20 ottobre 2013

Fiorentina Juventus 4 a 2


Non sarà Italia Germania 4 a 3, ma anche le formiche nel loro piccolo, com'è noto, qualche cosa fanno e, nello specifico, le formiche fiorentine oggi godono. E lasciatecelo fare ché non succede spesso.
Non è un post sportivo, nonnò, non ce l'ho le capacità per scrivere con competenza di calcio io che mi rifiuto ancora di capire la differenza tra un 4-3-3 e un 3-5-2 io che sono rimasto al libero e allo stopper, alla mezzala e al centrattacco e, nel mio massimo stadio evolutivo, al centromediano metodista e al terzino fluidificante.
Ma un post tifoso, quello sì, lo posso anche buttare giù, prima che cominci ad ammorbarvi con dei post sui gatti (perché lo farò!).
Perché per noi di Firenze, questa è LA partita, purtroppo, non potendo trovare spesso palcoscenici ed occasioni più nobili.
Perché noi viola ci ricordiamo esattamente dove eravamo quando segnò Luca Cecconi a Torino: io calavo il Muraglione in moto con gli amici.
Ci ricordiamo quando Platini sigillò un memorabile 3 a 3 a Firenze: ero in maratona con il mio più grande amico, lo juventino Leo.
Ci ricordiamo dove eravamo quando la chiuse Fuser: sempre allo stadio, il giorno della memorabile coreografia in foto, il giorno in cui Baggio si rifiutò di calciare un rigore e raccolse una sciarpa viola uscendo dal campo.
E ci ricordiamo di quando Batistuta al Comunale firmò l'1 a 0: a casa Frilli, che a quei tempi era l'unico che pagava per il calcio e generosamente condivideva il salotto.
E ci ricordiamo dove eravamo quando Gobbi, Papa Waigo e Osvaldo ci regalarono l'ultima vittoria in trasferta a Torino: io in chiesa, alla Cresima di mio nipote, magari avrò pregato, chissà.
Oggi abbiamo vinto con la Juve, rimontando ben 2 gol e addirittura distanziandoli di 2, segnandone 4 in 15 minuti, con il nostro giocatore più pagato in tribuna. Insomma, tutto quello che avremmo potuto sognare s'è avverato, perfezionando una domenica da incorniciare.

P.s. per gli juventini: il nostro rigore era generoso, se c'era, e nessun arbitro ce l'avrebbe concesso sullo 0 a 0, ma è andata così, non vogliamo mica metterci a fare della dietrologia (anche recente) sugli episodi da moviola? Non credo.


17 ottobre 2013

Dell’alimento PCD (*)

Ci son robe che ne mangerei una bigoncia.
Avete presente una bigoncia, sì? Quella specie di tronco di cono dogato in cui si cacciano i grappoli d’uva sforbiciati alla vendemmia, questa in foto, per intendersi.
Ecco, ci sono dei cibi che non mi danno mai l’impressione di sazietà e mi lasciano sempre con la voglia. Non si tratta di cibi particolarmente buoni, beh sì, forse un po' sì, ma ce ne sono altri di cui sono più goloso. È che questi, i cibi da bigoncia, ogni volta che mi ci trovo alle prese, sento che potrei mangiarne fino a scoppiare.
Tipo i brigidini, non riesco a fermarmi coi brigidini, mi devo violentare per chiudere il sacchetto e metterli via.
O i double whopper con formaggio.
Le noccioline salate.
O i panini de I Fratellini.
Il parmigiano, il parmigiano son convinto di poterne ingurgitare una forma.
I Lindor.
Ovviamente le patate fritte, ma più di tutti i fiori di zucca fritti in pastella.

(*) PCD ® - Può Causare Dipendenza.

13 ottobre 2013

Davvero non lo so

Me ne sto qui, in piedi sulla porta del garage.
Ho tirato giù mezzo armadio di vestiti a bracciate, li ho scaraventati dentro la valigia e poi l'ho chiusa sedendomici sopra, come ai vecchi tempi, quando ancora viaggiavamo insieme nel mondo, oltreché nella vita.
Davvero non lo so se c'è rimasto qualcosa di quell'esistenza, della nostra storia e del nostro amore, che io mi possa portare dietro pigiato nel bagaglio. Non lo so se questa casa o l'universo si aspettano ancora dei fiati respirati da noi due. Non lo so se dovrei andare o restare, davvero non lo so.
Di certo tutti i miei non lo so sono maturati nel travaglio emozionale, nella passione, nel forte divenire di una crescita sperata e nei passi decisi di un cammino e sono zuppi di sangue e di umori, non certo dell'acqua di rose in cui si pasce lui.
Lui che sta lì, quasi disattento, come se non stessimo affrontando una questione anche sua. Sta lì, come sta al cine, spettatore vacuo di una trama altrui e desideroso solo di distendere un po' le gambe.
«Se mi vuoi, se mi vuoi ancora, fermami adesso. Fermaci adesso» gli dico con la mano sul pancino, ma senza ricercare il tragico, giusto per fargli capire, perché mi sa che ancora non ha capito bene.
Perdo roba? Sei tu la roba che perdo, vorrei dirgli, mentre m'imbatto incerta in una notte cupa.
Il lampione stasera è spento, e neanche lui riesce a darmi un sollievo, magari spolverando di un chiarore amico il blu denso come melassa che è murato fuori da casa.
I passi conficcati in quel blu hanno un sapore sgradevole: è come leccare del ferro e non riesco a farmelo piacere.
Quando mi chiama è una posa, è solo la consegna del soldatino della sua coscienza: assolve un compito e della faccenda se ne lava le mani, ma in una pozzanghera, secondo me.
Forse non dovrei, non lo so, ma va a finire che gli do una chance.
Mi fermo e lo aspetto, e scopro che riesco a versare altre forse inutili, ma forse anche ultime, lacrime.
Non ho vergogna di mostrarmi debole e indecisa con lui, io che da sempre sono la donna senza dubbi, per tutti, quella forte che si porta un po' di roba sulle spalle e l'altra, in segreto, nel cuore chiusa a chiave.
Non ci credo che voglia che io resti e glielo dico, ma aspetto ancora un po'.
Socchiudo gli occhi nella quanto mai insensata ricerca di una luce. Aspetto un abbraccio, da dietro, aspetto il suo alito sul collo, aspetto il suo corpo che s'incolla al mio. Aspetto il suo odore, aspetto un passo verso di me e verso di noi. E aspetto le sue mani, che afferrino le mie, che mi trascinino in un vortice fatale, come quando da bambini ci teniamo stretti, agganciati con le braccia a ics, e giriamo, giriamo veloce, sempre di più, coi piedi a pesticciare in un centro solo nostro e i corpi piegati all'indietro e imploranti un volo.
Prendimi, stringimi le mani, fammi girare più forte che puoi e fammi volare via, solo di questo ho bisogno in fondo: di volare via. Con te o senza di te.
E aspetto una parola, anche solo una, ma sussurrata in un orecchio, una parola che fruscia tra i capelli e mi possa trafiggere ancora.
Sussurrami, non urlare, ti prego.
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Questo racconto partecipa all'EDS Il blues dei blu come pure:
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)
I won't let you down
Calikanto con Onde
Cielosopramilano, altrimenti detto Fevarin e carnazza, con Fever
Melusina con Neon
Bianca con Diritto e rovescio
Melusina con Sostiene Teresa
Brux con So long

7 ottobre 2013

I won't let you down

Lei se ne sta lì, in piedi sulla porta del garage, accanto alla valigia delle vacanze e dei momenti belli, quella con le nostre iniziali rosse adesive, quella coi nostri numeri di telefono; è incurvata verso la valigia stessa, entrambe le mani sulla maniglia. Pronta a partire.
La valigia ha le ruotine, ma lei non ha intenzione di usarle. Deve condire la sofferenza psicologica con quella fisica di sollevamento e trasporto valigia. Farei lo stesso anch’io.
La valigia è una bella valigia rigida, di quelle toste che tornando dall’America te la possono sbatacchiare di qua e di là per tutta la nastratura dell’aeroporto senza riuscire a ferirla. A guardarla, la valigia, si vede che è preparata in fretta: da dietro ciondola un lembo di stoffa blu.
Lei mi dice qualcosa che sta a significare che o la fermo, lì e subito, oppure toglie il disturbo e non rivedo più né lei e né – dio l’accecasse - quel figlio che si porta in pancia da quattro mesi. Pure mio, fino a prova contraria.
La guardo tacendo, con una faccia che appaia seria e pensosa perché a me nelle situazioni tragiche capita che mi scappi da ridere, e davvero non è il caso.
Rischio di non decidere. O di decidere tardi, che poi è la stessa cosa.
«Perdi roba» le dico, indicando lo svolazzo di stoffa blu chiuso mezzo fuori dalla valigia. Non che voglia fare dello spirito, cerco solo di prendere tempo.
Lei fa una smorfia, come se le capitasse in bocca lo spicchio stopposo e dal sapore vagamente rancido di un mandarino.  Solleva la valigia e muove qualche faticoso passo in direzione infinito. Il lembo blu sventola lieve, quasi salutandomi, mentre mi chiedo che cavolo sia, se un pezzo di camicia o cosa. E non mi ricordo niente indosso a lei con quella tonalità di blu.
E poi la chiamo.
«Ma dove vai? Vieni qua, fermati!».
Ma non va mica bene.
«Tanto lo dici per dire, lo so…» adesso piange, e si è fermata tre passi fuori dal garage. Io non riesco a muovermi verso di lei, né verso il richiamo del tessuto che m’incuriosisce.
«Lo dici per dire…»
E forse è vero che lo dico per dire. Forse vorrei soltanto poterla accompagnare in qualunque buco di mondo voglia andare portandole la valigia senza che il gesto venga interpretato come liberatorio, forse vorrei soltanto poterla salutare con due bacini sulle guance. Forse vorrei soltanto aprire la cavolo di valigia e sparpagliarne il contenuto a terra fino a smascherare il resto di quella benedetta stoffa blu. Un blu acceso, magari di raso, forse il vestito da festa di un tristo Capodanno.
D’accordo l’ho detto proprio per dire, che si fermi, però l’ho detto, ma lei riprende a camminare, sghemba e dolente, con le due mani serrate su quel bagaglio che è la vita.
«Non lo dico per dire» le fo, quando, all’improvviso, mi ritorna in mente. Stava in cucina, ed era come se danzasse, in una sottoveste di raso blu, tra un caffelatte e un pane tostato, con una canzone in sottofondo alla radio ed io che arrivavo da lei, scalzo e sorridente, vomitato dalla notte.
«Non lo dico per dire» urlo.
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Questo racconto partecipa all'EDS "Il blues dei blu" come pure
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad 
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)

4 ottobre 2013

Boccuccia mia statti zitta

Non so se parafrasare Provolino aggreghi d'ufficio questo testo alla monnezza anni '70 poi revisionata e assurta a classico o sia più semplicemente il segno dell'inarrestabile declino della vena.
Mi rivolgo a voi, pedoni senza scacchiera, che quotidianamente affrontate indomiti passaggi pedonali a decine: c'è modo e modo di approcciarsi alle zebre.
Evitate di buttarvi dentro a capofitto in preda al raptus e senza nessun tipo di precauzione: penetrare nel traffico non è la fottuta simulazione di un atto sessuale, nessuno penserà che siete impotenti se aspettate di cogliere un minimo segnale di rallentamento da parte dei veicoli in arrivo prima di impegnare la carreggiata.
E se giunge un motociclista... attenzione doppia, perché il centauro ha più di una freccia al suo arco decisionale.
Cominciamo col dire che la frenata su un mezzo a due ruote è più pericolosa da tirare rispetto a quella su un quattro ruote e se il pedone si butta a pesce - magari è un aitante giovane che spera così d'impressionare la compagna di passeggiata del momento - l'automobilista frena, ma il motociclista valuta.
E sceglie non solo per sé, ma anche per l'incolumità del pedone. Quindi può frenare se la distanza dalle strisce e la velocità gli permetteranno di farlo in sicurezza o, in alternativa, si allargherà passando sull'altro lato della strada rispetto a chi attraversa, non rischiando comunque d'investire nessuno né di lanciargli addosso un mezzo sdraiato e senza controllo.
E quando il motociclista sceglie di passare ugualmente, senza dare la precedenza al pedone, deve far capire che sa di commettere una sorta d'infrazione al codice, lo sa, ma deve farlo, a fin di bene: per la sicurezza di tutti è meglio se non frena e sfila via dalla parte di corsia libera.
E, pedone caro, il motociclista educato te lo fa capire con una boccuccia che lo sa, e si scusa.
Guardalo, o pedone, puntalo in faccia quando ti passa accanto il motociclista educato, e noterai quel leggero stirar di labbra ed increspar di gote che dice tutto sulla sua specifica conoscenza delle norme stradali e su quanto gli dispiaccia agire in contrasto ad esse, seppur costretto dalla valutazione del rischio.
E così fa boccuccia, chiede scusa e va.

30 settembre 2013

È morto il Kindle viva il Kindle

Solo per dire che l'assistenza di Amazon merita le 5 stelle.
Che hanno fatto? Niente, solo il loro dovere, direi, ma l'hanno fatto benissimo.
Presto e bene questa volta stanno insieme.
Una parte dello schermo del mio ebook reader si era incancrenita in un'immagine fissa non scardinabile nemmeno con l'hard reset (tieni premuto 20 secondi il tasto e mangia prega ama, ma nulla di fatto) e allora ho attivato l'assistenza.
Mi hanno chiamato, mi hanno chiesto il nome utente (che ovviamente non ricordavo), hanno raccolto la descrizione del danno e fine.
Tre giorni dopo avevo il nuovo Kindle, con tutti i miei documenti recuperabili con un clic, in sostituzione del vecchio e con precise istruzioni per la restituzione a totale carico Amazon del dispositivo guasto.
Alla Posta ci son dovuto andare io, questo è l'unico neo.

27 settembre 2013

La partita di pallone (1)

Registrare la partita per poi vederla a comodo non è la stessa cosa che vederla in diretta.
Una volta, davanti al fenomeno calcio potevi distinguere la donna perché era colei che ti chiedeva Dove sono? oppure perché non conosceva la regola del fuorigioco. Adesso è quella che non arriva a comprendere l'enunciato di cui sopra.
Intanto è arduo arrivare all'orario in cui puoi sederti comodamente sul divano e dare il play alla registrazione senza sapere il risultato.
Poi, se la squadra per cui tifi è quella della tua città, i chiacchiericci della domenica pomeriggio sono intrisi di mezzi commenti e da qualunque parte tu sia, perché da qualche parte in pubblico sarai pure, metti una sagra, metti l'Ikea, metti le terme, ci sarà qualche cazzone con lo smartcoso (® plus1gmt) o un cavernicolo colla radiolina che urlando o inveendo darà la stura alle tue derive interpretative che, comunque, ti rovineranno il pomeriggio e delle quali cercherai applicazione a posteriori davanti al match (Gol? Vuoi vedere che l'annulla, sennò perché quel tizio smadonnava).
E se la squadra gioca in casa? Tu torni bel bello dal tuo picnic a Villa Demidoff quando passa una cabrio con un demente in piedi, solitamente non il guidatore, che ha una bandiera legata al collo in segno di giubilo. Valla a guardare adesso la partita, sai che soddisfazione.
Ma anche, ammesso e non concesso, che tu riesca ad appagare il tuo bisogno d'ignoranza, al costo di trascorrere un pomeriggio in isolamento evitando come la peste i gruppetti maschili i bar e altre forme di vita sociale attaccabili dal germe pallone, e al via della partita tu sia nella condizione ideale di visione, il problema vero e insormontabile sta nel fatto che ciò che ti appresti a guardare è già successo.
Un film è un film e, per quanto tu possa assistere alla sua prima mondiale, è già stato diretto, girato e montato. Così resta. Ma un incontro di calcio in diretta no, deve ancora sbobinarsi davvero e se, per esempio, ti fischiano un rigore contro puoi sperare, pregare, invocare il tuo dio, o il laico artefice dei destini del mondo, puoi cercare di sovvertire la trama con la forza del tuo pensiero pure se non sei Uri Geller. Puoi inginocchiarti davanti allo schermo e implorare che quel tiro finisca alle stelle a far compagnia alla palla di Roby Baggio a Pasadena (ma lo vogliamo dire che prima di lui avevano sbagliato dal dischetto anche Baresi e Massaro? E diciamolo!).
Puoi influire, ecco.
E invece se te la sciroppi registrata hai l'arrendevolezza dell'impotente, la mesta consapevolezza di chi nulla può e, al cospetto del rigore contro, sai perfettamente che ci sarà stato un tifoso avversario, da qualche parte di mondo in uno stadio o in salotto, che, mentre tu ti districavi nei labirinti svedesi tra una Billy e un'Expedit (2), si sarà inginocchiato deferente al dio del calcio nell'orazione fai entrare questo pallone.
E allora, da' retta a me, vattene pure all'Ikea e non programmarla nemmeno la registrazione, e al primo neandertaliano che incontri con la radiolina all'orecchio e l'auricolare rosa sporco chiedi quanto stanno e va bene così.

(1) Rita Pavone (5) s'è rifatta tutta e i miei colleghi hanno promosso la mozione riportiamola tra le Xabili (3).
(2) L'Expedit è il paradigma della bellezza, è l'auspicato incontro della semplicità con il gusto, è la liberazione dello spazio nel tempo, è la perfezione della linearità e dell'essenza. L'Expedit è per l'arredamento ciò che uno spaghetto al pomodoro è per la cucina e quello che un racconto di Carver è per la letteratura. È l'amore per la tua compagna di banco, è l'erba verde di un prato alpino, è un pallone di cuoio da pigliare a calci. (3)
(3) Sto (ancora!) cercando di venire a capo di Infinite Jest e sono nella mia fase note. (4)
(4) Vedi nota 3.
(5) A casa mia giocavamo con le somiglianze, mia sorella era Rita Pavone, mio padre era Claudio Villa e mio zio era Pippo Baudo. Invece mia mamma, devo dirlo, mia mamma era Nicoletta Orsomando.
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