9 marzo 2017

Voglio vedere voi con un fratello zoppo


Un fratello zoppo non te lo dimentichi mica, ti resta appiccicato come un francobollo leccato per bene e non lo tiri via manco con il vapore.
Eccolo là il tuo fratello zoppo, come un'ombra, più di un'ombra nella vita tua.
Almeno l'ombra spegni la luce e sparisce. Prova a spegnere tutto il mondo: tuo fratello sarà lì e sarà zoppo.
Che "zoppo" sta nel gruppone delle parolacce, bandite in casa e sulla bocca di qualsiasi coglione capace a parlare fuori.
A casa aiuta tuo fratello, lo zoppo è sottinteso. Fuori invece è tutto esplicito, nessuna miseranda pietà, sei il fratello dello zoppo ed è quasi meglio così.
Se ti arriva in dono uno zoppo è come se ti arriva un anatema, è per sempre, cari miei.
Ti puoi imparare La Divina Commedia a ritroso, puoi salire e scendere le scale zompettando sulle braccia, puoi vincere il nobèl per la pace o fare i nodi ai piccioli delle ciliege con la lingua, sempre il fratello dello zoppo sarai.
Perfino se lo zoppo lo vanno a operare, come sembra, con una protesi per l'anca e una staffa per la tibia, pure se lo zoppo alla fine di questa lacrimevole storia diventa un campione di ballo, o magari si mette a correre la maratona, o chessò finisce modello e sfila in passerella, pure se lo zoppo tutto questo, tu rimani sempre il fratello dello zoppo.
È che ce la metto tutta fratello mio, credimi, per camminare normale.

8 marzo 2017

A qualcuno serve un semiperimetro?


Sempre a margine della scuola del figlio e della cultura a giorni alterni.
Ora posso capire, ed è un aspetto senz'altro positivo, che gli argomenti di studio siano aggiornati rispetto a 40 anni fa per l'effettiva necessità di trattare temi che erano ignoti o non così impellenti.
Tipo tutti i risvolti legati all'ecosostenibilità, dettati dal fatale declino del pianeta. Vedi l'impronta ecologica, sapete cos'è l'impronta ecologica?
Io non lo sapevo cos'era, e adesso comunque lo so solo a grandi linee, ma è necessario che i nostri ragazzi la studino e comincino a ragionarci sopra (certo anche noi).
Epperò materie e argomenti sviscerati dai più grandi studiosi di sempre e rimasti inalterati negli anni, ma perché dovrebbero cambiare?
A parte i Sumeri, dei quali ho già parlato a suo tempo.
Ma l'aritmetica e la geometria non dovrebbero essere la stessa pappa di mille anni fa? Numero di decimali attribuibili al pi greco escluso.
Il perimetro che 40 didattici anni fa era p e basta, adesso pare che sia diventato 2p. 2p?
Cioè p pare che sia il semiperimetro, un concetto utilissimo in natura, immagino.
A chi serve la metà del perimetro di qualcosa? Proprio non dovrebbe essere una misura degna di possedere un'abbreviazione propria, figuriamoci poi usurpare la fottuta p del perimetro.
Nasce qui e oggi il movimento per l'abolizione del semiperimetro.
Firma sotto la petizione se vuoi anche tu una p che stia per perimetro e basta.

5 marzo 2017

Rosita

Continuava a guardare gli orecchini appoggiati sulla mensola in bagno, a un palmo dal suo naso. Piccola che era. Ma non guardava quei due avanzi di chincaglieria, che pure amava, non quelli reali, puntava la loro immagine nello specchio.
Era un gioco che aveva imparato a fare da un po' di tempo, in un estremo tentativo di difesa, nella speranza di erigere un muro oltre il quale confinare fiati alcolici e dita spudorate.
Guardava le perline opache fissate sui cerchietti in finto argento e si ricordava di quando sua madre glieli aveva regalati, quel giorno in cui era cominciato tutto. E tutto era finito.
- Rositaaa... - lui aveva fretta.
Rosita, piccola rosa che era.
Guardava gli orecchini oltre la superficie riflettente e vi costruiva un mondo attorno, senza profumi e senza dolore, un luogo quasi fisico dove rifugiarsi per una mezz'ora, risucchiata dal vuoto incomprimibile dell'universo specchiato.
Era un po' come quando da bambina chiudeva gli occhi per non fare accadere le cose.
Ma poi quelle accadevano lo stesso.
Le cose non ce l'hanno il rispetto degli occhi chiusi dei bimbi.

27 febbraio 2017

Easy Death - Beta version

Moriamo meno moriamo tutti.
C'ho già anche lo slogan.
No perché se hai a che fare con gente che sta male di testa - tipo il mio vicino di casa che parla con la foto della su' mamma morta cinquant'anni fa in una sorta di videochiamata continua, o tipo la mia mamma purtroppo - il primo pensiero che ti viene è: Io a questi punti non ci voglio arrivare, mi ammazzo prima.
Ecco l'ideona per non doversi sbattere troppo: serve un'app dedicata.
Io ho messo l'idea, la realizzazione e i guadagni li lascio ad altri.
Le specifiche in fin dei conti sono anche semplici.
Il processo deve essere Sicuro e Indolore.
Attivabile solo dal diretto responsabile, quindi sono da studiare tutta una serie di controlli su impronte, iride o chessò io, per evitare che se ne serva qualcun altro.
E poi c'è da inventarsi un modo pratico per indursi la morte, premendo un tasto. Senza spargimenti di sangue, una morte pulita, digitale (*) o qualcosa di simile.
E tanti saluti a chi resta.

(*) No, non è sufficiente cancellare il proprio profilo dai social.

22 febbraio 2017

Per me l'è pari

A me piace svegliarmi alle ore pari.
O ai minuti pari.
O ai minuti col "5", che son dispari ma rassicuranti nel metrico decimale.
Anche questo è un sintomo di vecchiaia, temo, una debolezza psichica.
Sono in grado di puntare la sveglia alle 7:00 (l'anno scorso) o alle 6:40 (quest'anno con Juno e le medie inferiori) e anche al minutaggio che finisce in 2, 4, 6, 8, volendo.
Eppure sono stato giovane anch'io e ho puntato sveglie alle 1:19, alle 7:01 o alle 6:47 senza che questo mi rovinasse il sonno.
Senza che la disparitudine interferisse con i miei bioritmi.
Quanto a sveglie, la meglio però l'era quella di' mi' nonno Gigi che quando la suonava la cominciava a camminare sul top del cassettone di marmo fino a cascare in terra, senza che questo ne precludesse il riutilizzo il mattino successivo.

17 febbraio 2017

Divisione Potente (2)

Segue da Divisione Potente (1)

Il vecchio doic strizza gli occhi a fessura in un fare che sembra temerario e di sfida.
- Badstuber, Ja. Risposta è ancora ja.
Non è un uomo avvezzo a chinare il capo o a scusarsi; la sola postura, impettita e poderosa, parla per lui. Indossa un cardigan variopinto dal vago richiamo latinoamericano aperto su una camicia chiara, pantaloni neri larghi e un paio di pantofole marroni con la zip.
Uno di fronte all'altro, si studiano, si annusano.
La solennità con cui la figura del tedesco si staglia nel vano porta è però compromessa senza appello da una macchia di sugo sulla camicia. Questo piccolo alone rossastro attira l'attenzione di Baldo senza che possa farci niente.
È la spia di una sciatteria che Baldo non pensava di dover affrontare, non in un ex ufficiale dell'esercito tedesco, ma forse è anche un'uscita di sicurezza.
È preparato per giudicare, è preparato per rispondere a tono, per puntare il dito e per incazzarsi. È preparato per sparare.
Dalla casa filtra il suono di un televisore acceso, parole diffuse in suoni grattugiati e duri, che hanno il potere di rispedirlo nel buco. Si rivede dentro a respirare la terra, con le mani premute sulle orecchie nel vano tentativo di isolarsi dagli spari e dalle grida.
È qui che tira fuori la pistola dalla tasca.
Il tribunale del popolo riunitosi sulla soglia di una casa alla periferia di Friburgo è ridotto all'osso: imputato e giudice, ma non per questo è meno qualificato a deliberare.
Arringa e pubblica accusa si confrontano in pochi attimi intrecciati in un comune e nero passato e rigonfi di indecifrabile silenzio.
I passi pesanti del tempo che fu rimbombano fino a loro, schiantano quella fetta di presente pronti a proiettarsi in un futuro che può ancora essere tutto o niente, per entrambi.
Baldo non è certo che la pistola funzioni, è pur sempre un residuato bellico come arma e come munizioni. Con tutto che l'ha oliata per bene, chissà mai cosa succederà allo scatto del grilletto. Certo il ferro può fare il lavoro suo, o magari cilecca, oppure esplodere e ammazzarli entrambi, è un rischio a ben guardare.
Ma non è per quello che non spara.
Più per la macchia di sugo.
Quella frittella è la prova di una trascuratezza che ha sopraffatto il vecchio doic e, tutto considerato, appare a Baldo una sufficiente punizione in questo universo così lontano, nella sua dimensione di spazio e di tempo, dalla notte del 2 agosto 1944, lassù alla casa del pastore.
Baldo continua a guardare verso il vecchio maresciallo, è lui sì.
Inizia a muovere la testa nervosamente dall'alto verso il basso in un frenetico annuire che non porta da nessuna parte.
Quanti anni passati a fare ricerche sulle truppe tedesche di stanza a Firenze, quanti giornali sfogliati e fotocopiati, quante notti dentro al buco, quanti fantasmi.
Non la dice un'altra parola, rimette la pistola in tasca e si volta, percorrendo il vialetto fino al cancellino a ritroso.
Poi, per un improvviso rumore di vetri infranti, si voltano entrambi verso la casa del vicino: è l'ultima cosa che, in qualche assurdo modo, li unisce.

Otto Ladstaetter aveva perso la fiducia, ormai non ci sperava più nel partigiano giustiziere a cui aveva scritto la missiva delatoria, finché non notò uno tizio mai visto prima, stonato e pensieroso, parcheggiare una brutta macchina italiana in fondo alla via.
Dovette aspettare una giornata, ma sembrava proprio che ne valesse la pena.
Spiò tutta la scena dalla finestra della sua camera da letto, al primo piano.
Ebbe un'erezione quando in mano al dottore Baldini comparve la rivoltella, filava tutto così liscio, facile come mangiare una pesca.
Ora! Ora! Tifava da dietro la tendina. Era in curva allo stadio, sciarpato e paonazzo, ad aspettare che il centravanti della sua squadra battesse il cazzo di calcio di rigore spiazzando il portiere.
Fu lui invece quello preso in contropiede dalla ritirata di Baldo.
Bestemmiò come al peggior rigore tirato alle stelle, prese a calci il puf fino a scoperchiarlo e a farlo rotolare via, agguantò la radiosveglia dal comodino, segnava le 18 e 43, e la scaraventò contro la finestra.

Hans Badstuber era stranamente calmo. Lui stesso si era stupito, ripensandoci, di come aveva affrontato la situazione. In effetti non aveva fatto molto a parte stringere gli occhi per mettere a fuoco il visitatore, chissà dove aveva lasciato gli occhiali! Il viso di Baldo non gli diceva niente ma, al tempo stesso, spalancava la porta blindata del suo intimo. Ringraziò il suo dio per essere arrivato fino lì, per i suoi figli e per i suoi nipoti. Poi ebbe un pensiero preoccupato per il suo cane. Chi se lo sarebbe preso il pulcioso?
La prospettiva di morte stranamente non l'aveva spaventato, semmai rassicurato. Ma poi non era morto, questo era lampante. Non lo sapeva il perché, ma in fondo non gli interessava nemmeno.
Tornò sul divano ancora in tempo per la fine del telefilm e riprese il vassoio con il piatto di spaghetti alla bolognese, caso voleva, italiani come quel cristo resuscitato dalla guerra e presentatosi all'uscio.
Quando il campanello suonò di nuovo, sentì un brivido secco disegnargli la schiena. Ripensò a quella pistola lucida e ridicola di poco prima e si servì dello spioncino.
Era solo il coglione del suo vicino di casa, ma perché mai aveva una scure?
Aprì.

Al commissariato di polizia di Friburgo Baldo consegnò la pistola e confessò che era venuto per ammazzare un uomo, e anche che non l'aveva fatto e tutta la tiritera. Facessero di lui quello che era giusto, non voleva campare con un peso tale sulla coscienza.

Tre giorni dopo Baldo fu rilasciato, dopo un processo per direttissima e una condanna a sei mesi con la condizionale per detenzione illegale di armi da fuoco. Solo allora, in un mattino prussiano, fresco e stipato di nebbia fine, solo allora si decise a chiamare la moglie.
- Lilla, ciao, va tutto bene. Stasera per cena dovrei essere a casa.


15 febbraio 2017

Divisione Potente (1)

- Werner Franz?
- Ja...
- O preferisce maresciallo Badstuber?

Silvano Baldini detto Baldo veniva dall'Italia da solo, con la sua Ritmo bianca: tutta una tirata da Firenze. Le indicazioni erano precise e aveva trovato il vecchio, il sedicente Werner Franz, in una villetta monofamiliare alla periferia di Friburgo. Il vecchio doic era uscito di casa due volte quel giorno. Al mattino presto con il cane aveva fatto un giro nei dintorni. Nel pomeriggio a prendere dei presumibili nipoti a scuola che, sempre a piedi, aveva accompagnato da un presumibile figlio. Erano passati per il parco, i due nipotini belli e biondi maschio e femmina con il nonno Werner, o Franz, che manco qual era il nome si capiva.
Un nonno.
Ma Giannetto non ce l'aveva fatta a sposarsi, e così niente babbo e niente nonno, così come Smanne, Cannone e Berto, tutti troppo giovani per trovare una moglie e figliare in quei tempi così difficili. Nessun babbo e nessun nonno tra le vittime della strage alla casa del pastore. Solo Balena, il caposquadra, era sposato e la sua Rosa era già in attesa, ma non avrebbe conosciuto né Marilena, la sua bellissima figlia, né i suoi nipotini.
Cinque vite partigiane appena sbocciate ma potate via senza pietà.
Si era fatto forza ripensando a loro, aveva tirato un sospirone e si era mosso dalla panchina. Aveva aperto il cancellino sulla strada e si era presentato direttamente alla porta di casa.

Egregio dottore Baldini, così cominciava quella strana lettera senza una data, senza una firma e scritta fitta nella parte alta del foglio. Si sarebbe detto che l'autore pensasse di scrivere un poema ma poi avesse perso l'ispirazione.
Era meglio se ero dottore, pensò Baldo. La missiva poteva portare solo grattacapi, ma la lesse lo stesso, dopotutto che altro c'era da fare? L'aveva visto in tivù, proseguiva il tizio nella lettera, a quella trasmissione sui partigiani italiani, aveva ascoltato la sua storia e il caso voleva che avesse una notizia per lui. Una MOLTA BELLA NOTIZIA, così, tutto in stampatello maiuscolo.

Otto Ladstaetter si stava facendo una birra sul divano e saltellava tra i canali quando vide una vecchia foto di un soldato tedesco, di un ufficiale tedesco, a tutto schermo. Che iddìo l'accecasse se non era quel porco del suo vicino di casa, che va bene sarà stato pure un bravo soldato nella sua fottuta giovinezza, e avrà servito il cazzoso Reich, e fatto il suo sporco dovere, ma diavolo se era un rompicoglioni di prima fascia. Potava la siepe senza raccogliere le frasche, intanto, non aveva messo un euro quando c'era stato da rifare il muretto basso di confine, quando usciva in auto la teneva accesa venti minuti prima di partire davvero e levarsi di torno e, per non farsi mancare niente, aveva un cane bastardo che ti veniva in giardino a scavare e far le robe grosse e le robe piccole.
Forse lo poteva aiutare quell'ex partigiano dal viso scavato e commosso che alla tivù blaterava a proposito dei suoi compagni d'arme sterminati.

Baldo non ci voleva andare alla trasmissione, e soprattutto non voleva dei soldi per partecipare. Lo convinse suo figlio grande ad andarci, fallo per Balena, gli disse, glielo devi, glielo dobbiamo tutti. Ritornò a vedere la lapide, anche se la conosceva a memoria, parlò con i loro nomi incisi sul marmo, anzi parlò con i loro soprannomi ché come si chiamavano davvero non se lo ricordava più nessuno e certo non era importante. Sentì Balena urlare Muoviti, cazzo!
Così si mosse, si rimbellettò e si fece portare di là dalla tivù. Raccontò tutto, con lo stomaco attorcigliato come un canapo e gli occhi gonfi di chi sopravvive alla tragedia senza averne un merito specifico.

Smanne, che era di guardia quella notte, non fece quasi in tempo a tornare indietro ad avvertire.
- I tedeschi, i tedeschi - urlava - sono qui!
Si svegliarono tutti di soprassalto e si prepararono alla battaglia, ma di più si prepararono a morire.
Balena prese Baldo per la collottola come si agguanta un gattino rognoso abbandonato dalla micia, e gli mollò un calcio nel culo.
- Forza, nel buco!
- No, voglio una pistola anch'io, datemi una pistola anche a me, so sparare!
- Non dire bischerate, forza infila dentro. E muoviti, cazzo!
E Baldo, il ragazzino di quindici anni, il portafortuna, poté solo rannicchiarsi in fondo al buco e tapparsi le orecchie per benino.
Il buco era un tunnel a forma di "U" nel costone di un balzo argilloso, l'aveva scavato il pastore, ci teneva il formaggio in fresco d'estate, quando ce n'era.

Il maresciallo a capo della pattuglia in lento ripiegamento aveva mostrato ai soldati la strada sulla carta geografica del luogo e dove stava la capanna in cui dormivano i luridi partigiani. Sarebbero andati su di notte a fare il lavoro, nulla che non si potesse affrontare con una decina di soldati volonterosi e bisognosi di sfogo.

Avevano seguito la Lilla, la nipote della Dina. Era lei che ogni tre giorni caricava la bici e vedeva di portare delle provviste ai ragazzi nascosti al casone del pastore, al limitare del bosco di Fontesanta. Per la verità era tutta salita, e parecchio ripida, e la Lilla la faceva a piedi spingendo la bici, con le provviste in una cassetta di legno legata dietro.
Ma scendere giù, tornare in paese affettando l'aria, era così liberatorio da farle dimenticare persino il rischio che correva.
In certi tratti di discesa mollava i freni, socchiudeva gli occhi, ed esisteva solo il vento che le faceva scoppiettare il vestito.
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