12 dicembre 2013

Automobilisti, strana gente

C'è questo buco per strada che non lo richiudono.
Non si capisce che c'hanno trovato, se una tomba etrusca, il petrolio o la maiala di so ma', fatto sta che hanno aperto il cantiere 20 giorni fa e non c'è sentore di fine lavori.
A qualunque ora passi non ci vedi un operaio manco col cannocchiale di Galileo.
Causa buco, la strada ha una sola carreggiata percorribile e c'è un semaforo temporaneo che ne regola il traffico e la mattina si forma una coda straordinaria, che può variare da uno a due chilometri con canonico imbottigliamento.
L'automobilista che fa? Il primo giorno viene colto di sorpresa dal buco, il secondo ripassa da lì sperando che l'abbiano già ritappato, e dal terzo in poi, invece, non ha più motivo né giustificazione, ma continua a passare da lì. In auto, chiaramente.
E consideriamo che esistono almeno un paio di strade alternative, certo un po' più lunghe, ma prive di buchi e di file di macchine. Però l'automobilista continua abitudinariamente a sciropparsi il suo percorso abituale e almeno trenta minuti di coda.
E ogni giorno mi chiedo perché, forse gli automobilisti hanno una vocazione al tafazzismo, o forse c'è qualcuno che li spinge a farlo. Chissà, magari gli spingitori di cavalieri medievali si sono riciclati in un più moderno spingitori di automobilisti.
Forse gli automobilisti amano solo restarsene al calduccio ascoltando la loro radio preferita e ritardando il più possibile il loro arrivo sui luoghi di lavoro. O forse semplicemente non gli passa per la testa che potrebbero esserci delle soluzioni alternative perché loro son così: sono automobilisti.

10 dicembre 2013

99 rimostranze a dio, o a chi per lui

La rimostranza è l’esprimere, portando motivate ragioni, il proprio biasimo, o rimproverando, o, più spesso, protestando per un torto subito o una mancanza di rispetto; nell’uso, più com. al plur.: farò le mie r. a chi di dovere (www.treccani.it).

E di Rimostranze, ne abbiam fatte 99, a dio, o a chi per lui (non a Cincirinella!) e Eva Clesis della Redazione di Ottolibri le ha curate raccogliendole in un ebook che, volendo, potete acquistare su Amazon già da domani a 5,99 eurini(*).

La mia rimostranza? Eccola, è la n. 99:

Caro Dio, o chi per te,
quella volta là, c'hai provato e va bene. Non ti portiamo rancore, hai mostrato coraggio e Dio te ne renderà merito, insomma puoi rendertene merito, ecco. Però la prossima volta che decidi di spedire la carne della tua carne sulla Terra per far quadrare i conti, per fare adepti, per dare delle direttive o anche solo per cazziare qualcuno, non mandare tuo figlio, ti supplico, manda tua figlia.
Che, con tutto il rispetto, Gesù ha pure fatto delle gran cose, tra camminare sull'acqua, moltiplicare i pesci senza calcolatori e resuscitare i morti... però, ecco, una femmina sarebbe più adatta, nel contesto storico.
Lo so, tu mi dirai che e' figl so piezz’e sacro cuore, però Gesù si è prodotto in performance talmente avulse dalle possibilità umane che per forza non era credibile, miracoli li hanno dovuti chiamare.
Però, se non sei credibile, hai voglia di predicare, hai voglia di essere figlio di, ma chi t'ascolta?
Con una donna sarebbe diverso. Perché la donna è una che s’alza la mattina prima di tutti, una che fa la spesa per la famiglia, porta i figli a scuola, li riprende, prepara colazioni, pranzi e cene a diritto, gestisce in autonomia il miracolo, quello sì, del ciclo cesta dei panni/lavatrice/stendino/stiratura/cassetto, una che sette giorni al mese lunare si sminestra pure le cose sue senza che in casa ne risentano, una che frulla tra piscina, calcio, palestre, fa e sfa borsoni fetenti, una che lavora anche otto ore al giorno, tiene a bada le mani del capo, tiene casa in ordine, e spolvera e pulisce i vetri alle finestre insomma, una così, una donna, se anche dovesse ridare la vista a un cieco, cosa sarebbe mai al confronto di quello che già fa?
Una donna che ridà la vista a un cieco sarebbe credibile, magari deve trovarli quei dieci minuti liberi per impastare il fango e lo sputo, ritagliarli tra la riunione a scuola e lo scarico lavastoviglie, ma se li trova, il cieco sarà l'ultimo dei suoi problemi.
In attesa di Gesuina, porgiamo i nostri più cordiali saluti.

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E grazie al Cielo per la segnalazione dell'iniziativa
(*) ah, non pensate che me ne venga qualcosa a parte la peritura fama e un fascio di strali divini.

5 dicembre 2013

Ti prego, non chiamarmi Barbie

- Ma 'sta vecchia non muore mai?
Questo che parla è il mio genitore e la vecchia di cui va cianciando è sua mamma e pure mia nonna, come si evince dalle parentele, ma è anche un’ottantaquattrenne artritica e demente, con rispetto parlando.
- Ma, Luca, è sempre tua mamma!
E questa è la mia genitrice, una che non si scompone mai e che sa sempre esattamente cosa dire, una mamma con tutti i crismi.
- Crunch, crunch.
E 'st'idiota che mastica è mi' frate. La cena è terminata da un’ora ma lui si fa ancora di fondente nero, quello con le nocciole, sgranocchia in estasi come fosse in un altro universo e innaffia di Fanta. Ha il cervello agli arresti domiciliari e se a una cert’ora non lo fermi, capace che tira mattina e difatti i brufoli li vende all’ingrosso.
La nonnina, oltre a mio padre, ha un'altra legittima erede, la zia, che non foss'altro perché si prende cura della sua vecchia quasi da sola, sta in odore di santità. A me mi piace parlare un po' scelto, tipo dire si evince, con tutti i crismi e odore di santità.
Mi piace perché di studiare non è cosa e allora vado con quello che sento in tivù così i gonzi poi credono che so parlare. E dico anche a me mi, quando ci vuole. Anche se alla fine poco mi fotte di parlar bene, come volevasi dimostrare.
C'è questo problema che la vecchia da sola non campa più, alle sue costole hanno piazzato una badante dell'est di sana e robusta costituzione, che se la piglia, se la culla, se la porta in giro, se la nutre e se la pulisce di roba grossa e di roba fina. Il babbo ha cominciato a chiamarla Kornelia Ender, ma non chiedetemi perché.
Di sabato e domenica Kornelia se la spassa alle Cascine o chissà dove la porta il cuore e la zia si cura della vecchia, se la porta a casa sua e se la tiene a pensione fino a domenica sera. Quando la riporta le fa scendere un calmante e la mette a letto.
La polaccona, o quello che è, arriva il lunedì mattina presto, problemi non ce ne sono e fin qui ognuno si piglia le beghe sue.
Di giovedì è un’altra musica: la vecchia, con i suoi dolori, i suoi ohi ohi e le sue scariche corporali tocca a papino mio. Ma questo in teoria, perché va a finire che lui strafà in ufficio e dalla bacucca mi tocca andarci a me e non è proprio come meriggiare a Capri d’agosto.
- Oggi ci vai te, Barbara. La nonna si sente più a suo agio con te che con tuo fratello.
- Minchiasecca, però!
- Ma come parli, Barbie?
Ora, se davvero vuoi farmi uno spregio chiamami Barbie. Io che di Barbie non ho nulla. Nein capello platinato, nein chilometri di gambe, nein vitino di vespa, nein tette a punta. Io che viaggio con gli anfibi ai piedi e con una maglietta sdrucita color nerofumo di copertone da puttane.
Esigo che mi si chiami BaRbaRa, con tutt’e due le mie ERRE, ostili e dure.
L'idea m’è venuta verso metà dicembre sentendo il mio genitore blaterare a telefono con la zia. Pare ci fosse un bel botto di soldi contanti da dare a Kornelia, il mese più la tredicesima, più gli extra, una cifra attorno ai tremila tanto per essere chiari. Li avrebbero lasciati al solito posto, in casa della nonna, salvo tirarli fuori attorno al venti per la ragazza dell’est malata d’amore per la vita.
Dopo sette giovedì di fila dalla nonnina io stavo al limite.
- Perché non l'ammazzi? - fa Ollio sfumacchiando, è seduto sulla spalliera di una panchina.
- Già, perché?
Non è stata una decisione presa così, ma se vi concentrate su come si dipanasse un giovedì pomeriggio in compagnia di mia nonna capirete da soli che prima di uscire pazza qualcosa mi dovevo inventare.
Scegliere il giorno invece è stato facile, sapevo che i soldi erano in casa e sapevo dove: dietro a una vecchia foto della zia bambina. Un ritratto dove la zia avrà sì e no cinque anni: è seduta su una scalinata in pietra col parapetto in muratura rifinito in cotto, su ogni gradino un vaso di gerani e in ogni vaso grappoli di fiori rosso scarlatto. La zia bambina ha la testa inclinata verso una spalla e gli occhi furbetti che puntano il fotografo, con una mano ha staccato un fiorellino.
Decidiamo di entrare per la razzia dei tremila euri la domenica notte, verso le tre. Al ritorno di Kornelia dalle sue scorribande festive con i badanti del mondo emerso, l’opera sarebbe stata compiuta. Sì, sono anche una che dice euri.
Ollio è a posto e sa tenere la bocca cucita se cucita ha da stare.
Passiamo dalla finestrina della caldaia scalciando la retina antinsetti che mica sono così torda da entrare con le chiavi.
Con la pila accesa filo dritta da mia zia bambina, stacco la foto dal muro, tiro via i soldi dalla busta e li passo a Ollio. Facile come mangiare una pesca melba.
- Allora? - mi fa Ollio.
- Adesso vado!
Torcia in bocca, struscio in cucina e mi prendo un coltellaccio da cocomero, colla punta bella dritta. Dico a Ollio di restare lì e vado in camera, dalla nonna.
Ho tutto il tempo che voglio, la vecchia dorme della grossa, è supina, non devo nemmeno girarla. Alzo il coltello e le mollo un fendente sul petto.
Non ci crederete, la vecchia balza a sedere di scatto, caccia un urlo soffocato e il coltello schizza chissà dove. La nonna spalanca gli occhi e guarda in direzione del fascio di luce. Non può vedermi, sto inghiottita dal buio, ma la sento gorgogliare qualcosa. Forse dice “è tardi”, forse dice “non mi garbi” o un’altra parola priva di senso.
O forse dice Barbie. Cazzo.

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Il testo partecipa all'EDS Nero di Natale by La Donna Camèl assieme a:
Zebre e savane - Dario
Placida come il fiume - Leuconoe
Madeleine - Melusina
Natale con soffritto - Pendolante
Pedalata nera - Kermit
Il quadro capovolto seconda parte - Fulvia
Una vita segnata - Lillina
Nero livido - Calikanto
Se tu mi amassi - La Donna Camèl
Chi è di scena - Angela
Taccido - Angela
Notturno per Torino - Pendolante

4 dicembre 2013

Io non voto con il porcellum

Beh, sì, l’avevo già detta questa cosa.
Il motivo della mia delusione, a conferma che andare a votare con questa legge non era né cosa buona né cosa giusta, lo possiamo chiamare Bindi, o magari larghe intese, chessò, o fors’anche farsi umiliare da Grillo o non aver trovato le palle il coraggio, caro Bersani, di uscire di scena con dignità quando ancora eri in tempo.
Fatto sta.
Quello che voglio è dare un segnale, non votando. E anche dichiarandolo con anticipo: io non voterò se resterà il porcellum.
Dite che un non voto in fondo è poca cosa? Non penso. Se è importante ogni singolo voto, allora dev’essere giocoforza importante ogni singolo non voto.
Il mio non voto è un non voto pesante considerando che dai 18 anni non ho mai saltato un turno e che la mia coscienza è in disaccordo con questa mia alzata d'ingegno.
Di conseguenza mi asterrò persino dalle primarie che anche tutta ‘sta democrazia, tutto questo prendere decisioni solo dopo aver consultato i cittadini o tutto l’arco politico, gli elettori, gli amici e i parenti fino al sedicesimo grado è un troppo che ha stroppiato.
Serve un pelo in meno di condivisione per riuscire a fare le cose in concreto.
Se questo post è una petizione? Forse… nell'accezione che viene da peto e dal suo falso derivato. Già, probabilmente è solo una scureggina nel mare magnum dell'indignazione, spero solo che puzzi un po'.
Non votate con il porcellum, date retta a un bischero, potete firmare nei commenti.
Va da sé che io sono qua, rendetemi partecipe dei vostri pensamenti, se volete, ché io non disdegno cambiare idea quando ci sono delle buone ragioni per farlo.

P.s. proprio stamattina alle 6:30 a.m., mentre correvo immerso nel gelo delle brume notturne, ascoltavo in radio la dichiarazione di Grasso di ieri: Sulla legge elettorale al momento lo stallo (da 'stallatico' n.d.H.) è evidente e la politica non sente la marea montante di una rabbia che si riverserà, più forte di prima, contro tutti i partiti.

29 novembre 2013

Verso l'Infinite Jest e oltre

Infinite Jest è come una Ipsilon 10: piace alla gente che piace.
Cioè non è che piace alla gente fisicamente bella, no, oddìo può essere pure che la Scarlett lo adori, ma no, Infinite Jest piace alla gente bella intellettualmente.
Per questo principale motivo avrei voluto che mi piacesse, avrei desiderato innamorarmi di Infinite Jest, più di quanto desiderassi respirare (come direbbe Michael Pietsch, l'editor del romanzo).
Però no, non è successo e non è per snobismo o per bastiancontarietà, è andata così.
Conosco una persona che lo sto leggendo per la quinta volta, ne conosco un'altra che l'ho letto in un mese, e un'altra ancora che non si può prescindere dalla sua lettura, e poi quello che c'è l'anno di Infinite Jest, ma conosco più persone che non ce l'ho fatta o l'ho mollato a pagina 100, anch'io ero tra questi del resto.
Poi mi ci son messo di buzzo, e l'ho portato a termine più come punto d'impegno che con passione e, confesso, dei tre plot narrativi primari che s'intrecciano nella trama uno proprio non mi era agevole.
C'ho messo sei mesi, se proprio volete saperlo, e avere coscienza che hanno impiegato meno tempo a tirar su il Corridoio Vasariano non è un aspetto incoraggiante.
È un libro da leggere in un mese per poterlo capire appieno (da capĕre, contenere), dice la saggia uollasiana, ma per leggerlo in un mese avrei dovuto essere allettato (da a letto) con un centinaio di costole rotte perché a forza di mezzorate non si va da nessuna parte.
È innegabile che è scritto in maniera sublime, anche se con stili diversi in conseguenza del fatto che la sua stesura ha attraversato parecchi anni nella pur breve vita del suo autore.
Leggerlo ti fa pensare che tu non dovresti scrivere più nulla nella vita, manco per la lista della spesa ti fa sentire all'altezza.
Però alla fine non è il romanzo che ricorderò come una pietra miliare della mia vita di lettore (non ancora almeno e, sì, il problema è mio, siamo d'accordo) e non è il romanzo che consiglierò a qualcuno di leggere. Chi vorrà dedicarcisi è bene che lo scelga in autonomia e si renda artefice del proprio destino.
Subito a ruota mi son buttato su Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi, biografia di David Foster Wallace curata da D.T. Max, la cui lettura, invece, mi ha preso parecchio.
Sono i retroscena di vita vera, i personaggi reali conosciuti e trasposti nelle sue opere, il contenuto delle lettere agli amici e soprattutto la pazzesca esistenza di Wallace a rendere la biografia un trattato affascinante da cui un uollasiano doc non può prescindere, un'opera da leggere in un mese o magari da leggere cinque volte.
Scherzo, ma non troppo.
E se avete letto anche solo La Scopa del Sistema o La Ragazza dai Capelli Strani ecco che le chicche svelate ripagano il tempo speso per la lettura della biografia. E che io non son proprio uno da biografie.
Per dire, leggere le trenta pagine di Infinite Jest dedicate alla partita ad Eschaton è stata per me un'esperienza allucinante che quasi mi ha condotto all'ennesimo abbandono del tomo, ma sapere che DFW aveva scritto a DeLillo sottoponendogli il pezzo per chiedergli una sorta di autorizzazione e scongiurare eventuali e future accuse di plagio riguardo all'opera End Zone di DeLillo appunto, beh, questo è succulento.

Ma se poi volete leggere qualcosa di davvero interessante sull'opera di David Foster Wallace, foss'in voi, passerei da qui.

26 novembre 2013

Di moscerini e di parabrezza

Una volta ho scritto un film, ma tutto eh!
Il soggetto e pure 200 pagine di cazzosa sceneggiatura, e ho partecipato a un concorso bandito dalla rivista Smemoranda, un mensile che durò invero pochino.
Chi vinceva girava il film, più o meno. Chissà com’è andata a finire, io non ho saputo più nulla.
Poi, com’è come non è ho pure perso il file, non so bene quando nei meandri digitali e nei trasbordi da un pc all’altro in ufficio e a casa, puf, volatilizzato.
È pure depositato alla SIAE su un floppy azzurro che sarà ormai marcito: quattrocentomilalire spese bene.
È una roba così.
Il titolo è quello del post e fino a ieri la ricerca virgolettata su san gugol motore martire dava zero ricorrenze. La storia è circolare e finisce spiccicata da dove comincia, con le gambe di un gruppo di ragazzi che entrano in un bar, poi succedono tutte le robe e la scena finale riporta la storia all’inizio.
E c'è tutta una metafora su chi nella vita sia moscerino e chi parabrezza.
Il protagonista è un uomo che vive in un seminterrato dalla cui finestra, che dà sul marciapiede, vede passare milioni di gambe e la cui peculiarità, dell’uomo, è dedurre carattere e personalità degli individui solo esaminando le loro camminate.
L’idea era geniale dài, anche perché il tipo risolveva un’intricata questione essendo capace di distinguere i buoni dai cattivi, bastava farli passeggiare.
Sarebbe stata geniale, se non fosse che quel bastardo di Nanni Moretti dev’essere venuto a pigliarsela su una DeLorean fottendomi della grossa e riadattandola per il suo Bianca... Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo.
Del resto, così va il mondo, direbbe Kurt Vonnegut.

25 novembre 2013

Di gatti e di feng shui

Alle micie avevamo allestito una cuccia speciale dove dormire ma loro niente, sempre in giro abbioccandosi dove capitava con predilezione per scatolame vario in cartone, buste in plastica, scarpe e borse sportive. Poi, rassettando il loro spazio, succede che dolcemetà sposti casualmente l'orientamento del covile e lo ponga su una direttrice est-ovest a differenza della precedente disposizione sud-nord.
Beh, le micie hanno gradito, da subito si son ficcate dentro a ronfare che era una bellezza.
Quando mi parlano di filosofie orientaleggianti a me che c'ho uno spirito contadino viene un po' l'orticaria, detto a voi, ma toccare con mano il feng shui felino mi fa pensare, ecco.
Se le gatte nel loro istintivo agire riescono a preferire un orientamento piuttosto che un altro [indipendentemente da quale esso sia anche perché pare che la prima regola del feng shui (vi giuro che non è "Non parlare mai del feng shui!") sia dormire con la testa a nord e i piedi a sud e Penny e Lizzy non parevano gradire seppur nei loro acciambellamenti intarsiati non sia sempre semplice identificarne il capo e la coda] forse non stiamo proprio davanti a tutto quel mucchio di fuffa.
O forse sì.
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