Quelli ganzi c'avevano il Ciao, e magari il piumino ciesse.
Poi c'erano gli sfigati con la giacca a vento e il Garelli. Io ne avevo ereditato uno da sorellona, un Garelli Gulp flex (blu, almeno quello) che stava sempre e comunque tre spanne sotto al peggior Ciao in circolazione, quello marrone. Del perché avessero messo in commercio un Ciao marrone e del perché il mio vicino di casa l'avesse acquistato non ci è dato sapere.
Poi c'era il Boxer, con la sella lunga che ci potevi portare pure uno dietro, anche se l'ideale sarebbe stato una. Un amico da noi viaggiava con un Peugeot, ci credete? Un cinquantino Peugeot, probabilmente realizzato in prototipo e dubito mai messo in produzione.
E poi c'erano quelli col Fifty Malaguti, una razza a parte: erano al di sopra della questio ragazze, gli importava solo del loro scattante ciclomotore senza serbatoio. La miscela, non so come, veniva immessa direttamente nel tubone del telaio. I guidatori del Fifty negli anni 70, secondo me, son quelli che oggi hanno un Suv sotto al culo.
Quest'ultima riga solo perché non mi piaceva concludere il post con la parola culo.
Cazzo.
Visualizzazione post con etichetta happy days. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta happy days. Mostra tutti i post
21 dicembre 2012
8 agosto 2012
Battuta di caccia
Se il cervo rappresenta la maestosità e il cinghiale la forza, il capriolo è il simbolo della grazia e della delicatezza. È l'animale più diffidente del bosco: l'udito il suo senso più sviluppato, poi l'olfatto, quindi la vista. Il capriolo appare all'improvviso, come un fantasma, e bisogna decidere nello spazio di un solo secondo se valga la pena di abbatterlo...
O di fotografarlo.
Nella prefazione de Il mistero di Mangiabarche (*) si parla del capriolo e la descrizione casca a fagiolo. Infatti, è da qualche sera che con France si va passeggiando in una riserva a 500 metri da casa, poco prima dell'ora di cena, solitamente a caccia di lepri e fagiani.
La nostra caccia è incruenta e i nostri proiettili sono gli avvistamenti. Lepre vista = lepre abbattuta.
I fagiani sono i più facili da beccare, poi vengono le lepri.
Una lepre corrisponde a due fagiani nel nostro manuale d'equivalenze delle prede. Lo scorso anno fu mitica una serata in cui abbattemmo ben 13 lepri.
Da quest'anno la caccia s'è fatta più grossa perché in giro hanno fatto la loro comparsa dei caprioli.
E un capriolo vale almeno 3 lepri, come si può dedurre anche dal romanzo di Carlotto.
Se il frastuono di un aereo lo lascia del tutto indifferente, il "crac" di un ramo spezzato lo mette immediatamente in allarme.
Noi ci appostiamo pazienti, al limitare del campo di grano, in attesa della nostra preda e quando possiamo sentire solo quella lisca di vento che arruffa le spighe, finalmente arriva, elegante e preciso preciso per lo spritz.
(*) 2,3 Carver.
O di fotografarlo.
Nella prefazione de Il mistero di Mangiabarche (*) si parla del capriolo e la descrizione casca a fagiolo. Infatti, è da qualche sera che con France si va passeggiando in una riserva a 500 metri da casa, poco prima dell'ora di cena, solitamente a caccia di lepri e fagiani.
La nostra caccia è incruenta e i nostri proiettili sono gli avvistamenti. Lepre vista = lepre abbattuta.
I fagiani sono i più facili da beccare, poi vengono le lepri.
Una lepre corrisponde a due fagiani nel nostro manuale d'equivalenze delle prede. Lo scorso anno fu mitica una serata in cui abbattemmo ben 13 lepri.
Da quest'anno la caccia s'è fatta più grossa perché in giro hanno fatto la loro comparsa dei caprioli.
E un capriolo vale almeno 3 lepri, come si può dedurre anche dal romanzo di Carlotto.
Se il frastuono di un aereo lo lascia del tutto indifferente, il "crac" di un ramo spezzato lo mette immediatamente in allarme.
Noi ci appostiamo pazienti, al limitare del campo di grano, in attesa della nostra preda e quando possiamo sentire solo quella lisca di vento che arruffa le spighe, finalmente arriva, elegante e preciso preciso per lo spritz.
(*) 2,3 Carver.
22 maggio 2012
Sto aspettando gli Spandau
Quando ci tuffiamo nella memoria alla ricerca di spicchi temporali di contatto, di eventi epocali ai quali potremmo aver partecipato entrambi, nella nostra vita prima della conoscenza, io e dolcemetà, finisce che rimestiamo sempre nella sfera musicale, i concerti insomma.
Patti Smith allo stadio, Vasco al velodromo delle Cascine, David Bowie allo stadio, Bennato a Porta Romana, Madonna allo stadio, la Rettore al teatro tenda, i Level 42 al palazzetto, Paolo Conte al Verdi, i Talk Talk al Tenax, Enzo Jannacci a Sesto, i Pink Floyd a Livorno. Niente, pare che avessimo esistenze e gusti musicali irrimediabilmente opposti e che i nostri fili non si sarebbero potuti intrecciare in una matassa anteriore (chissà con quali esiti, poi!).
Certo avevamo comprato entrambi il biglietto per il concerto degli Spandau Ballet, ma il fato volle disporre anche lì in altra maniera. Non potendo dividerci, il destino infame, agì intervenendo alla radice e causando addirittura l'annullamento del Tour.
Andò che il biondino della band si fratturò una gamba. A memoria direi che fosse il sassofonista e che durante un concerto, forse in Canada, gli si sfondò il palco sotto ai piedi. Non mi metterò a googolare, ma fidatevi, era biondo, aveva due gambe e se ne fratturò una.
Tanto bastò per mandare a monte il Tour mondiale, compresa la tappa di Firenze.
Ecco che la possibilità di assistere allo stesso concerto fa innalzare a picco le nostre affinità, salvo poi vederle crollare subito dopo.
Gli organizzatori offrirono varie scelte per rimediare alle conseguenze della rottura dell'arto d'artista. Potevi restituire il biglietto e rientrare in possesso della vil pecunia, oppure potevi cambiare il biglietto con quello per un concerto di un altro se nella programmazione ti aggradava qualcosa. In ultimo potevi passare a ritirare un similticket stampato per l'occasione con una bella immagine di Tony Hadley al microfono e la scritta in stampatello "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU".
Questa, ovviamente, era LA scelta da fare, non c'era alcuna soluzione alternativa a ficcarsi in tasca il tagliando che certificava la fedele attesa e, giustappunto, aspettare che il fenomeno di calcificazione alla tibia e al perone del biondino facesse la sua parte.
E così trascorse un anno durante il quale molti di noi se ne andavano in giro portando il biglietto nel portafogli. La gente andava al cine, a lavoro, al bar, dallo psicologo, si fidanzava, si lasciava, si sposava, s'insultava e s'abbracciava, tutto col tagliando "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU" con sé. Qualcuno purtroppo moriva pure e quando i medici gli mettevano le mani nel portafogli alla ricerca della tessera dell'AIDO capitava che s'imbattessero nel faccione canterino di Hadley.
Fanculo, un altro cazzone che aspetta gli Spandau, ma dacci i reni, dacci!
Ho attraversato le barricate di un anno vissuto attendisticamente con pazienza, con fiducia e con sprezzo del pericolo. Ho atteso.
Dolcemetà invece no, non se la sentì di tenere immobilizzate ventimila lire di capitale per un lunghissimo anno e barattò la gallina della futura esperienza live sotto il palco degli Spandau con il misero uovo di un concertino di Pupo forse o, ad andarle proprio di lusso, degli A-ha (*).
Ma poi, son venuti questi Spandau?
(*) Lei sostiene di aver scambiato con il concerto di Eric Clapton, ma nel contesto del post non ci stava.
Patti Smith allo stadio, Vasco al velodromo delle Cascine, David Bowie allo stadio, Bennato a Porta Romana, Madonna allo stadio, la Rettore al teatro tenda, i Level 42 al palazzetto, Paolo Conte al Verdi, i Talk Talk al Tenax, Enzo Jannacci a Sesto, i Pink Floyd a Livorno. Niente, pare che avessimo esistenze e gusti musicali irrimediabilmente opposti e che i nostri fili non si sarebbero potuti intrecciare in una matassa anteriore (chissà con quali esiti, poi!).
Certo avevamo comprato entrambi il biglietto per il concerto degli Spandau Ballet, ma il fato volle disporre anche lì in altra maniera. Non potendo dividerci, il destino infame, agì intervenendo alla radice e causando addirittura l'annullamento del Tour.
Andò che il biondino della band si fratturò una gamba. A memoria direi che fosse il sassofonista e che durante un concerto, forse in Canada, gli si sfondò il palco sotto ai piedi. Non mi metterò a googolare, ma fidatevi, era biondo, aveva due gambe e se ne fratturò una.
Tanto bastò per mandare a monte il Tour mondiale, compresa la tappa di Firenze.
Ecco che la possibilità di assistere allo stesso concerto fa innalzare a picco le nostre affinità, salvo poi vederle crollare subito dopo.
Gli organizzatori offrirono varie scelte per rimediare alle conseguenze della rottura dell'arto d'artista. Potevi restituire il biglietto e rientrare in possesso della vil pecunia, oppure potevi cambiare il biglietto con quello per un concerto di un altro se nella programmazione ti aggradava qualcosa. In ultimo potevi passare a ritirare un similticket stampato per l'occasione con una bella immagine di Tony Hadley al microfono e la scritta in stampatello "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU".
Questa, ovviamente, era LA scelta da fare, non c'era alcuna soluzione alternativa a ficcarsi in tasca il tagliando che certificava la fedele attesa e, giustappunto, aspettare che il fenomeno di calcificazione alla tibia e al perone del biondino facesse la sua parte.
E così trascorse un anno durante il quale molti di noi se ne andavano in giro portando il biglietto nel portafogli. La gente andava al cine, a lavoro, al bar, dallo psicologo, si fidanzava, si lasciava, si sposava, s'insultava e s'abbracciava, tutto col tagliando "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU" con sé. Qualcuno purtroppo moriva pure e quando i medici gli mettevano le mani nel portafogli alla ricerca della tessera dell'AIDO capitava che s'imbattessero nel faccione canterino di Hadley.
Fanculo, un altro cazzone che aspetta gli Spandau, ma dacci i reni, dacci!
Ho attraversato le barricate di un anno vissuto attendisticamente con pazienza, con fiducia e con sprezzo del pericolo. Ho atteso.
Dolcemetà invece no, non se la sentì di tenere immobilizzate ventimila lire di capitale per un lunghissimo anno e barattò la gallina della futura esperienza live sotto il palco degli Spandau con il misero uovo di un concertino di Pupo forse o, ad andarle proprio di lusso, degli A-ha (*).
Ma poi, son venuti questi Spandau?
(*) Lei sostiene di aver scambiato con il concerto di Eric Clapton, ma nel contesto del post non ci stava.
16 marzo 2012
Lunedì chiusin chiusino (*)
Una volta i fidanzati si vedevano martedì e giovedì, più sabato e domenica.
Il venerdì non era un gran giorno. Se si esclude l’Hit Parade di Lelio Luttazzi in onda alle 13:00 su Radio2, per il resto era grigio, con tutto che in qualche casa era pure vigilia e farsi vedere allegro mica andava bene. E il sabato mattina s’andava pure a scuola.
Poi c’è stato un momento in cui si è scoperta la serata del venerdì, probabilmente con il diffondersi del sabato non lavorativo in vari ambiti professionali e con il tempo pieno lun-ven in diverse scuole elementari.
E così il venerdì si è sabatizzato, magicamente, ed è stata un’ottima cosa perché ti ha permesso di andartene a lavorare tranquillo e beato ché il giorno dopo era festa, o quasi. E per la sera del venerdì si è preso a organizzare cene ed eventi mondani, agevolati anche dal fatto che Portobello aveva chiuso i battenti, Renée Longarini aveva sciolto il gruppo delle telefoniste e, in tivù, niente valeva più la pena di essere guardato.
Ultimamente mi succede una cosa strana: mi s’è venerdizzato il giovedì. Cioè, io arrivo al giovedì e son leggero, sto al settimo cielo proprio. Mi alzo consapevole che il giorno dopo è venerdì, un pre-prefestivo fitto di programmi da fare e da disattendere allegramente. Programmi impossibili persino da concepire di martedì.
Il giovedì ti viene da metterti i jeans e le scarpe comode, ti viene di andare a farti un trancio di pizza e un giro in libreria in intervallo mensa. E magari di fissare un caffè con gli amici al tuo personalissimo Central Perk, sulla strada del ritorno a casa.
Sì l’ho capito anch’io che bisogna lavorare di più, più a lungo e più duramente, mica vivo sotto una capanna di vetro (cit.), l’ho capito bene, ma questo sarà l’obiettivo dell’Italia. Io, nel mio piccolo, punto a giovedizzare il mercoledì.
(*) France ha studiato la filastrocca (**) per imparare i giorni della settimana, da qui il titolo e i conseguenti deliri.
(**) IL PULCINO
Lunedì chiusin chiusino
martedì bucò l'ovino
sgusciò fuori mercoledì
pio pio fece giovedì
venerdì fe’ un volettino
beccò sabato un granino
e la domenica mattina
aveva già la sua crestina.
Il venerdì non era un gran giorno. Se si esclude l’Hit Parade di Lelio Luttazzi in onda alle 13:00 su Radio2, per il resto era grigio, con tutto che in qualche casa era pure vigilia e farsi vedere allegro mica andava bene. E il sabato mattina s’andava pure a scuola.
Poi c’è stato un momento in cui si è scoperta la serata del venerdì, probabilmente con il diffondersi del sabato non lavorativo in vari ambiti professionali e con il tempo pieno lun-ven in diverse scuole elementari.
E così il venerdì si è sabatizzato, magicamente, ed è stata un’ottima cosa perché ti ha permesso di andartene a lavorare tranquillo e beato ché il giorno dopo era festa, o quasi. E per la sera del venerdì si è preso a organizzare cene ed eventi mondani, agevolati anche dal fatto che Portobello aveva chiuso i battenti, Renée Longarini aveva sciolto il gruppo delle telefoniste e, in tivù, niente valeva più la pena di essere guardato.
Ultimamente mi succede una cosa strana: mi s’è venerdizzato il giovedì. Cioè, io arrivo al giovedì e son leggero, sto al settimo cielo proprio. Mi alzo consapevole che il giorno dopo è venerdì, un pre-prefestivo fitto di programmi da fare e da disattendere allegramente. Programmi impossibili persino da concepire di martedì.
Il giovedì ti viene da metterti i jeans e le scarpe comode, ti viene di andare a farti un trancio di pizza e un giro in libreria in intervallo mensa. E magari di fissare un caffè con gli amici al tuo personalissimo Central Perk, sulla strada del ritorno a casa.
Sì l’ho capito anch’io che bisogna lavorare di più, più a lungo e più duramente, mica vivo sotto una capanna di vetro (cit.), l’ho capito bene, ma questo sarà l’obiettivo dell’Italia. Io, nel mio piccolo, punto a giovedizzare il mercoledì.
(*) France ha studiato la filastrocca (**) per imparare i giorni della settimana, da qui il titolo e i conseguenti deliri.
(**) IL PULCINO
Lunedì chiusin chiusino
martedì bucò l'ovino
sgusciò fuori mercoledì
pio pio fece giovedì
venerdì fe’ un volettino
beccò sabato un granino
e la domenica mattina
aveva già la sua crestina.
26 febbraio 2012
Di bicchieri e di binocoli
Io non ho il vizio di mettermi lì a pensare troppo sulla vita. E dico vizio perché secondo me non è una buona cosa.Intendo se la vita mi ha più dato o più preso, intendo se la devo vedere rosa o la devo vedere grigia e intendo se la devo prendere di tacco o di punta.
La prendo come viene, senza creare una partitura filosofica per ogni avvenimento che mi tocca o per ogni scelta che faccio.
E non amo svaccarmi in riflessioni sul mezzo bicchiere che la vita ogni giorno ti serve al bancone.
Anche perché non è detto che lo status di mezzo pieno sia migliore del mezzo vuoto, se dal bicchiere ci ho bevuto io.
Ma se mi costringete a usare un binocolo per guardarmi in giro, per puntarlo sulla mia famiglia, sul mio Paese, sugli amici, sul mio lavoro o sui miei piedi state pur certi che l'impugnerò dalla parte canonica.
I vedo nero per partito preso, quelli con il grugno stampato, quelli che anche se sorridono stonano tanto son disabituati, quelli che prendono lo stramaledetto binocolo e lo usano rovesciato mirando il mondo, ecco, quelli, non so... mi sembra che fanno(*) due fatiche.
(*) Aut. Min. Conc.
25 agosto 2011
Hanno tutti ragione
La prima volta che ho sentito che un certo Sorrentino s’era messo a dirigere film ho pensato a Claudio Sorrentino e ai suoi Happy Days quando, ancora lontano dal conoscere personaggi mitologici come il Frizzi, doppiava con una certa classe il buon vecchio Richie Cunningham da Milwaukee.
Ora, visto che Richie/Ron Howard si era trasferito con successo dietro la macchina da presa, fino a portarsi via un Oscar con Beautiful mind, magari il suo doppiatore storico aveva avuto la spassosa idea di seguirlo sulla strada della regia.
Tutto torna, tranne il fatto che il Sorrentino in questione, il regista insomma, è proprio un altro personaggio, tutto capello e basetta, una sorta di Napo Orso Capo partenopeo.
Ha scritto anche un libro: HANNO TUTTI RAGIONE. Un romanzo ricco, d'idee, di frasi, di personaggi veri e irresistibili, di battute, un romanzo assolutamente da leggere.
Con un inizio accattivante e geniale. Una prefazione che vi potete leggere, oppure ascoltare qui, direttamente dalla voce dell'attore feticcio di Sorrentino: Toni Servillo.
Voto: 3,5 Carver (*)
Ora, visto che Richie/Ron Howard si era trasferito con successo dietro la macchina da presa, fino a portarsi via un Oscar con Beautiful mind, magari il suo doppiatore storico aveva avuto la spassosa idea di seguirlo sulla strada della regia.
Tutto torna, tranne il fatto che il Sorrentino in questione, il regista insomma, è proprio un altro personaggio, tutto capello e basetta, una sorta di Napo Orso Capo partenopeo.
Ha scritto anche un libro: HANNO TUTTI RAGIONE. Un romanzo ricco, d'idee, di frasi, di personaggi veri e irresistibili, di battute, un romanzo assolutamente da leggere.
Con un inizio accattivante e geniale. Una prefazione che vi potete leggere, oppure ascoltare qui, direttamente dalla voce dell'attore feticcio di Sorrentino: Toni Servillo.
Voto: 3,5 Carver (*)
Iscriviti a:
Post (Atom)




