Tendenzialmente non mi fido di quelli che giocano a calcio.
E ve lo dice uno che ha giocato a calcio e che, potesse, non farebbe altro.
Alle scuole calcio, ma soprattutto dopo, con l'avvento delle partite vere, si insegnano comportamenti non corretti, anche se la cosa non è esplicita nel POF e non viene illustrata su nessuna lavagna.
Almeno, questo è quello che viene da pensare osservando i comportamenti dei calciatori in campo. E non parlo solo dei cocchi da serie A.
Finché sei al campetto in un 5 contro 5 tra amici, tutto bene, chi subisce la punizione la chiama e chi l'ha commessa sta muto, e spesso sta muto pure se pensa di non aver commesso il fallo.
La presenza dell'arbitro, sia che si giochi la finale di champions o il torneo interaziendale, alimenta e autorizza, invece, una serie di comportamenti che se riuscissimo a osservarli con distacco ci aprirebbero gli occhi su come realmente sono: inammissibili.
Invece sono tollerati o, peggio, auspicati anche da chi il calcio lo segue da spettatore, e sono divenuti parte del mondo calcio.
Le simulazioni per ottenere una punizione sono di per sé scandalose, il finto dolore per scaturire l'ammonizione/espulsione dell'avversario non è forse vergognoso? Esiste un altro sport dove si finge di morire per creare un danno all'avversario e un vantaggio alla propria squadra? Non me ne viene in mente nessuno, purtroppo. E per fortuna.
E la mano alzata a reclamare un fallo laterale, o un angolo, quando il calciante di turno sa bene di aver toccato per ultimo la palla? Poca cosa, dite? Mi spiace ma non sono d'accordo. Proprio perché è poca cosa è ancora più grave alimentare quella falsità e lo vedi, lui lì, chiedere quel fallo che non gli spetta e farlo così, come fosse normale, come fosse lecito, come fosse obbligatorio.
Ricordo, in una delle mie prime partite di calcio che, su un angolo, vado a saltare per colpire di testa e il difensore mi agguanta per la maglia e mi tiene giù. Io resto sbigottito, lo guardo e gli chiedo cosa cazzo stia facendo. E lui, a questa mia protesta, resta lì più smarrito di me… spiazzato dalla mia reazione, dal fatto che io non comprendessi, in fondo, che lui si stava solo comportando normalmente.
Durante le ferie di qualche anno fa, io e i miei, siamo stati tamponati, per una tortuosa strada pugliese presso Mattinata, da una Golf nera degli anni ’80 con a bordo 5 marocchini, i quali ci hanno rifilato gli estremi di un’assicurazione sconosciuta e tanti saluti. Poi ci hanno seguito per 10 chilometri e ho temuto seriamente che finissero il lavoro buttandoci giù per la scogliera.
E quando noi ci siamo fermati per andare in spiaggia ci hanno salutato con dei gran bei sorrisi. A presa di culo, pensai.
L’anno scorso, altro incidente senza colpa a causa di un tizio che tenta un’inversione a U sui viali a Firenze alle 17 di una giornata di pioggia, in un tratto con la doppia riga. Il ragazzo è pura razza ariana, alto, bello e biondo. Capello lungo raccolto a coda. Gioca a calcio in una squadra di Eccellenza e dopo un minuto uno dall’incidente, con me frantumato e seduto sul marciapiede a far la conta dei danni fisici, efficientissimo, ha già spostato il mio scooter e la sua auto, per non intralciare il traffico. Che pensiero carino!
L’assicurazione dei marocchini ha rifuso il danno totalmente, in meno di due mesi, e quasi mi commuovo ripensando all’equivoco dei sorrisi che ci elargirono.
Il calciatore ariano invece si è preso dei testimoni falsi, ha dichiarato che la sua vettura era “FERMA E PARCHEGGIATA” e che io, prima sono caduto, e poi gli sono finito addosso. Insomma, ha fisiologicamente applicato alla vita il suo modus calciandi.
Alla fine ho beccato il 50% di colpa, grazie alle sue spudorate dichiarazioni: si è guadagnato il suo bel rigore inesistente e l'ha segnato. Bravo, diobòno!
Con questo, eccezioni ce ne sono, ma resta il fatto che l’onestà non è una questione di razza. Semmai di sport.
E potendo, la prossima volta, cercherò d’incocciare l'auto di un rugbista.
20 marzo 2012
19 marzo 2012
Io che non sono l'Imperatore
Mi permetto di citare Edoardo Bennato perché è proprio con i suoi versi che Pino (lui sì ch'è Imperatore de Jure e de facto) decide di aprirci quella finestra su Napoli che è il suo romanzo: Benvenuti in casa Esposito (ed. Giunti).
'O pullastro nun s’è cuotto bbuono, questo il testo della telefonata che dà il titolo al primo capitolo, ma 'o pullastro di Pino, invece, il suo romanzo, quello sì che s'è cuotto davvero bbuono.
Non è facile trattare tematiche reali e delicate con la levità dell’invenzione e infilzarle con la lama dell’ironia. Eppure, Pino Imperatore l’ha fatto con maestria, il suo romanzo si rivela una lettura gradevole, mai sopra le righe, una lettura che spesso e volentieri ti allarga un sorriso, pure se qualche volta è amaro.
La scrittura di Pino non ricerca acrobatismi nella forma e non si avvale di facili ruffianerie, ti conquista semplicemente con le perle lessicali del dialetto e con una rappresentazione dello spirito napoletano: roba che andrebbe insegnata nelle scuole.
Le gesta di Tonino Esposito sono l’ossatura del romanzo, ma non possiamo dimenticare personaggi dai tratti pregevolissimi come 'o Tarramoto, El Rapido, 'o Serpente. O magari come Ciruzzo 'o Schiattamuorto.
E poi c'è la voce partenopea del navigatore satellitare di Tonino, della quale vi allego un gustoso estratto:
“Svolta a destra”
Tonino svoltò. Trecento metri più avanti, l’asfalto s’interruppe per fare spazio a un viottolo di campagna.
Il navigatore assunse un tono burlesco: "T’aggie fatto ‘o scherzo, t'aggie fatto ‘o scherzo! Non dovevi andare di qua. Ci sei cascato, eh? Sei proprio un babbà! Torna indietro!”
Risero tutti, tranne Tonino: “Ah, sì? M’hai fatto ‘o scherzo? Mo’ ti combino io p’'e feste!” E schiacciò il pulsante di spegnimento.
Prima di disattivarsi, il navigatore enunciò le ultime parole di circostanza: “Mi stai uccidendo, eh? Disgraziato! Curnuto! Ommo ‘e merda!”
(Pino, fanno 500 euri e vedi di non rifilarmi la banconota quella farlocca)
'O pullastro nun s’è cuotto bbuono, questo il testo della telefonata che dà il titolo al primo capitolo, ma 'o pullastro di Pino, invece, il suo romanzo, quello sì che s'è cuotto davvero bbuono.
Non è facile trattare tematiche reali e delicate con la levità dell’invenzione e infilzarle con la lama dell’ironia. Eppure, Pino Imperatore l’ha fatto con maestria, il suo romanzo si rivela una lettura gradevole, mai sopra le righe, una lettura che spesso e volentieri ti allarga un sorriso, pure se qualche volta è amaro.
La scrittura di Pino non ricerca acrobatismi nella forma e non si avvale di facili ruffianerie, ti conquista semplicemente con le perle lessicali del dialetto e con una rappresentazione dello spirito napoletano: roba che andrebbe insegnata nelle scuole.
Le gesta di Tonino Esposito sono l’ossatura del romanzo, ma non possiamo dimenticare personaggi dai tratti pregevolissimi come 'o Tarramoto, El Rapido, 'o Serpente. O magari come Ciruzzo 'o Schiattamuorto.
E poi c'è la voce partenopea del navigatore satellitare di Tonino, della quale vi allego un gustoso estratto:
“Svolta a destra”
Tonino svoltò. Trecento metri più avanti, l’asfalto s’interruppe per fare spazio a un viottolo di campagna.
Il navigatore assunse un tono burlesco: "T’aggie fatto ‘o scherzo, t'aggie fatto ‘o scherzo! Non dovevi andare di qua. Ci sei cascato, eh? Sei proprio un babbà! Torna indietro!”
Risero tutti, tranne Tonino: “Ah, sì? M’hai fatto ‘o scherzo? Mo’ ti combino io p’'e feste!” E schiacciò il pulsante di spegnimento.
Prima di disattivarsi, il navigatore enunciò le ultime parole di circostanza: “Mi stai uccidendo, eh? Disgraziato! Curnuto! Ommo ‘e merda!”
(Pino, fanno 500 euri e vedi di non rifilarmi la banconota quella farlocca)
18 marzo 2012
Lettera aperta a Dee D. Jackson
Io non ero così. Meteoropatico, intendo.
Me ne sbattevo del tempo che faceva, alla faccia del colonnello Bernacca. E' stato l'altro tempo, quello che passava, a sintonizzarmi l'umore sul meteo.
E non ci posso fare nulla, O' sole, pure se non è mio, mi fa stare bene, mi predispone a trascorrere giornate migliori e, spesso, la predisposizione è tutto. Di contro, i nuvoloni mi azzittano, fuori e dentro.
Anni fa contava solo il succo di quello che c'era in ballo, non il tempo con il quale lo si affrontava o, comunque, non che mi ricordi di giornate rovinate dalla pioggia o dal vento. E non è solo un problema di memoria.
Adesso basta un poco di grigio nell'aria, che me lo sento colare giù fin nelle ossa e finché non spunta un sole a prosciugarlo, grigio mi resta anche l'animo.
Come avrei voluto essere il tuo Uomo Meteora, sbrilluccicosa Dee D., quando a fine anni '70 hai inondato le discoteche con le tue note spaziali, conquistando il mio cuore e il mio spirito ballerino.
Adesso Dee D. - lo so che vivi in Italia - te lo dico, nel caso tu voglia dedicarmi una nuova versione di quel mitico 45 giri, magari in memoria di quanto t'ho amato, mi sa che il titolo lo devi cambiare.
Tuo
Meteoropatic Man
Me ne sbattevo del tempo che faceva, alla faccia del colonnello Bernacca. E' stato l'altro tempo, quello che passava, a sintonizzarmi l'umore sul meteo.
E non ci posso fare nulla, O' sole, pure se non è mio, mi fa stare bene, mi predispone a trascorrere giornate migliori e, spesso, la predisposizione è tutto. Di contro, i nuvoloni mi azzittano, fuori e dentro.
Anni fa contava solo il succo di quello che c'era in ballo, non il tempo con il quale lo si affrontava o, comunque, non che mi ricordi di giornate rovinate dalla pioggia o dal vento. E non è solo un problema di memoria.
Adesso basta un poco di grigio nell'aria, che me lo sento colare giù fin nelle ossa e finché non spunta un sole a prosciugarlo, grigio mi resta anche l'animo.
Come avrei voluto essere il tuo Uomo Meteora, sbrilluccicosa Dee D., quando a fine anni '70 hai inondato le discoteche con le tue note spaziali, conquistando il mio cuore e il mio spirito ballerino.
Adesso Dee D. - lo so che vivi in Italia - te lo dico, nel caso tu voglia dedicarmi una nuova versione di quel mitico 45 giri, magari in memoria di quanto t'ho amato, mi sa che il titolo lo devi cambiare.
Tuo
Meteoropatic Man
16 marzo 2012
Lunedì chiusin chiusino (*)
Una volta i fidanzati si vedevano martedì e giovedì, più sabato e domenica.
Il venerdì non era un gran giorno. Se si esclude l’Hit Parade di Lelio Luttazzi in onda alle 13:00 su Radio2, per il resto era grigio, con tutto che in qualche casa era pure vigilia e farsi vedere allegro mica andava bene. E il sabato mattina s’andava pure a scuola.
Poi c’è stato un momento in cui si è scoperta la serata del venerdì, probabilmente con il diffondersi del sabato non lavorativo in vari ambiti professionali e con il tempo pieno lun-ven in diverse scuole elementari.
E così il venerdì si è sabatizzato, magicamente, ed è stata un’ottima cosa perché ti ha permesso di andartene a lavorare tranquillo e beato ché il giorno dopo era festa, o quasi. E per la sera del venerdì si è preso a organizzare cene ed eventi mondani, agevolati anche dal fatto che Portobello aveva chiuso i battenti, Renée Longarini aveva sciolto il gruppo delle telefoniste e, in tivù, niente valeva più la pena di essere guardato.
Ultimamente mi succede una cosa strana: mi s’è venerdizzato il giovedì. Cioè, io arrivo al giovedì e son leggero, sto al settimo cielo proprio. Mi alzo consapevole che il giorno dopo è venerdì, un pre-prefestivo fitto di programmi da fare e da disattendere allegramente. Programmi impossibili persino da concepire di martedì.
Il giovedì ti viene da metterti i jeans e le scarpe comode, ti viene di andare a farti un trancio di pizza e un giro in libreria in intervallo mensa. E magari di fissare un caffè con gli amici al tuo personalissimo Central Perk, sulla strada del ritorno a casa.
Sì l’ho capito anch’io che bisogna lavorare di più, più a lungo e più duramente, mica vivo sotto una capanna di vetro (cit.), l’ho capito bene, ma questo sarà l’obiettivo dell’Italia. Io, nel mio piccolo, punto a giovedizzare il mercoledì.
(*) France ha studiato la filastrocca (**) per imparare i giorni della settimana, da qui il titolo e i conseguenti deliri.
(**) IL PULCINO
Lunedì chiusin chiusino
martedì bucò l'ovino
sgusciò fuori mercoledì
pio pio fece giovedì
venerdì fe’ un volettino
beccò sabato un granino
e la domenica mattina
aveva già la sua crestina.
Il venerdì non era un gran giorno. Se si esclude l’Hit Parade di Lelio Luttazzi in onda alle 13:00 su Radio2, per il resto era grigio, con tutto che in qualche casa era pure vigilia e farsi vedere allegro mica andava bene. E il sabato mattina s’andava pure a scuola.
Poi c’è stato un momento in cui si è scoperta la serata del venerdì, probabilmente con il diffondersi del sabato non lavorativo in vari ambiti professionali e con il tempo pieno lun-ven in diverse scuole elementari.
E così il venerdì si è sabatizzato, magicamente, ed è stata un’ottima cosa perché ti ha permesso di andartene a lavorare tranquillo e beato ché il giorno dopo era festa, o quasi. E per la sera del venerdì si è preso a organizzare cene ed eventi mondani, agevolati anche dal fatto che Portobello aveva chiuso i battenti, Renée Longarini aveva sciolto il gruppo delle telefoniste e, in tivù, niente valeva più la pena di essere guardato.
Ultimamente mi succede una cosa strana: mi s’è venerdizzato il giovedì. Cioè, io arrivo al giovedì e son leggero, sto al settimo cielo proprio. Mi alzo consapevole che il giorno dopo è venerdì, un pre-prefestivo fitto di programmi da fare e da disattendere allegramente. Programmi impossibili persino da concepire di martedì.
Il giovedì ti viene da metterti i jeans e le scarpe comode, ti viene di andare a farti un trancio di pizza e un giro in libreria in intervallo mensa. E magari di fissare un caffè con gli amici al tuo personalissimo Central Perk, sulla strada del ritorno a casa.
Sì l’ho capito anch’io che bisogna lavorare di più, più a lungo e più duramente, mica vivo sotto una capanna di vetro (cit.), l’ho capito bene, ma questo sarà l’obiettivo dell’Italia. Io, nel mio piccolo, punto a giovedizzare il mercoledì.
(*) France ha studiato la filastrocca (**) per imparare i giorni della settimana, da qui il titolo e i conseguenti deliri.
(**) IL PULCINO
Lunedì chiusin chiusino
martedì bucò l'ovino
sgusciò fuori mercoledì
pio pio fece giovedì
venerdì fe’ un volettino
beccò sabato un granino
e la domenica mattina
aveva già la sua crestina.
15 marzo 2012
Le storie siamo noi
La plausibilità d'un racconto, come la credibilità d'una bugia si fonda sui dettagli.
Non è il soggetto, la trama grossa, che conferirà alla nostra storia la qualifica di veritiera, che poi è quello che ci serve, sia che presentiamo un testo a un editore sia che raccontiamo una versione adattata dei fatti a qualcuno, ma sarà la sceneggiatura, la trama fine a farlo.
I dettagli rendono la storia credibile (Reservoir Dogs).
Perché pure una bella storia, di fantascienza quanto volete, deve rientrare in canoni di plausibilità.
E allora prendiamo un dettaglio, può essere un gesto, un oggetto, un dialogo o anche un pensiero, l'importante è che stia nel contesto della storia ma, al tempo stesso, ne possa stare fuori senza soffrire, possa essere enucleato dal quantum senza che la trama grossa ne soffra, prendiamo un
dettaglio, scomponiamolo in minimi termini, ingrandiamolo 100 volte o rendiamolo parte di noi, incarniamolo.
La minuziosa descrizione del particolare, l'attenzione alle sfumature svilupperà nell'interlocutore la convinzione che tutto ciò può essere vero ma che, almeno almeno, è verosimile. E questo nel 99% dei casi è sufficiente.
Le sfaccettature e le sottigliezze della trama fine ci aiuteranno a definire la nostra storia e a crederci davvero, pure noi.
Un grande esempio cui ispirarsi ce lo offre Tarantino con il monologo di Tim Roth in Reservoir Dogs: la storia del cesso di Mr. Orange.
Per i tre che ancora non la conoscono:
Non è il soggetto, la trama grossa, che conferirà alla nostra storia la qualifica di veritiera, che poi è quello che ci serve, sia che presentiamo un testo a un editore sia che raccontiamo una versione adattata dei fatti a qualcuno, ma sarà la sceneggiatura, la trama fine a farlo.
I dettagli rendono la storia credibile (Reservoir Dogs).
Perché pure una bella storia, di fantascienza quanto volete, deve rientrare in canoni di plausibilità.
E allora prendiamo un dettaglio, può essere un gesto, un oggetto, un dialogo o anche un pensiero, l'importante è che stia nel contesto della storia ma, al tempo stesso, ne possa stare fuori senza soffrire, possa essere enucleato dal quantum senza che la trama grossa ne soffra, prendiamo un
dettaglio, scomponiamolo in minimi termini, ingrandiamolo 100 volte o rendiamolo parte di noi, incarniamolo.
La minuziosa descrizione del particolare, l'attenzione alle sfumature svilupperà nell'interlocutore la convinzione che tutto ciò può essere vero ma che, almeno almeno, è verosimile. E questo nel 99% dei casi è sufficiente.
Le sfaccettature e le sottigliezze della trama fine ci aiuteranno a definire la nostra storia e a crederci davvero, pure noi.
Un grande esempio cui ispirarsi ce lo offre Tarantino con il monologo di Tim Roth in Reservoir Dogs: la storia del cesso di Mr. Orange.
Per i tre che ancora non la conoscono:
13 marzo 2012
Venga dotto'
C’era una stagione in cui il medico di famiglia, quanto a onniscienza e rispetto, stava appena un gradino sotto a Dio. E a volte nemmeno.
Il medico condotto, se veniva a visitarti a domicilio perché avevi 39 di febbre, doveva trovare casa pulita e due dita di vinsanto in un bicchierino. E verso il dottore solo stima e fiducia, quando non adorazione.
Alla fine della giornata s’era tracannato per degnare quei diciotto/venti bicchierini eppure guidava ancora e non sbagliava una diagnosi ch’era una.
La famiglia si atteneva scrupolosamente a ciò che lui legiferava in fatto di comportamenti da tenere per il paziente e, soprattutto, in fatto di medicinali.
Intanto perché negli anni settanta si avevano ben altri cavoli di cui occuparsi che non lo studio dei principi attivi, ed era grasso che colava se in casa eran note l’aspirina, la cibalgina e il vicks vaporub. Ogni cristo che si rispettasse faceva il mestiere suo, e lo faceva al meglio.
E anche perché il ruolo del medico era incarnato di una sacralità che andava oltre ogni possibile parere personale, essendo modellata su principi etici radicati fin nell’anima d’Ippocrate.
Poi, abbastanza misteriosamente, la professionalità è implosa, portandosi dietro anche un impoverimento esemplare della qualifica. Il medico generico lo capisci da te che non sa un cazzo.
Eppure sono gli stessi dottori d’una volta - in taluni casi proprio la medesima persona fisica – quelli che tenevano la competenza cucita addosso e ora se la ritrovano sdrucita, a brandelli e divorata dalle tarme dello scetticismo. Sono fatalmente divenuti fallibili agli occhi della gente.
In giro è fitto di sedicenti dottorini o, comunque, di esperti che dormono con l’enciclopedia medica sotto al cuscino e che curano i propri familiari e se stessi sulla base di una ricerca su san Google motore martire, cui danno in pasto frasi del tipo vescicole purulente nella regione poplitea – che fare?
Il mestiere del medico di famiglia si sgonfia per forza se il paziente ha già l’elenco di medicine da farsi prescrivere, la lista di esami da richiedere e sa pure dove sta il poplite. Gli resta la firma, al dottore, e il prezioso ricettario rosso come residuale simbolo dell'antico potere.
Il dottore rimane informato solo per quanto riguarda i malati della vecchia guardia, quelli che trovi sempre all’ambulatorio nonostante siano afflitti solo dagli acciacchi dell’età. Quindi, scordatevi che possa tornarvi utile andare dal medico generico oggi, a meno che non vi serva uno straccio di certificato per la palestra.
Il medico condotto, se veniva a visitarti a domicilio perché avevi 39 di febbre, doveva trovare casa pulita e due dita di vinsanto in un bicchierino. E verso il dottore solo stima e fiducia, quando non adorazione.
Alla fine della giornata s’era tracannato per degnare quei diciotto/venti bicchierini eppure guidava ancora e non sbagliava una diagnosi ch’era una.
La famiglia si atteneva scrupolosamente a ciò che lui legiferava in fatto di comportamenti da tenere per il paziente e, soprattutto, in fatto di medicinali.
Intanto perché negli anni settanta si avevano ben altri cavoli di cui occuparsi che non lo studio dei principi attivi, ed era grasso che colava se in casa eran note l’aspirina, la cibalgina e il vicks vaporub. Ogni cristo che si rispettasse faceva il mestiere suo, e lo faceva al meglio.
E anche perché il ruolo del medico era incarnato di una sacralità che andava oltre ogni possibile parere personale, essendo modellata su principi etici radicati fin nell’anima d’Ippocrate.
Poi, abbastanza misteriosamente, la professionalità è implosa, portandosi dietro anche un impoverimento esemplare della qualifica. Il medico generico lo capisci da te che non sa un cazzo.
Eppure sono gli stessi dottori d’una volta - in taluni casi proprio la medesima persona fisica – quelli che tenevano la competenza cucita addosso e ora se la ritrovano sdrucita, a brandelli e divorata dalle tarme dello scetticismo. Sono fatalmente divenuti fallibili agli occhi della gente.
In giro è fitto di sedicenti dottorini o, comunque, di esperti che dormono con l’enciclopedia medica sotto al cuscino e che curano i propri familiari e se stessi sulla base di una ricerca su san Google motore martire, cui danno in pasto frasi del tipo vescicole purulente nella regione poplitea – che fare?
Il mestiere del medico di famiglia si sgonfia per forza se il paziente ha già l’elenco di medicine da farsi prescrivere, la lista di esami da richiedere e sa pure dove sta il poplite. Gli resta la firma, al dottore, e il prezioso ricettario rosso come residuale simbolo dell'antico potere.
Il dottore rimane informato solo per quanto riguarda i malati della vecchia guardia, quelli che trovi sempre all’ambulatorio nonostante siano afflitti solo dagli acciacchi dell’età. Quindi, scordatevi che possa tornarvi utile andare dal medico generico oggi, a meno che non vi serva uno straccio di certificato per la palestra.
12 marzo 2012
A mille ne voglio
Mia nonna sosteneva che la casa non ruba, nasconde.
Casa mia invece è ladra patentata.
È da quando la abito che mi frega sistematicamente gli adattatori per spine tedesche.
Ritengo che possa essere il suo cibo, voglio dire, è una casa, chi può sostenere di sapere di cosa si nutre una casa?
Forse ha fame, quindi ruba perché ha bisogno di alimentazione. Piccolina.
Solo che anche i miei elettrodomestici necessitano di alimentazione e senza le spine tedesche non muovono un dito.
Gli apparati elettrici muniti di spina tedesca, non fissi, che uso, sono: ferro da stiro, aspirapolvere, tagliasiepi, deumidificatore e una sorta di centogradi. E solo i primi due sono di frequente utilizzo.
In passato ho tagliato via tante di quelle spine che poi ho sostituito con quelle standard italiche, solo che poi nasce il problema della garanzia. Allora ho tentato di risolvere comprando tanti adattatori per quanti apparecchi posseggo, di modo tale che non dovendo sfilarli dalle spine non li avrei persi.
Quanti di questi adattatori avrò acquistato in vita lo sa Iddìo! Se parto con cinque, nel giro di un anno resto con uno solo che fa la spola quotidiana tra aspirapolvere e ferro da stiro e, all'evenienza, si dà da fare anche per le altre operazioni.
Hai voglia a nasconderli, troppo brava sarebbe casa mia. No, no, per me se li mangia proprio.
Casa mia invece è ladra patentata.
È da quando la abito che mi frega sistematicamente gli adattatori per spine tedesche.
Ritengo che possa essere il suo cibo, voglio dire, è una casa, chi può sostenere di sapere di cosa si nutre una casa?
Forse ha fame, quindi ruba perché ha bisogno di alimentazione. Piccolina.
Solo che anche i miei elettrodomestici necessitano di alimentazione e senza le spine tedesche non muovono un dito.
Gli apparati elettrici muniti di spina tedesca, non fissi, che uso, sono: ferro da stiro, aspirapolvere, tagliasiepi, deumidificatore e una sorta di centogradi. E solo i primi due sono di frequente utilizzo.
In passato ho tagliato via tante di quelle spine che poi ho sostituito con quelle standard italiche, solo che poi nasce il problema della garanzia. Allora ho tentato di risolvere comprando tanti adattatori per quanti apparecchi posseggo, di modo tale che non dovendo sfilarli dalle spine non li avrei persi.
Quanti di questi adattatori avrò acquistato in vita lo sa Iddìo! Se parto con cinque, nel giro di un anno resto con uno solo che fa la spola quotidiana tra aspirapolvere e ferro da stiro e, all'evenienza, si dà da fare anche per le altre operazioni.
Hai voglia a nasconderli, troppo brava sarebbe casa mia. No, no, per me se li mangia proprio.
Iscriviti a:
Post (Atom)






