Forse l'ho già detto, ma Don DeLillo a me, per prima cosa, prima ancora di stupirmi, appassionarmi e guadagnarsi la mia stima a vagonate, prima di tutto mi fa passare la voglia di scrivere.
Uscire da un romanzo di DeLillo e rifiutarsi financo di vergare giù la lista della spesa - tornando poi a casa coi sofficini e i bastoncini di pesce findus e pigliandosi il peggio cazziatone da dolcemetà - è un attimo.
Proprio c'hai la nausea se pigli la penna in mano o ti avvicini a una tastiera.
Tant'è vero che L'uomo che cade (4 carver pieni - trad. Matteo Colombo) l'ho terminato un mesetto fa ma mi sento di buttar giù due righe solo adesso.
E no non lo commenterò, mi limiterò a riportarne dei pezzi. Che poi non c'è nemmeno bisogno di segnarli, aprite una pagina, leggete, e trovate sempre del bello e del buono.
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Apter era un uomo slanciato e riccio di capelli, che sembrava progettato per dire cose spiritose ma non lo faceva mai.
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Per un po' Keith smise di radersi, qualunque cosa significasse.
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Il padre era un cattolico tradizionalista non praticante, affezionato alla messa in latino a patto di non dovervi assistere.
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Le carte scivolavano sulla superficie in panno verde del tavolo rotondo. Utilizzavano l'intuito e tecniche di analisi del rischio da guerra fredda.
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Alla settantasettesima partita di hold'em cominciò a percepire una forma di vita in tutto ciò, che non apparteneva a lui ma agli altri, una piccola alba di significato all'interno di un tunnel.
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...si rese conto che il bambino aveva ripreso a utilizzare soltanto monosillabi e bisillabi.
Gli disse: - Dacci un taglio.
- Eh?
- Vedi che non sei l'unico a saper parlare massimo in bisillabi?
- Eh?
- Dacci un taglio, - ripeté lui.
- Ma perché? Dici sempre che non parlo.
- È tua madre che lo dice, non io.
- E quando parlo mi dici di darci un taglio.
Stava diventando bravo, Justin, ormai tra una parola e l'altra quasi non si fermava. All'inizio era stata una forma di gioco istruttiva, ma adesso nella sua pratica era subentrato un elemento nuovo, un'ostinazione solenne, quasi rituale.
- Guarda, a me non importa. Puoi parlare nella lingua degli inuit, se vuoi. Impara l'inuit. Loro hanno un alfabeto fatto di sillabe, anziché di lettere. Puoi parlare una sillaba alla volta. Ci metterai un minuto e mezzo per dire un'unica parola lunga. Io di fretta non ne ho. Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. E fare anche delle pause lunghe tra una sillaba e l'altra. Cominceremo a mangiare carne di tricheco, e tu potrai parlare inuit.
- Non so se mi va la carne di foca.
- Ho detto tricheco, non foca.
- È lo stesso.
- Di' "tricheco".
- È lo stesso. È come la foca. Carne di foca.
Testardo come un mulo.
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30 gennaio 2019
28 gennaio 2019
Vecchi dischi che nessuno avrebbe più ballato
Venne anche il momento di guardarsi attorno con occhi nuovi.
Non era una scelta, le arrivò in faccia come fa uno schiaffo.
Finite le lacrime, finite le visite parentali, finite le belle parole, restava un vuoto denso che riempiva la casa. Fin dentro i mobili.
Si lasciò andare sul divano azzurro privo di vita, perduto teatro di lotta tra i bambini, dimenticato e improvvisato nido di amplessi frettolosi, ricovero caldo per culi da teledipendenza passiva.
Vide i libri pigiati sugli scaffali, vecchi romanzi che nessuno avrebbe più aperto e che nessuna bancarella avrebbe voluto.
Vecchi dischi che nessuno avrebbe più ballato.
Vecchi testi di scuola di figli perduti fuori, in un mondo sfacciato e srotolato oltre la porta finestra.
Eppure il sole faceva il lavoro suo, ingravidava la stanza della luce dell'est mattutina, ma a lei mancava la forza per cimentarsi in un'altra spaventosa giornata.
La credenza di arte povera era stipata di piatti che avrebbero atteso invano una nuova festa, un pranzo numeroso e rigonfio di risa. Milioni di tazzine da caffè vi stavano annidate come pipistrelli dormienti in attesa di un grido, di un invito che sprigionasse il loro volo.
Insalatiere sbreccate e sepolte circondate da bicchieri male impilati, posate nuove mai usate e posate vecchie mai usate. Tutto era testimonianza silente di esistenze disilluse o finite.
Solo il quadro, la casa di contadino in mezzo alla neve, la casa con la colombaia che le ricordava quella in cui era nata, solo il quadro dai riflessi bianchi e rosati, solo il quadro le infuse uno scampolo di forza.
Allora si alzò, imprecando un dio che non c'era, e si trascinò in cucina a mettere su l'acqua per un tè.
25 gennaio 2019
Un rumore di trolley nella testa
A tratti sentiva questo rumore, come di trolley, nella testa.
Un trolley trascinato in giro per la stazione.
Ma forse non era proprio nella sua testa, di certo non era all'esterno del suo corpo e non era percepito da chi stava con lei. È che lei lo sentiva, anche se non era proprio una faccenda uditiva, era complesso e difficile da spiegare. Si trattava più di uno stato di fatto. Rumoroso.
- Lo senti anche tu questo rumore?
- Che rumore?
- Come di un trolley strascicato...
- Ah, no, nessun trolley, nessun rumore, forse il frigo.
Lui non capiva, non che fosse facile, doveva dargliene atto.
Non era nei momenti ansiosi, di paura, di fame o di stanchezza che lo sentiva, era più un manifestarsi a casaccio. Lo sentiva da qualche parte e lo vedeva quasi, un trolley nero, lucido, tirato in giro da una sagoma indistinta, uomo donna bambino boh, probabilmente il suo inconscio aveva bollato come trascurabile l'elemento trascinatore.
Ne parlò con le amiche, più per ravvivare una conversazione vecchia di anni che per la speranza di trovare conforto o soluzione.
- Un trolley? Di Louis Vuitton?
E questo fu il commento più intelligente.
Si era poi ricordata di un libro, o forse era un film, dove un tipo aveva una lastra nel cervello, o era una scheggia di bomba, comunque roba metallica, grazie alla quale prendeva la radio e si sciroppava canzoni, notiziari e spot senza possibilità di spegnere se non rintanandosi in cantina o in un crepaccio non accessibile alla modulazione di frequenza.
Ma no, non aveva protesi all'anca o viti nel femore, manco una catenina. Si tolse la fede, ma non risolse nemmeno così. Non lo sentiva arrivare piano piano come un treno, ma d'improvviso, senza avvisaglie, iniziava e basta. Come se un viaggiatore in una qualche striscia di mondo partisse con il suo trolley al seguito e lei potesse sentirlo, chissà come, sì forse era così.
Andò anche dal dottore alla fine.
- Va tutto bene. Come si dice? Sana come un pesce. Sarà un po' di stress accumulato, ti segno queste. Poi riposati e vedrai che tutto si risolve.
Ma se l'unica bega che partecipava all'accumulo del suo stress era proprio il fastidioso rumore del trolley portato a zonzo non esattamente su una moquette!
E quando la medicina fallisce non ti resta che l'internet e la speranza che della tua paranoia se ne sia parlato in uno sperduto forum o su una qualsiasi piattaforma paramedica.
Digitò su Google "rumore di trolley nella testa" virgolettato, trovò una ricorrenza e cominciò a leggere:
A tratti sentiva questo rumore, come di trolley, nella testa.
Un trolley trascinato in giro per la stazione.
Ma forse non era proprio nella sua testa, di certo non era all'esterno del suo corpo e non era percepito da chi stava con lei. È che lei lo sentiva, anche se non era proprio una faccenda uditiva, era complesso e difficile da spiegare. Si trattava più di uno stato di fatto. Rumoroso.
- Lo senti anche tu questo rumore?
- Che rumore?
- Come di un trolley strascicato...
- Ah, no, nessun trolley, nessun rumore, forse il frigo.
Lui non capiva, non che fosse facile, doveva dargliene atto.
Non era nei momenti ansiosi, di paura, di fame o di stanchezza che lo sentiva, era più un manifestarsi a casaccio. Lo sentiva da qualche parte e lo vedeva quasi, un trolley nero, lucido, tirato in giro da una sagoma indistinta, uomo donna bambino boh, probabilmente il suo inconscio aveva bollato come trascurabile l'elemento trascinatore.
Ne parlò con le amiche, più per ravvivare una conversazione vecchia di anni che per la speranza di trovare conforto o soluzione.
- Un trolley? Di Louis Vuitton?
E questo fu il commento più intelligente.
Si era poi ricordata di un libro, o forse era un film, dove un tipo aveva una lastra nel cervello, o era una scheggia di bomba, comunque roba metallica, grazie alla quale prendeva la radio e si sciroppava canzoni, notiziari e spot senza possibilità di spegnere se non rintanandosi in cantina o in un crepaccio non accessibile alla modulazione di frequenza.
Ma no, non aveva protesi all'anca o viti nel femore, manco una catenina. Si tolse la fede, ma non risolse nemmeno così. Non lo sentiva arrivare piano piano come un treno, ma d'improvviso, senza avvisaglie, iniziava e basta. Come se un viaggiatore in una qualche striscia di mondo partisse con il suo trolley al seguito e lei potesse sentirlo, chissà come, sì forse era così.
Andò anche dal dottore alla fine.
- Va tutto bene. Come si dice? Sana come un pesce. Sarà un po' di stress accumulato, ti segno queste. Poi riposati e vedrai che tutto si risolve.
Ma se l'unica bega che partecipava all'accumulo del suo stress era proprio il fastidioso rumore del trolley portato a zonzo non esattamente su una moquette!
E quando la medicina fallisce non ti resta che l'internet e la speranza che della tua paranoia se ne sia parlato in uno sperduto forum o su una qualsiasi piattaforma paramedica.
Digitò su Google "rumore di trolley nella testa" virgolettato, trovò una ricorrenza e cominciò a leggere:
A tratti sentiva questo rumore, come di trolley, nella testa.
23 gennaio 2019
Il libro più sottovalutato di sempre
Erano i tempi della nicchia.
Stavamo ad Harleem, presso Amsterdam, da un amico, Fede. Un amico così caro che pur di ospitarci si ridusse a dormire in un accrocchio tra due divani a due posti accostati uno contro l'altro, ci entrava dall'alto e ci stava solo in diagonale e con le gambe un po' piegate. Questo per 5 giorni.
Per ripagarlo presi pure un libro a caso da una mensola, solo perché era giallo.
(Bestie, 4 carver, trad. Massimo Bocchiola)
Beh, ragazzi, ne è valsa la pena.
Letto in apnea, come poche altre volte (Il Giovane Holden, L'ombra dello scorpione, Lolita)
Amo e ricordo ancora i nomi dei due poveri cristi padroni della storia in un'ambientazione molto kenloachiana ma con più ironia: Tam e Richie, Tam e Richie, Tam e Richie. Tamerici, come scordarli.
Non è più tanto facile nemmeno trovarlo il tomo, per chi volesse, certo non in libreria.
È che anch'io dovrei procurarmelo (perché io i libri che prendo in prestito li restituisco, io) perché è una di quelle opere che ho nella lista di rilettura (Cent'anni di solitudine, Se questo è un uomo, Il calendario e l'orologio).
Non ce l'ho le citazioni tratte dal romanzo, ma magari vi metto il link ad un paio di rece.
C'è del sano spoiler qui sotto, evitate se volete per caso leggere il romanzo.
Bestie - Il foglio letterario
Bestie - Mangialibri
L'anno scorso poi mi sono preso anche un altro romanzo di Magnus Mills: Niente di nuovo sull'Orient Express (3,3 carver) e seppure mi pareva non mi avesse così coinvolto, lo ricordo con una tale nitidezza che sta di certo a dimostrare altro.
Stavamo ad Harleem, presso Amsterdam, da un amico, Fede. Un amico così caro che pur di ospitarci si ridusse a dormire in un accrocchio tra due divani a due posti accostati uno contro l'altro, ci entrava dall'alto e ci stava solo in diagonale e con le gambe un po' piegate. Questo per 5 giorni.
Per ripagarlo presi pure un libro a caso da una mensola, solo perché era giallo.
(Bestie, 4 carver, trad. Massimo Bocchiola)
Beh, ragazzi, ne è valsa la pena.
Letto in apnea, come poche altre volte (Il Giovane Holden, L'ombra dello scorpione, Lolita)
Amo e ricordo ancora i nomi dei due poveri cristi padroni della storia in un'ambientazione molto kenloachiana ma con più ironia: Tam e Richie, Tam e Richie, Tam e Richie. Tamerici, come scordarli.
Non è più tanto facile nemmeno trovarlo il tomo, per chi volesse, certo non in libreria.
È che anch'io dovrei procurarmelo (perché io i libri che prendo in prestito li restituisco, io) perché è una di quelle opere che ho nella lista di rilettura (Cent'anni di solitudine, Se questo è un uomo, Il calendario e l'orologio).
Non ce l'ho le citazioni tratte dal romanzo, ma magari vi metto il link ad un paio di rece.
C'è del sano spoiler qui sotto, evitate se volete per caso leggere il romanzo.
Bestie - Il foglio letterario
Bestie - Mangialibri
L'anno scorso poi mi sono preso anche un altro romanzo di Magnus Mills: Niente di nuovo sull'Orient Express (3,3 carver) e seppure mi pareva non mi avesse così coinvolto, lo ricordo con una tale nitidezza che sta di certo a dimostrare altro.
21 gennaio 2019
Un bambino da insegnargli ad andare in bici
I genitori di lei erano usciti per andare a lavoro e lui, che era ospite, amichetto della figlia, era andato in camera di lei per svegliarla, ma poi non l'aveva fatto.
Se lei dormisse davvero, o facesse finta di, non si capiva.
Lui le si era accoccolato accanto al letto: finalmente poteva guardarla, poteva osservare non visto ogni frammento del suo viso.
Lei giaceva su un fianco, dai capelli addormentati faceva capolino un orecchio. Sapeva di sonno e primavera.
Lui le guardava il nasino perfetto con sulla punta il neo, centrato e preciso, come dipinto.
- Mi stai guardando? - gli chiese lei quando aprì gli occhi e si tirò su appoggiandosi a un gomito.
Sì, le avrebbe voluto rispondere lui. Sì, ti stavo guardando.
Ti stavo solo guardando.
Sì, stavo guardando il disegno rosa delle tue labbra, e stavo annusando il tuo respiro. Guardavo una strada da camminarci con te, un'onda che potesse portarci a riva, inzuppati di cose da fare insieme.
Sì, riuscivo a immaginare una vita di nostri incontri, di baci, di mani intrecciate.
Una vita di fare la spesa, di sole rubato al mare, di corse sull'argine di un fiume, una vita con un bambino da insegnargli ad andare in bici.
Vedevo il rincorrersi dei nostri destini di ragazzi in una vita sognata e vicinissima che la potevi toccare, come i tuoi capelli addormentati, eppure lontanissima come una terra di ghiacci e di sale.
- Eh, mi stavi guardando? - sorrideva, l'aveva sgamato.
- No - le fece lui, e abbassò gli occhi.
Se lei dormisse davvero, o facesse finta di, non si capiva.
Lui le si era accoccolato accanto al letto: finalmente poteva guardarla, poteva osservare non visto ogni frammento del suo viso.
Lei giaceva su un fianco, dai capelli addormentati faceva capolino un orecchio. Sapeva di sonno e primavera.
Lui le guardava il nasino perfetto con sulla punta il neo, centrato e preciso, come dipinto.
- Mi stai guardando? - gli chiese lei quando aprì gli occhi e si tirò su appoggiandosi a un gomito.
Sì, le avrebbe voluto rispondere lui. Sì, ti stavo guardando.
Ti stavo solo guardando.
Sì, stavo guardando il disegno rosa delle tue labbra, e stavo annusando il tuo respiro. Guardavo una strada da camminarci con te, un'onda che potesse portarci a riva, inzuppati di cose da fare insieme.
Sì, riuscivo a immaginare una vita di nostri incontri, di baci, di mani intrecciate.
Una vita di fare la spesa, di sole rubato al mare, di corse sull'argine di un fiume, una vita con un bambino da insegnargli ad andare in bici.
Vedevo il rincorrersi dei nostri destini di ragazzi in una vita sognata e vicinissima che la potevi toccare, come i tuoi capelli addormentati, eppure lontanissima come una terra di ghiacci e di sale.
- Eh, mi stavi guardando? - sorrideva, l'aveva sgamato.
- No - le fece lui, e abbassò gli occhi.
18 gennaio 2019
Il libro più sopravvalutato di sempre
È andata così, io ti parlo di Lolita, immenso capolavoro, e tu te ne esci con una personalissima associazione di idee che ti porta a consigliarmi - in analogia - Il maestro e Margherita.
Orpo, faccio io, che culo! Finisco uno e attacco l'altro, oso pensare, in una mancata soluzione della continuità narrativa di livello alto
E invece niente, la storia non mi piace (anzi), la scrittura non mi colpisce (anzi), va che lo lascio a metà. E poi lo metto proprio via per non rischiare che mi ricapiti in mano per sbaglio.
Il voto in carver non glielo do, per correttezza visto che non l'ho finito.
Dolcemetà, che l'aveva letto in passato, interrogata sul romanzo ha sentenziato: Mi ricordo c'era un gatto, forse citando involontariamente Woody Allen con il suo Parla della Russia riferito a Guerra e Pace.
Che poi il libro abbia una sua valenza, posso anche concederlo, ma ritrovarmelo ad ogni pie' sospinto tra i classici della letteratura o tra le liste dei 10, 100, libri che dovete assolutamente leggere prima di crepare... boh, mi sembra una collocazione immeritata.
Poi ho pensato a cosa ti abbia fatto saltare da Lolita a Il Maestro e Margherita. No, non credo la rima dei titoli, ma la rima dell'autore, quello sì.
Hai pensato Nabokov, ti è venuto in mente Bulgakov, ci sta, non dico di no, e Taac me l'hai propinato.
A supporto della mia tesi, leggo una frase nell'internet che mi lascia ancora più stupefatto:
Secondo il parere di molti lettori Il maestro e Margherita è il miglior romanzo russo del secolo.
O, più semplicemente, sono un coglione io.
Orpo, faccio io, che culo! Finisco uno e attacco l'altro, oso pensare, in una mancata soluzione della continuità narrativa di livello alto
E invece niente, la storia non mi piace (anzi), la scrittura non mi colpisce (anzi), va che lo lascio a metà. E poi lo metto proprio via per non rischiare che mi ricapiti in mano per sbaglio.
Il voto in carver non glielo do, per correttezza visto che non l'ho finito.
Dolcemetà, che l'aveva letto in passato, interrogata sul romanzo ha sentenziato: Mi ricordo c'era un gatto, forse citando involontariamente Woody Allen con il suo Parla della Russia riferito a Guerra e Pace.
Che poi il libro abbia una sua valenza, posso anche concederlo, ma ritrovarmelo ad ogni pie' sospinto tra i classici della letteratura o tra le liste dei 10, 100, libri che dovete assolutamente leggere prima di crepare... boh, mi sembra una collocazione immeritata.
Poi ho pensato a cosa ti abbia fatto saltare da Lolita a Il Maestro e Margherita. No, non credo la rima dei titoli, ma la rima dell'autore, quello sì.
Hai pensato Nabokov, ti è venuto in mente Bulgakov, ci sta, non dico di no, e Taac me l'hai propinato.
A supporto della mia tesi, leggo una frase nell'internet che mi lascia ancora più stupefatto:
Secondo il parere di molti lettori Il maestro e Margherita è il miglior romanzo russo del secolo.
O, più semplicemente, sono un coglione io.
15 gennaio 2019
No grazie, non posso mangiar dolci (*)
Ne aveva avute per tutti ai tempi del loro comune lavoro e ora entrava in parecchi aneddoti della vita precedente di lei.
Il Bigi di qua, il Bigi di là, sapete com'è.
Non c'è cosa che il Bigi non avesse fatto, risposta salace che non avesse dato o spiegazione dotta che non avesse elargito.
Così va che salta fuori in più di un racconto nei dopo cena tra i cantucci e il vin santo.
Poi io non me le ricordo davvero le innumerevoli perle del Bigi, anche perché, fosse stato bello tira via, ma il fatto che fosse simpatico un po' di gelosia me la instillava.
Ma una cosa sì, l'ho memorizzata: aveva un modo unico di tirarsi fuori dalle situazioni spiacevoli, dalle proposte non gradite, dalle domande scomode.
- Ehi, Bigi, si va a pranzo insieme oggi?
- No grazie, non posso mangiar dolci.
- Domenica mi porti all'Ikea?
- No grazie, non posso mangiar dolci.
- Quest'anno in ferie, andiamo in Yemen?
- No grazie, non posso mangiar dolci.
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(*) marchio registrato Bigi.
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