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9 maggio 2016

Sono pienamente d'accordo a metà con Franzen

E niente, Purity mi ha un po' deluso (2,5 Carver).
Certo un po' dipenderà dall'effetto tutto qui?, e magari anche dai miei circuiti della memoria che mi rimandano insistentemente al purity auto degli anni '80, una polverina da tenere nel posacenere della 500 che t'inebriava di mela verde o che so io e che era sostanzialmente deprimente, anche se non raggiungeva le vette dell'alberello magico.
Cosa mi ha deluso? Non saprei esattamente, forse la trama, dove ho trovato alcuni passaggi ridondanti e, di contro, carenze narrative di quantità quando invece avrei voluto altre pagine da leggere.
Poi c'è la mia parte di responsabilità che si è concretizzata in una lentezza inaccettabile di lettura (ero troppo preso dal non scrivere post per la Linea). Un romanzo così è una bella donna che non puoi corteggiare per dieci minuti al giorno sperando poi pure di farci qualcosa
S'incunea persino il dubbio che la lentezza potesse essere l'effetto, più che la causa, del mancato apprezzamento del tomo.
Attenzione però, questa specie di delusione e di insoddisfazione non è assoluta, esiste solo nel paragone con altre sue opere.
Resta inalterato, in ogni caso, quello che a mio parere è il più grande pregio di Franzen: quando leggo di un suo personaggio, specialmente nelle prime pennellate descrittive di presentazione, o nei primi dialoghi, io non vedo mai un tizio inventato, vedo una persona vera, strappata al mondo reale e trasferita su carta.
Non vedo un dipinto, vedo una foto.
Di Cartier-Bresson.
Meglio di Come lui solo Manzoni.

8 ottobre 2014

I Promessi Spoiler

Ci son cose che si tengono lì, in testa, per un bel po' di anni.
Progetti da realizzare, attività da sviluppare, cantieri da aprire quando sarà il momento, questioni per cui non ci sentiamo ancora pronti.
Nel mio caso la camera oscura per sviluppare le foto (mi sa che è superato), mettersi di buzzo buono a fare nuoto, stravaccarsi sul divano col tivù fisso sulla Premier League e rileggere i Promessi Sposi.
Nell'ultimo mese ho spuntato l'ultima.
Mentre leggevo il romanzo di Manzoni avevo una sensazione strana, probabilmente prodotta dall'attesa pluridecennale dell'esperienza. Sentivo una sorta di vibrazione dentro, diversa da quella provocata solo da un ottimo libro: una scossa irrequieta e irrisolta.
C'avevo voglia di dirlo a tutti, ecco. Speravo che mi si leggesse in faccia e che mi si chiedessero notizie su Renzo, su Lucia, sulla conversione dell'Innominato o sulla Peste.
Avevo voglia di fermare la gente per strada, di agguantarla per il bavero e di urlargli in faccia "GUARDA CHE STO LEGGENDO I PROMESSI SPOSI!"
E ora qualche estratto, sono modi di dire, frasi mozze, pensieri che mi hanno attizzato e poi la chiusa.

Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo.

Ho dovuto far da Marta e Maddalena (1);

In somma è diventato quel castello una Tebaide (2);

Radunò i servitori che gli eran rimasti, pochi e valenti, come i versi di Torti (3);

Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi;

E lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine;

Giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati;

E avesse anche paura di portare il soccorso di Pisa (4);

Si contentavano di guardargli in viso, con un’aria, come si dice, di me n’impipo;

Si mise a sedere in fondo della tavola, vicino all’uscio: il posto de’ vergognosi;

Potrebbe far l’arte di Michelaccio; no signore: vuol fare il mestiere di molestar le femmine (5);

Questo si chiama giocare un uomo a pari e caffo (6);

A pensare, dico, che un signore di quella sorte, e un uomo tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, né anche in Milano; a pensare che sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti intendano;

Ah! allora un uomo dà soddisfazione a sentirlo discorrere; non come tant’altri, fate quello che dico, e non fate quel che fo;

Il tempo il suo mestiere, e io il mio;

Io in vece, sono alle ventitré e tre quarti (7);

Allora s'accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po' piú d'abitudine d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle;

E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c'era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro;

Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta piú cauta e piú innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.
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(1) Fare da Marta e da Maddalena
Sapere o dover fare molte cose disparate o contrastanti; anche darsi molto da fare ma in modo incoerente, dispersivo, senza seguire un filo logico. Allude ai rispettivi simboli assunti nel tempo da questi due personaggi evangelici: Marta è quello della vita attiva, Maddalena quello della vita contemplativa.
(2) Tebaide
Per antonomasia, con iniziale maiuscola o anche minuscola, luogo solitario, di grande quiete e silenzio, soprattutto in quanto ci siano persone ivi ritiratesi per vivere in preghiera e in solitudine: in somma, è diventato quel castello una Tebaide (Manzoni, con riferimento al castello dell’Innominato dopo la sua conversione).
(3) Torti Giovanni
Poeta (Milano 1774 - Genova 1852). Allievo di Parini, lo esaltò in una Visione (1802); nel 1808 scrisse L'epistola sui sepolcri confrontando Foscolo con Pindemonte. Più tardi, divenuto amico di Manzoni (che lodò i suoi versi).
(4) Portare il soccorso di Pisa
Soccorso che non serve più, poiché arriva quando il pericolo è ormai scongiurato, a volte con l'intento di ricavare un vantaggio senza aver rischiato nulla. Nel 1099 Pisa prese parte alle Crociate, sotto la guida dell'arcivescovo Dagoberto, ma giunse in Terra Santa quando Gerusalemme era ormai stata conquistata dai Genovesi e dai Veneziani capeggiati da Goffredo di Buglione, troppo tardi quindi per dare un aiuto concreto alla presa della città. Nonostante questo, si aggiudicò la sua parte di vantaggi, tra cui diversi importanti scali commerciali.
5) L'arte di Michelaccio
Lo stare in ozio, evitando lavoro, fatiche e impegni. Il detto completo dice che “l'arte di Michelasso è mangiare, bere e andare a spasso”. Una probabile origine lo riconduce al Miquelet, soprannome anticamente usato in Francia e in Spagna per i fedeli che si recavano in pellegrinaggio al santuario di San Michele, e più tardi anche le varie persone che facevano loro da guida e che ne fecero presto una vera professione. Con il tempo il termine assunse un significato negativo e passò a definire il vagabondo intenzionato il più possibile a evitare il lavoro.
(6) Giocare a pari e caffo
Scommettere sul numero pari o dispari delle dita, in un gioco simile alla morra.
(7) Essere alle ventitré
Essere in là con gli anni, essere vecchio. Essere alle ventitré e tre quarti, essere prossimo alla fine, essere al termine.

24 settembre 2014

In proporzione I Promessi Sposi

(son Promessi Sposi anche loro)
Gli chiesi a Sauro che era già stato al cine: "Ma questo Pulp Fiction s'ha da vedere o no?".
E Sauro mi rispose guardando fisso avanti senza voltarsi verso di me, come uno che la sa lunga e ti sta facendo dono di una preziosa verità, con quel modo di parlare un po' da profeta tipico suo: "Sì, sì, è da vedere: in Pulp Fiction c'è tutto!".
E Pulp Fiction sta al cinema come I Promessi Sposi stanno alla letteratura.
Nessuna definizione, nessuna sintesi, nessuna critica mi sembra più azzeccata di questa: ne I promessi Sposi c'è tutto.
Il guaio più grosso è che il mondo e la vita son fitti di spoiler e d'interpretazioni dell'opera manzoniana e quando va che te la leggi per bene, già sai, già ti aspetti determinati accadimenti, determinate scelleratezze e perfino determinate frasi.
Però, come mi ha esaltato leggere la storia di Patty e Walter in un romanzo praticamente senza trama (o, se vogliamo, con la trama più banale che c'è) altrettanto mi esalta una costruzione narrativa così perfetta come quella del Manzoni.
Sì, me ne rendo conto, fa un po' snob mettersi qui a tessere le lodi di uno scritto che è già stato sviscerato in ogni sua sillaba, da chiunque e in ogni tempo, ma faccio affidamento al vostro buon cuore e alla colpa confessata.

E questa teoria? Figuriamoci che ho sempre pensato fosse mia... e'nvece l'era della birba di Manzoni: Una delle piú gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha piú d'uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine. Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione. Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai.

12 marzo 2013

Prima e doping

La coda che si snodava davanti all'unica toilette era disordinata e trasudava impazienza.
Con l'inasprirsi delle leggi sul controllo antidoping il numero dei sorteggiati da sottoporre all'esame era raddoppiato. Nella saletta attigua i non estratti attendevano, chi leggendo, chi chiacchierando e chi pomiciando. Renzo e Lucia, infatti, sempre costretti ad atteggiamenti più che pudichi dal loro copione, si sfogavano nelle pause tra una rappresentazione e l'altra.
Il Comitato di Sicurezza Centrale aveva deciso di intensificare ed estendere i controlli anche ai personaggi letterari in seguito all'increscioso accadimento verificatosi nell'Odissea. Un procio, così dopato che Lance Armstrong al confronto pareva una suora, aveva sconfitto Ulisse nella gara del tiro con l'arco, si era spupazzato Penolope per tre giorni e tre notti, con il telaio di lei aveva tessuto l'intera collezione autunno-inverno di maglioni per Missoni ed era diventato primatista mondiale di salto in lungo e in largo.
Donna Prassede davanti all'usciolino del bagno zompettava nervosa da un piede all'altro, dietro a lei un monatto, il Conte Attilio, un cappone di Azzeccagarbugli, Carneade (che, peraltro, era indagato per reato connesso e quindi poteva avvalersi della facoltà di non pisciare), la Perpetua e, a chiudere la fila, un irriconoscibile Don Rodrigo. Era teso il signorotto, e anche pensieroso: per la prima volta il suo nome veniva sorteggiato per il controllo. Quando don Abbondio uscì dal luogo di raccolta i più vicini si fecero attenti nella necessità di scansare le inevitabili gocce dorate che le mani tremanti dell'anziano parroco finivano per catapultare fuori dal bicchierino.
La notizia bomba fu annunciata dal Tiggì della notte: non v'era dubbio, anche le controanalisi lo confermavano, era stato riscontrato un caso di doping.
I personaggi del Manzoni erano, in quel momento, al bar, gustavano gli ultimi caffè prima di ripartire per il romanzo. Per la verità c'erano Renzo e Lucia in un angolo che limonavano indomiti. Le parole dello speaker furono chiare e tutti cominciarono a guardarsi in cagnesco. Chi poteva avere tradito? Chi? Chi era il meschino che metteva a repentaglio il lavoro di tutti con la sua incoscienza.
L'Innominato fiammeggiò i suoi occhi nella stanza alla ricerca di coloro che avevano gentilmente distribuito la loro pipì in quel pomeriggio. Donna Prassede resse lo sguardo, il monatto si disinteressava della vicenda, Carneade era in preda ad una pazzesca crisi di identità, al cappone s'accappponò la pelle, il Conte Attilio sembrava tranquillo, Don Rodrigo sudava e don Abbondio si stava cagando addosso. Renzo e Lucia avevano intrapreso del petting leggero.
Don Abbondio da tempo aveva chiesto il prepensionamento perché davvero troppo stanco ma, non essendogli ancora arrivato, continuava a svolgere coscienziosamente la sua parte. Ultimamente, però, si faceva aiutare da alcune "bombe" preparate dalla Perpetua, delle quali, però, ignorava i misteriosi ingredienti. Per questo temeva di fare la fine di Eddie Merckx a La Spezia.
La Perpetua era serena; mai avrebbe pensato che una miscela di lievito di birra e zucchero, anche se poi era zucchero di canna, potesse far scattare l'allarme doping per il suo amato reverendo. Il più agitato era Don Rodrigo e ne aveva ben donde. Da qualche tempo assumeva delle polpettine di carnitina e testosterone.
La sua disperazione era profonda e sarebbe ricorso a tutto nella speranza di riuscire finalmente a portarsi a letto Lucia.
L'ufficializzazione del colpevole arrivò pochi minuti dopo e la condanna che seguì fu di una crudeltà esemplare: Don Rodrigo fu squalificato a vita!
Gli astanti ammutolirono, tutti! Quasi tutti, Renzo e Lucia, che nel frattempo erano passati al pesante, non si accorsero poi di granché.
Per quanto riguarda "I Promessi Sposi" le conseguenze furono gravissime e il romanzo, dovendo rinunciare al signorotto e alle sue angherie subì una trasformazione radicale.
A pagina nove i due bravi affrontano comunque don Abbondio, ma non sanno più con esattezza che cazzo dirgli.

"Signor curato", fece un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia.
"Cosa comanda" rispose subito don Abbondio.
"Lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!"
"Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende."
"Or bene," gli disse il bravo, all'orecchio, con tono solenne di comando "ci dica un po' dove hanno messo
la lista di nozze!"

Così, senza altri ostacoli, i due promessi sono presto uniti in matrimonio e, per quanto li riguarda, cominciano a toccarsi molto prima del solito e il romanzo si chiude con largo anticipo.
Oggi anche il titolo si è evoluto da "I Promessi Sposi" a "Gli Sposi", consta di ben venticinque pagine ("una per ognuno dei miei lettori" direbbe il Manzoni) e si vende nella collezione Harmony con la prefazione di Fabio Volo.

29 febbraio 2012

Il cinque maggio

Trovo piacevole girovagare perdendo tempo tra i banchi d'un mercato antiquario, che sia a Lucca, ad Arezzo, in Piazza de' Ciompi o al Galluzzo.
Devo solo controllarmi perché spazio in casa non ce n'è più, e dire che la stiperei di Underwood e vecchi grammofoni, casa mia! Qualche articolo meno impegnativo nelle dimensioni, però, posso ancora permettermelo, e se non è una stampa antica o un fumetto degli anni '60, di sicuro è un libro.
I libri antichi mi fanno sentire ricco, è proprio un oggetto che mi piace possedere. Li guardo, a volte li prendo in mano, li sfoglio davanti ad amici stralunati, e sto bene.
Ecco, domenica mattina ho comprato una bella edizione de I Promessi Sposi, non bellissima, anche tenuta abbastanza male in effetti, ma gustosa e datata 1938.
L'ho spulciata per dieci minuti buoni, ero rimasto affascinato dal brano "autografo" di Manzoni in coda al volume (in foto).
Una sestina del 5 maggio (la penultima) che io ho riconosciuto quasi subito, e cioè una volta a casa quando l'ho data in pasto a San Google motore martire.
Quando c'è un oggetto non prezzato che vorrei comprare io mi pongo un limite di spesa in testa, oltre al quale non voglio andare, ed affido a questo parametro la decisione o meno di acquistare. 20 euro glieli avrei dati, questo mi dicevo. Poi lui è venuto lì ed è come se l'avesse prezzato al momento, l'ha aperto, ha fatto scorrere le pagine, ha visto che qualche foglio si staccava e ha chiesto 8. Quindi l'ho preso, e poi ho speso i 12 euro incredibilmente avanzati per mezza forma di cenerino di Roccastrada.
I versi, se non siete farmacisti ve li traduco, recitano così:

     Bella Immortal benefica
     Fede ai trionfi avvezza
     Scrivi ancor questo, allegrati
     Che più superba altezza
     Al disonor del Golgota
     Giammai non si chinò


Ma quello che mi attizza è il secondo verso barrato, sul manoscritto. Il buon Manzoni, era partito per un'altra via, dunque, in questa sestina ("Nuova la tua + sgorbio incomprensibile che forse finisce in "zione") e chissà che magari, seguitando da lì e ritrovandosi con una rima che non viene, una sillaba da allungare o un'accentatura da spostare, chissà se avrebbe comunque finito per sostenere e avvalorare la tesi che ci è nota. Così, mi piace pensare che il secondo verso, quello nuovo, che termina con "avvezza" e porta due righe più sotto ad "altezza", rimanendo in versione originaria con quello sgorbio che termina in "zione", chissà mai che non avrebbe portato il Manzoni a sbottare e a chiudere la rima con "coglione".
Con tanti saluti alla vera gloria.
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