31 marzo 2012

E Cenere ritorneremo

Viene giù una pioggerella fine, di quella che nemmeno bagna, dà solo fastidio.
Mi ero accollato io la bega di passare dal forno, ed era anche logico visto che risultavo l’unico a possedere uno scooter nella cerchia dei parenti stretti e c’era da attraversare mezza città.
L’unico forno crematorio della provincia lavora 24 ore su 24 ma, nonostante il ciclo continuo d’attività, accumula sempre maggior ritardo nello smaltire i clienti.
Farsi cremare è l’ultima moda a quanto pare. Viene quasi voglia di morire, giusto per farsi mandare in fumo e non dare soddisfazione ai vermi.
Mio nonno va in scena questo pomeriggio alle tre, dodici giorni dopo la sua dipartita. Abbiamo scelto la cremazione, d’accordo con mio padre, non perché il vecchio l’avesse lasciato scritto o detto, ma solo per spendere meno.
Ce l’avrebbero polverizzato e raccolto in un’urna dalle dimensioni di una scatola di scarpe da donna e poi, noi, così confezionato, l’avremmo introdotto nello stesso loculo di nonna. Sarebbe stato sufficiente aggiornare la scritta sulla lapide.
Marina, un’amica di mamma abita sulla via per andare al cimitero dove sta il forno, e mi stavano venendo dei pensieri. Niente di che, mi faccio un film in cui mi fermo a trovarla con lei che mi offre da bere e magari pure qualche cos’altro. D’altra parte era stata proprio Marina, cinque anni prima, quand’ero ancora un pischello in erba, a farmi toccare le sue tette e a gettare le basi per il monopolio delle mie fantasie erotiche dei successivi mille e mille anni.
«Ho notato che le stai guardando» mi fece ammiccando al decolleté «beh, puoi dare anche una palpatina, se ti va».
In effetti, mi andò parecchio abbrancare le due mammelle e massaggiarle, fino a che sentimmo rientrare mia madre.
Il lavoro era rimasto incompiuto e la mia inesperienza non aveva facilitato altri rendez vous con Marina.
Avevo pensato di partire con un certo anticipo e presentarmi da lei sbarbato e docciato ma, tra un foglio da compilare e un paio di telefonate da fare, passai sotto casa di Marina che erano già quasi le tre e decisi di non fermarmi. Correvo il rischio, dopo tutta l’attesa, che alle cremazioni mi dessero via il nonno. Che lì aspetti e aspetti, alla fine se ti danno una scatola, pure se non è la tua te la pigli, non ti conviene fare il difficile.
Ai forni manco una tettoia c’era, e la pioggerella, a furia d’insistere, era riuscita nell’impresa bastarda di bagnarmi.
Mentre aspetto le ceneri di nonno non c’è molto da fare, sto in zona, leggo le epigrafi e respiro. I morti cremati hanno un odore dolciastro, non so se è il legno della bara o il materiale organico proprio, fatto sta che pare di stare fuori a una rosticceria cinese, con quello che ne consegue. Dopo cinque minuti sei intriso d’odore di morto bruciato e senti in bocca il gusto dolciastro. L’essenza ti penetra e ti opprime e, quando pensi di allontanarti, ti chiamano.
«Centurioni Otello?»
«Eccomi, è mio nonno».
Consegno le carte, spargo una decina di firme e mi sistemo l’urna acciaiata sotto a un braccio. Lascio finalmente il ricettacolo del tanfo, che tanfo poi non è, ma stucca, che è quasi peggio.
Al nostro cimitero, dove dobbiamo tumulare il nonno, mi aspettano per le 16, ci sono i miei familiari, qualche zio e un paio di cugini, insomma, una decina di parenti in croce.
Sono in perfetto orario e so che dovrei filare dritto dai miei, ma mi torna la voglia di Marina, del suo caffè e della sua morbidezza. D’altra parte il nonno ormai l’ho agguantato.
Mi fermo, che sarà mai, tutt’al più tardo dieci minuti, sempre che sia in casa. Mi butto giù per i tornanti piegando e accelerando per guadagnare qualche minuto e spero che l’urna con il nonno, nel bauletto, non ne risenta. Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che soffrisse pure di mal d’auto, il nonno.
Suono, e una parte di me spera che non ci sia nessuno, l’altra parte di me, invece, quella che corrisponde al 99%, trema di desiderio e prega che Marina apra.
«Chi è?»
«Sono Giacomo, il figlio della Piera…»
Attimi infiniti e muti. Ecco, adesso mi manda a cagare e poi chiama la mamma per dirle che mi sono perso. Penso al nonno nel bauletto che sorride sornione e mi fa:
«Ehi, che cazzo, non vorrai lasciarmi qui!»
Salgo. Una volta su, gli abbracci e i saluti si sprecano, con tanto di baci sulle guance. È un po’ arruffata ma è sempre una bella donna, ed è sola. Mi fa sedere.
«Prendi qualcosa? Un caffè?»
Faccio di sì con il capo ma non esce un fiato dalla mia bocca impastata. Un enorme e pacchiano orologio da parete segna le 16, saranno già tutti in fibrillazione giù al cimitero. Li posso quasi vedere che scalpitano e sbuffano, impazienti di murare il nonno e ripartire, chi per l’ufficio, chi per casa e chi per un qualsiasi posto del mondo meno merdoso di un cimitero.
Marina è appoggiata al mobile di cucina, mi guarda con una smorfia che è la vita:
«Non è che sei venuto per me, per caso?»
Cristo sì, vorrei dire, invece scappo.
«Scusa» le faccio.
Scendo e filo al motorino, apro il bauletto e prendo le ceneri del nonno.
E torno su, da Marina, di corsa. Mi assale di nuovo l’aria dolciastra che pare sprigionarsi dall’urna. Eppure dovrebbe essere sigillata, forse l’odore mi si è piantato nel naso, forse ne ho impregnati i vestiti.
La trovo sulla porta, sorride di quel sorriso che dice tutto. Le indico un mobile basso appena all’interno:
«Ti spiace se la metto qui, non mi arrischio a lasciarla al motorino».
«Certo, appoggia pure. Poi mi dici cos’hai lì di così prezioso…»
È allora che mi ritrovo un metro di lingua in bocca e il corpo di Marina spiaccicato sul mio, mentre sento che passa il caffè.  L’aroma si spande per casa e sormonta implacabile ogni altro olezzo.
Qualcuno aspetterà.


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Il testo partecipa all'EDS Il nome della cosa come anche :

29 marzo 2012

Mezzi anfibi

Avete presente Beetle Bailey, di Mort Walker? No? Beh, è 'sto tizio qui a fianco, un militare di leva sfaccendato.
Beetle, in una striscia, chiede un autografo al suo superiore, il sergente Snorkel, e questi glielo fa di buon grado.
In realtà Beetle gli fa firmare un permesso di libera uscita, solo che, all’uscita, l’ufficiale di picchetto gli fa: questo permesso non è valido, è firmato dal sergente Non lasciate passare quest’uomo.
Io e altri 3 deficienti, nel remoto ’82, siamo riusciti a fare di meglio, autofirmando i nostri permessini domenicali 9-13 con il nome del nostro tenente, che stava in licenza, e presentandosi al portone solo alle 11. Ora, al di là del fatto che il tenente non li avrebbe potuti fisicamente firmare, quale soldato in libera uscita dalle 9 se ne va alle 11? Nessuno, ovviamente.
Beccati e respinti in camerata diretti. Il giorno dopo fummo seriamente cazziati dal tenente, del quale avevamo falsificato la firma, che minacciò di denunciarci. Ci salvò il pianto dirotto del fante Cutigni da Arezzo che, però, ci portò in premio la polveriera di Natale, in compagnia delle peggiori teppe della caserma.
In polveriera funzionava così: 2 ore di guardia e 4 di riposo per 7 giorni filati. Di giorno comunque non dormivi perché c’erano sempre servizi da fare. Il viaggio del cambio guardia durava una mezz’oretta e, quindi, il tempo tra un turno e l’altro per dormire era di 3 ore, compreso quello che ti serviva per prendere sonno.
Dopo 2 giorni così crollavi e, per guadagnare tempo, finiva che non ti spogliavi più nemmeno la notte e ti buttavi sulla branda in mimetica.
Al quarto giorno si completava l’abbrutimento quando smettevi pure di toglierti gli anfibi che diventavano parte di te.
Da fante assaltatore, mi son fatto un discreto culo da militare, ho avuto persino l'onore di correre su per una collina con 25 chili di vipera sulle spalle - con tutto il rispetto che va ai nostri vecchi che hanno fatto le guerre quelle vere - ma se c’è un ricordo che vorrei davvero cancellare sono le misere ore di riposo in branda, con gli anfibi ai piedi.
Questo non vi autorizza, se schiacciate un pisolino in treno, a togliere le vostre maledette scarpe.

Ho visto dov'ero


Ho visto dov’ero prima di nascere
ero sepolto nella terra nuda di Atlantide
nel succo rosso dei frutti del melograno
nel vento perduto di una bandiera immota
nell’attimo falso del ghiaccio che si scioglie
nel tic-tac di un orologio fermo
sulla bocca di due amanti dimenticati
nel monotono frusciare della risacca
ho visto dov’ero prima di nascere
in un luogo senza luogo e senza te

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(gara estemporanea di poesia - Lido di Orrì - agosto 2010)

27 marzo 2012

Alla ricerca di Neno

Il suo nome, Nicodemo, era importante e difficile.
Troppo per la sua sorellina, che un giorno lo chiamò Neno, e Neno rimase per tutti.
Neno s'è ammazzato di lavoro in vita sua. Ha iniziato nei campi da piccolo, poi ha lavorato nell'orario canonico e anche oltre le 17 quando faceva festa. Ma ha lavorato anche di sabato e di domenica e, per non farsi mancare nulla, ha lavorato nei giorni di ferie.
Per lungo tempo è stata una necessità, poi è divenuta una scelta e andava bene così.
Anche quando ha smesso di accettare lavori da altri ha continuato a lavorare alla casa, alla sua casa. È morto mentre stava grattando la facciata per ritinteggiare. Lui stesso non avrebbe saputo scegliersela un'uscita di scena più idonea.
L'hanno sistemato nella bara, col suo vestito migliore, quello blu dei cinquant'anni di matrimonio, incravattato a dovere e con le unghie ancora gialle di pittura murale da esterni. Per anni li ho maledetti coloro che, preparandolo, nemmeno una strusciata di alcol sulle unghie gli hanno passato.
Come spesso accade è servita un'illuminazione diversa, da fuori, per farmi capire che l'elemento che stonava in quella bara non erano le unghie macchiate di vernice, ma il vestito blu. Una tuta ci voleva.
Il Neno, nel caso che si trovi in qualche buco di paradiso, in questo momento, per la sua felicità, starà sicuramente piastrellando, intonacando o tirando su un muro a piombo: che cattiveria avercelo inviato in giacca e cravatta!

L'impagliatura dei fiaschi durante il riposo invernale.
Un giorno il Neno tornò a casa con la fotocopia sbiadita di una rivista contadina, Firenze Agricola, in copertina c'era lui piccolo, con i suoi nonni, ché la mamma non l'aveva nemmeno conosciuta. Sua nonna gli sta accanto, sono seduti sui gradini di casa, mentre suo nonno sta impagliando dei fiaschi. Era raggiante per il ritrovamento e mise in cornice la fotocopia.
Qualche tempo fa ho avviato una ricerca che mi ha portato, ieri, alla consultazione degli annali di Firenze Agricola, presso l'archivio del Museo della Civiltà Contadina a Luco di Mugello.
Devo ringraziare con il cuore il signor Marcello Landi, curatore e responsabile dell'archivio, che, con estrema cortesia e disponibilità, mi ha messo a disposizione le riviste. La passione che anima il signor Landi, unita a pazienza e volontà, gli ha permesso di arricchire con testimonianze e documenti storici preziosi la raccolta del museo.
L'ho trovata alla fine la mia foto, anzi, l'ha trovata lui: è sul numero di febbraio del 1933.
I miei bisnonni e mio padre bambino: il Neno.

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La finestra sui ricordi, ieri, mi ha portato anche a scattare una foto per l'aggiornamento di uno dei post a cui tengo di più.

25 marzo 2012

Chissà chi lo sa?

Probabilmente sono malato, io mi vedo come quei pazienti che si muovono per gli ospedali con il trespolo che regge la flebo.
Dalla mia flebo viene giù internet. Io vivo attaccato ad internet.
E san Google motore martire sta lì pronto a esaudire ogni mia richiesta e a placare ogni mia curiosità.
Ma questo quadro, che potrebbe rappresentare una sfaccettatura di progresso, ha le sue belle pennellate stonate, e non mi riferisco al fatto che Google venga a bracare i miei dati personali e ad allertarmi quando mi stanno per scadere le mozzarelle nel frigo.
La disponibilità immediata di ogni tipo d'informazione, al di là dell'utilità spiccia, rischia di favorire l'atrofizzazione di svariati banchi di memoria del nostro encefalo.
Una volta, passavamo mesi a rincorrere la risposta a una domanda, in ufficio, in famiglia, tra gli amici e quando, alla fine dei salmi, la risposta saltava fuori era un dato che immagazzinavi e che avresti avuto sempre disponibile nella vita. Così so che Fabio Vanni cantava Lei balla sola, che Lyle Lovett impersona il pasticciere in America oggi, che il vero nome di Tony Renis è Elio Cesari e che Febo Conti presentava Chissà chi lo sa?
Li ricordo perché i suddetti quizzoni sono sorti in un'epoca in cui, se era grassa, avevi un modem a 56K e col cavolo che l'accendevi per cercare pasticcieri dallo sguardo spiritato, anche per non doverti sorbire - diciamolo! - quei fischi laceranti, ma saranno stati così necessari? (ancora me lo chiedo)
Ti capita anche oggi di cercare il vero nome di Nek o la data di nascita di quella attrice perché tua moglie continua a sostenere che è più vecchia di lei.
Vai lì, gugoli, lo sai e poi - puff - due giorni e l'hai bello che scordato.
La facilità della ricerca e dell'acquisizione dell'info va a scapito dell'assimilazione.
In ultimo, i quiz che si lanciavano tra amici sono stati svuotati del senso. Non è bello chiedere "Chi era il cantante degli Albatros? Mi raccomando non gugolate".
Google (il web, in effetti) c'è e non ha senso rinunciarvi.
Quindi, e veniamo al punto di questo post (premessa eccessiva lo riconosco) è una ricchezza trovarsi per le mani una domanda a cui il web non sa dare una risposta e, anzi, disporre di una platea, proprio grazie al web, cui provare a proporla.
Magari la risposta c'è nel web, ma con gli elementi che ho in mano io non riesco a farmici condurre.
Dunque stavo alle medie (anni settanta) e nella mia antologia di lettere, che se non erro si chiamava Invito alla lettura, c'era un brano che leggemmo e che mi piacque parecchio ma che, poi, riparlandone in seguito, non sono riuscito a riscontrare nella memoria di nessun altro.
Quello che mi interessa, ovviamente è conoscerne il titolo e l'autore.
Indizi:
- si parlava di un supplente (o forse di un nuovo maestro) che andava a fare lezione in una classe di alunni terribili;
- la classe era identificata con il classico numero più la sezione, direi Terza C, ma non sono certo, né della Terza né della C;
- quando il nuovo profe entra in classe un alunno (il capobanda dei rivoltosi) tiene in mano un'arancia e la fa saltare sulla mano in tono intimidatorio, della serie ora te la tiro;
- alla fine gliela tira davvero, diretta in viso, e il profe fa un minimo movimento con la testa, quello che appena gli serve per scansare il frutto che va ad infrangersi sulla parete dietro di lui;
- in questo modo li conquista; anche se questo potrebbe essere il mio lieto fine applicato, non saprei.

Niente, mi piacerebbe rileggerlo, ecco.

23 marzo 2012

Russo for dummies

Io ai miei figli ci ho insegnato il russo.
Prima a uno, e sedici anni dopo a quell'altro.
E in quell'intervallo mica l'ho parlata più la lingua di Cechov (foto ansa-rostock), però il russo è come andare in bicicletta, e quando l'hai imparato non lo scordi più.
Dice, ma come mai conosci il russo, l'hai studiato?
No, lo so a orecchio.
C'è chi l'orecchio ce l'ha musicale, ma a me Dio non me l'ha dato, io non riconosco un si bemolle da un mi cantino, un la diesis da un là dietro.
Però c'ho l'orecchio per il russo, che ci volete fare?
E insegnare il russo a un cucciolo di tre anni è un gioco divertente, anche se resta un gradino sotto a Schiaccia il Sofficino.
Ad ogni modo, se vi va di fare un salto a San Pietroburgo o un volo a Mosca, magari emulando le gesta di Mathias Rust, ecco le frasi utili che è consigliabile conoscere:
- Ehi, testadiminchioski, la mia valigioski non è arrivatoski.
- Buongiornoski, cornettoski e cappuccinoski, per favoroski.
- Mi scusoski, da che partoski per il Cremlinoski?
- Quanti rubloski costoska matrioska?
- Vaffanculoski (da usare con parsimonia).
- Sono un ganzoski (in caso di vostro effettivo atterraggio in Piazza Rossa).

Ah, dimenticavo, leggeteli i Racconti di Cechov che sono straordinarioski, oltre che tradotti da linguisti più accreditati di me.

22 marzo 2012

Amaro 18

È 18 pure questo, conoscete l'articolo?
Va a finire che c'è una spiegazione per tutto.
Quando le decisioni vengono prese in modo moderno ti stanno cucinando un boccone da ingoiare. E di sovente è amaro.
Comunque è un alcolico, bevete pure senza concertazione ma scordatevi di Ber-sani.
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