17 giugno 2013

Fossi un poeta scriverei di

Giornali spaginati e ricomposti come capita sui tavolini d'un bar,
fili che hanno imbastito con perizia irriconoscenti abiti blu,
dischi disputati per girare sui piatti dove nessuno mangerà,
bottoni di riserva cuciti su lembi isolati e nascosti di camicie bianche,
nervature di foglie scheletrizzate dalle dita iperattive di un bambino,
palloni di cuoio in fuga nel fiume accompagnati dagli sguardi sudati dei ragazzini,
occhiali da sole caduti da sopra le teste durante i baci e gli abbracci di saluto.

09 giugno 2013

C'hai centolire?

Centolire era una donna, o almeno lo era stata.
Una sorta di Patti Smith a vederla, solo più sporca e meno carica.
Viaggiava con addosso uno spolverino nero, sembrava scivolare piuttosto che camminare, tipo come se pattinasse, se sfruttasse delle rotaie, non staccava i piedi dal suolo. T'arrivava alle spalle che non la sentivi, si materializzava lì come avesse viaggiato attraverso la storia, imbucandosi in varchi temporali abbandonati e angusti, su vagoni di terza classe.
Due cose ti poteva dire, "Che... c'hai centolire?" se non ti conosceva, se era la prima volta che ti vedeva o se eri uno di passaggio nel paese, oppure "C'hai centolire?" saltando ogni preambolo di cortesia introduttiva, se già t'aveva impattato. Strascicava la ci dolce un po' come strascicava i piedi, blanda e svogliata.
Gravitava attorno all'Autogrill, com'era logico, l'unico ambiente che mostrava surrogati di pulsioni di vita in un irragionevole raggio spaziale.
Ci rimanemmo tutti come dei bischeri quando fu trovata una mattina all'alba che usciva dai bagni pubblici dell'autogrill dove aveva passato la notte insieme a Foffo, una vecchia conoscenza, un entraesci dal manicomio, un'altra esistenza di margine.
Non era facile immaginarli insieme, pensarli che si accarezzavano o che si accoppiavano con la furia degli animali. Non era facile immaginare il momento del loro incontro, non era facile immaginare parole che potessero essere state proferite dall'uno o dall'altra.
Era facile solo immaginare il perché, come c'insegnava Patti proprio in quegli anni.
Because the night belongs to lovers.

07 giugno 2013

La rana e lo scorpione reloaded

Questo blog è deranascorpionizzato.
Non so voi, ma io 'sta storia non la reggo più.
Quando l'ho sentita per la prima volta, ne L'infernale Quinlan - di e con Orson Welles -, ho pensato a un colpo di genio, a una chicca filosofica a un insegnamento nodale di vita.
Poi, davvero, l'abuso della favola, l'ha resa estremamente stucchevole.
Chiedo ad autori, scrittori, sceneggiatori e blogger di dimenticarla, di ignorarla proprio.
Di attingere, se proprio devono copiare citare, da altre fonti, da altre vicende animalesche.
Manca solo che Tarantino la metta in un film o Paolo Conte in una canzone per chiudere il cerchio della banalità ranascorpionica.
Vanno bene le rane e vanno bene gli scorpioni, ma evitiamo di ficcarli insieme nello stesso racconto.
Oltretutto, probabile che lo spunto venga da Esopo addirittura, o forse anche da prima, magari era la fiaba con cui, nella Valle di Neander, un uomo metteva a letto suo figlio.
Insomma, possiamo pensare anche a qualcosa di nuovo.
E no, non mi riferisco all'uovo e alla gallina.

03 giugno 2013

Ditelo coi papaveri

L'arte è asimmetrica.
Scordatevi parallellismi grafico visivi in un'opera d'arte.
L'artista non lavora alla ricerca di equilibrio o specularità così come il poeta rifugge il paragrafo giustificato.
La simmetria la ritrovi nelle macchie di Rorschach ma solo perché derivano dalla piegatura del foglio, come si faceva da ragazzi quando si sperimentava con le tempere e non avevamo una psicopatologia da diagnosticare.
L'arte è asimmetrica e la Natura lo sa... e come ce lo dice?
Coi papaveri ce lo dice.
I papaveri mi fanno impazzire. Dateci un occhio mentre portate i figli in palestra o li prendete da scuola o vi catafiondate a un appuntamento galante. La loro incoerente disposizione è espressione pura di bellezza.
Un pointillisme naturale e disorganico che adorna il nostro campo visivo con pennellate estemporanee di colore.
Guardateli i papaveri a comporre con la stessa naturalezza una macchia fitta e rigogliosa qui, una linea sbilenca poco più in là o, ancora, un rado assembramento o una media fioritura. Apparentemente senza un vezzo grafico nello stretto ma a ingioiellare il mondo se solo vi allontanate un attimo.
A filo strada, sul balzo scosceso, nell'ampio respiro di un campo oppure ostinati e aggrappati a un pugnello di terra secca tra una pietra e l'altra di un muro.

31 maggio 2013

Incarto non ancora riciclabile

Ebbasta. I biscotti della nota azienda del mulino riportano ancora questa sgradevole scritta.
Propongo di catalogarli, per chi non l'avesse già fatto, tra i biscotti "non ancora acquistabili".
Già perché l'impegno e la sensibilizzazione per la raccolta differenziata ha ormai raggiunto e coinvolto gran parte di noi e non è più tollerabile che un'azienda di tale rilievo adotti queste confezioni. Non è tollerabile neppure che la normativa consideri ancora lecito questo tipo d'impacchettamento. E non è più tollerabile nemmeno che grandi magazzini, persino quelli che siamo noi, si approvvigionino di e vendano prodotti con incarto non riciclabile.
Certo non sono i fumi dell'ILVA, a ogni cosa il giusto peso, però non è che la questione di coscienza debba essere sempre posta al consumatore finale. Ok, noi differenziamo ma chi produce non può esimersi dal partecipare alla rivoluzione civica.
E poi sono anni che c'è "ancora" sulla confezione, quasi a dirci che sì, finiamo le scorte che abbiamo in magazzino di questi incarti e poi vedrete... sono anni. A questo punto si ravvisa perfino il dolo in un messaggio così architettato.
Sperando che questa non si riveli una battaglia contro i mulini a vento (bianchi).

A onor del vero ho trovato anche questo in fase d'istruttoria, resto in attesa dell'effettiva adozione dei nuovi incarti e intanto mi sfondo di pane burro e marmellata, che è anche meglio.

27 maggio 2013

Dove una madre


Il grido si diffuse nell'aria cavalcò schegge impazzite di dolore e trafisse l'anima di un milione di milioni di madri disperse per il mondo ma unite in un sodalizio mesto e rabbioso violento e conclamato svegliando pizzicando graffiando strappando accarezzando cuori e vite altrimenti liberi di pulsare e snodarsi dentro e attorno a un tutto ma adesso solo in questo vuoto in questo buco buio e sfrangiato dalla morte di un bambino in questo riconoscibile attimo si dibatteva il grido sovvertendo scienza e natura per come doveva essere ma non era.
Le altre donne le altre madri quelle fisicamente lì la cercarono e la strinsero la baciarono e le spolverarono via di dosso le lacrime e le grida la schiaffeggiarono la chiamarono la cinsero e la fecero sedere le portarono acqua e compassione le presero le mani le offrirono fisicità e profumi tenerezze e braccia capienti nell'alba ancora fresca e scura di un giorno comune nell'universo però disgraziato e maledetto nei sentieri delle madri tutte.
Lei dalla grotta del nulla che la stava inghiottendo e alla quale voleva tutto tranne resistere un battito d'ali prima d'essere trascinata via nella melassa nera del mondo senza senso lei vide sullo sfondo la figura maschile altera che senza dire una parola esprimeva un cordoglio vero e consolatorio che le restituì un granello di speranza granello che s'innalzò in balia di una tempesta violenta e incontrollabile quando vide l'altra sé l'altra madre forse l'unica di certo l'unica che s'era tirata fuori da ogni rimbalzo di dolore abbrancando un fagottino di stracci e un esserino stringendolo al petto e nascondendolo alla vista con gli occhi della ladra.
E quando il sole tranciò finalmente via la notte la madre dolente capì cha sì l'involucro privo di vita era il suo sue le bende gli odori le fasce ma il corpicino senza respiro quello no quello era il frutto di un inganno di una mistificazione di una manovra notturna infida e dolosa e allora pianse di un altro dolore di un altro livore pianse della miseria umana e della follia alimentata dall'amore cieco e senza coscienza.
Ci sarebbe stata un'altra notte e poi ancora una e un infinito susseguirsi in cui la veglia e la guardia si sarebbero rese necessarie alla difesa estrema della deriva eretica dell'amore e poi ci sarebbe stata un'ultima notte in cui il sonno avrebbe reso di nuovo vulnerabile l'ingiusto restituendo nel sangue un nuovo sollievo e una nuova ineludibile pena al respiro di una madre.
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Il testo germoglia da un semino della perfida Donna Camèl.
Come anche:
Trasposizione di un amore - Lillina
Cuncittina - Dario

21 maggio 2013

Il cetriolino di McDonald

Le persone vanno prese per quello che sono. Oppure non vanno prese proprio.
Prenderle, come amici o come partner, e passare la vita lottando ogni giorno cercando di cambiarle, di riffa o di raffa, è una roba che non va bene.
Una persona è come un Big Mac.
Arriva ad essere quello che è davvero dopo un percorso lungo, a seguito di studi, esperimenti e tentativi ma, alla fine, risponde a una ricetta determinata e immutabile. E la sua positività come persona, la sua affidabilità, la deve al rispetto infin pedissequo della ricetta.
Certo ogni persona, anche se all'inizio non lo vedi, c'ha dentro il fetido cetriolino.
La fettina di cetriolo è la magagna, il difettuccio, il lato del carattere che urterà con il vostro ma che, dovete sapere da subito, non potrà non esserci.
E non sporcatevi le mani per cavarlo via. Volete passare una vita a decontaminare il vostro panino o il vostro partner? Potete farlo una volta, due volte, ma poi? O smettete di mangiare l'hamburger di McDonald's o dovrete accettarlo così com'è, perché ogni volta che ne ordinerete uno sarà guarnito, proprio al centro, da lui: il sempre fetido cetriolino.
La rivelazione, per me, è stata proprio accettare questo fatto, seraficamente.
Ho smesso di togliere il cetriolino, ho chiuso gli occhi e ho tirato giù il Big Mac senza pregiudizi. Non ci crederete, mi è piaciuto.
Mi è piaciuto di più con il cetriolino che senza.
Tutto questo dove ci porta? Magari solo verso il frigo vista la fame che l'allegoria può stimolare.

Ah, e non pensate che andare da Burger King a prendervi il Whopper risolva la questione, c'è un vero cartello dei cetriolini, altroché Medellín!
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