No, davvero, procura di non fartele mai mancare, o ricordati di averle a disposizione, e la massima parte dei tuoi problemi andrà risolta.
Nello specifico in tre campi: i lavori di casa, in cucina e davanti a un piccì.
Cominciamo dall'informatica... quando cerchi una funzione, una soluzione a un problema, una scorciatoia, basta che ti ricordi che esiste il tasto destro del mouse, sta tutto lì.
In cucina? L'acqua di cottura della pasta, tienine sempre almeno un bicchiere, qualunque cena tu stia preparando. Tienila per la stessa pasta che stai per saltare, per dare nuova vigoria a un coccio di fagiolini... al limite a fine cena, quando è fredda, la dai a una pianta e male non le fa.
Per chiudere, il bricolage, comprati tutta l'attrezzistica che vuoi, fatti l'assortimento mondiale globale di viti e rondelle ma se non c'hai le cacchio di fascette da elettricista non partire nemmeno. Con quelle fascette plastiche a cui non daresti una lira puoi davvero risolvere tutta una serie di guai meccanici o di stabilità. Scoprirai che ogni riparazione provvisoria che andrai a fare si rivelerà, col tempo, più duratura, salda e definitiva del tuo stesso matrimonio.
15 giugno 2015
8 giugno 2015
Cosa resta di Cosa resta di noi
Il punto è che resta qualcosa.
Spesso negli ultimi anni mi sono ritrovato a leggere romanzi che non mi hanno lasciato nulla.
Anche la memoria piena - per amor di verità - incide su questo e non posso più pretendere di ricordarmi intere frasi da libri come in gioventù mi è capitato con Stephen King o con Il Nome della Rosa.
Ma incide anche il fatto che, più spesso, non c’è molto che valga la pena tenere a mente.
Beh, della storia di Edo, bagnino a Viareggio, sì.
È una storia che si snoda al mare e come una giornata di mare ti lascia cose.
Alla sera, ti ritrovi la sabbia tra le dita dei piedi, o una scottatura sulla pelle da lenire con la crema, ti ritrovi gli occhi rossi bruciati dal sale e ti ritrovi anche quella sensazione di soddisfazione al fresco di un portico con una bibita ghiacciata in mano.
Anche il romanzo precedente di Simi mi era piaciuto assai, ma con Cosa Resta di Noi (3,5 carver) l’autore ha salito altri gradini sulla scala del suo percorso.
La tensione che cresce palpabile nello sviluppo della trama è la cosa a mio parere più riuscita, in termini generali. Per i dettagli vi lascio alla lettura che ritengo di potervi davvero consigliare.
Simi non cerca di arruffianarsi il lettore con mezzucci poco chiari, gioca a carte scoperte con lui, sicuramente in segno di rispetto ma soprattutto di sfida, e la vince.
Le frasi che riporto non spoilerano la trama, ve le potete pigliare così, sono stuzzichini.
==========
La donna raggiunse l’ospedale in tempo per partorire soltanto grazie all’intervento di un veicolo spazzaneve. La cosa non mancò di suscitare una polemica furibonda sulla sanità pubblica e, risvolto ancora più grave, il neonato venne chiamato Maicol.
==========
E chi fa lo scrittore non vorrebbe sentirsi dire frasi che non metterebbe in un suo romanzo.
==========
«Perché?» chiede Guia, come una che deve piantare un chiodo con una sola martellata.
==========
Il giorno che spariranno le api, l’umanità avrà i giorni contati. Sulle api non mi sbilancio, ma il giorno che spariscono i baci, la fine dell’amore non è lontana.
==========
L’anno scorso sono affogati un tunisino, un cinese e un bulgaro. Una polacca l’abbiamo agguantata giusto in tempo Diego e io. E per forza: gli italiani non si spingono a più di cinque metri dalla riva. Anche affogare è uno di quei lavori che hanno lasciato agli immigrati.
==========
La fica è sopravvalutata solo dalle donne che non hanno altro da offrire. Tenersela stretta è l’unica maniera per avere qualche maschio attorno.
==========
Ne ho visti, di maschi, sventrare matrimoni per l’amante che li attendeva in un motel, vicino a uno svincolo autostradale, in un pomeriggio lavorativo d’inverno. In quei grigiori ogni dolciastra banalità sembra scintillare, ma è solo il riflesso ingannevole della clandestinità, contrapposta ai bicchieri opachi nella lavastoviglie, ai sabato sera in cui si è rinunciato a uscire senza un vero motivo, a quando si sono appena messe in forno due pizze congelate e alla tele l’unica cosa guardabile è Pretty woman.
==========
La risata aveva il timbro secco della ghiaia polverosa, o della grandine cattiva sopra i tetti traballanti.
==========
la sua pelle mandava sempre l’odore della sabbia dopo la pioggia e di un agrume sconosciuto
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Spesso negli ultimi anni mi sono ritrovato a leggere romanzi che non mi hanno lasciato nulla.
Anche la memoria piena - per amor di verità - incide su questo e non posso più pretendere di ricordarmi intere frasi da libri come in gioventù mi è capitato con Stephen King o con Il Nome della Rosa.
Ma incide anche il fatto che, più spesso, non c’è molto che valga la pena tenere a mente.
Beh, della storia di Edo, bagnino a Viareggio, sì.
È una storia che si snoda al mare e come una giornata di mare ti lascia cose.
Alla sera, ti ritrovi la sabbia tra le dita dei piedi, o una scottatura sulla pelle da lenire con la crema, ti ritrovi gli occhi rossi bruciati dal sale e ti ritrovi anche quella sensazione di soddisfazione al fresco di un portico con una bibita ghiacciata in mano.
Anche il romanzo precedente di Simi mi era piaciuto assai, ma con Cosa Resta di Noi (3,5 carver) l’autore ha salito altri gradini sulla scala del suo percorso.
La tensione che cresce palpabile nello sviluppo della trama è la cosa a mio parere più riuscita, in termini generali. Per i dettagli vi lascio alla lettura che ritengo di potervi davvero consigliare.
Simi non cerca di arruffianarsi il lettore con mezzucci poco chiari, gioca a carte scoperte con lui, sicuramente in segno di rispetto ma soprattutto di sfida, e la vince.
Le frasi che riporto non spoilerano la trama, ve le potete pigliare così, sono stuzzichini.
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La donna raggiunse l’ospedale in tempo per partorire soltanto grazie all’intervento di un veicolo spazzaneve. La cosa non mancò di suscitare una polemica furibonda sulla sanità pubblica e, risvolto ancora più grave, il neonato venne chiamato Maicol.
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E chi fa lo scrittore non vorrebbe sentirsi dire frasi che non metterebbe in un suo romanzo.
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«Perché?» chiede Guia, come una che deve piantare un chiodo con una sola martellata.
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Il giorno che spariranno le api, l’umanità avrà i giorni contati. Sulle api non mi sbilancio, ma il giorno che spariscono i baci, la fine dell’amore non è lontana.
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L’anno scorso sono affogati un tunisino, un cinese e un bulgaro. Una polacca l’abbiamo agguantata giusto in tempo Diego e io. E per forza: gli italiani non si spingono a più di cinque metri dalla riva. Anche affogare è uno di quei lavori che hanno lasciato agli immigrati.
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La fica è sopravvalutata solo dalle donne che non hanno altro da offrire. Tenersela stretta è l’unica maniera per avere qualche maschio attorno.
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Ne ho visti, di maschi, sventrare matrimoni per l’amante che li attendeva in un motel, vicino a uno svincolo autostradale, in un pomeriggio lavorativo d’inverno. In quei grigiori ogni dolciastra banalità sembra scintillare, ma è solo il riflesso ingannevole della clandestinità, contrapposta ai bicchieri opachi nella lavastoviglie, ai sabato sera in cui si è rinunciato a uscire senza un vero motivo, a quando si sono appena messe in forno due pizze congelate e alla tele l’unica cosa guardabile è Pretty woman.
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La risata aveva il timbro secco della ghiaia polverosa, o della grandine cattiva sopra i tetti traballanti.
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la sua pelle mandava sempre l’odore della sabbia dopo la pioggia e di un agrume sconosciuto
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1 giugno 2015
Rebus a scuola
Da piccolo, quando mi ammalavo, mia mamma mi comprava La Settimana Enigmistica.
Per mia fortuna mi ammalavo spesso e da un po' più grande ho ritrovato una pila di Settimane in cantina.
È da quel mucchio di riviste che nasce la mia passione per l'enigmistica e, più nello specifico, per il rebus.
Li portavo a scuola i rebus che non riuscivo a risolvere, ritagliati, dentro a una busta incollata al diario, per prendermene cura nelle ore di lezione più pallose.
Ed è da qui che partiva la storia che sono andato a raccontare a quattro classi della scuola elementare che è di figlio 2, che fu di figlio 1, e prima ancora mia e di mia mamma.
L'iniziativa è nata quasi per caso e origina anche della cronica carenza di fondi in cui versa la scuola pubblica italiana che, non avendo risorse per avvalersi di progetti didattici integrativi seri, si appoggia, dove può, alla collaborazione di volontari.
Sono stati incontri di una valenza assoluta dal punto di vista formativo, e sto parlando per me, naturalmente.
Il sacrificio fatto per recuperare il materiale, renderlo fruibile ed esporlo ai ragazzi è stato ripagato con tanto di interessi. I fotorebus, sceneggiati e realizzati con loro al termine degli incontri, un successone!
E se fare l'astronauta era l'utopia, il maestro elementare era davvero il mio lavoro da sogno, ma poi le cose sono andate diversamente. Sarà per la prossima vita.
E voi lo sapete com'è strutturato un rebus?

La vignetta: Zio Paperone e zio Paperino.
Le lettere (grafemi): NA e NTI
Il diagramma: (7 7)
La chiave (prima lettura): NA zio; nipote NTI.
La soluzione: Nazioni potenti.
Per mia fortuna mi ammalavo spesso e da un po' più grande ho ritrovato una pila di Settimane in cantina.
È da quel mucchio di riviste che nasce la mia passione per l'enigmistica e, più nello specifico, per il rebus.
Li portavo a scuola i rebus che non riuscivo a risolvere, ritagliati, dentro a una busta incollata al diario, per prendermene cura nelle ore di lezione più pallose.
Ed è da qui che partiva la storia che sono andato a raccontare a quattro classi della scuola elementare che è di figlio 2, che fu di figlio 1, e prima ancora mia e di mia mamma.
L'iniziativa è nata quasi per caso e origina anche della cronica carenza di fondi in cui versa la scuola pubblica italiana che, non avendo risorse per avvalersi di progetti didattici integrativi seri, si appoggia, dove può, alla collaborazione di volontari.
Sono stati incontri di una valenza assoluta dal punto di vista formativo, e sto parlando per me, naturalmente.
Il sacrificio fatto per recuperare il materiale, renderlo fruibile ed esporlo ai ragazzi è stato ripagato con tanto di interessi. I fotorebus, sceneggiati e realizzati con loro al termine degli incontri, un successone!
E se fare l'astronauta era l'utopia, il maestro elementare era davvero il mio lavoro da sogno, ma poi le cose sono andate diversamente. Sarà per la prossima vita.
E voi lo sapete com'è strutturato un rebus?

La vignetta: Zio Paperone e zio Paperino.
Le lettere (grafemi): NA e NTI
Il diagramma: (7 7)
La chiave (prima lettura): NA zio; nipote NTI.
La soluzione: Nazioni potenti.
15 maggio 2015
Il magico potere del caccio via tutto
La pratica soggettiva è troppo un altro sport per affidarsi ai rigidi schemi attuativi della teoria, questo è il mio credo a cui tento di affiancare la diligenza del buon padre di famiglia nell'agire.
Epperò l'ha letto dolcemetà il manuale della nippo, dopodiché ha iniziato a riempire dei gran sacchetti blu da portare alla monnezza, o più o meno riciclarli a seconda della loro valenza fashion.
Nei prossimi giorni è alle viste un cambio dell'armadio dall'epocale portata storica. Ebbene mi libererò di più cose di quelle che terrò e andrò ben oltre la regola dell'armuà. L'obiettivo è chiaro e anche la vergatura di questo post mi aiuterà a raggiungerlo per non essere esposto al pubblico ludibrio.
Non sarà un'impresa semplice, il valore delle cose a casa mia è un messaggio che è stato trasmesso in maniera forte e il non buttarle, seppur non usandole ma legandole mentalmente al principio universale del può sempre tornare utile, ha sempre incarnato una sorta di rispetto verso i ricordi di miseria vissuta e i soldi spesi nell'acquisto delle cose stesse.
Questo è il mio manifesto per il fine settimana. Ce la farò?
Ai poster l'ardua sentenza.
Ai poster l'ardua sentenza.
1 maggio 2015
Lisbon story 2.0
Lisbona è la ragazza che impasta i pasteis de bacalhau al Museu da Cerveja nella Praça do Comércio. La giovinetta è imprigionata dentro a una teca di legno e vetro dal vago richiamo marinaro ed è perennemente alle prese con queste tipiche polpette. Nessun cliente o passante, ai quali peraltro ella elargisce generosi sorrisi attraverso il vetro, può parlarle o interagire con lei. Lavora il suo prodotto con maestria assoluta avvalendosi di due cucchiai e nient'altro, in uno tiene la polpetta e con l'altro accarezza l'impasto, lo rimpingua, lo lima, lo modella, lo liscia e quando sembra che abbia finito riparte daccapo in un'operazione talmente di fino che gli altri pastel de bacalhau del Portogallo e del globo terracqueo tutto retrocedono d'un colpo tre categorie sotto. E per quanto la guardi, mai la vedi posare una polpetta completa nella teglia di quelle finite da mandare in cottura.Lisbona è i suoi sanpietrini - non so se hanno un nome proprio - bianchi e lisci che contribuiscono a rendere originale e affascinante ogni marciapiede, ogni corso, ogni piazza. Ma quando piove barricatevi in casa! La superficie del sanpietrino lisbonese si fa scivolosa come un lastrone di ghiaccio su una pista nera e camminare su e giù per i colli diventa impresa improba.
Lisbona è Sostiene Pereira, è una limonata, è un labirinto di vicoli, è la vigliaccheria che si fa coraggio.
Lisbona è la Casa do Alentejo, dal profumo un po' cubano: uno sventaglio di piastrelle incastonate in un tempo passato e mai passato davvero, un tassello di città che ha energia propria ed è ravvivato da una compagnia danzante di coppie attempate e felici, protette nelle loro vesti da sera indossate alle tre della domenica pomeriggio da un buttafuori baffuto e rognoso.
Lisbona è l'Alfama, quartiere intrico di ripide scale e vicoli bui dove risuona il fado da una finestra, da un vecchio giradischi sull'uscio di un locale o magari dalla voce diretta di due innamorati seduti sul sagrato di una chiesa sconosciuta, lui con la sua chitarra e lei con le sue labbra vermiglie.
Lisbona è l'Alfama con le sue vecchie a spazzare davanti casa e con i suoi cani sciolti che non guardarli mica negli occhi.
Lisbona è la copia di un ponte, la copia di un cristo e la copia di un lungomare.
Lisbona è l'Única Fábrica Pastéis de Belém che non si spiega perché un posto così non sia ancora dichiarato fuorilegge visto la droga che spaccia a quintalate ogni giorno. Mangia qui la tua pastéis de nata ma poi non venirci a chiedere un centro di disintossicazione.
Lisbona è il Tago, un fiume che è una carezza, un utero caldo e un cancello che si apre al mondo.
Lisbona è il paradiso dei tranvai, gialli sì ma anche rossi, verdi o cocacolati.
Lisbona è un mucchio di fragole svendute per strada.
Lisbona è un esercito di pavoni strillanti, liberi e spavaldi.
Lisbona è il sorriso puro di Massud capace di raccontarti in due minuti, sempre sorridendo, quanto sia dura la vita lì quando si arriva da fuori e come sia riuscito a farcela lui, anche grazie ai soldi che gli mandava la mamma dal Bangladesh. E Massud è così gentile che ti viene voglia davvero di andarci a mangiare al suo ristorante in rua das portas de santo Antão, ma poi anche no.
Lisbona è la mamma di Massud.
21 aprile 2015
Vip
Sono una sorta di vip, vegetariano in prospettiva.
È una filosofia che negli anni passati ho sempre trattato con una certa indifferenza quand'anche non con un certo fastidio.
Per la storia del vissuto familiare poteva ben considerarsi un'eresia e come tale spesso l'ho vissuta, pur senza spingermi a santinquisire i vege che si presentavano a mangiare da me o con cui venivo a chiacchiera.
Adesso però le condizioni sono cambiate, lo stato di benessere auspicabile nel dopoguerra è stato raggiunto e superato, la nostra coscienza può - non dico evolvere - ma almeno iniziare a ragionare partendo da altre basi.
Epperò, quelli che ostentano, danno ancora sui nervi, anche se vegetariani, l'unica vegetariana famosa che amo anche per quello è Lisa Simpson.
Stringendo... senza farlo passare per un sacrificio o cosa, ho inserito nella mia alimentazione delle giornate vegetariane, così un po' a spot, come si usa dire.
A colazione è facile, al bacon ancora non ci siamo. Direi che quello che decide è il pranzo a mensa, se lì riesco a soddisfarmi mangiando vegetariano ci sto attento anche a cena per non insanguinare la giornata.
Quanto spesso? Diciamo un giorno su tre, circa. E per adesso.
Quello che è davvero positivo in questa gestione è che al termine delle giornate vege mi sento ad un passo dalla beatificazione e talmente in credito con la mia gola che una sana chiusura dolce, leggi TusaiCosa o gelato, non me la toglie nessuno.
2 aprile 2015
Mo' te passa
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| (questo non è il mio, è già meglio) |
Non so voi ma io uso ancora il passatutto manuale, passìno da noi.
Ora, caro ingegnere che l'hai progettato, potevi almeno farlo provare a un cristiano prima di immetterlo nella catena produttiva.
Era facile. non è che ti dovevi inventare nulla! È sempre esistito, posso chiudere gli occhi e rivedere mia mamma sul tavolo della cucina a passar giù tonnellate di pomodori per la riserva invernale di pomarola.
Ora, sia i pomodori per il sugo che le patate per il purè, quando le passi non è che vanno giù come fossero di piombo, va che ci devi premere sopra con la forchetta di tanto in tanto. E fin qui...
Ora, caro ingegnere che l'hai progettato, ma come si fa a mirare precisamente il manico della manopola con cui si gira a perpendicolo sulla parte aperta del semidisco schiacciatore?
Sì lo so, mi sono spiegato una ciofeca e manco i termini tecnici conosco, ma chiunque usi un passìno può capirmi.
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