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1 marzo 2016

Il cestino del pane


Una pizzeria la vedi da come fa la margherita, una gelateria dalla crema e dal cioccolato e un ristorante lo vedi dal pane.
Lo so che quasi mai è il ristorante a fare il pane, ma ugualmente la cura con cui dovrebbe sceglierlo è la cartina di tornasole di un’attenzione che troverete poi nella preparazione dei piatti, nell’accoglienza, nella cortesia e nel conto.
Perché quando passi quei dieci minuti da solo con il cestino del pane, in attesa che la pappatoria decolli, è allora che fai le tue prime considerazioni.
Se vuoi giudicare in tempi brevi, devi fare un po' come quando dal cocomeraio ti fai fare il tassello per non rischiare di comprare dieci chili di zucca insapore.
E un persona, però, a parte Nino che il giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia, una persona, da cosa la valuti?
Vige sempre la regola del semplice, sarei tentato di dire da una stretta di mano, ma no, direi che ha senso solo in negativo per quelli che ce l'hanno moscia, tra quelli che stringono è pieno di ti-faccio-vedere-chi-sono-fratturandoti-una-trenina-di-dita e dio, o chi per lui, ce ne scampi.
Come si può giudicare, senza quasi correre il rischio di sbagliare, la bontà di una persona in tempi brevi? Posso capire lo spessore di qualcuno che ho conosciuto da poco, in un tempo limitato?
Forse dallo sguardo, dal sorriso? (dalle poppe?).
No, alla fine torniamo sempre lì. Le persone che stanno un gradino sopra alle altre sono quelle che ascoltano, anzi, che sanno ascoltare. Che non è banale, è una roba complicatissima.
Non devi star lì a oscillare la testa fingendo attenzione in attesa che tocchi a te parlare o, peggio, interrompendo perché tocca a te parlare. E non devi ascoltare filtrando via la monnezza e memorizzare solo quello che ti fa piacere sentire, devi essere in grado di ascoltare, di dedicare la tua attenzione vera a chi ti parla.
La persona che ascolta, che sa ascoltare, è quella che ha il pane migliore.

17 agosto 2012

Non voglio mica la luna - 2

In materia di semi non sono un esperto, anzi, sono il classico semi-analfabeta.
Però ero ragazzo quando venne fuori che gli americani avevano coperto d'oro un gruppo di scienziati genetisti giapponesi perché facessero sparire dalla faccia della terra gli esiti del lavoro delle loro zucche pensanti: il cocomero senza semi.
A parte che la notizia, letta su Panorama, aveva un'attendibilità pari ai 32 gradi fahrenheit, si diceva che, per evitare il tracollo dell'economia americana i nippo vennero corrotti e della prelibatezza asemica niente più s'è saputo.
Qui però arrivo io, o chi per me, a salvare la capra, rappresentata dai coltivatori d'anguria, e i cavoli, nelle persone dei consumatori, da sempre alla ricerca di un cocomero semi free.
Perché mi c'incazzo quando una cosa è realizzabile ma nessuno ci s'applica e anche perché non mi sento di appoggiare la corrente di pensiero che vuole equiparare un mandarino senza semi a un uomo senza pisello.
Visto che il forno a crioonde tarda ad arrivare sul mercato, torniamo all'invenzione da sviluppare a questo giro, voglio dire, non è che tutti dovete buttarvi sull'ennesimo teorema di Fermat, o tentare di trovare la strada per la trasposizione cellulare o per la fottuta macchina del tempo; quelle son robe difficili, magari si fanno più in qua, lasciate qualcosa anche ai nostri figli e nipoti, perdìo!
Fior di luminari son lì che hanno calcolato la lunghezza dell'equatore, la distanza esatta tra il Sole e la Terra, il milionesimo decimale del bastardo numero che definisce il rapporto irragionevole tra la circonferenza del cerchio e il suo diametro, ma nessuno che si sia dedicato allo studio della distanza tra i semi di cocomero e il centro dello stesso, o tra i semi e la buccia.
Avrete notato che i semi sono posizionati in una fascia suppergiù mediana del frutto in questione, basterebbe delimitare con esattezza la posizione e la misura di questa fascia semosa e tirarla via con una sorta di desemificatore.
Non si può forse asportare il torsolo ad una mela o snocciolare un'oliva con attrezzi meccanici financo banali nel loro utilizzo, vuoi che non si possa ripulire un cocomero? Non ci voglio nemmeno pensare.
Mi figuro una sorta di gabbia, tipo l'urna per l'estrazioni del lotto, nella quale ci puoi cacciare l'anguria e che è provvista di due lame rotanti - uforobò aiutami tu! - che vanno ad asportare con precisione più o meno chirurgica la catena di semi interna.
Ta-tlac. Fatto.

p.s. tranquilli, c'è anche rotonda.
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