Ancora da me non c'è la raccolta differenziata porta a porta, si va con i sacchetti nella zona bidoni e lì si suddividono i rifiuti.
L'altro giorno mentre portavo i contenitori carta, plastica, vetro ai cassonetti noto una lattina di birra vuota per strada, a una decina di metri dal suo posto destinato. La 33 cl rotolava indolente, sospinta chissà dove dal vento.
Come sempre accade coi meccanismi della memoria, dai circuiti contorti della mente lampeggia un flash, allora sorrido.
Faccio quello che devo fare e mi scopro ad aspettare quello che non può accadere.
Torno a casa, mi tolgo una voglia e benedico l'era digitale.
Parecchi di voi lo conosceranno, ma visto che son qui, lo riciclo:
9 febbraio 2012
8 febbraio 2012
La Finestra di Johari (*)
Stavo formandomi al corso post assunzione.
Vari colleghi anziani si alternavano come docenti a illustrarci il bi e il ba della nostra nuova azienda.
Bon, era già tanto se non dormivo, quando arrivò 'sto tipo che c’illustrò la finestra di Johari attirando immediatamente la mia attenzione (sono impazzito per ritrovarla in gugol, non ricordandomi il nome).
Non so per quale motivo e in che contesto didattico si prese la briga di portarci a conoscenza della finestra, né sono in grado di dirvi se mi sia servito a qualcosa, conoscerla, in questi anni, certo è che l’ho tenuta lì, al calduccio tra i miei ricordi cari, e a volte l’ho rispolverata in qualche discussione. Tipo quando avevo da farmi bello.
Si tratta di uno strumento capace di rilevare come la personalità viene espressa, osservando quindi il rapporto tra noi e gli altri e aspira a definire le relazioni interpersonali, classificandole in quattro quadranti sviluppati su due dimensioni.
- L’area PUBBLICA (Open) contiene i fatti e le emozioni che volutamente mostriamo, che mettiamo “in piazza” e di cui parliamo in modo disinvolto. Può esprimere sia la nostra forza che le nostre debolezze, ma è quella parte di noi che scegliamo di condividere con gli altri.
- L’area PRIVATA (Hidden) contiene quegli aspetti che ben conosciamo di noi stessi, ma che teniamo nascosti agli altri.
- L’area NASCOSTA (Blind) è quella che contiene le cose che gli altri osservano di noi e che ci sono ignote. Di nuovo si può trattare di feedback positivi o negativi e comunque incide sul modo in cui gli altri si relazionano a noi e anche sul livello della nostra disinvoltura in determinate situazioni. (è il pezzettino di di prezzemolo fra i denti!)
- L’area IGNOTA (Unknown) contiene quegli aspetti totalmente sconosciuti, a noi stessi e agli altri perché è sepolta nel subconscio che si rivela solo in situazioni particolarmente emozionali.
(da psicolab.net - Nell'immagine siete il cammello - ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale)
Essenzialmente sono affascinato dall’esistenza del quarto quadrante. Una zona di me, della mia personalità, buia per me e buia per gli altri.
M'intriga perché lascia una speranza di creatività imprevedibile a tutti. Comportamenti, episodi, sfumature caratteriali che adesso, per quanto riguarda il sottoscritto, non sono né da me né da altri minimamente ipotizzabili potrebbero concretamente realizzarsi un giorno, grazie all’esistenza del quarto quadrante della finestra di Johari. Niente ci è precluso.
Chissà, magari un domani potrei brandire un'ascia a caccia della mia Wendy, partire alla volta della Repubblica di Marzapane, potrei mettere una firma contro la droga ai chioschetti dei Lautari o scrivere, al fin della fiera, un post decente.
(*) Non vi pensate a un fantomatico santone indiano, Johari altro non è che un accrocchio dei nomi di battesimo dei due ricercatori californiani che nel 1955 hanno elaborato la pensata: Joseph Luft e Harry Ingham.
6 febbraio 2012
Il campino dei miracoli
Un soffio di tempo fa nella storia dell’uomo e una vita nella storia mia, all’inizio degli anni settanta, eravamo avanti. E le cose andavano via in maniera diversa.
A scuola si andava a piedi e da soli. Il tempo pieno non esisteva se non nei nostri peggiori incubi, i centri estivi neanche. Nessun controllo a vista dei genitori sui figli. Non c’erano mamme a chiedere meno compiti per i figli. Nessuno ci portava dagli psicologi e la privacy non era ancora stata normata. E se finivi in punizione a scuola, non era che l’anticipo di quello che ti saresti beccato a casa.
Avevamo di corredo enzimi per digerire il vino, stomaci di decenni pronti per la caffeina e saliva curativa per le ginocchia sbucciate.
Per noi c’era una spessa e succosa fetta di libertà, dalle due di pomeriggio fino all’ora di cena.
Tutto ciò che serviva era un luogo dove trovarsi, che fosse la piazza, l’aia, la rotonda del cimitero, sotto gli alberi o, nel nostro caso, il campino.
Il campino era una sorta di facebook ante-litteram.
Al campino si incontravano amici, ci si sfidava in giochi come corsa, palleggi o cerbottane, e fatalmente senza mouse. Ognuno marcava i suoi record. Gli amici portavano amici che magari diventavano anche tuoi. Raccontavi le tue esperienze, a voce, senza doverle scrivere in bacheca. Tutti avevano idee per come passare il pomeriggio e potevi condividerle, contestarle o dire che ti piacevano.
Al campino annunciavi se c’era una festa o se invitavi gli amici per una merenda e tutto senza creare un evento.
Il campino era il nostro social network, senza bisogno del network. Per questo eravamo avanti.
Eravamo gioiosi o arrabbiati, stralunati o attenti, ammiccanti o perplessi, imbarazzati o delusi, in lacrime o assonnati. O forse tutte queste cose, quando capitava, ma non c'era bisogno di faccine per esprimerlo. E si capiva lo stesso, eravamo avanti.
Non c’erano pagliacci a spiegarci i giochi o a gonfiare palloncini a guisa di spade o animali. Eppure, anche da soli, eravamo avanti e con sempre qualcosa da fare.
E correvamo. Correvamo in bici, dietro a un pallone o in mille giochi diversi. Correvamo per andare al campino e per tornare a casa. Non conoscevamo la noia e comunicavamo solo parlandoci, uno di fronte all’altro. Non avevamo cellulari e non eravamo rintracciabili. E nessuno sembrava sentisse il bisogno di rintracciarci, del resto. A ogni modo, bastava venire al campino: noi eravamo lì.
A scuola si andava a piedi e da soli. Il tempo pieno non esisteva se non nei nostri peggiori incubi, i centri estivi neanche. Nessun controllo a vista dei genitori sui figli. Non c’erano mamme a chiedere meno compiti per i figli. Nessuno ci portava dagli psicologi e la privacy non era ancora stata normata. E se finivi in punizione a scuola, non era che l’anticipo di quello che ti saresti beccato a casa.
Avevamo di corredo enzimi per digerire il vino, stomaci di decenni pronti per la caffeina e saliva curativa per le ginocchia sbucciate.
Per noi c’era una spessa e succosa fetta di libertà, dalle due di pomeriggio fino all’ora di cena.
Tutto ciò che serviva era un luogo dove trovarsi, che fosse la piazza, l’aia, la rotonda del cimitero, sotto gli alberi o, nel nostro caso, il campino.
Il campino era una sorta di facebook ante-litteram.
Al campino si incontravano amici, ci si sfidava in giochi come corsa, palleggi o cerbottane, e fatalmente senza mouse. Ognuno marcava i suoi record. Gli amici portavano amici che magari diventavano anche tuoi. Raccontavi le tue esperienze, a voce, senza doverle scrivere in bacheca. Tutti avevano idee per come passare il pomeriggio e potevi condividerle, contestarle o dire che ti piacevano.
Al campino annunciavi se c’era una festa o se invitavi gli amici per una merenda e tutto senza creare un evento.
Il campino era il nostro social network, senza bisogno del network. Per questo eravamo avanti.
Eravamo gioiosi o arrabbiati, stralunati o attenti, ammiccanti o perplessi, imbarazzati o delusi, in lacrime o assonnati. O forse tutte queste cose, quando capitava, ma non c'era bisogno di faccine per esprimerlo. E si capiva lo stesso, eravamo avanti.
Non c’erano pagliacci a spiegarci i giochi o a gonfiare palloncini a guisa di spade o animali. Eppure, anche da soli, eravamo avanti e con sempre qualcosa da fare.
E correvamo. Correvamo in bici, dietro a un pallone o in mille giochi diversi. Correvamo per andare al campino e per tornare a casa. Non conoscevamo la noia e comunicavamo solo parlandoci, uno di fronte all’altro. Non avevamo cellulari e non eravamo rintracciabili. E nessuno sembrava sentisse il bisogno di rintracciarci, del resto. A ogni modo, bastava venire al campino: noi eravamo lì.
5 febbraio 2012
La seconda palla di McEnroe
Sarei disposto ad avere 37 e 2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe.
(Beppe Viola)
Anch'io vorrei avere la seconda palla di McEnroe, anche quella che John tira adesso - che diamine! - ma mi sa che, in questo scellerato patto faustiano, non potrei barattarla con una mia temperatura corporea oltre il 36,8.(Beppe Viola)
Sì, lo so che con quest'offerta di 4 decimi di grado in meno al massimo mi rifilano la seconda di Gianni Ocleppo, ma di più proprio non potrei.
Perché a me la febbre mi ammazza proprio.
A me bastano 2 giorni di febbre alta più altrettanti di strascichino attorno al 37 per ridurmi a una specie di larva catatonica.
All'inizio pensi, cavolo, febbre! Ottimo, niente lavoro, mi chiudo in casa (se fuori nevica, la gioia triplica) e mi dedico a tutta una serie d'attività che magari vado trascurando: leggere, scrivere, videogiocare, montare vecchi filmini, salutare, spray, starnuto, superman in un crescendo fantasticato di GiocaJoueriana memoria.
E invece nulla, mi piglia una tale apatia, che ogni progetto se ne va in un lampo così com'era stato pensato.
E quindi non leggo, non scrivo, non videogioco, non ho voglia di far conversazione, non mi rado, non mi lavo, indosso la stessa mise sia di giorno che di notte, insomma, imbocco una stradicciola dalle forti derive depressive.
Poi la febbre passa e piano piano riemergo.
Perciò quei 4 decimi di grado in più, proprio non posso metterli sul piatto della bilancia, ne va della mia dignità.
3 febbraio 2012
Le donne preferiscono le bionde
Ma è solo un'impressione mia o a fumare son rimaste soltanto le donne?
In effetti, cercando un po' in rete, pare che non sia così. In Italia la % di fumatori maschi è più alta rispetto alle fumatrici, anche se su questo dato incide pesantemente il sud, dove molti più uomini che donne sono dediti al fumo.
Al centro e al nord se la giocano su percentuali vicine.
Tornando alla mia esperienza diretta vedo che in ufficio da me fumano solo le donne (ok non tutte), nel giro di amici solo le mogli, a una cena con vecchi compagni di classe a un certo punto si alzano e vanno a fumare 5 donne su 6 e nemmeno un uomo. Tre indizi fanno una prova? Non lo so, magari son coincidenze.
Con questo non ne faccio una questione cuturale o sociale, è solo curiosità, la mia.
Il tempo in cui fumarsi una sigaretta in pubblico poteva rappresentare un gradino sulla scala dell'emancipazione pare sepolto nel passato, quindi dev'esserci un altro motivo.
Forse.
Niente ho trovato, purtroppo, sull'uso delle sigarette di chewing gum, ricordate? Quelle rosa che per quanto t'impegnassi ad aprirle ci restava sempre un po' di carta appiccicata e alla fine andava che te le masticavi così.
Sono andate perdute per sempre, con le clic clac e i poster di Franco Gasparri.
In effetti, cercando un po' in rete, pare che non sia così. In Italia la % di fumatori maschi è più alta rispetto alle fumatrici, anche se su questo dato incide pesantemente il sud, dove molti più uomini che donne sono dediti al fumo.
Al centro e al nord se la giocano su percentuali vicine.
Tornando alla mia esperienza diretta vedo che in ufficio da me fumano solo le donne (ok non tutte), nel giro di amici solo le mogli, a una cena con vecchi compagni di classe a un certo punto si alzano e vanno a fumare 5 donne su 6 e nemmeno un uomo. Tre indizi fanno una prova? Non lo so, magari son coincidenze.
Con questo non ne faccio una questione cuturale o sociale, è solo curiosità, la mia.
Il tempo in cui fumarsi una sigaretta in pubblico poteva rappresentare un gradino sulla scala dell'emancipazione pare sepolto nel passato, quindi dev'esserci un altro motivo.
Forse.
Niente ho trovato, purtroppo, sull'uso delle sigarette di chewing gum, ricordate? Quelle rosa che per quanto t'impegnassi ad aprirle ci restava sempre un po' di carta appiccicata e alla fine andava che te le masticavi così.
Sono andate perdute per sempre, con le clic clac e i poster di Franco Gasparri.
2 febbraio 2012
Libri da Scrivere
Tutti lì che ti consigliano libri da leggere, ma così è facile, son buoni tutti ad additare dei libri da leggere. Beh, quasi tutti.
Io invece voglio consigliarvi dei romanzi da scrivere. Ormai ne esistono talmente tanti in giro che è anche difficile trovare un titolo libero. Ve li darò io, non spingete.
L'ufficio marketing de La Linea, dopo attenti studi, consiglia di puntare forte su titoli che magari richiamino altri testi famosi, un po' come con le scarpe Alidas, le Tob's o le borse di Grucci.
Anche perché, se non lo comprano per sbaglio un vostro libro, capirete che non ci sono molte altre possibilità.
E siccome sono in buona, vi butto là anche un accenno di trama, il resto è lavoro vostro.
La Giovane Holding
Una grossa società di New York punta a gestire una serie di ricoveri per le papere di Central Park. Il lavoro consiste solo nell'accudire le papere quei 10/15 giorni l'anno in cui il laghetto è gelato.
Il Deserto dei Tartan
Ormai le piste d'atletica sono sconsolatamente vuote. Il giovane Drogo si ritrova solo ad allenarsi sugli anelli in tartan dello stadio. I suoi ex-compagni di classe sono chi a danza, chi a karate. Va a finire che smette anche lui, perché a causa del nome viene sempre sorteggiato per il controlo antidoping.
Dislessico Famigliare
Il classico cinepanettone. Una famiglia di dislessici, madre padre e tre figli, non riesce a comunicare dando vita a una vera e propria commedia degli equivoci. Esilarante la scena in cui la madre lascia un post-it con scritto "cena da cuocere" e il marito arrostisce il cane.
L'isola del Giorno Priva
Un bel racconto di fantascienza i cui protagonisti vivono su un'isola sulla quale, per un'arcana congiunzione astrale, non sorge mai il sole. Lì è sempre notte e gli abitanti sono in eterna lotta con le bollette della luce.Verranno sterminati dai gufi.
Due di De Carlo
Pulp: un lettore esasperato dai romanzi di Andrea de Carlo si apposta sotto casa sua e quando lo scrittore arriva lo affetta in due con una scure.
Va' dove ti porta il culo
Pellicola fortemente impegnata sull'oscuro periodo degli Ani di Piombo. Una ragazza (Jennifer Lopez) si trova invischiata in un gruppo rivoluzionario, poi le va di culo e riesce ad uscirne emigrando nella Grande Mela, lì otterrà il successo che merita. Il film è accusato di fare della facile dietrologia.
(grazie a Melusina)
Io invece voglio consigliarvi dei romanzi da scrivere. Ormai ne esistono talmente tanti in giro che è anche difficile trovare un titolo libero. Ve li darò io, non spingete.
L'ufficio marketing de La Linea, dopo attenti studi, consiglia di puntare forte su titoli che magari richiamino altri testi famosi, un po' come con le scarpe Alidas, le Tob's o le borse di Grucci.
Anche perché, se non lo comprano per sbaglio un vostro libro, capirete che non ci sono molte altre possibilità.
E siccome sono in buona, vi butto là anche un accenno di trama, il resto è lavoro vostro.
La Giovane Holding
Una grossa società di New York punta a gestire una serie di ricoveri per le papere di Central Park. Il lavoro consiste solo nell'accudire le papere quei 10/15 giorni l'anno in cui il laghetto è gelato.
Il Deserto dei Tartan
Ormai le piste d'atletica sono sconsolatamente vuote. Il giovane Drogo si ritrova solo ad allenarsi sugli anelli in tartan dello stadio. I suoi ex-compagni di classe sono chi a danza, chi a karate. Va a finire che smette anche lui, perché a causa del nome viene sempre sorteggiato per il controlo antidoping.
Dislessico Famigliare
Il classico cinepanettone. Una famiglia di dislessici, madre padre e tre figli, non riesce a comunicare dando vita a una vera e propria commedia degli equivoci. Esilarante la scena in cui la madre lascia un post-it con scritto "cena da cuocere" e il marito arrostisce il cane.
L'isola del Giorno Priva
Un bel racconto di fantascienza i cui protagonisti vivono su un'isola sulla quale, per un'arcana congiunzione astrale, non sorge mai il sole. Lì è sempre notte e gli abitanti sono in eterna lotta con le bollette della luce.Verranno sterminati dai gufi.
Due di De Carlo
Pulp: un lettore esasperato dai romanzi di Andrea de Carlo si apposta sotto casa sua e quando lo scrittore arriva lo affetta in due con una scure.
Va' dove ti porta il culo
Pellicola fortemente impegnata sull'oscuro periodo degli Ani di Piombo. Una ragazza (Jennifer Lopez) si trova invischiata in un gruppo rivoluzionario, poi le va di culo e riesce ad uscirne emigrando nella Grande Mela, lì otterrà il successo che merita. Il film è accusato di fare della facile dietrologia.
(grazie a Melusina)
1 febbraio 2012
All you need is boomerang
Il punto è che non riesco a mettermi in pari.
In ufficio e a casa i fogli mi prendono di mira, mi circondano, mi assaltano e mi sommergono.
E per quanto m'impegni a sminestrare le rogne che si portano appresso, altre ne arrivano. A frotte.
A tutto questo s'aggiungano un paio di caselle email (sempre ufficio e casa) perennemente zeppe di posta da smistare, archiviare, cancellare se va bene o, se va male, da lavorare, sempre con il fiato dell'Amministratore di Sistema sul collo. Alla fine son fogli anche quelli. E non penso di essere una mosca bianca, ma di avere un grado di sommersione da fogli nella media.
E non ce la si fa a stare al passo perché, per quanti fogli puoi far fuori, loro si riorganizzano e s'incrementano di numero, lunghezza e frequenza in un'inarrestabile progressione. Tutto quello di cui ho bisogno è il boomerang. Certo non un boomerang qualsiasi, no, bensì The Magic Boomerang.
Chi ha visto come me, nel Pleistocene, Tom, un ragazzino australiano lanciare il boomerang e risolvere tutti i suoi problemi fermando il tempo nel lasso da quando scaglia l'attrezzo ricurvo a quando gli ritorna tra le mani, non può non desiderarlo intensamente.
Tirerei il mio boomerang alto nel cielo, una parabola allungata nell'infinito e tutto sotto che si congela: persone, cose e flusso di fogli. Solo così potrei avere una chance per rimettermi in pari. D'altra parte il tempo, il vero tesoro di quest'era frenetica, è una risorsa preziosissima e impagabile.
Fatti i dovuti calcoli, non è che mi servirebbe spesso, no, basterebbe un giorno al mese, ecco. Un giorno al mese in cui tutti se ne stanno buoni, fermi immobili: mogli, figli, server, postini, capi, colleghi, celentani, ritepavoni... e io che approfitto per spuntare il To Do, archiviare i fogli, le mail e rimettermi in pari.
A tutto questo s'aggiungano un paio di caselle email (sempre ufficio e casa) perennemente zeppe di posta da smistare, archiviare, cancellare se va bene o, se va male, da lavorare, sempre con il fiato dell'Amministratore di Sistema sul collo. Alla fine son fogli anche quelli. E non penso di essere una mosca bianca, ma di avere un grado di sommersione da fogli nella media.
E non ce la si fa a stare al passo perché, per quanti fogli puoi far fuori, loro si riorganizzano e s'incrementano di numero, lunghezza e frequenza in un'inarrestabile progressione. Tutto quello di cui ho bisogno è il boomerang. Certo non un boomerang qualsiasi, no, bensì The Magic Boomerang.
Chi ha visto come me, nel Pleistocene, Tom, un ragazzino australiano lanciare il boomerang e risolvere tutti i suoi problemi fermando il tempo nel lasso da quando scaglia l'attrezzo ricurvo a quando gli ritorna tra le mani, non può non desiderarlo intensamente.
Tirerei il mio boomerang alto nel cielo, una parabola allungata nell'infinito e tutto sotto che si congela: persone, cose e flusso di fogli. Solo così potrei avere una chance per rimettermi in pari. D'altra parte il tempo, il vero tesoro di quest'era frenetica, è una risorsa preziosissima e impagabile.
Fatti i dovuti calcoli, non è che mi servirebbe spesso, no, basterebbe un giorno al mese, ecco. Un giorno al mese in cui tutti se ne stanno buoni, fermi immobili: mogli, figli, server, postini, capi, colleghi, celentani, ritepavoni... e io che approfitto per spuntare il To Do, archiviare i fogli, le mail e rimettermi in pari.
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