- Tutùn - faceva la ruota del triciclo tutte le volte che prendevo
la buchetta. E potete scommetterci che la prendevo a ogni giro
attorno alla tavola, tanto ero diventato chirurgico.
Un ovale in
perfetto stile Indy: davanti alla tivù, davanti all'acquaio,
davanti alla cucina economica e - Tutùn - davanti al focolare
a completare il giro.
Non correre tu ti fai male, la mamma. E io
acceleravo.
Non pigliare la buca con le ruote, il nonno. E io - Tutùn - a ogni passaggio.
E ridevo tutte le risa del mondo, della mia genuina e infinita felicità.
Non sarebbe più stato così, ma non lo sapevo di certo.
- Tutùn -, e il nonno dal canto del fuoco, con le sue lunghe
braccia, si sporgeva cercando di acchiapparmi.
Allora sì che
pedalavo via veloce: testa incurvata dentro alle spalle,
sfrecciavo lontano, cullato dalle mie stesse risa e sospinto da quelle mani che non potevano prendermi mai.
Era un nonno di quelli di una volta, il nonno Gigi: tanti biscotti (*) sulle orecchie, poche parole e nessun moto esplicito d'affetto.
Era il tempo degli esami di terza media quando, un pomeriggio
di giugno, mio padre mi prelevò da casa per portarmi a Careggi
a vedere il nonno che ci stava lasciando, così disse.
Ma quello non era più il mio nonno: era un essere rinseccolito che
succhiava l'aria da una grata e fissava il soffitto con uno
sguardo acquoso e perduto.
E non lo salutai, niente, nemmeno mezza parola, solamente una
carezza abbozzata, con la mia mano rinchiusa e guidata da quella
di mio padre.
E mi dispiace soprattutto per lui, per mio padre, che magari due parole in croce si aspettava che le inchiodassi, ecco.
- Tanto lo so, nonno, poi l'ho capito che facevi apposta a non pigliarmi, che ti credi?
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(*) tosc. Colpetto che si dà sul viso a qualcuno (o sulle orecchie, n.d.h.), per atto di scherzo o in segno di affettuosa confidenza, facendo scattare sul pollice l’indice o il medio (Treccani)
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30 ottobre 2017
27 aprile 2017
Piedi nei calzini
Un minuto prima stai bene e un minuto dopo cominci a sentire i piedi nei calzini.
E non esiste più nulla. Il lavoro, lo svago, le chiacchiere, il cibo e tutto, insomma, si fa sfumato sullo sfondo, in primo piano solo i piedi nei calzini.
E per quanto cerchi d'ignorarla questa sensazione fastidiosa, lei se ne sta lì in agguato e in mostra, come quel cretino che ti fa i versi davanti all'obiettivo quando devi fare una foto del palazzo reale.
Niente è più distinguibile dai tuoi sensi, solo i tuoi fottuti piedi nei tuoi fottuti calzini riesci a sentire.
Devi pensare ad altro, devi pensare ad altro.
Rifrulli il calderone della memoria e tiri fuori di tutto, dalla neve a casa vecchia a Gigi Riva in rovesciata, dai funghi porcini di Badia alla doppietta segnata di testa, dal primo amore scolastico alle poppe della farmacista, dalle macchinine della Polistil al Rischiatutto, da Tom Sawyer a Dolores Haze, dall'odore della benzina a quello di cane molle, dal cofanetto di caramelle Sperlari alla Billy dell'Ikea, da Thoeni in Val Gardena alla Schiavone a Parigi.
Ma nulla di tutto questo riesce a rispedire i piedi nei calzini nella vaghezza indistinta e rassicurante dell'anonimato.
Allora ci scrivi un post, giusto per esorcizzare, per distrarti, ma nulla.
I tuoi piedi si asserragliano ancora più strenuamente all'interno dei calzini. Sono agguerriti. E tu li senti i maledetti piedi nei calzini.
È uno status fisico che può, nel suo acme, perfino prescindere dagli stessi calzini.
E così li senti i piedi nei calzini, per dire, pure se stai scalzo o con le infradito hawaiane da troppi euri.
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