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4 marzo 2016

Denti


Il 4 marzo del 1971 è stato un giorno terribile per me.
Ogni anno è un po' un'angoscia.: vivo molto peggio questa ricorrenza, di quanto posso vivere bene i compleanni, ad esempio.
Ed è un affaire del quale non amo nemmeno parlare, ovvio.
Ritengo che sia stato il giorno che più ha inciso nella mia formazione di ragazzo prima, e di uomo poi. Indirettamente ha influito sul mio carattere in maniera pesante e di conseguenza sulla mia vita.
Ho dovuto lottare anni, solo per raggiungere una sorta di acquietamento e per combattere le pieghe che la mia socialità aveva preso e che non andavano per il verso che avrei voluto.
E lo sapevo, l'ho sempre saputo che molto della mia timidezza, della mia insicurezza e, perché no, della mia infelicità di allora dipendeva dagli accadimenti di quel giorno.
Ne scrivo per esorcizzare questa pena che ancora mi ravana dentro da qualche parte.

Ero vestito da Zorro e facevo il grullo per casa, così narra la leggenda, quando son caduto e mi sono spaccato 3 denti davanti.
Per prima cosa mi son beccato un Te l'avevo detto io che non dovevi vestirti da carnevale che siamo già in quaresima!
Poi il dentista il giorno dopo che sentenzia: fino a quando non avrà 16 anni e la bocca avrà smesso di crescere è inutile fare un lavoro definitivo.
Poi mia mamma, che figurati se ci pensa a farmi un lavoro provvisorio. Costa. È un di più.
Così va il mondo, e per 7 lunghi anni lo affronto da sdentato.
Anche questa parola devo esorcizzare, così infatti mi chiamò Cecilia, la mia innamoratina delle medie - senza cattiveria, è vero, scherzavamo e ci prendevamo in giro rubando gli epiteti da un dizionario d'inglese - segnandomi per sempre.
Avete presente le cose che succedono ai ragazzi da 9 a 16 anni?
Ci s'innamora, esame di quinta, si va alle medie nuovi amici, ci s'innamora, si va al corso di tennis nuovi amici, ci s'innamora, esame di terza media, il motorino, si va alle superiori nuovi amici, ci s'innamora, ci si vede con i vecchi amici delle medie che portano nuovi amici, ci s'innamora, si comincia a uscire da soli e, manco a dirlo, ci s'innamora.
E tutto questo da sdentato.
Aspettando che la bocca del cazzo smetta di crescere.
D'accordo i miei saranno stati ripresi dalla piena e ignoranti, ma manco un amico che abbia detto loro Ma come lo mandate in giro 'sto citto?
Giuro mi salgono ancora le lacrime se mi ripenso davanti allo specchio del bagno, chiuso dentro, a modellarmi i pezzi di denti mancanti con il chewingum.
Che poi i denti rotti erano scheggiati in obliquo e, obiettivamente, non era un bel vedere. Chi l'avrebbe mai voluta baciare una bocca così? Che oltretutto non smetteva di crescere.
Ho temuto che non mi sarei mai fidanzato, che non mi sarei mai sposato (forse per questo son diventato un marito seriale), ho temuto che non sarei mai diventato padre.
È stato il mio medioevo.
E sapete anche perché ho sviluppato la mia passione viscerale per Gigi Riva? Sì certo perché era l'idolo calcistico per eccellenza e perché è un grande uomo. Ma quand'ero piccolo, e sdentato, avrei voluto essere proprio come lui anche perché, quando parlava, il suo labbro superiore non scopriva mai i denti.
Guardatelo, che differenza avrebbe fatto averli interi o averli rotti se fossi riuscito a parlare come Gigi?
Ma niente, non era mica facile.
In alternativa a essere come Riva, avrei voluto essere come mio nonno (un altro Gigi, guarda caso) che praticamente non parlava mai e quindi aveva ben poche necessità di mostrare la dentatura.
L'aspetto peggiore di tutta la faccenda riguarda il riso, il sorriso. Quando ridi non puoi fare a meno di scoprire i tuoi denti.
Bene, ogni volta che ci stava un sorriso, ogni volta nei 7 famigerati anni, c'era l'omino dei denti rotti dentro di me che mi diceva Ehi fermo, che fai? Trattieniti! Metti la mano. Che ti sorridi? Non ricordi che c'hai gli incisivi scheggiati?
Eccome se me lo ricordavo! La Cecilia mi aveva chiamato sdentato, come potevo dimenticarmelo?
Ma all'omino dei denti rotti piace mettere il coltello nella piaga.
E forse nasce un po' da qui il mio desiderio per il fatto che a sorridere siano gli altri. Io ho sempre preferito essere il clown triste piuttosto che il pubblico divertito. Almeno, non ci sarebbe stato da scoprire i denti davanti.
Ma, alla fine, ci voglio vedere l'aspetto positivo anche in questa storia e non voglio lasciare né voi né me con l'amaro in bocca, in questa bocca che alla fine ha smesso davvero di crescere, cristosanto.
Non potendo sorridere e non potendo parlare liberamente ogni volta che avrei voluto - ed essendomi innamorato quel fottìo di volte - ho sempre cercato di sviluppare altre qualità da poter mostrare alle mie belle in particolare o agli altri in generale, ho cercato di migliorarmi laddove il ragazzino bello col caschetto e 64 denti smaglianti magari non ci pensava nemmeno.
Anche se cercare il lato positivo nella sofferenza è una cosa un po' troppo cristiana, un po' troppo di quel dio cattivo e noioso preso andando a dottrina, per poterla avvalorare in pieno.

2 marzo 2016

Con Isee e con i ma (la storia non si fa)

Uomo affranto

Volta la carta e pèggiora, si dice da noi.
Ve le ricordate le tre i? Poi venne l'informatizzazione, la digitalizzazione e la rulloditamburi SEMPLIFICAZIONE.
Mah. Come si può intuire dal titolo sono stato a fare l'Isee (ora DSU) e ho delle recriminazioni.
Premesso che tutto quello che gli gira attorno assume sempre più l'aspetto di una macchina infernale e che forse basterebbe integrare qualche dato sul 730 per ottenere lo stesso risultato, premesso questo, e al di là di questo, mi chiedo in che direzione stiamo andando.
L'avevo fatto due anni fa, semplice, anche se la preparazione degli incartamente è una pippa terribile.
Andai lì, portai tutto, e mi rilasciarono la mia attestazione, al volo.

Epopea Isee 2016:
1° appuntamento (27 gennaio)
E niente, questo lo devo disdire io perché in banca, nonostante i botti di fine d'anno siano ormai un lontano ricordo, non hanno disponibile il dato della giacenza media (era richiesto già lo scorso anno, tra l'altro), dato che - ovviamente e non ve lo devo dire io - il sistema ha già in pancia. Oh, non sono in grado di farglielo sputare, troppo impegnati a evitare il fallimento, si vede.

2° appuntamento (12 febbraio)
Porto tutto, anzi no, non porto tutto perché era impossibile portare tutto: un documento che avrei dovuto produrre solo se avevo un figlio universitario (la sentenza di divorzio) andava portato a prescindere, nonostante il chiarimento avuto con il numero verde.

3° appuntamento (1° marzo)
Porto la documentazione mancante. Registrano tutto, bene, aspetto l'attestazione fiducioso. E illuso.
"Il suo Isee sarà pronto tra 15 giorni (QUINDICI), allora potrà passare a prenderlo!"
Cosa? COSA?
Cioè devo tornare, devo tornarci un'altra volta!
Probabilmente dietro c'è un algoritmo megaloide dato in pasto a Pensiero Profondo che dovrà partorire la risposta alla domanda fondamentale sull'Isee, l'universo e tutto quanto.
Fa 42, alla fine, ve lo posso dire anch'io.
Ma roba da pazzi, devo tornare.
E non me lo possono mandare nemmeno per email.

4° appuntamento (16 marzo p.v.)
Magari rammentatemelo.


4 dicembre 2013

Io non voto con il porcellum

Beh, sì, l’avevo già detta questa cosa.
Il motivo della mia delusione, a conferma che andare a votare con questa legge non era né cosa buona né cosa giusta, lo possiamo chiamare Bindi, o magari larghe intese, chessò, o fors’anche farsi umiliare da Grillo o non aver trovato le palle il coraggio, caro Bersani, di uscire di scena con dignità quando ancora eri in tempo.
Fatto sta.
Quello che voglio è dare un segnale, non votando. E anche dichiarandolo con anticipo: io non voterò se resterà il porcellum.
Dite che un non voto in fondo è poca cosa? Non penso. Se è importante ogni singolo voto, allora dev’essere giocoforza importante ogni singolo non voto.
Il mio non voto è un non voto pesante considerando che dai 18 anni non ho mai saltato un turno e che la mia coscienza è in disaccordo con questa mia alzata d'ingegno.
Di conseguenza mi asterrò persino dalle primarie che anche tutta ‘sta democrazia, tutto questo prendere decisioni solo dopo aver consultato i cittadini o tutto l’arco politico, gli elettori, gli amici e i parenti fino al sedicesimo grado è un troppo che ha stroppiato.
Serve un pelo in meno di condivisione per riuscire a fare le cose in concreto.
Se questo post è una petizione? Forse… nell'accezione che viene da peto e dal suo falso derivato. Già, probabilmente è solo una scureggina nel mare magnum dell'indignazione, spero solo che puzzi un po'.
Non votate con il porcellum, date retta a un bischero, potete firmare nei commenti.
Va da sé che io sono qua, rendetemi partecipe dei vostri pensamenti, se volete, ché io non disdegno cambiare idea quando ci sono delle buone ragioni per farlo.

P.s. proprio stamattina alle 6:30 a.m., mentre correvo immerso nel gelo delle brume notturne, ascoltavo in radio la dichiarazione di Grasso di ieri: Sulla legge elettorale al momento lo stallo (da 'stallatico' n.d.H.) è evidente e la politica non sente la marea montante di una rabbia che si riverserà, più forte di prima, contro tutti i partiti.

13 ottobre 2013

Davvero non lo so

Me ne sto qui, in piedi sulla porta del garage.
Ho tirato giù mezzo armadio di vestiti a bracciate, li ho scaraventati dentro la valigia e poi l'ho chiusa sedendomici sopra, come ai vecchi tempi, quando ancora viaggiavamo insieme nel mondo, oltreché nella vita.
Davvero non lo so se c'è rimasto qualcosa di quell'esistenza, della nostra storia e del nostro amore, che io mi possa portare dietro pigiato nel bagaglio. Non lo so se questa casa o l'universo si aspettano ancora dei fiati respirati da noi due. Non lo so se dovrei andare o restare, davvero non lo so.
Di certo tutti i miei non lo so sono maturati nel travaglio emozionale, nella passione, nel forte divenire di una crescita sperata e nei passi decisi di un cammino e sono zuppi di sangue e di umori, non certo dell'acqua di rose in cui si pasce lui.
Lui che sta lì, quasi disattento, come se non stessimo affrontando una questione anche sua. Sta lì, come sta al cine, spettatore vacuo di una trama altrui e desideroso solo di distendere un po' le gambe.
«Se mi vuoi, se mi vuoi ancora, fermami adesso. Fermaci adesso» gli dico con la mano sul pancino, ma senza ricercare il tragico, giusto per fargli capire, perché mi sa che ancora non ha capito bene.
Perdo roba? Sei tu la roba che perdo, vorrei dirgli, mentre m'imbatto incerta in una notte cupa.
Il lampione stasera è spento, e neanche lui riesce a darmi un sollievo, magari spolverando di un chiarore amico il blu denso come melassa che è murato fuori da casa.
I passi conficcati in quel blu hanno un sapore sgradevole: è come leccare del ferro e non riesco a farmelo piacere.
Quando mi chiama è una posa, è solo la consegna del soldatino della sua coscienza: assolve un compito e della faccenda se ne lava le mani, ma in una pozzanghera, secondo me.
Forse non dovrei, non lo so, ma va a finire che gli do una chance.
Mi fermo e lo aspetto, e scopro che riesco a versare altre forse inutili, ma forse anche ultime, lacrime.
Non ho vergogna di mostrarmi debole e indecisa con lui, io che da sempre sono la donna senza dubbi, per tutti, quella forte che si porta un po' di roba sulle spalle e l'altra, in segreto, nel cuore chiusa a chiave.
Non ci credo che voglia che io resti e glielo dico, ma aspetto ancora un po'.
Socchiudo gli occhi nella quanto mai insensata ricerca di una luce. Aspetto un abbraccio, da dietro, aspetto il suo alito sul collo, aspetto il suo corpo che s'incolla al mio. Aspetto il suo odore, aspetto un passo verso di me e verso di noi. E aspetto le sue mani, che afferrino le mie, che mi trascinino in un vortice fatale, come quando da bambini ci teniamo stretti, agganciati con le braccia a ics, e giriamo, giriamo veloce, sempre di più, coi piedi a pesticciare in un centro solo nostro e i corpi piegati all'indietro e imploranti un volo.
Prendimi, stringimi le mani, fammi girare più forte che puoi e fammi volare via, solo di questo ho bisogno in fondo: di volare via. Con te o senza di te.
E aspetto una parola, anche solo una, ma sussurrata in un orecchio, una parola che fruscia tra i capelli e mi possa trafiggere ancora.
Sussurrami, non urlare, ti prego.
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Questo racconto partecipa all'EDS Il blues dei blu come pure:
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)
I won't let you down
Calikanto con Onde
Cielosopramilano, altrimenti detto Fevarin e carnazza, con Fever
Melusina con Neon
Bianca con Diritto e rovescio
Melusina con Sostiene Teresa
Brux con So long

7 ottobre 2013

I won't let you down

Lei se ne sta lì, in piedi sulla porta del garage, accanto alla valigia delle vacanze e dei momenti belli, quella con le nostre iniziali rosse adesive, quella coi nostri numeri di telefono; è incurvata verso la valigia stessa, entrambe le mani sulla maniglia. Pronta a partire.
La valigia ha le ruotine, ma lei non ha intenzione di usarle. Deve condire la sofferenza psicologica con quella fisica di sollevamento e trasporto valigia. Farei lo stesso anch’io.
La valigia è una bella valigia rigida, di quelle toste che tornando dall’America te la possono sbatacchiare di qua e di là per tutta la nastratura dell’aeroporto senza riuscire a ferirla. A guardarla, la valigia, si vede che è preparata in fretta: da dietro ciondola un lembo di stoffa blu.
Lei mi dice qualcosa che sta a significare che o la fermo, lì e subito, oppure toglie il disturbo e non rivedo più né lei e né – dio l’accecasse - quel figlio che si porta in pancia da quattro mesi. Pure mio, fino a prova contraria.
La guardo tacendo, con una faccia che appaia seria e pensosa perché a me nelle situazioni tragiche capita che mi scappi da ridere, e davvero non è il caso.
Rischio di non decidere. O di decidere tardi, che poi è la stessa cosa.
«Perdi roba» le dico, indicando lo svolazzo di stoffa blu chiuso mezzo fuori dalla valigia. Non che voglia fare dello spirito, cerco solo di prendere tempo.
Lei fa una smorfia, come se le capitasse in bocca lo spicchio stopposo e dal sapore vagamente rancido di un mandarino.  Solleva la valigia e muove qualche faticoso passo in direzione infinito. Il lembo blu sventola lieve, quasi salutandomi, mentre mi chiedo che cavolo sia, se un pezzo di camicia o cosa. E non mi ricordo niente indosso a lei con quella tonalità di blu.
E poi la chiamo.
«Ma dove vai? Vieni qua, fermati!».
Ma non va mica bene.
«Tanto lo dici per dire, lo so…» adesso piange, e si è fermata tre passi fuori dal garage. Io non riesco a muovermi verso di lei, né verso il richiamo del tessuto che m’incuriosisce.
«Lo dici per dire…»
E forse è vero che lo dico per dire. Forse vorrei soltanto poterla accompagnare in qualunque buco di mondo voglia andare portandole la valigia senza che il gesto venga interpretato come liberatorio, forse vorrei soltanto poterla salutare con due bacini sulle guance. Forse vorrei soltanto aprire la cavolo di valigia e sparpagliarne il contenuto a terra fino a smascherare il resto di quella benedetta stoffa blu. Un blu acceso, magari di raso, forse il vestito da festa di un tristo Capodanno.
D’accordo l’ho detto proprio per dire, che si fermi, però l’ho detto, ma lei riprende a camminare, sghemba e dolente, con le due mani serrate su quel bagaglio che è la vita.
«Non lo dico per dire» le fo, quando, all’improvviso, mi ritorna in mente. Stava in cucina, ed era come se danzasse, in una sottoveste di raso blu, tra un caffelatte e un pane tostato, con una canzone in sottofondo alla radio ed io che arrivavo da lei, scalzo e sorridente, vomitato dalla notte.
«Non lo dico per dire» urlo.
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Questo racconto partecipa all'EDS "Il blues dei blu" come pure
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad 
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)

20 febbraio 2013

La riga attì

Quando tornai a casa e sparai che mi serviva una riga a T per applicazioni tecniche gettai i miei nel panico. Intanto non sapevano che cosa fossero le dannate applicazioni tecniche e tantomeno la riga attì, poi mi avevano già comprato i libri e per chiudere quando mai alla mia sorellona era servito un affare simile?
Non che si nuotasse nell'oro, anzi, però la mia testolina di decenne non concepiva come l'acquisto d'un attrezzo simile potesse sprofondare la famiglia al di sotto della soglia di povertà.
Le discussioni animate che seguirono puntarono il dito sulle carenze di quella
scuola dove manco una riga a T ti passavano, e sì che era la scuola, ossia l'istituto
richiamato nella Costituzione per l’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione dell’obbligo.
Non si sarebbero mai immaginati i rifornimenti necessari alla scuola del 2000, i miei. Vabbè.
Era pregevole, di un marrone bello, che non è nemmeno facile.
Ma troppo preziosa per me che avevo ricevuto serie minacce di violenze nell'eventualità di una nefasta rottura dell'arnese.
E così il giorno di applicazioni tecniche divenne un incubo persino salire sul bus colla riga a T in mano, un incubo abbandonarla al banco a ricreazione e un incubo riportarla a casa integra.
Troppo bella me l'avevano presa, aveva un marchingegno scorrevole con una sfera che s'incastrava alla perfezione con uno scatto, stretta poi da una chiavetta cromata, per consentire il blocco della riga nell'angolazione voluta.
Mi sarebbe bastata una riga a T di un marrone brutto, magari difettata, per portare a compimento i miei progetti tecnico applicativi.
Mi servì per farci un portagiornalini alla fine, su misura per gli albi Bonelli, due mani di coppale e perfettamente in squadra.
- Bravo, 9 - mi disse il Bruscoli.

27 settembre 2012

Semi di Fiorito

Era il mio primo giorno di tennis, avevo 11 anni.
Una quindicina di ragazzi venuti da ogni parte della città, sperduti su di un campo in terra rossa e attorno a Guido, il maestro di tennis.
Ci fece Guido: Ora io vado dall'altra parte, tirerò una pallina e la farò rimbalzare proprio qui su questa riga, voi dovete appoggiare la vostra racchetta dove pensate che ricadrà a terra facendo il secondo rimbalzo.
Avevamo 15 racchette tutte uguali che appoggiammo sul campo, qualche metro oltre alla riga dove Guido ci disse avrebbe tirato la palla. Così si formarono alcuni mucchietti di racchette (erano tutte uguali, ce le forniva il circolo) e noi dovevamo tenere a mente dove stava la nostra.
La mia stava in quello nel mezzo, che era il più numeroso.
Guido va di là e tira una palla che batte nei pressi della riga e rende subito chiaro a tutti che avevamo sbagliato, ma proprio di parecchio, il nostro pronostico di ricaduta.
Infatti la palla rimbalza molto oltre l'ultimo mucchietto di racchette, circa 4/5 metri.
Quindi c'era chi aveva sbagliato di 4 metri, mettiamo, chi di 4,20, chi di 4,40 e chi magari di 5 metri.
L'esperimento era riuscito e Guido ci aveva dimostrato quanto non fosse da sottovalutare, il rimbalzo della palla e di conseguenza la posizione in cui noi avremmo dovuto trovarci per colpirla. La manfrina poteva finire lì, avevamo tutti ciccato alla grandissima, quello il succo.
E invece Guido, che conosceva i suoi pollastri, volle spingersi oltre e chiese di chi fossero le 4 racchette nel mucchio più vicino al rimbalzo (comunque LONTANISSIME), beh, salta fuori che una decina di ragazzi l'avevano messa lì, anche se le racchette erano solo 4. E come giuravano spergiuravano! Un miracolo. Guido ghignava sotto ai baffi, ma io non ci trovai niente da ridere.
La mia racchetta non ci stava nel mucchio, chiamiamolo, dei meno sbagliati e mai sarei riuscito a vantarmi del contrario, ma era matematico che qualcuno stava facendo il furbo, avendone occasione.
La racchetta indistinguibile poteva appartenere a chiunque e c'era chi aveva deciso di approfittarne. Oggi si sarebbe appropriato di una racchetta non sua, domani avrebbe chiamato fuori una palla dell'avversario che colpisce la riga e dopodomani, magari, eccolo a folleggiare alla Regione col denaro dei contribuenti.
Riflettendo su L'Amaca di ieri, mi è tornato in mente quest'episodio della mia vita che mi aveva lasciato in bocca lo stesso gusto amaro assaporato dopo la lettura del pezzo di Serra.
Dentro ognuno di noi covano tanti bei semini, ce li consegnano con il nostro fagottino di nascituri, poi saranno le circostanze, le conoscenze, le famiglie a innaffiare e concimare un semino piuttosto che un altro. Va da sé che i semi di Fiorito, quando spuntano, si vedono, pure se hai undici anni.
È che alla fine ti chiedi, quando non riesci nemmeno a fare tua una racchetta virtuale in un contesto giocoso, se sei davvero così onesto o se sei soltanto un Bischero, con la B maiuscola.

14 agosto 2012

Il ferragosto più sfigato

Ovvero Vinci un'agenda di Comix - 3.
Tempi duri per tutti con questa crisi, anche per la Madonna che, per effetto della spending review, da quest'anno, non sarà più assunta in cielo, ma soltanto contattata per un colloquio. Le faranno sapere.
Tornando a noi, stavolta serve una storia strappalacrime.
Fatevi avanti, descrivete il vostro Ferragosto, finzione realtà, passato futuro, poco importa, fondamentale è che riusciate a ispirare pena e compassione così, magari, sarete eletti e riceverete l'agenda in premio.
Chi pensa che l'agenda di Comix faccia cagare è meglio se evita di parlarci dei suoi istinti suicidi perché l'arrivo del pacco a casa potrebbe infliggergli il colpo di grazia.
Mi raccomando l'ironia, ragazzi, non è detto che il 15 agosto al bagno 78 di Rimini, da Guido e Luca, trascorso tra un mojito e un gavettone sia migliore di un Ferragosto in città, imboscato al fresco di un divano con un libro di Bukowski tra le mani.

La base d'asta sarà il mio Ferragosto:

Due ore e mezza di macchina all'andata, pranzo coi parenti, rompimenti di balle da destra e da manca mentre invano tento di ritagliarmi una pennica su una sdraio, due ore e mezza di macchina (se va bene) al ritorno.

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