Erano i tempi della nicchia.
Stavamo ad Harleem, presso Amsterdam, da un amico, Fede. Un amico così caro che pur di ospitarci si ridusse a dormire in un accrocchio tra due divani a due posti accostati uno contro l'altro, ci entrava dall'alto e ci stava solo in diagonale e con le gambe un po' piegate. Questo per 5 giorni.
Per ripagarlo presi pure un libro a caso da una mensola, solo perché era giallo.
(Bestie, 4 carver, trad. Massimo Bocchiola)
Beh, ragazzi, ne è valsa la pena.
Letto in apnea, come poche altre volte (Il Giovane Holden, L'ombra dello scorpione, Lolita)
Amo e ricordo ancora i nomi dei due poveri cristi padroni della storia in un'ambientazione molto kenloachiana ma con più ironia: Tam e Richie, Tam e Richie, Tam e Richie. Tamerici, come scordarli.
Non è più tanto facile nemmeno trovarlo il tomo, per chi volesse, certo non in libreria.
È che anch'io dovrei procurarmelo (perché io i libri che prendo in prestito li restituisco, io) perché è una di quelle opere che ho nella lista di rilettura (Cent'anni di solitudine, Se questo è un uomo, Il calendario e l'orologio).
Non ce l'ho le citazioni tratte dal romanzo, ma magari vi metto il link ad un paio di rece.
C'è del sano spoiler qui sotto, evitate se volete per caso leggere il romanzo.
Bestie - Il foglio letterario
Bestie - Mangialibri
L'anno scorso poi mi sono preso anche un altro romanzo di Magnus Mills: Niente di nuovo sull'Orient Express (3,3 carver) e seppure mi pareva non mi avesse così coinvolto, lo ricordo con una tale nitidezza che sta di certo a dimostrare altro.
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23 gennaio 2019
27 luglio 2017
Francesi siete addietro
Addietro come la martinicca, direbbe i' mi' nonno.
Ho lasciato le vostre autostrade - la A8 Mentone / Aix en Provence, nello specifico - 30 anni fa, ma le ritrovo nello stesso identico stato: pietoso. Ma mica l'asfalto.
Possibile che in tutto questo tempo, nei 30 anni che hanno più inciso sul progresso tecnologico del mondo, siate rimasti ad un sistema di riscossione tributi che ricorda gli antichi dazi?
Possibile che se faccio 100 km di autostrada devo trovare 4 o 5 barriere da superare, quando pagando, quando pigliando il ticket, quando pagando senza ticket, quando non si sa bene cosa.
Cos'è, dobbiamo pagare il pedaggio autostradale direttamente ad ogni contea che attraversiamo?
Non siete in grado di fare un borsone unico e di spartirvi il malloppo la sera?
Ve la faccio io la proporzione, se serve.
Ma un ministro dei trasporti francese, o chi per lui, non sarà mai andato in vacanza a Gallipoli? Entri a Ventimiglia (ticket) esci a Taranto (fine autostrada, pedaggio): un casello ti devi sciroppare. Non ci vuole uno scienziato.
E gli abitanti della zona, cosa sono, votati al sacrificio?
Oltretutto quei caselli, agglomerati di cemento e metallaccio, fanno pure un po' schifo a vedersi.
Francesi, sveglia! Siamo nel terzo millennio ma voi siete rimasti in modalità Moyen-Age.
4 agosto 2015
La tribù dei Cefaloni
Ovvero 10 cose da sapere se andate a Κεφαλονιά
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| (e sullo sfondo Itaca) |
- Cefalonia è in Grecia e fate conto che vige la grecitudine (*). Non è facile da spiegare la grecitudine, ma proviamoci. Per prima cosa il ritmo è rallentato, la gente non si affanna diciamo, si sorride spesso e volentieri anche per cose che vanno meno bene. La grecitudine è una scarpa in mezzo a una strada che dopo una settimana è ancora lì, la grecitudine è un caffè che per berlo ci devi mettere un'ora altrimenti prendi un'altra cosa. La grecitudine è il parcheggio selvaggio ma inconsapevole. La grecitudine è che tutto può succedere ma dopo tre giorni che sei lì lo sai anche tu e va bene così. La grecitudine è svoltare a destra senza freccia ma segnalando semplicemente con la preventiva invasione della corsia opposta, e va bene così. La grecitudine è la gioia di stare a tavola fino a mezzanotte ad aspettare un conto che non arriva e a rimpinzarsi invece di cocomero e dolci offerti a profusione;
- Lo spettacolo di Itaca dalla collina che sovrasta Antisamos (dove sorge il monastero della Madonna di Agrilia) ti fa sentire davvero il signor Nessuno di ritorno da Troia. Fai un respirone e ti viene voglia di andare a prendere i Proci a calcinculo;
- Cefalonia ha una trentina di spiagge tutte meritevoli e dalle caratteristiche più diverse, tra queste almeno dieci sono di straordinaria bellezza;
- Le spiagge più affini al paradiso forse non sono le più note, ma toccherà a voi scoprirle, non è che dobbiamo scrivere tutto qui, teniamole ancora un po' per noi (in pvt volendo sì);
- Se c'è una strada a Cefalonia considerate che è franata, sta franando oppure franerà;
- A Cefalonia puoi parlare a una capra pure se non sei Saba;
- Se hai culo culo ti puoi trovare a fare un bagno bagno con una caretta caretta che ti nuota accanto accanto;
- La storia della brigata Acqui andrebbe un po' saputa anche senza scomodare Corelli e il suo mandolino scordato;
- Il Retzina, i dolcetti canditi, il caffè greco, l'ouzo... diciamocelo, non son proprio questa delizia, ma se ti lasci permeare dalla grecitudine ne potrai apprezzare il gusto vero;
- La sicurezza è l'unico vero neo da me riscontrato. Cioè, Cefaloniti che non siete altro, non si possono vedere i lampioni fissati con dei bulloni che sporgono rugginosi di 20 cm, per di più sul marciapiede. Non più. Per quest'aspetto l'isola ricorda molto l'Italia anni settanta, quella delle note mail che periodicamente girano e in cui ci chiediamo come abbiamo fatto a cavarcela.
(*) La Grecitudine è rigorosamente intonata sulle note de La Solitudine di Laura Pausini.
1 maggio 2015
Lisbon story 2.0
Lisbona è la ragazza che impasta i pasteis de bacalhau al Museu da Cerveja nella Praça do Comércio. La giovinetta è imprigionata dentro a una teca di legno e vetro dal vago richiamo marinaro ed è perennemente alle prese con queste tipiche polpette. Nessun cliente o passante, ai quali peraltro ella elargisce generosi sorrisi attraverso il vetro, può parlarle o interagire con lei. Lavora il suo prodotto con maestria assoluta avvalendosi di due cucchiai e nient'altro, in uno tiene la polpetta e con l'altro accarezza l'impasto, lo rimpingua, lo lima, lo modella, lo liscia e quando sembra che abbia finito riparte daccapo in un'operazione talmente di fino che gli altri pastel de bacalhau del Portogallo e del globo terracqueo tutto retrocedono d'un colpo tre categorie sotto. E per quanto la guardi, mai la vedi posare una polpetta completa nella teglia di quelle finite da mandare in cottura.Lisbona è i suoi sanpietrini - non so se hanno un nome proprio - bianchi e lisci che contribuiscono a rendere originale e affascinante ogni marciapiede, ogni corso, ogni piazza. Ma quando piove barricatevi in casa! La superficie del sanpietrino lisbonese si fa scivolosa come un lastrone di ghiaccio su una pista nera e camminare su e giù per i colli diventa impresa improba.
Lisbona è Sostiene Pereira, è una limonata, è un labirinto di vicoli, è la vigliaccheria che si fa coraggio.
Lisbona è la Casa do Alentejo, dal profumo un po' cubano: uno sventaglio di piastrelle incastonate in un tempo passato e mai passato davvero, un tassello di città che ha energia propria ed è ravvivato da una compagnia danzante di coppie attempate e felici, protette nelle loro vesti da sera indossate alle tre della domenica pomeriggio da un buttafuori baffuto e rognoso.
Lisbona è l'Alfama, quartiere intrico di ripide scale e vicoli bui dove risuona il fado da una finestra, da un vecchio giradischi sull'uscio di un locale o magari dalla voce diretta di due innamorati seduti sul sagrato di una chiesa sconosciuta, lui con la sua chitarra e lei con le sue labbra vermiglie.
Lisbona è l'Alfama con le sue vecchie a spazzare davanti casa e con i suoi cani sciolti che non guardarli mica negli occhi.
Lisbona è la copia di un ponte, la copia di un cristo e la copia di un lungomare.
Lisbona è l'Única Fábrica Pastéis de Belém che non si spiega perché un posto così non sia ancora dichiarato fuorilegge visto la droga che spaccia a quintalate ogni giorno. Mangia qui la tua pastéis de nata ma poi non venirci a chiedere un centro di disintossicazione.
Lisbona è il Tago, un fiume che è una carezza, un utero caldo e un cancello che si apre al mondo.
Lisbona è il paradiso dei tranvai, gialli sì ma anche rossi, verdi o cocacolati.
Lisbona è un mucchio di fragole svendute per strada.
Lisbona è un esercito di pavoni strillanti, liberi e spavaldi.
Lisbona è il sorriso puro di Massud capace di raccontarti in due minuti, sempre sorridendo, quanto sia dura la vita lì quando si arriva da fuori e come sia riuscito a farcela lui, anche grazie ai soldi che gli mandava la mamma dal Bangladesh. E Massud è così gentile che ti viene voglia davvero di andarci a mangiare al suo ristorante in rua das portas de santo Antão, ma poi anche no.
Lisbona è la mamma di Massud.
5 febbraio 2015
Schiacciatine mondiali
Mi ricordo un costume da bagno terribile, rosa con delle margherite gialle, un guru ante litteram, che mia madre non so come non so perché decise di comprarmi.
E io l'ho pure indossato per un paio di estati, al mare, in quel di Caletta di Castiglioncello, pure se mi sfottevano, ma giustamente, un po' tutti.
Lo sapete che a Castiglioncello fanno la schiacciatina più buona del mondo? Sì, al bagno Salvadori.
E le vedo le vostre facce scettiche e li sento i vostri discorsi "ma senti questo! ma vuoi mettere con quella che fa il tizio o quella che fa il caio" e io sorrido benevolo, e vi perdono, perché non sapete quello che dite.
Me lo ricordo bene il costume rosa a fiori perché è immortalato in una foto alla Ninfa (il setter inglese che mi ha tenuto compagnia attorno ai miei quindici anni), Ninfa che in quell'occasione indossava oltre al suddetto costume, un foulard di mia mamma in testa e un paio d'occhialoni in stile Jacqueline Bouvier.
Cambiando discorso, la società che da sempre mi ha affascinato è la società in accomandita. Mi pare tanto utile, quasi geniale, ma io non ne ho mai vista una, boh, o forse non ci ho fatto caso. Io sono l'ideale accomandatario, quello che lavora che ha le idee, nella vita mi è mancato solo il tizio, l'accomandante, che mettesse i soldi e non s'immistiasse, tutte le volte che son stato lì lì per realizzare un mio ardito progetto.
Ma forse l'accomandante non si è mai presentato per non incarnare una figura dal nome tanto brutto.
Dovremmo lavorarci un po' su questi accomandante e accomandatario se si vuole che 'sta forma di società decolli davvero.
E niente, che dire? Pare che La Linea sia un blog di "COSTUME E SOCIETA'" e, beh, ci tenevo a scrivere un pezzo in tema.
2 luglio 2014
Dell'uomo che si depila
Lo sdoganamento popolare della depilazione maschile ha preso forma durante la prima edizione del Grande Fratello, con le discussioni sull'argomento tenute dal compianto Taricone e da quell'altro, quello preso di mira dalla Gialappa's, l'Ottusangolo. (*)
Lipperlì mi parve una cazzata atomica, come la prima volta che vidi uno in mountain bike scalare il Pordoi al ritmo di dieci pedalate in un metro. Non sfonderà, mi dissi.
E invece me la son comprata la MTB e poi ho preso a tirarmi via un po' di pelame superfluo, ché sul fatto che sia superfluo ci son pochi dubbi.
Mica tutto, mica a zero, nonnò. Non ancora, almeno.
Comunque dobbiamo sfatare il tabù che depilarsi = donna .ergo. se uomo = gay.
Portami tu' sorella, si diceva da ragazzi. Ma adesso non voglio la sorella di nessuno, sia chiaro, è che sostenere non dico la virilità, ma quanto meno una sorta di normalità per l'uomo che si depila, mi pare legittimo.
Intanto la zona petto, non è che io abbia una foresta amazzonica, semmai una tundra a muschi e licheni e d'estate mi piace tenerla rasata corta, giusto per facilitare l'utilizzo di creme di protezione e doposole.
(e no, non aprirò un dibattito su uso creme solari = donna .ergo. se uomo = gay)
Le ascelle stanno a priorità zero. Vuoi mettere la pulizia di un'ascella spelata o comunque mantenuta rasa stile erbetta di Wimbledon? Qui di chiacchiere non se ne fanno. Chi continua a manifestarsi contrario è solo perchè non ha provato.
E poi c'è la valle giù, dove non batte il sole, anche lì 'gna dare una sistemata ogni tanto. Non che si debba passare da pornodivi quando ci si doccia dopo il tennis o il calcetto, ma è sempre vero che un albero sembra più alto se sbuca da terra piuttosto che da un cespuglio.
Questo per quanto riguarda la peluria facoltativa, mentre per le cavità orecchio-nasali sarei per promuovere la depilazione coatta.
(*) No, non l'ho più guardato il reality, ma devo confessare che il GF1 mi aveva preso. Il mio punto di massimo degrado l'ho toccato seguendo per dieci minuti Roberta Beta che lavava i piatti.
Lipperlì mi parve una cazzata atomica, come la prima volta che vidi uno in mountain bike scalare il Pordoi al ritmo di dieci pedalate in un metro. Non sfonderà, mi dissi.
E invece me la son comprata la MTB e poi ho preso a tirarmi via un po' di pelame superfluo, ché sul fatto che sia superfluo ci son pochi dubbi.
Mica tutto, mica a zero, nonnò. Non ancora, almeno.
Comunque dobbiamo sfatare il tabù che depilarsi = donna .ergo. se uomo = gay.
Portami tu' sorella, si diceva da ragazzi. Ma adesso non voglio la sorella di nessuno, sia chiaro, è che sostenere non dico la virilità, ma quanto meno una sorta di normalità per l'uomo che si depila, mi pare legittimo.
Intanto la zona petto, non è che io abbia una foresta amazzonica, semmai una tundra a muschi e licheni e d'estate mi piace tenerla rasata corta, giusto per facilitare l'utilizzo di creme di protezione e doposole.
(e no, non aprirò un dibattito su uso creme solari = donna .ergo. se uomo = gay)
Le ascelle stanno a priorità zero. Vuoi mettere la pulizia di un'ascella spelata o comunque mantenuta rasa stile erbetta di Wimbledon? Qui di chiacchiere non se ne fanno. Chi continua a manifestarsi contrario è solo perchè non ha provato.
E poi c'è la valle giù, dove non batte il sole, anche lì 'gna dare una sistemata ogni tanto. Non che si debba passare da pornodivi quando ci si doccia dopo il tennis o il calcetto, ma è sempre vero che un albero sembra più alto se sbuca da terra piuttosto che da un cespuglio.
Questo per quanto riguarda la peluria facoltativa, mentre per le cavità orecchio-nasali sarei per promuovere la depilazione coatta.
(*) No, non l'ho più guardato il reality, ma devo confessare che il GF1 mi aveva preso. Il mio punto di massimo degrado l'ho toccato seguendo per dieci minuti Roberta Beta che lavava i piatti.
23 ottobre 2012
Anvedi oh
'Sto weekend ce ne semo annati a Roma.
Il meteo è stato straordinario e, a parte che non ho trovato i tanto decantati tramezzini dell'orsa (*), non l'amo certo scoperta noi l'ottobrata romana.
Belle strippate, passeggiate infinite, cacioepepe e vaffanculi assortiti.
Incantevole la sistemazione in B&B a Roma Borgo91: una vera chicca a 2 passi da San Pietro in una zona silenziosissima e molto romana. Trovato quasi per caso si è rivelato una vera è propria scelta vincente.
Non mi produrrò nelle descrizioni delle meraviglie dell'Urbe, ma certo è uno spettacolo muoversi per le sue strade e respirare quell'aria così pregna di cesari e CO2.
Una dritta per mangiare me l'ha data un collega e sono finito da Cuoco e Camicia a farmi deliziare dal menu degustazione.
Ma prima che il post s'incancrenisca in una deriva pubblicitaria devo dire la mia sull'ATAC.
Ci siamo mossi con i bus e i casi sono due: o siamo stati maledettamente iellati noi, oppure il servizio è pessimo.
Una cosa banale, semplice, su tutti i mezzi è installato un monitor o una lavagna luminosa... ma me lo vuoi dire dove mi stai portando e qual è la prossima fermata?
Cristosanto non semo tutti de Roma.
Sui monitor passavano solo deprimenti spot in stile telelibere anni '80, non un'info sul traffico o sul percorso, mentre le lavagne luminose se ne stavano inutilizzate su un indecifrabile e fisso "EXPRESS". Ma express cosa?
Pure a Firenze le cose girano meglio... il che è tutto dire.
p.s. Andateci a San Luigi dei Francesi a vedere il buon Merisi, c'è solo da inserire un nichelino quando si spegne la luce.
(*) è colpa mia che mi son scordato di chiederle info di dettaglio.
Il meteo è stato straordinario e, a parte che non ho trovato i tanto decantati tramezzini dell'orsa (*), non l'amo certo scoperta noi l'ottobrata romana.
Belle strippate, passeggiate infinite, cacioepepe e vaffanculi assortiti.
Incantevole la sistemazione in B&B a Roma Borgo91: una vera chicca a 2 passi da San Pietro in una zona silenziosissima e molto romana. Trovato quasi per caso si è rivelato una vera è propria scelta vincente.
Non mi produrrò nelle descrizioni delle meraviglie dell'Urbe, ma certo è uno spettacolo muoversi per le sue strade e respirare quell'aria così pregna di cesari e CO2.
Una dritta per mangiare me l'ha data un collega e sono finito da Cuoco e Camicia a farmi deliziare dal menu degustazione.
Ma prima che il post s'incancrenisca in una deriva pubblicitaria devo dire la mia sull'ATAC.
Ci siamo mossi con i bus e i casi sono due: o siamo stati maledettamente iellati noi, oppure il servizio è pessimo.
Una cosa banale, semplice, su tutti i mezzi è installato un monitor o una lavagna luminosa... ma me lo vuoi dire dove mi stai portando e qual è la prossima fermata?
Cristosanto non semo tutti de Roma.
Sui monitor passavano solo deprimenti spot in stile telelibere anni '80, non un'info sul traffico o sul percorso, mentre le lavagne luminose se ne stavano inutilizzate su un indecifrabile e fisso "EXPRESS". Ma express cosa?
Pure a Firenze le cose girano meglio... il che è tutto dire.
p.s. Andateci a San Luigi dei Francesi a vedere il buon Merisi, c'è solo da inserire un nichelino quando si spegne la luce.
(*) è colpa mia che mi son scordato di chiederle info di dettaglio.
28 agosto 2012
Il più grande difetto del Kindle
Mi piace sbirciare le copertine dei libri letti dagli sconosciuti.
Al mare, a bordo piscina, dove capita.
In altri e più giovanili tempi avrebbero potuto anche fornirmi un'indicazione valida per argomentare un approccio con una lei, adesso no, è solo curiosità.
Ad ogni modo, non siamo a dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei, ma l'indizio è prezioso. Potete scovare le differenze tra individui se leggono Volo piuttosto che Carver o Sparks piuttosto che Calvino anche senza aguzzare troppo la vista.
Il Kindle e gli altri ebook reader tutelano in maniera esosa la privacy del lettore. Non sarebbe male se il dispositivo sul dorso presentasse il baco di una piccola lavagna luminosa dove scorrono titolo e autore.
Magari ci potrebbe stare pure la percentuale di lettura, visto che le pagine già scorse sono note solo dal cartaceo, e la % potrebbe evitarci l'esordio con spoiler con la strafiga vicina d'ombrellone.
- Bel libro, eh? E Tom, quella sagoma di Tom il costruttore, è sempre vivo?
Al mare, a bordo piscina, dove capita.
In altri e più giovanili tempi avrebbero potuto anche fornirmi un'indicazione valida per argomentare un approccio con una lei, adesso no, è solo curiosità.
Ad ogni modo, non siamo a dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei, ma l'indizio è prezioso. Potete scovare le differenze tra individui se leggono Volo piuttosto che Carver o Sparks piuttosto che Calvino anche senza aguzzare troppo la vista.
Il Kindle e gli altri ebook reader tutelano in maniera esosa la privacy del lettore. Non sarebbe male se il dispositivo sul dorso presentasse il baco di una piccola lavagna luminosa dove scorrono titolo e autore.
Magari ci potrebbe stare pure la percentuale di lettura, visto che le pagine già scorse sono note solo dal cartaceo, e la % potrebbe evitarci l'esordio con spoiler con la strafiga vicina d'ombrellone.
- Bel libro, eh? E Tom, quella sagoma di Tom il costruttore, è sempre vivo?
16 giugno 2012
Soco soco bate bate soco soco vira vira
Ho mangiato talmente tanto che mi hanno recensito su TrippaAdvisor.
Una settimana al meeting sportivo in cui mi sono distinto soltanto a tavola (e non era quella a vela!).
Tanto tennis, un fiume di mojito e bagni ripetuti tra la piscina e lo Ionio, insomma tutto il pacchetto villaggio. Compresi i balli di gruppo.
E per ogni cosa che ti servisse, dovevi presentarti colle mossette del Soco Soco, altrimenti non ti cagava nessuno. Se non ti picchiavi i pugnetti, i palmi e il petto non mangiavi, non entravi in piscina e non ti pulivano manco la stanza.
E allora ci siamo adeguati e lasciati travolgere dall'animazione anche se tutto quel battersi il petto ricordava piuttosto un massaggio cardiaco e una più appropriata rianimazione.
Tre chili ho tirato su, ma se Dukan pensa di veder passare il mio cadavere sotto al fiume dei suoi milioni si sbaglia di grosso.
E ringraziate che non vi parlerò dei personaggi conosciuti nella settimana: La Singol, il Tabarino, Ray Andreotti Charles, Cicciopeloso, il Fornax arabo, la famiglia Grasso è Bello, la Strafi, Basettone, Zambrotta anziano, Ginger e Fred, Alberto Castagna vivo, Ce l'ho solo io e la signora Carmela.
Comunicazione di servizio: il pane di Altamura causa dipendenza.
Una settimana al meeting sportivo in cui mi sono distinto soltanto a tavola (e non era quella a vela!).
Tanto tennis, un fiume di mojito e bagni ripetuti tra la piscina e lo Ionio, insomma tutto il pacchetto villaggio. Compresi i balli di gruppo.
E per ogni cosa che ti servisse, dovevi presentarti colle mossette del Soco Soco, altrimenti non ti cagava nessuno. Se non ti picchiavi i pugnetti, i palmi e il petto non mangiavi, non entravi in piscina e non ti pulivano manco la stanza.
E allora ci siamo adeguati e lasciati travolgere dall'animazione anche se tutto quel battersi il petto ricordava piuttosto un massaggio cardiaco e una più appropriata rianimazione.
Tre chili ho tirato su, ma se Dukan pensa di veder passare il mio cadavere sotto al fiume dei suoi milioni si sbaglia di grosso.
E ringraziate che non vi parlerò dei personaggi conosciuti nella settimana: La Singol, il Tabarino, Ray Andreotti Charles, Cicciopeloso, il Fornax arabo, la famiglia Grasso è Bello, la Strafi, Basettone, Zambrotta anziano, Ginger e Fred, Alberto Castagna vivo, Ce l'ho solo io e la signora Carmela.
Comunicazione di servizio: il pane di Altamura causa dipendenza.
1 maggio 2012
Londra - the traffic light
GREEN
Siamo sullo Stanstead Express, in arrivo a Londra, e giunge la notizia della Fiorentina che batte la Roma, evvai!
In città si respira già un'aria olimpica.
Piove, ma anche quando piove Londra ha il suo fascino e non ti lascia mai in braghe di tela. Millemila musei, librerie, gallerie, teatri sono pronti ad accoglierti all'asciutto, spesso anche aggratis.
Il Lem, la Capsula dell'Apollo 10, la locomotiva di Stephenson al museo delle Scienze, sempre gratis. La Magna Charta, i quaderni di Leonardo, l'Alice di Carroll e il St Cuthbert Gospel alla British Library, sempre gratis.
La cultura non la paghi a Londra, la sostieni se vuoi.
Ah, se potete, spargete le mie ceneri nella Great Court del British, sotto a quel tetto.
Ma la cultura non è tutto, ci siamo divertiti sulle tracce di Harry Potter, visitando le location di famosi film o inseguendo le briciole di pane lasciate dai Beatles.
Dinosauri, e ho detto tutto, con bambini al seguito non è davvero un problema stilare un programma che li accontenti.
Alla Tate ho visto idee stepitose realizzate con ingegno, come questa.
In giro si può mangiare italiano, cinese, greco, turco, giapponese, indiano, francese e tutto questo in cento metri di strada.
Continua a piovere ma davanti a St Paul puoi comprare un ombrello a 2,99 sterline.
Abbiamo mangiucchiato e sbevazzato senza soluzione di continuità negli Starbucks, nei Costa, nei Caffè Nero, nei Le Pain Quotidien, nei Pret a Manger, cappuccini deliziosi e tramezzini impagabili.
D'italiani è pieno e fa piacere ascoltare le loro voci, scambiare due chiacchiere e sentirsi un po' a casa.
E nelle ore di sole che abbiamo avuto siamo pure riusciti a goderci delle passeggiate nei parchi e a ingraziarci qualche scoiattolino con il pancarrè preso in albergo.
A proposito, l'albergo non era proprio il top, ma Londra è talmente bella che, pur di starci, alloggerei anche sotto il Ponte dei Frati Neri, in compagnia del fantasma di Calvi.
RED
Ho l'acqua fino ai coglioni e gli scoiattoli che mi escono dalle orecchie, cazzo.
Scoiattoli rimbambiti che privilegiano farsi addomesticare in una metropoli piuttosto che fuggire nella Foresta Nera o scendere in underground a Green Park e stendersi sui binari alla ricerca di una morte dignitosa.
Mancano ancora tre mesi alle Olimpiadi ma i cinque cerchi ti ammorbano da ogni dove.
Piove e gli inglesi pazzoidi se ne vanno in giro senza ombrello e senza impermeabile.
Noi le stronzate le abbiamo fatte tutte, dal carrello del binario 9 e 3/4 alla foto coi due piedi a cavallo del Meridiano di Greenwich (che a pensarci ho un meridiano pure qui a due passi da casa), dalla passeggiata sulle orme di Hugh Grant e Julia Roberts in Notting Hill alle foto di noi con le cabine telefoniche rosse.
Mancava soltanto di andare ad Abbey Road a farsi investire sulle strisce pedonali più famose del mondo e si chiudeva il cerchio.
Al pompatissimo museo di Storia Naturale attirano i gonzi con il ruggito di un T-Rex che non spaventa neppure un bambinello di due anni, ormai. Ci sono centinaia di esperimenti da fare, solo e dannatamente descritti in lingua inglese, spesso anche con termini tecnici, tanto che a un certo punto sento il giubilo dei miei che esclamano "Ehi, una bilancia!", era l'unica cosa che sapevamo usare.
Al museo delle Scienze, coda improponibile per l'unico spettacolo degno: il simulatore di volo.
Alla Tate, va detto, ci sono opere con le quali i loro autori non solo ci prendono per il culo, ma ci dichiarano anche espressamente "ti sto prendendo per il culo, tu lo sai, ma io lo faccio lo stesso".
E quando in giro paghi? Spendi 10 sterline e 29 penny, gli dai 20 e gli fai 'spetta che ti do i 29, ma quelli ti hanno già riversato in mano 9 cazzose sterline e 71 penny. Non un cane che sappia razionalizzare un resto, non uno.
E per mangiare? Ma qual è la specialità inglese? Pare che bevano e basta gli Inglesi, mangiare tipico non pervenuto.
Eccoli lì, tutti che se ne vanno in giro con il bicchierone di carta riempito fino all'orlo di bevande tendenti al marrone, ustionanti e per lo più imbevibili, ma fa fico e allora si fa, in metro, sulle scale mobili e per strada. E devi stare attento a come parli perché è fitto d'italiani che nemmeno al mercato delle Cascine il martedì.
Si chiude in pioggia con le chiuse a Camden Town, acqua di sopra e acqua di sotto.
E lasciamo stare gli ombrelli, hanno una durata media di 22 ore.
E l'arte, quella vera, sta al cesso.
Siamo sullo Stanstead Express, in partenza da Londra, e giunge la notizia della Fiorentina che ha perso coll'Atalanta, fanculo.
P.s. io ho pisciato nell'ultimo a destra, tanto per la cronaca.
Siamo sullo Stanstead Express, in arrivo a Londra, e giunge la notizia della Fiorentina che batte la Roma, evvai!
In città si respira già un'aria olimpica.
Piove, ma anche quando piove Londra ha il suo fascino e non ti lascia mai in braghe di tela. Millemila musei, librerie, gallerie, teatri sono pronti ad accoglierti all'asciutto, spesso anche aggratis.
Il Lem, la Capsula dell'Apollo 10, la locomotiva di Stephenson al museo delle Scienze, sempre gratis. La Magna Charta, i quaderni di Leonardo, l'Alice di Carroll e il St Cuthbert Gospel alla British Library, sempre gratis.
La cultura non la paghi a Londra, la sostieni se vuoi.
Ah, se potete, spargete le mie ceneri nella Great Court del British, sotto a quel tetto.
Ma la cultura non è tutto, ci siamo divertiti sulle tracce di Harry Potter, visitando le location di famosi film o inseguendo le briciole di pane lasciate dai Beatles.
Dinosauri, e ho detto tutto, con bambini al seguito non è davvero un problema stilare un programma che li accontenti.
Alla Tate ho visto idee stepitose realizzate con ingegno, come questa.
In giro si può mangiare italiano, cinese, greco, turco, giapponese, indiano, francese e tutto questo in cento metri di strada.
Continua a piovere ma davanti a St Paul puoi comprare un ombrello a 2,99 sterline.
Abbiamo mangiucchiato e sbevazzato senza soluzione di continuità negli Starbucks, nei Costa, nei Caffè Nero, nei Le Pain Quotidien, nei Pret a Manger, cappuccini deliziosi e tramezzini impagabili.
D'italiani è pieno e fa piacere ascoltare le loro voci, scambiare due chiacchiere e sentirsi un po' a casa.
E nelle ore di sole che abbiamo avuto siamo pure riusciti a goderci delle passeggiate nei parchi e a ingraziarci qualche scoiattolino con il pancarrè preso in albergo.
A proposito, l'albergo non era proprio il top, ma Londra è talmente bella che, pur di starci, alloggerei anche sotto il Ponte dei Frati Neri, in compagnia del fantasma di Calvi.
RED
Ho l'acqua fino ai coglioni e gli scoiattoli che mi escono dalle orecchie, cazzo.
Scoiattoli rimbambiti che privilegiano farsi addomesticare in una metropoli piuttosto che fuggire nella Foresta Nera o scendere in underground a Green Park e stendersi sui binari alla ricerca di una morte dignitosa.
Mancano ancora tre mesi alle Olimpiadi ma i cinque cerchi ti ammorbano da ogni dove.
Piove e gli inglesi pazzoidi se ne vanno in giro senza ombrello e senza impermeabile.
Noi le stronzate le abbiamo fatte tutte, dal carrello del binario 9 e 3/4 alla foto coi due piedi a cavallo del Meridiano di Greenwich (che a pensarci ho un meridiano pure qui a due passi da casa), dalla passeggiata sulle orme di Hugh Grant e Julia Roberts in Notting Hill alle foto di noi con le cabine telefoniche rosse.
Mancava soltanto di andare ad Abbey Road a farsi investire sulle strisce pedonali più famose del mondo e si chiudeva il cerchio.
Al pompatissimo museo di Storia Naturale attirano i gonzi con il ruggito di un T-Rex che non spaventa neppure un bambinello di due anni, ormai. Ci sono centinaia di esperimenti da fare, solo e dannatamente descritti in lingua inglese, spesso anche con termini tecnici, tanto che a un certo punto sento il giubilo dei miei che esclamano "Ehi, una bilancia!", era l'unica cosa che sapevamo usare.
Al museo delle Scienze, coda improponibile per l'unico spettacolo degno: il simulatore di volo.
Alla Tate, va detto, ci sono opere con le quali i loro autori non solo ci prendono per il culo, ma ci dichiarano anche espressamente "ti sto prendendo per il culo, tu lo sai, ma io lo faccio lo stesso".
E quando in giro paghi? Spendi 10 sterline e 29 penny, gli dai 20 e gli fai 'spetta che ti do i 29, ma quelli ti hanno già riversato in mano 9 cazzose sterline e 71 penny. Non un cane che sappia razionalizzare un resto, non uno.
E per mangiare? Ma qual è la specialità inglese? Pare che bevano e basta gli Inglesi, mangiare tipico non pervenuto.
Eccoli lì, tutti che se ne vanno in giro con il bicchierone di carta riempito fino all'orlo di bevande tendenti al marrone, ustionanti e per lo più imbevibili, ma fa fico e allora si fa, in metro, sulle scale mobili e per strada. E devi stare attento a come parli perché è fitto d'italiani che nemmeno al mercato delle Cascine il martedì.
Si chiude in pioggia con le chiuse a Camden Town, acqua di sopra e acqua di sotto.
E lasciamo stare gli ombrelli, hanno una durata media di 22 ore.
E l'arte, quella vera, sta al cesso.
Siamo sullo Stanstead Express, in partenza da Londra, e giunge la notizia della Fiorentina che ha perso coll'Atalanta, fanculo.
P.s. io ho pisciato nell'ultimo a destra, tanto per la cronaca.
29 marzo 2012
Ho visto dov'ero
Ho visto dov’ero prima di nascere
ero sepolto nella terra nuda di Atlantide
nel succo rosso dei frutti del melograno
nel vento perduto di una bandiera immota
nell’attimo falso del ghiaccio che si scioglie
nel tic-tac di un orologio fermo
sulla bocca di due amanti dimenticati
nel monotono frusciare della risacca
ho visto dov’ero prima di nascere
in un luogo senza luogo e senza te
------------------------------------------
(gara estemporanea di poesia - Lido di Orrì - agosto 2010)
12 febbraio 2012
Schiaccia il Sofficino
Una delle peggiori invenzioni di mio figlio è Schiaccia il Sofficino.
E siamo d'accordo che non depone a mio favore il fatto che France conosca i sofficini.
L'idea è in realtà un gioco, uno di quei passatempi tanto richiesti dai nostri cuccioli durante i noiosi viaggi in auto.
E per quanto terrificante nel suo svolgimento, si può ugualmente ritenere più creativo rispetto alla bovina visione di un DVD che si sbobina sullo schienale del sedile davanti.
Se qualche anima malata volesse riproporlo nel proprio ambito familiare, potrà farlo liberamente, non abbiamo brevettato il marchio né abbiamo pensato di proporlo alla Ravensburger, anche se un giorno, magari, rimpiangeremo la nostra negligenza.
Il gioco dunque funziona così: a turno i partecipanti devono pronunciare il nome di qualcosa di materiale, animale o oggetto che sia, purché abbia una certa consistenza e un peso, un affare che possa schiacciare un sofficino. Gli altri concorrenti decidono se la cosa pronunciata sia in grado o meno di schiacciare effettivamente un sofficino (si parla di un sofficino cotto, non surgelato).
Chiaro che elefante schiaccia il sofficino e piuma non schiaccia il sofficino, ma il bello del gioco sta (o dovrebbe stare) nel tirare in ballo oggetti o animali che, per il loro peso, possano sì schiacciare il sofficino, ma magari per poco.
Vinci con soddisfazione, insomma, se dici ad esempio furetto, non se dici incudine. Vincere facile per quanto non vietato dalle regole, in realtà non garba a nessuno di noi.
Devo infine mettervi in guardia perché spesso i differenti gradi di valutazione riguardo alla possibilità o meno di schiacciare il sofficino per la cosa proferita portano a sconclusionate discussioni capaci di minare seriamente la stabilità familiare (lo so che state già pensando che furetto non schiaccia sofficino).
Noi ancora stiamo discutendo su orsetto della russia che, a mio modesto avviso, non schiaccia manco per niente il beneamato sofficino.
Per qualsiasi controversia concernente Schiaccia il Sofficino è competente il Tribunale di Bjuv, in Svezia.
E siamo d'accordo che non depone a mio favore il fatto che France conosca i sofficini.
L'idea è in realtà un gioco, uno di quei passatempi tanto richiesti dai nostri cuccioli durante i noiosi viaggi in auto.
E per quanto terrificante nel suo svolgimento, si può ugualmente ritenere più creativo rispetto alla bovina visione di un DVD che si sbobina sullo schienale del sedile davanti.
Se qualche anima malata volesse riproporlo nel proprio ambito familiare, potrà farlo liberamente, non abbiamo brevettato il marchio né abbiamo pensato di proporlo alla Ravensburger, anche se un giorno, magari, rimpiangeremo la nostra negligenza.
Il gioco dunque funziona così: a turno i partecipanti devono pronunciare il nome di qualcosa di materiale, animale o oggetto che sia, purché abbia una certa consistenza e un peso, un affare che possa schiacciare un sofficino. Gli altri concorrenti decidono se la cosa pronunciata sia in grado o meno di schiacciare effettivamente un sofficino (si parla di un sofficino cotto, non surgelato).
Chiaro che elefante schiaccia il sofficino e piuma non schiaccia il sofficino, ma il bello del gioco sta (o dovrebbe stare) nel tirare in ballo oggetti o animali che, per il loro peso, possano sì schiacciare il sofficino, ma magari per poco.
Vinci con soddisfazione, insomma, se dici ad esempio furetto, non se dici incudine. Vincere facile per quanto non vietato dalle regole, in realtà non garba a nessuno di noi.
Devo infine mettervi in guardia perché spesso i differenti gradi di valutazione riguardo alla possibilità o meno di schiacciare il sofficino per la cosa proferita portano a sconclusionate discussioni capaci di minare seriamente la stabilità familiare (lo so che state già pensando che furetto non schiaccia sofficino).
Noi ancora stiamo discutendo su orsetto della russia che, a mio modesto avviso, non schiaccia manco per niente il beneamato sofficino.
Per qualsiasi controversia concernente Schiaccia il Sofficino è competente il Tribunale di Bjuv, in Svezia.
27 novembre 2011
La Coca Cola con la cannuccia
Per noi fiorentini sarebbe una goduria girare l'Italia, in ferie o per lavoro, se non finissimo fatalmente per incontrare dilettanti appassionati linguisti che ci chiedono, con l'originalità di una mosca sulla merda, di pronunciare la frase che campeggia nel titolo del post. E che io non voglio più ripetere, e nemmeno scrivere.
Comincia che hai sedici anni e alle ragazzine di Varese che trovi al campeggio di Orbetello, quando scoprono che sei di Firenze, s'illuminano gli occhi di una luce vivida e porcina. Qualche secondo di pia illusione che ci possa scappare una slinguazzata e poi la realtà dei fatti: si vogliono solo fare una risata godendo della tua "c" aspirata.
E tu le accontenti, e loro ridono, e pensi "ganzo". Non ti rendi conto che sei entrato in un vortice dal quale non uscirai forse più.
La C aspirata a noi non piace, non è che ce la portiamo appresso per esibirla come un trofeo, ce la siamo ritrovata sottopelle e non ce ne possiamo affrancare se non a costo di sacrifici di dizione intensi e spesso insostenibili.
Quando parliamo tra fiorentini non ci accorgiamo di usarla ma con gli altri, beh, la cosa può creare imbarazzo. Non è che dovete proprio ficcare giù il coltello nella ferita e ravanare con 'sta menata della bevanda di Atlanta e del suo tubicino atto a suggerla, spesso afflitto da scarsa lunghezza.
La C aspirata è una piaga della società fiorentina e come tale si cerca di limitarla, visto che debellarla appare improbo e che non un Sabin, non un Jenner s'è mai dedicato alla questione.
Alcuni non fiorentini sostengono che in fondo la nostra parlata è simpatica e che non dovremmo cercare di trattenerci, anzi, ci rende persone più interessanti.
La peggiore trovata dello straniero al cospetto d'un concittadino di Dante è quando il tipo cerca di proferire una qualsiasi frase in fiorentino. E dire che sembrerebbe facile, non è che il nostro non-dialetto ribolla di vocaboli strambi e intorcinati o tronchi o sbilenchi. Basta buttare lì un po' di parole e aspirare le cazzo di C. E no! E no che non va bene!
Ecco le frasi tipiche di chi tenta di parlare in fiorentino ma è nato a Tarvisio, o in altro loco fuor di Toscana per intendersi.
Che vai a hasa? Che è hotta la bistecca? Fa haldo, maremma fa haldissimo.
E no, e no: è una questione di C.
Le suddette frasi in bocca a un fiorentino verace suonano più o meno così: Che vai accasa? Che èccotta la bistecca? Faccaldo, maremma faccaldissimo.
La raddoppiamo la hazzo di C, quando ci va, altro che aspirarla. Non c'è una regola: quando l'aspiriamo, quando la mangiamo proprio, quando la raddoppiamo e quando la nascondiamo sotto il tappeto. Non c'è una regola, ma se anche ci fosse non è che la sappiamo.
La C aspirata ce la tramandano i nostri vecchi, assieme al pane sciocco, all'amore per il Cupolone e ai racconti sull'alluvione del '66 in una fisiologicità mendeliana che non richiede ulteriori spiegazioni.
Tempo fa avevamo sfiorato l'argomento qui nei commenti assieme a Viola (un nome una garanzia per noi), approfondire la tematica mi aggradava anche se magari non era la mia massima... aspirazione.
Il 50% del ricavato di questo post è devoluto all'ACCA (Associazione Contro la C Aspirata)
Comincia che hai sedici anni e alle ragazzine di Varese che trovi al campeggio di Orbetello, quando scoprono che sei di Firenze, s'illuminano gli occhi di una luce vivida e porcina. Qualche secondo di pia illusione che ci possa scappare una slinguazzata e poi la realtà dei fatti: si vogliono solo fare una risata godendo della tua "c" aspirata.
E tu le accontenti, e loro ridono, e pensi "ganzo". Non ti rendi conto che sei entrato in un vortice dal quale non uscirai forse più.
La C aspirata a noi non piace, non è che ce la portiamo appresso per esibirla come un trofeo, ce la siamo ritrovata sottopelle e non ce ne possiamo affrancare se non a costo di sacrifici di dizione intensi e spesso insostenibili.
Quando parliamo tra fiorentini non ci accorgiamo di usarla ma con gli altri, beh, la cosa può creare imbarazzo. Non è che dovete proprio ficcare giù il coltello nella ferita e ravanare con 'sta menata della bevanda di Atlanta e del suo tubicino atto a suggerla, spesso afflitto da scarsa lunghezza.
La C aspirata è una piaga della società fiorentina e come tale si cerca di limitarla, visto che debellarla appare improbo e che non un Sabin, non un Jenner s'è mai dedicato alla questione.
Alcuni non fiorentini sostengono che in fondo la nostra parlata è simpatica e che non dovremmo cercare di trattenerci, anzi, ci rende persone più interessanti.
La peggiore trovata dello straniero al cospetto d'un concittadino di Dante è quando il tipo cerca di proferire una qualsiasi frase in fiorentino. E dire che sembrerebbe facile, non è che il nostro non-dialetto ribolla di vocaboli strambi e intorcinati o tronchi o sbilenchi. Basta buttare lì un po' di parole e aspirare le cazzo di C. E no! E no che non va bene!
Ecco le frasi tipiche di chi tenta di parlare in fiorentino ma è nato a Tarvisio, o in altro loco fuor di Toscana per intendersi.
Che vai a hasa? Che è hotta la bistecca? Fa haldo, maremma fa haldissimo.
E no, e no: è una questione di C.
Le suddette frasi in bocca a un fiorentino verace suonano più o meno così: Che vai accasa? Che èccotta la bistecca? Faccaldo, maremma faccaldissimo.
La raddoppiamo la hazzo di C, quando ci va, altro che aspirarla. Non c'è una regola: quando l'aspiriamo, quando la mangiamo proprio, quando la raddoppiamo e quando la nascondiamo sotto il tappeto. Non c'è una regola, ma se anche ci fosse non è che la sappiamo.
La C aspirata ce la tramandano i nostri vecchi, assieme al pane sciocco, all'amore per il Cupolone e ai racconti sull'alluvione del '66 in una fisiologicità mendeliana che non richiede ulteriori spiegazioni.
Tempo fa avevamo sfiorato l'argomento qui nei commenti assieme a Viola (un nome una garanzia per noi), approfondire la tematica mi aggradava anche se magari non era la mia massima... aspirazione.
Il 50% del ricavato di questo post è devoluto all'ACCA (Associazione Contro la C Aspirata)
24 agosto 2011
Paola Paola Pa', Paola maledetta
Ho un rapporto conflittuale con Paola, da sempre.
Potrei amarla e vorrei crederle e seguirla in capo al mondo e invece non la sopporto.
Paola è la voce del mio navigatore satellitare, una voce infida e traditrice.
Non è come credete, non sono paranoico, è proprio che, non so per quale ragione, lei mi odia, è vendicativa e perfida. Si nutre dei miei dubbi, delle mie incertezze e mi tende trappole fatali che mi costringono a percorrere impensabili strade e a bucare fondamentali rendez-vous.
Ho scelto la marca top su consiglio degli amici già navigati, ma non è la marca il problema, né lo sono le mappe non aggiornate. Sono io, vero Paola?
Tutto è cominciato quando l’ho testato, ero insieme a mia moglie e stavamo andando da mia suocera, un percorso che potrei fare ad occhi bendati. Dopo nemmeno due chilometri Paoletta viene a dirmi di svoltare a sinistra per andare verso un paese pacificamente fuori strada rispetto alla meta. Tiro dritto, avrò capito male. Niente, si entra in un loop di “torna indietro appena puoi” e “torna indietro alla rotonda” che ve lo raccomando. Sto facendo la strada giusta, e sono sicuro, ma Paoletta, al suo primo lavoretto mi vuole mandare chissà dove.
Spengo l’aggeggio e concludo che magari ho sbagliato io, sono giovane di navigazione, avrò impostato qualche parametro male. Inoltre, devo concedere le attenuanti generiche alla mia cicerona perché considerando che andavo dalla suocera, il suo delirare fuori strada poteva anche interpretarsi come un sublime gesto d’amore.
L’illusione è durata fino alle ferie quando, la sera prima di partire ho programmato il viaggio verso Villasimius, in Sardegna. Non che non sapessi da dove passare, ma insomma dovevo pur dare una seconda possibilità a Paola.
Il primo consiglio è stato quello di prendere un traghetto per la Corsica, attraversarla tutta e poi ritraghettare alla Maddalena. Carino, mi ha fatto ridere, ho pensato che fosse una battuta. Grande Paola, stendingovesciòn!
Però no, seguono ricalcoli di percorsi fuori da ogni logica che mi costringono a imporre 3 o 4 punti di passaggio per stabilire il mio percorso, che era stato ampiamente studiato a tavolino essere nettamente il più valido. Alla fine ho impiegato un'ora per spiegare, io al navigatore, dove cavolo volessi andare e la strada da fare.
Sull'effettivo svolgimento del viaggio basti dire che a 20 minuti dalla mia metà - Arbatax, non un buco spazio tempo! - Paola mi dava ancora a due ore dall'arrivo ripetendo ossessivamente "esci appena puoi" che al confronto il mattino ha l'oro in bocca diventava una perla di saggezza.
Ma la carognata peggiore è quando Paoletta si cheta, perché a un certo punto del viaggio, di solito dopo un'oretta, si zittisce proprio. E, mentre prima mette bocca su ogni bivio, stradella o rotonda che tu ti trovi ad affrontare, dopo si chiude in un mutismo ostinato e non dice un cazzo manco quando abbandoni la superstrada e ti lanci di sotto nel canyon alla maniera di Thelma e Louise. T'infili in una scarpata? Svolti per Oslo ma dovresti andare a Santa Fé? Imbocchi un binario ferroviario? T'immetti nella A1 contromano? Niente, lei, la Paola, sta in coma o magari è alle prese con una narcolessia di primo livello. O forse sarà stanca?
A me mi sa che è solo stronza.
Potrei amarla e vorrei crederle e seguirla in capo al mondo e invece non la sopporto.
Paola è la voce del mio navigatore satellitare, una voce infida e traditrice.
Non è come credete, non sono paranoico, è proprio che, non so per quale ragione, lei mi odia, è vendicativa e perfida. Si nutre dei miei dubbi, delle mie incertezze e mi tende trappole fatali che mi costringono a percorrere impensabili strade e a bucare fondamentali rendez-vous.
Ho scelto la marca top su consiglio degli amici già navigati, ma non è la marca il problema, né lo sono le mappe non aggiornate. Sono io, vero Paola?
Tutto è cominciato quando l’ho testato, ero insieme a mia moglie e stavamo andando da mia suocera, un percorso che potrei fare ad occhi bendati. Dopo nemmeno due chilometri Paoletta viene a dirmi di svoltare a sinistra per andare verso un paese pacificamente fuori strada rispetto alla meta. Tiro dritto, avrò capito male. Niente, si entra in un loop di “torna indietro appena puoi” e “torna indietro alla rotonda” che ve lo raccomando. Sto facendo la strada giusta, e sono sicuro, ma Paoletta, al suo primo lavoretto mi vuole mandare chissà dove.
Spengo l’aggeggio e concludo che magari ho sbagliato io, sono giovane di navigazione, avrò impostato qualche parametro male. Inoltre, devo concedere le attenuanti generiche alla mia cicerona perché considerando che andavo dalla suocera, il suo delirare fuori strada poteva anche interpretarsi come un sublime gesto d’amore.
L’illusione è durata fino alle ferie quando, la sera prima di partire ho programmato il viaggio verso Villasimius, in Sardegna. Non che non sapessi da dove passare, ma insomma dovevo pur dare una seconda possibilità a Paola.
Il primo consiglio è stato quello di prendere un traghetto per la Corsica, attraversarla tutta e poi ritraghettare alla Maddalena. Carino, mi ha fatto ridere, ho pensato che fosse una battuta. Grande Paola, stendingovesciòn!
Però no, seguono ricalcoli di percorsi fuori da ogni logica che mi costringono a imporre 3 o 4 punti di passaggio per stabilire il mio percorso, che era stato ampiamente studiato a tavolino essere nettamente il più valido. Alla fine ho impiegato un'ora per spiegare, io al navigatore, dove cavolo volessi andare e la strada da fare.
Sull'effettivo svolgimento del viaggio basti dire che a 20 minuti dalla mia metà - Arbatax, non un buco spazio tempo! - Paola mi dava ancora a due ore dall'arrivo ripetendo ossessivamente "esci appena puoi" che al confronto il mattino ha l'oro in bocca diventava una perla di saggezza.
Ma la carognata peggiore è quando Paoletta si cheta, perché a un certo punto del viaggio, di solito dopo un'oretta, si zittisce proprio. E, mentre prima mette bocca su ogni bivio, stradella o rotonda che tu ti trovi ad affrontare, dopo si chiude in un mutismo ostinato e non dice un cazzo manco quando abbandoni la superstrada e ti lanci di sotto nel canyon alla maniera di Thelma e Louise. T'infili in una scarpata? Svolti per Oslo ma dovresti andare a Santa Fé? Imbocchi un binario ferroviario? T'immetti nella A1 contromano? Niente, lei, la Paola, sta in coma o magari è alle prese con una narcolessia di primo livello. O forse sarà stanca?
A me mi sa che è solo stronza.
4 agosto 2011
Le tre G
Al porto Antico di Genova, davanti alla statua del Mahatma.
«France, sai chi è questo signore? È Gandhi».
«Ah, pensavo Gollum!».
(France, 5 anni)
«France, sai chi è questo signore? È Gandhi».
«Ah, pensavo Gollum!».
(France, 5 anni)
3 agosto 2011
Photosciò
Questa cosa va detta chiara, mi prendo io la responsabilità.
Tu che sei stato in ferie, mare montagna collina lago capitali africa australia dovecazzotipareatté, tu che sei mio amico parente zio collega conoscente quellochecazzotipareatté, sappi una cosa fondamentale: di vedere le tue foto non me ne frega un emerito. Ma nulla proprio.
Intanto, probabilmente, mi girano pure un po' i coglioni che tu sei stato in giro e io magari no, ma non è questo il punto.
Poi devi considerare che ho un'età e di tutto quel popò di foto che mi vorrai propinare e delle succose spiegazioni che mi elargirai, beh, non mi ricorderò che lo zero virgola.
I tempi son cambiati.
Vent'anni fa andavi a Parigi e tornavi con un rotolino da 24 da sviluppare; se andavi in Marocco probabile che portassi due o tre rullini da 36 finiti. Se andavi al mare, dove di solito, ecco che tornavi a casa con il rotolino manco completato e sparavi le ultime due foto alla nonna in giardino o al gatto.
Adesso mi vai a Rimini e scatti almeno 400 pose, se invece hai la disgrazia di farti un giro in Tunisia, negli States o in Islanda, facile che torni con un numero di foto a 4 cifre.
Ora, ti pare mai possibile che io o chiunque altro al mondo possa avere, non dico la voglia, ma la pazienza di scorrerle tutte e ascoltarti mentre ti pavoneggi nell'esposizione?
No, non è cosa umana.
Quindi, ti prego, non costringermi ad essere scortese, scegli una foto (una sola!), quella che metteresti sulla copertina dell'album della vacanza e mostramela, anzi guarda inviamela proprio che la imposto come sfondo del desktop.
E quando mi sarà venuta a noia puoi pure tornare in ferie.
Tu che sei stato in ferie, mare montagna collina lago capitali africa australia dovecazzotipareatté, tu che sei mio amico parente zio collega conoscente quellochecazzotipareatté, sappi una cosa fondamentale: di vedere le tue foto non me ne frega un emerito. Ma nulla proprio.
Intanto, probabilmente, mi girano pure un po' i coglioni che tu sei stato in giro e io magari no, ma non è questo il punto.
Poi devi considerare che ho un'età e di tutto quel popò di foto che mi vorrai propinare e delle succose spiegazioni che mi elargirai, beh, non mi ricorderò che lo zero virgola.
I tempi son cambiati.
Vent'anni fa andavi a Parigi e tornavi con un rotolino da 24 da sviluppare; se andavi in Marocco probabile che portassi due o tre rullini da 36 finiti. Se andavi al mare, dove di solito, ecco che tornavi a casa con il rotolino manco completato e sparavi le ultime due foto alla nonna in giardino o al gatto.
Adesso mi vai a Rimini e scatti almeno 400 pose, se invece hai la disgrazia di farti un giro in Tunisia, negli States o in Islanda, facile che torni con un numero di foto a 4 cifre.
Ora, ti pare mai possibile che io o chiunque altro al mondo possa avere, non dico la voglia, ma la pazienza di scorrerle tutte e ascoltarti mentre ti pavoneggi nell'esposizione?
No, non è cosa umana.
Quindi, ti prego, non costringermi ad essere scortese, scegli una foto (una sola!), quella che metteresti sulla copertina dell'album della vacanza e mostramela, anzi guarda inviamela proprio che la imposto come sfondo del desktop.
E quando mi sarà venuta a noia puoi pure tornare in ferie.
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