partecipasse all’ennesima Olimpiade.
(C’è chi dice no - Vasco Rossi)

Bella se s’anima - Un tipo abborda una ragazza esteticamente piacevole che però si rivelerà mortalmente noiosa. La sera dopo prova a portarla al karaoke.
(Bella senz’anima - Riccardo Cocciante)

Andavo a Cento, allora - Poi ho smesso di fare il pendolare perché ho trovato lavoro a Ferrara.
(Andavo a cento all’ora - Gianni Morandi)

Fader and son - Le urla di un bambino casinista in auto vengono attutite dalla regolazione mirata del fader.
(Father and son - Cat Stevens)



20 ottobre 2014

All'ultimo respiro

Ho partecipato a un corso di formazione sulla comunicazione, una spolverata di concetti incentrata sulla gestione dell'ansia e sulla respirazione nel quadro della comunicazione verbale/paraverbale/non verbale.
Mi s'è aperto un mondo.
La due giorni è stata condotta da questa donna qui in maniera davvero splendida, chiara ed esaustiva nelle tematiche trattate.
Lo so, detto così non rende, anzi non rende nemmeno se lo si racconta a voce, ma davvero ho trovato tutto dannatamente utile.
Anche se, in effetti, un po' tardivo. Voglio dire, ho una vagonata di anni sulle spalle e le mie occasioni per parlare in pubblico me le son già belle che giocate, almeno le più importanti. A scuola, a tutti i livelli della nostra scuola, mai si accenna a quanto sia determinante essere tranquilli, oltreché preparati, per l'esposizione di un concetto. Mai si insegna con esempi o esercizi a recuperare il battito o il respiro. Mai si mostra come sia deleterio esprimersi in apnea.
Non mi dilungherò perché non ho le competenze per farlo né la padronanza del linguaggio tecnico, chi vuole può approfondire cercando in rete info sulla respirazione diaframmatica.
Incredibilmente poi, scopro che a scuola (non nella nostra sezione però) è arrivata una maestra nuova e che, all'inizio della lezione, fa respirare i bambini. Magari è l'iniziativa di un singolo oppure qualcosa si sta muovendo, chissà... e se fosse proprio il diaframma?

6 ottobre 2014

Il punto Gmail

Avrete sentito parlare di “How Google works” (“Come funziona Google” ed. Rizzoli Etas) dove Eric Schmidt, l’ex Ceo di Google (con Jonathan Rosenberg coautore), tra le altre cose, ci dispensa 9 consigli sulla gestione delle mail. Argomento che mi ha sempre coinvolto.
I consigli dei due soloni digitali non avevano però fatto i conti con la Linea che, per parte sua, li smonta pezzo a pezzo.

Regola 1: Rispondi velocemente. Per Eric Schmidt, “Ci sono persone su cui si può contare perché rispondono rapidamente, mentre altre no. La maggioranza delle migliori persone nonché delle più impegnate che conosciamo, agiscono velocemente e rispondono subito non solo a noi o a un gruppo ristretto di persone importanti, ma a tutti”.
Linea 1 – Non rispondere proprio. La richiesta che ti fanno, specialmente se urgente, sarà obsoleta nel giro di ore o di un giorno o due al massimo. Rispondi solo in caso di sollecito, che avviene una volta su dieci. Le altre 9 volte si saranno mossi diversamente, specialmente se era urgente.

Regola 2 - Quando scrivi un messaggio di posta elettronica, ogni parola è importante. L’obiettivo è non perdersi nella prosa e risultare chiari e cristallini. C’è un problema da esporre? È necessario definirlo con chiarezza.
Linea 2 – Una sacrosanta supercazzola ti potrà salvare il culo in più d’una occasione. Dai retta a un bischero: non disdegnare vacui paroloni e giri di parole astrusi.

Regola 3 - Fare pulizia è fondamentale. La casella di posta va tenuta pulita e ordinata, proprio come una scrivania. “Quanto tempo perdi davanti alla inbox cercando di scegliere quale mail leggere per prima? Quante volte apri e rileggi una mail che invece hai già guardato?
Linea 3 – Ricordi a 16 anni dove e come tenevi le scarpe, dove lanciavi i vestiti prima d’una doccia? L’ordine estremo è sintomo di vecchiaia, lascia che le tue mail si perdano in un archivio arruffato e adolescenziale e avrai risparmiato tutto il tempo necessario per metterle a posto. Poi, se serve, ci sarà sempre il pignolo di turno pronto a girarti copia della mail che non ritrovi.

Regola 4 - La legge del “LIFO”. LIFO è l’acronimo di “Last In, first out”, il mantra del perfetto gestore di caselle email. Iniziare dunque dalla mail in cima a tutte, quella più recente, e andare indietro una per volta, cercando di leggerle e risolverle (oltre che archiviarle) tutte. Il “LIFO” fa coppia con “OHIO” che significa “Only Hold It Once”, ovvero, ogni messaggio va visto e gestito una volta sola.
Linea 4 - Con una buona gestione dei mittenti riuscirai ad indirizzare in caselle d’archivio, o di spam meglio ancora, una bella fetta delle mail in arrivo. E se proprio non puoi rinunciare a un vezzoso acronimo spacciati per cultore dell’AIFO: All In Finally Out.

Regola 5 – Sei un router. E proprio come l’apparecchio che smista, spacchetta e instrada i dati, anche chi legge una email dovrebbe essere in grado di girare subito le informazioni in essa contenute a chi è interessato all’argomento.
Linea 5 - Quando chi ti scrive avrà imparato a conoscerti, capirà da solo che sarà meglio inserire anche altri per cc affinché il lavoro venga svolto o l’attività seguita. Al momento in cui i cc passeranno destinatari principali e tu in cc avrai vinto.

Regola 6 – Se usi il ccn chiediti perché. Mettere destinatari in “copia nascosta” significa avere qualcosa da nascondere. Dunque prima di farlo, rifletti. Sostiene Schmidt, è controproducente in una cultura professionale che deve basarsi sulla trasparenza. E questo vale anche per i messaggi email.
Linea 6 - Usa solo il copia nascosta quando mandi a decine di colleghi l’ultima barza, o la catena dell’invia questa mail ad altri 5 amici, o anche solo le renne cantanti a Natale.

Regola 7 - Vietato urlare. Se devi farlo, è meglio agire di persona, o al telefono. È troppo semplice farlo in un messaggio scritto.
Linea 7 - Quando scrivi un messaggio in maiuscolo a qualcuno che ti ha fatto innervare davvero ricorda, in fondo, di aggiungere “scusa avevo il caps lock inserito”.

Regola 8 - Mettiti sempre in condizione di seguire lo sviluppo di un compito segnalato via mail. Per non dimenticarti di un compito, rimanda a te stesso il messaggio in cui questo veniva descritto o la mail a cui rispondere.
Linea 8 - Fai capire appena puoi che non stai seguendo l’attività di cui ti chiedono e non per colpa tua. “Quale mail?”; “A me non l’hai girata” e “Ero per cc” le frasi più gettonate per uscirne. Dimenticati di un compito e il compito si dimenticherà di te.

Regola 9 - Lavora affinché le tue mail possano essere rintracciate rapidamente. Primo consiglio se c’è qualcosa di davvero importante che pensi ti servirà in futuro, rispediscilo a te stesso aggiungendovi qualche parola chiave che ti potrà essere utile quando userai il motore per ricercarla.
Linea 9 - Se proprio devi rispondere sii trasparente nelle tue mail, usa parole semplici e di uso frequente, come gestione, monitor, report, analisi operativa, tabella, file. Dopo una settimana saranno perdute per sempre come le cazzose lacrime nella fottuta pioggia. E sarai ragionevolmente salvo.

29 settembre 2014

Carabinieri in giallo 7 (aa.vv.)

Uniforme nera e fiamma sul berretto. I segni distintivi di quegli investigatori unici e ineguagliabili che sono gli uomini della Benemerita, nei secoli fedele. In prima linea sul fronte della realtà più dura, impegnati a decodificare una scena del crimine o ad assicurare un colpevole alla giustizia, schierati a tutela delle vittime e in difesa della collettività, sono l'emblema di una dedizione al dovere che spesso assume i tratti dell'eroismo. Per la settima edizione del concorso letterario Carabinieri in Giallo, una nuova serie di indagini: quindici racconti di autori che hanno saputo contribuire con uno sguardo sempre originale a un filone ormai affermato del noir italiano. Quindici storie avvincenti, di grande attualità, per celebrare nel modo migliore i duecento anni dell'Arma.


E alè, siamo in edicola e in ebook da qualche parte.

Un quindicesimo dell'opera è garantito dall'autore vario che c'è in me, per il resto dài, son ragazzi, si faranno.
Semmai ecco, sull'editing, oltretutto senza il consulto dell'autore, ho qualche remora.
Io avevo scritto:
Giunto a venti metri dal capanno, Dino s’addossa a una macchia di rovi per la pisciata rituale...
Il testo pubblicato invece riporta:
Giunto a venti metri dal capanno, Dino s’addossa a una macchia di rovi per una pausa tattica...

E dire che pisciare mi pareva l'avesse già sdoganato al mondo De Gregori una selva di anni fa. Ma immaginiamoci il buon Francesco che intona:
Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole
non fa più fermate neanche per una pausa tattica...

Il grande Bigazzi si rivolterebbe nella tomba.

25 agosto 2014

Renzi erre

Me lo vedo il writer guardingo di notte mentre spruzza quando, al luminar di fari, se la dà e lascia la scritta interrotta e la curiosità intatta a me, o a chi per me.
RENZI R, pochi dubbi sull'incompletezza, quella erre da sola non vuol dire nulla.
Come sarà stato questo Renzi? Come avrebbero voluto qualificarlo? Rottamatore forse? La logica potrebbe portarci lì, ma chi si prenderebbe la briga di andare a vergarlo?
Magari Riformista illuminato? Retto? Rivoluzionario? Redentore? E Renzi Ruba ai ricchi per dare ai poveri, come la vedete?
Ma il colore nero lascia ben pochi spiragli a un'immagine positiva, anche perché le altre scritte a contorno erano tutto fuorché poesie d'amore. C'era il MAT (Movimento Autonomo Toscano), Autonomia Operaia e altre robe tutte incazzose.
E quindi il writer fuggitivo cos'avrà voluto dirci? Che a suo dire Renzi è un Rompiballe, o un Rottoingufo, chissà?
Oppure sarà Reprobo questo Renzi, e dovrei consultare un dizionario per capire bene.
Renzi Rimbambito o magari Rammollito, Ributtante? Chi può dirlo? Ridicolo, in fondo ci potrebbe anche stare, che qualcuno lo pensi intendo.
Ma forse era solo una nota anagrafica per un Renzi Rignanese o magari un auspicio: Renzi Restituisci la dignità all'Italia.
E tu come completeresti la scritta?

8 novembre 2013

e barra o

Ehi voi, aspiranti scrittori di romanzi, di racconti, di post e barra o (*) di quello che vi pare, succede che io abbia qualche consiglio per voi.
Non so dirvi cosa sia davvero necessario affinché il testo che osate proporre sul vostro blog, a un editore o a vostra nonna, registri un successo chiaro di critica e barra o di pubblico.
Ma so per certo quali sono gli elementi che sicuramente dovrà contenere affinché non sia ignorato e barra o cestinato all'istante.

Imprescindibile è il fatto che usiate la parola vago, così com'è o in una delle sue declinazioni grammaticali possibili, maschile femminile, plurale, eccetera. L'assenza di un vago/vagamente nella primissima parte del vostro scritto è la cartina di tornasole che denuncerà senz'appello al mondo (e a vostra nonna) il dilettantismo in cui pascete.
Fateci caso, andate in libreria e leggiucchiate gli incipit sfogliando una decina di tomi in vendita, vi stupirete della puntualità d'utilizzo della parola vago. Oppure vi basterà prestare una vaga (cvd) attenzione ai libri che state leggendo. E questo senza distinzione tra scritti originali in italiano o testi tradotti da altre lingue.

Il punto due è l'ortografia, sì, spiace dirlo ma gli errori di stumpa danno un fastidio tremendo, sono peggio di un tempo verbale ciccato o di una ripetizione lessicale o di un periodo zoppo. La corretta grafia sintetizza in maniera netta e senza appello la cura che avete dedicato alla vostra creatura letteraria, è il sorriso con cui vi affacciate al pubblico. Non vorrete presentarvi con una foglia di prezzemolo tra i denti!

Il terzo elemento, senz'altro facoltativo ma vivamente consigliato, riguarda la lochescion: ambientate il vostro stupido romanzo nel Maine ed è fatta. Al limite, nel Maine, mandateci un personaggio a svernare, descrivete il prozio del vostro protagonista che sicuramente starà laggiù (o lassù o là, boh, dipende insomma da dove siete voi e da dov'è il Maine) a pescare o a spalare qualche metrazzo di neve, così, solo per ammazzare il tempo. Alle brutte fate che nel bel mezzo del primo capitolo arrivi una cartolina dal Maine e barra o che ci sia un televisore acceso su nescional gegrafich ciannel che documenti con dovizia di particolari l'origine del Maine Coon.

(*) Dopo le virgolette fatte colle dita, le quali ormai denotano solo omologazione e non danno più alcun lustro a chi le usa, è venuto di moda pronunciare espressamente la parola barra quando si chiacchiera, anche se un po' a sproposito. Chi parla barra dialoga con te trova spesso dei pretesti per infilarla nel discorso barra nella conversazione.
Su La Linea la scriviamo pure: siamo oltre barra avanti.

23 ottobre 2013

Il lonfo

Il lonfo è come la minestra di pane(*): ritorna sempre(**).
Nel mondo s'alternano i corsi e i ricorsi storici di Vico e nella vita mia i corsi e ricorsi lessicali del lonfo.
Vuoi una parola, o il refolo ribelle d'un ricordo antico, la voglia di giocare o chissà cosa, capita che ti torna a mente. E quando succede puoi pensare solo a quanto sia affascinante il fluire inarrestabile di quei suoni apparentemente casuali e invece precisi e cotti a puntino nella rigida griglia dei versi, che stanno lì dove devono stare, come soldatini allineati sul plastico di una battaglia.
E sempre mi vien voglia di provare.

(*) ribollita
(**) per quanta ne mangi, nel coccio in frigo, pare che non si consumi mai, che ritorni, appunto.


Il Lonfo

Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.

E' frusco il Lonfo! E' pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t' alloppa, ti sbernecchia; e tu l'accazzi.

(Fosco Maraini - Gnòsi delle Fànfole)

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Il blogghe'

Il blogghe' non s'affuria né rampugna
e se gli alliga il cucchio par s'affranny
pendola roba mischia arrisa o grugna
com'abbadasse sbruffi e barbagianni.

Scammella, s'ammatura oppur s'ammuta
lillando non t'alluca o si sbullona
s'appastanudo l'elmo in capa orsuta
men occhio e più recchia s'introna.

Eppure il vecchio blogghe' ora staffrutta
sgratta lo coio s'abbastiana un ponfo
prima c'arrivi un rospo che lo sputta

prìa che s'attesta solidario in tonfo
ora che s'addisagia e infin s'abbutta
zillafrasando (sempre meno) il lonfo.

19 aprile 2013

Il Liʃca - (3)

Erano paʃʃate le nove, ma non mi ero fatto illuʃioni. La telefonata arrivò e io mi feci inghiottire dal divano in un gorgo ʃpaʒio tempo da cui probabilmente ʃarei riemerʃo con un grado di libertà pari a quello di un diʃʃidente cineʃe.
- Pronto, sì? - la mamma.
- Sì, buonasera, parlo con la signora Pampaloni, la mamma di Marco? - il Bordoni.
Non lo ʃentivo il Bordoni, non che ho mai avuto dei ʃuperpoteri, ma potevo immaginarle le ʃue parole.
          (Parlo con la mamma dello sciroccato?)
-    Sì, sono io, sono la mamma di Marco. È successo qualcosa?
E già qui mia mamma mi guarda ʃtorto, abbaʃʃa il ʃopracciglio deʃtro e allarga le narici, interrogativa e quaʃi incaʒʒata.
- Non, si preoccupi, le volevo solo dire una cosa di oggi pomeriggio...
          (Lo sciroccato era qui oggi pomeriggio)
- Oggi pomeriggio? Marco ne ha combinata qualcuna?
- No, no, però oggi pomeriggio a un certo punto mi chiama la Marusca dalla vigna, è una ragazza che lavora qui...
          (Sa quel deficiente di suo figlio s'è fracassato per bene cadendo da cavallo... a un certo punto mi ha chiamato la Marusca)
- Ah sì, quella ragazza che c'è da voi, quella polacca se non sbaglio. La ringrazi da parte mia perché quando Marco veniva lì con l'associazione lei l'ha tanto aiutato e il mio Marchino s'era quasi innamorato di lei. E di quella cavalla, la Chiquita...
Dagli inferi profondi del divano, in un lampo di commiʃeraʒione e rabbia, sbuffo fuori qualche parola.
- Conchita, mamma, Conchita... non è una banana.
- Ah, sì, Conchita mi dice Marco, mi scusi sa ma non sono mica brava coi cavalli, hanno tutti questi nomi strani, un po'... un po' da... cavalli. Una volta ci portò a far vedere anche una foto Marco, è una bella cavalla, complimenti, peccato che Marco è un po' così e non la può montare...
- Così come?
          (Così sciroccato?)
- Così… – mamma butta un occhio sull’intreccio divano-inferi-me – così, insomma l'avrà visto anche lei.  E' delicato, non può fare le cose degli altri ragazzi... quindi cos'ha combinato?
          (Gliel'ho detto, ha battuto una botta clamorosa. S'è distratto e il piede, quello un po' zoppino, gli è uscito dalla staffa e poi chissà dove gli è rimasto impigliato, in un tralcio, in una vite, in un fil di ferro)
- Niente, mi chiama la Marusca dalla vigna: “signor Bordoni, venga”. E io vado giù, alla vigna insomma...
- E allora?
          (Fatto sta che è andato in terra ed è svenuto. Signora, che diamine, ci deve stare attenta, non lo mandi fuori da solo, è anche così mingherlino, magari non aveva su nemmeno la maglia di lana...)
- Allora, la Marusca mi dice che dal prossimo mese va in Polonia dai suoi figlioli, che due soldi da parte li ha messi e che è anche l'ora di tornare a casa.
La mamma è ʃconcertata, lo vedo e lo ʃo. È matematico... mi guarda la camicia aperta e cerca di capire ʃe ho la maglia della ʃalute ʃotto. Tira giù anche l'altro ʃopracciglio.
- E Marco? - fa mia madre.
          (Marco, lo sciroccato ritardato zoppo testa d'uovo, lo deve tenere a casa con la porta sprangata da tre mandate e con le sbarre alle finestre, signora, dovrebbe averlo capito... lei rischia una bella denuncia per omissione di controllo su figlio svitato)
- Marco, niente, c’è che avevo una mezza idea che potesse venire lui a darmi una mano con i cavalli dal prossimo mese. Ne abbiamo tre, sa? Sono impegnativi, sono da tenere puliti, sono da curare e i ragazzi della Senza Distanza ormai sono anni che non si vedono più. Ci darebbe proprio una bella mano.
- Ma chi, Marchino mio?
          (Sì lo sciroccato, Madonna che botta che ha battuto!)
- Certo, è bravo, non ci farebbe rimpiangere la Marusca.
- Oh.
          (Anzi, la sa una cosa? Gli metta una paio di pigiami di flanella, gli accenda la coperta, lo butti a letto e gli dica di non farsi più vedere da queste parti.)
- Anzi, la sa una cosa? Gli dica che venga su domani, che così comincia a impratichirsi...
- Va bene, grazie signor Bordoni, glielo dico.
Ecco, ʃi ʃalutano, riattaccano. La mamma viene verʃo di me, ha il broncino e gli occhi gonfi. ʃe mi va bene, mi dà due ʃchiaffi, penʃo, ma ʃe mi va male è facile che, ʃe non c'è più, rifonda l'Aʃʃociaʒione ʃenʒa Diʃtanʒa e mi ci manda a ʃvernare.
- Amore - mi fa, abbracciandomi e sollevandomi dall’inferno come farebbe un volo di angeli.
- Uh?
- Il signor Bordoni dice che ti vuole da lui a fare lo stalliere, sei contento?
- Uh, eh? Ah, ʃì, eh beh. Certo che ʃono contento, mamma!
- Bravo Marchino, bravo, lo sapevo che ti faceva bene stare con quella Chiquita, Pepita, come si chiama, la cavallina insomma.
- Già, mamma, ʃì, ma non mi frignare ʃulla camicia.
Dormire poco o nulla, la mattina preʃto mi fiondo alla fattoria e vado a caccia del vecchio Bordoni. Lo becco che ʃta dando di forcone tra balle e fieno nella ʃtalla, è di ʃpalle, ma di certo ʃa che ʃono lì, proprio dietro di lui.
Per un tempo effettivo di meʒʒo minuto, percepito da me di meʒʒo ʃecolo, me ne reʃto ʒitto in atteʃa che ʃi volti o ʃpifferi qualcoʃa lui. Ma poi parto.
- Ecco, io la volevo ringraʒiare, ʃignor Bordoni, per tutto. Per il lavoro qui, ʃe è vero. E ʃoprattutto per non aver detto nulla a mia mamma della caduta.
- Che caduta?
Qui ʃi volta e gli ʃcappa da ridere, prima piano, in ʃilenʒio, poi invece ride forte, ʃi piega in due, ʃuʃʃulta quaʃi, manco ʃe gli avevo raccontato la barʒelletta del cavallo in treno.
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Il Liʃca - capitolo 1
Il Liʃca - capitolo 2
Il Liʃca - capitolo 3

17 aprile 2013

Il Liʃca - (2)

L'aʃʃociaʒione ʃenʒa Diʃtanʒa, una roba che ʃolo a dirla, io, riʃchio l’annodamento della lingua e la ʃubluʃʃaʒione delle corde vocali, cavolo! Per me ʃono ʃempre ʃtati “gli ʃtrambi”.
E allora via ʃulla cinquecento della mamma, io dagli ʃtrambi e lei a proʃeguire per chiʃʃà quali argenterie da luʃtrare o ceʃʃi da pulire, beata lei! Io ero coʃtretto a ʃocialiʒʒare con una decina di mentecatti tipo me e anche di più, in uno ʃtanʒone dove campeggiavano un calcino, un ping pong e tre tavolini rotondi da giocatori di carte. Manco uno che era capace di reggere delle carte in mano e di riconoʃcere una doppia coppia o qualcuno in grado di colpire la pallina del calciobalilla con la mediana. Non per vantarmi, ma ero di gran lunga il più ʃveglio lì dentro e, ʃe capite coʃa voglio dire, renderʃene conto non è che ti apriva le porte della felicità.
Il giovedì era un giorno ʃpeciale. Verʃo le tre arrivava un pullmino giallo, già ʃcuolabuʃ del comune, che ci caricava tutti in un turbinio di eccitaʒione e di urla per portarci a ʒonʒo.
E durante i viaggi ti piʃciavi addoʃʃo dalle riʃate perché era il momento delle barʒellette. Nella ʃettimana precedente imploravo mio babbo, quando mi capitava di vederlo, per farmi raccontare una barʒa nuova. E mio babbo non falliva mai, aveva ʃempre l'ultimo grido, la barʒelletta che avrebbe fatto letteralmente ʃpanciare i ragaʒʒi della ʃenʒa Diʃtanʒa.
Quando toccava a me, modeʃtia a parte, calava il ʃilenʒio. Viʃpi o dementi, furbetti o appena coʃcienti, tutti i ragaʒʒi ʃi aʃʃerragliavano in un ʃilenʒio carico e gonfio di atteʃa per la battuta finale. Da vero re del palcoʃcenico, mi facevo un po' attendere ma poi partivo e li laʃciavo ʃtecchiti. Non ʃo, ʃpeʃʃo dubito pure che le capivano le barʒe che raccontavo, ma baʃtava che alla fine uno partiva con la riʃata e ʃi ʃcatenava una tempeʃta d'ilarità fresca e contagioʃa, da me a loro, dalla ʃignorina Clara, che ci accompagnava, fino all'autiʃta.
E poi c'era il momento di Pippo che, finite le barʒe nuove, pigliava poʃʃeʃʃo del microfono e attaccava con la ʃua ʃempre uguale barʒelletta del cavallo in treno. Era una performanʃ per la quale potevi pure pagare il biglietto.
“C'è questo tizio che va a Milano in treno, sale e trova nel vagone un cavallo che legge il giornale. Non ho mai visto un cavallo in treno fa il tizio, e il cavallo: per forza ho perso l'autobus!”
Ma, viaggio a parte, era alla Vecchia Pagnana che c'era del buono per tutti. Le prime volte con la ʃignorina Clara e il branco di ʃciroccati ʃi paʃʃava in raʃʃegna quaʃi ordinata tutta la fattoria incontrando gabbie e recinti di conigli, caprette, galline e galli di ogni raʒʒa e colore, gli ʃtruʒʒi, i pavoni e perʃino un cerbiatto. ʃi percorreva una ʃtradina bianca tra campi e prati in leggera diʃceʃa fino all'arrivo, lungo un fiumiciattolo, alle ʃcuderie dei cavalli.
Pericoli pareva non ce n’erano, neʃʃuno che temeva che gli allagavamo il pollaio o che gli davamo fuoco allo ʃtruʒʒo, perciò ci laʃciavano abbaʃtanʒa liberi nei noʃtri ʃpoʃtamenti e, mentre molti ʃi trattenevano carote in mano a ʃfamare i conigli o a fare bu bu allo ʃtruʒʒo, io mi ʃcapicollavo giù per la diʃceʃa, come meglio potevo cercando di non ʃfracellarmi un ginocchio per arrivare prima poʃʃibile alle ʃcuderie.
C'erano tre cavalli, due maʃchi Miʃter No e ʒagor, e una puledra giovane: Conchita. Era la mia favorita, nera come l'ebano e freʃca e liʃcia e buona e, l'avete capito, me ne ʃono innamorato ʃubito.
Poteva valere la pena ʃopportare i ragaʒʒi nelle loro diʃaʃtroʃe preʃtaʒioni racchetta in mano o ʃmaʒʒando carte per quattro pomeriggi a ʃettimana ʃe poi, al giovedì, tra barʒe e fattoria ci ʃi ricaricava più che con l'Ovomaltina.
Quando ho ʃmeʃʃo di andare all'aʃʃociaʒione, verʃo quindici anni, ho continuato ad andare alla fattoria. Conoʃcevo Maruʃca dai tempi in cui ci andavo con gli ʃtrambi, era una ragaʒʒa polacca che lavorava lì e che mi aveva preʃo a benvolere perché durante le mie viʃite la ʃgravavo di un bel po' di fatica aʃʃolvendo a compiti ʃolitamente ʃuoi.
La prima volta che montai Conchita, contro tutte le raccomandaʒioni di mia mamma, lo feci corrompendo Maruʃca, un po' colla mia liʃca e un po' andando in giro ʒoppiconi più che potevo.
Fu Maruʃca a raccomandarmi di tenere i piedi ben dentro le ʃtaffe, reggere ʃtrette le redini e aʃʃorbire con il culo il movimento dell'animale.
Maruʃca mi faceva montare Conchita di naʃcoʃto al ʃignor Bordoni, fattore capo di tutta la baracca. Finì che lo venne a ʃapere anche lui il giorno che caddi come un cretino mentre ʃtavo facendo a piccolo trotto il giro della vigna baʃʃa.
Non mi ricordo come andò, mi riʃvegliai ʃu una panca vicino alle ʃcuderie ʃchiaffeggiato dal ʃignor Bordoni e coccolato da Maruʃca. Pare che non ero morto, avevo preʃo una botta al fianco deʃtro e anche alla ʃpalla, ma il peggio doveva ancora venire.
Il ʃignor Bordoni rimbrottò a muʃo duro Maruʃca che un altro po' le fa rimpiangere la Varʃavia, quella del ghetto, ma ʃoprattutto mi ʃquadrò ʃenʒ'appello e m'informò che la ʃera ʃteʃʃa avrebbe avviʃato mia mamma. Non ʃarebbe ʃtato lui, diʃʃe, a pigliarʃi vent'anni per un povero mentecatto bavoʃo che voleva ammaʒʒarʃi.
Lo implorai, come non avevo implorato mai neʃʃuno prima di allora. Cercai di ʃpiegare che ʃe mia mamma ʃapeva la coʃa mi avrebbe ucciʃo, ma queʃto ʃe mi andava bene. ʃe invece mi andava male mi avrebbe rinchiuʃo in caʃa almeno per un paio d'anni mandandomi fuori ʃolo a portare la ʃpaʒʒatura, mi avrebbe coperto da ʃettembre a maggio con triplo ʃtrato lanoʃo di maglia, più cicliʃta a collo alto, più cardigan peruviano. Mi avrebbe probabilmente avvoltolato nel domopack prima di mettermi a nanna e, con molta facilità, mi avrebbe fatto il bagno nel lyʃoform per gli anni a venire.
L'ineffabile ʃignor Bordoni neppure mi guardò, continuò a ʃpaʒʒolarʃi gli ʃtivali dalla mota raccattata in vigna e, quando io ebbi finito la ʃupplica, ʃbuffò un po' alla maniera di Miʃter No e ʒagor e ʃi allontanò ʃenʒa manco ʃalutare. Prima di ʃparire dietro a un capannone alʒò il braccio per ravviarʃi il riporto.
Per la prima volta, da quando andavo alla Vecchia Pagnana, venni via ʃcordandomi di ʃalutare Conchita.
Tornai a caʃa di paʃʃo ʃvelto. Il dolore all'anca quaʃi quaʃi mi reʃtituiva una ʃconoʃciuta ʃimmetria, procedevo incredibilmente dritto. Roba da darʃi delle martellate ʃu quel fianco per il reʃto dei miei giorni.
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Il Liʃca - capitolo 1
Il Liʃca - capitolo 2 
Capitolo 3 il 19 aprile

15 aprile 2013

Il Liʃca - (1)


Io ʃpero che il congiuntivo muore. Di per ʃé non mi ha fatto nulla, non ce l’ho con il congiuntivo, ce l’ho con tutti quelli che ʃtanno lì, pronti a ʃaltarti addoʃʃo quando ne ʃbagli uno e a ʃoʃtenere che ʃai l’italiano ʃolo ʃe conoʃci il congiuntivo. Cavolate.
Ecco queʃta è una coʃa che mi va che ʃapete di me, ʃe volete conoʃcermi meglio.
Anche ʃe forʃe prima avrei dovuto avviʃarvi che ho un difetto di pronuncia, la liʃca, per queʃto avete viʃto e vedrete delle lettere ʃtrane in queʃto teʃto, beh ʃono le mie “eʃʃe” e ci tengo che le leggete e le pronunciate nella voʃtra teʃta come le direi io, queʃto ci avvicinerà un po’, io e voi, anche ʃe non è detto che è una buona coʃa.
E tenete preʃente che anche con le ʒeta non è che ci vado proprio a noʒʒe.
Non ʃono nemmeno bravo a ʃcrivere, no, ma tra le coʃe che mi piace fare – che non ʃono molte - è una di quelle che mi viene più naturale, perciò ʃcrivo. O imbratto carte, ʃe preferite.

Mi chiamo Marco Pampaloni, un nome ʃpeciale a cui voglio un gran bene, un po' perché è il mio ma ʃoprattutto perché non ha eʃʃe, non ha ʒeta e quando lo pronuncio, perché capita ʃpeʃʃo che ti chiedono come ti chiami, lo pronuncio bene come ʃe ʃono normale.  Già, perché a queʃto punto è meglio che vi dico pure che non ʃono normale.
A detta di molte perʃone che mi è capitato d'incontrare nella vita ʃono un tipo ʃtrano e una fetta di ragione ce l'avranno, ʃe conʃideriamo l’elenco di epiteti che mi ʃono ʃtati rivolti e che ho diligentemente raccolto. Difatti ho un quadernetto dove colleʒiono i vocaboli con i quali mi ʃono ʃentito chiamare negli anni, direttamente o per ʃentito dire. Quindi ʃono mentecatto, ʃvitato, handicappato, ritardato, mongoloide, ʃono idiota e pure ʃuonato e tipo ʃtrano. Ma ʃono anche ʃtupido eʃʃere, meʒʒo grullo, teʃta d’uovo e ʃono diverʃamente abile, deficiente e varie verʃioni di faccia di che potete immaginare anche ʃenʒa che ve le ʃcrivo.
Quello che preferiʃco è “attardato”, come mi chiamò un bulletto un giorno in buʃ. Non mi è piaciuto ʃubito queʃto “attardato”, ma piano piano mi ci ʃono affeʒionato, da quando anche per Maria ʃono diventato il ʃuo cucciolo attardato.
E poi, attardato, a parte che non ha eʃʃe e non ha ʒeta, dà proprio l'idea che poi comunque arrivo, perché arrivo.
Neʃʃuno ad ogni modo mi conoʃce come Marco Pampaloni, per tutti gli amici ʃono “il Liʃca” e mi va bene coʃì. Per i meno amici ʃono una delle robe del quadernetto.
In buʃ tornando da ʃcuola ero quello che toccava il ʃedere alle ragaʒʒe. Lo facevo perché erano i miei compagni a ʃpingermi. Loro ʃe la ʃghignaʒʒavano in fondo al buʃ e a me dava una ʃcoʃʃa ʃentirli ridere, più di quanto mi piaceva davvero taʃtare quei culi. Ma queʃto non vi autoriʒʒa a penʃare che non mi piacciono le ragaʒʒe.
Non ʃono buono a camminare veloce, correre neanche a parlarne, vado via ʃtorto come un giunco, allora ʃì che ʃembro ʃtrano. A camminare normale invece ʃono un aʃʃo, faccio i chilometri veri. Non guido l’auto, tantomeno il motorino, anche ʃe una volta ne ho avuto uno finché non ʃono finito contro un ʃemaforo e mi è ʃtato inibito per ʃempre. Vado poco anche in bici, ma per pedalare pedalo. A piedi non ho rivali, un paʃʃo via l’altro, mi dovreʃti guardare proprio al rallentatore per accorgerti che appena appena ʒoppico, ma non ʃi vede a occhio nudo.
La coʃa peggiore che mi ritrovo è queʃta teʃta ad uovo. Oblunga, va ʃu verʃo l’alto come se ha un appuntamento con un cappello nella ʃtratoʃfera. Non ho ancora compiuto 23 anni, ma non ho più nemmeno un capello, ʃe non nelle immediate vicinanʒe delle orecchie. E la coʃa è ancora più evidente, voglio dire la teʃta ad uovo.

Ero piccolo la prima volta che mi portarono alla fattoria della Vecchia Pagnana.
Mio padre, Dino Pampaloni, lavorava duro in un ingroʃʃo di giocattoli dall'altra parte della città, era ʃpeʃʃo al magaʒʒino, altrimenti era in viaggio nel tragitto caʃa-lavoro o lavoro-caʃa. Mia madre, Roʃita, anche lei ʃi dava da fare ʃfaccendando e ʃtirando a caʃa d'altri. Fatto ʃta che il pomeriggio, a ʃcuola chiuʃa, ero un peʃo, e a caʃa da ʃolo, un ritardato come me non ʃi poteva laʃciare. Non tanto perché avrebbe potuto farʃi male o berʃi un ettolitro di varichina, no, ʃemplicemente perché chiʃʃà coʃa avrebbero detto i vicini. A toglierci le caʃtagne dal fuoco la provvidenʒa ci inviò l'Associazione Senza Distanza. Fondata una ventina d'anni prima da un manipolo di genitori baciati dalla ʃorte e deʃtinatari eʃcluʃivi di figli con problemi, aveva preʃo vita propria ʃopravvivendo agli antichi fondatori e continuando a raccattare, o accogliere ʃe preferite, queʃta ʃorta di feccia umana coʃtituita da figli di ʃcarto incapaci di paʃʃare un pomeriggio da ʃoli in caʃa ʃenʒa incendiarla.
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Il Liʃca - capitolo 1 di 3.
Capitolo 2 il 17 aprile.
Capitolo 3 il 19 aprile.

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