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29 gennaio 2016

Se telefonando...

Lo sapete che non è obbligatorio rispondere al telefono, vero? Altrimenti ve lo dico io.
No perché sembra che uno, in qualsiasi buco di mondo si trovi, a qualunque ora e in ogni disparata attività sia impegnato, al trillo/vibro del suo apparecchio portabile debba in ogni caso rispondere.
Non è così, credetemi!
Potete rifiutare la chiamata e potete anche decidere di ascoltare per intero quella meravigliosa canzone che avete scelto come suoneria dopo ore e ore di prove.
Ma non ne faccio un discorso di educazione, cioè non solo e non qui, quella ce la siamo giocata da mo'.
È evidente però che chi dialogando con qualcuno a telefono non è in grado di fare altro non dovrebbe dar vita a umilianti tentativi di multioperatività.
C'è quello al bancomat che capace lascia lì i soldi alla fine o, più probabile, debba reinfilare la carta un centinaio di volte perché sbaglia a pigiare i tasti. C'è quello a mensa i cui neuroni impegnati nella smartoconversazione non gli consentono di scegliere tra il budino finto cacao e quello finto crema. C'è quello che a far benzina gira sei sette pompe, sempre col telefono all'orecchio, perché non gliene funziona una e chissà dove sta infilando i suoi soldi o che pin stia digitando.
C'è quello alla cassa del supermercato che s'incaglia tra mettere sul nastro, pagare e imbustare solo perché con il cellulare all'orecchio si muove alla velocità di un bradipo in coma.
Cioè, mettete giù, richiamate dopo... non credo che tutti stiate parlando e allungando la vita al povero Massimo Lopez davanti al plotone d'esecuzione (lo dico per i più attempati).
Non vi scappa nulla se ci parlate dopo cinque minuti, chiunque sia il vostro interlocutore.
Non ve lo sto manco a dire, ma tutti gli esempi sono tratti dalla vita vera e hanno come protagonisti individui di sesso maschile.
Una donna, MENTRE TELEFONA, è in grado di stirare una camicia da pittore, tenere d'occhio il sugo per non farlo attaccare, risentire i sette re di Roma al figlioletto che ripete storia e seguire in tivù le evoluzioni di Mitch e Cam in Modern Family.

14 dicembre 2015

Cartoni animati con rutti e scuregge

E parlo di cartoni animati per bambini non di pseudo avventure in stile GTA vuemmeaidiciotto.
Ma il vecchio moige ma dov’è? Non c’è mai quando ti serve?
In tivù stanno passando roba terrificante e loro che fanno? Forse dopo i Beatles e i Take That si è sciolto anche il moige?
E non voglio fare il moralista, sdoganiamo pure rutti e scuregge che esistono in natura e quindi perché non dovrebbero starci in un cartone?
E non voglio arrivare a sostenere che siano diseducativi, anche se questo potrei farlo.
Semplicemente abusarne,  o affidarsi solo o prevalentemente a loro (sempre di rutti e scuregge parlo) per strappare un sorriso a un bambino, è raschiare il barile della scrittura e della buona creanza.
È capitato una volta, due, poi tre… non può essere un caso, è probabile che una vera e propria lobby dei rutti e delle scuregge agisca nell’ombra per diffondere come un virus una nuova religione devota alle emissioni aeriformi in uscita dai nostri corpi.
Sarò io?
Sarà che son vecchio?
Può darsi, sì, può darsi tutto.

4 dicembre 2015

Addavenì occhiammandorla


Son lontani i tempi in cui dolcemetà sognava di cinesi cattivissimi.
La Cina non è più vicina manco per il cavolo, ci ha superato e come va!
Poi non ditemi che non ve l'avevo detto: la schifata ricerca del made in china sui prodotti vari che andavate comprando qualche anno fa si sta trasformando in una speranzosa affermazione di qualità.
Sarà un attimo perché il talloncino made in china diventi un vero e proprio simbolo di cura e perfezione. Del resto anche i vecchi modelli di eccellenza, leggi Volkswagen (Gas Auto), con le loro cadute di stile stanno spianando la strada ai venti orientali.
Va però che anche da un punto di vista dell'educazione e della correttezza ci stanno dando dei punti.
Certo il mio pensiero è fortemente influenzato dagli ultimi 2 incidenti in motorino che ho avuto, due episodi in fondo, ma le partite si vincono e si perdono per gli episodi.
Ma andiamo con ordine:
5 anni fa mi stampo incolpevolmente in un'auto il cui guidatore, giovane italiano e calciatore (sic), aveva pensato bene di uscire da una coda con una inversione a U in un viale le cui carreggiate erano divise da doppia striscia continua. La sua dichiarazione, avallata da un testimone falso come la morte di sonno di gesuccristo, fu che io ero finito addosso alla sua auto posteggiata e FERMA.
Mi rode ancora il fegato a pensarci. Mi salvo in calcio d'angolo con un testimone (vero o falso?) che mi fa prendere il 50% di ragione. Notare che lo scooter era da buttare.
Ieri stavo seguendo un'auto in una stradina stretta quando questa ha inchiodato ed è partita a marcia indietro alla vista di un parcheggio libero appena passato. Non ho potuto evitare che mi fracassasse il parafango, niente di grave per me che non sono neppure caduto. Scende il chinese man con sua figlia spiccante italiano e mi racquetano un po'... e mi chiedono il preventivo per rifondermi al volo.
In serata chiamo il meccanico, 160 mi fa, e glielo giro in SMS.
Oggi alle 13:30 in punto son venuti sotto al mio ufficio con la busta coi soldi, padre e figlia, tutti belli e sorridenti pure se contriti per l'accaduto. Una stretta di mano e via, problema risolto.
In fondo il diavolo non è così blutto come lo si dipinge.

9 luglio 2014

Diamo a Cesare quel che è di Cesare

Due sonori schiaffi, secondo me, e gli risparmio le coltellate.
Il Pranda ci ha deliziato in questi mesi con alcune simpatiche conferenze stampa che hanno palesato quanto l'uomo fosse un po' confuso, prima, molto confuso, durante, e persino patetico, dopo.
Questa sorta di Kung Fu Pranda senza controllo ci avrebbe guadagnato se fosse stato doppiato a braccio da Fabio Volo.
Non solo, caro Cesare, hai sputato nel piatto dove hai mangiato, mi preme ricordarti che quel piatto te l'eri pure cucinato da solo.
Mi tocca rivalutare il Lippi 2010 e lo Scolari di ieri che con "È solo colpa mia" hanno incarnato in maniera degna - laddove questo era possibile - il ruolo di capitano della nave.
Questi sono i fondamentali, ricaro Cesare, e se non li sai salli.
Lo spogliatoio non era diviso, Sostiene Prandeira. Ora, ancor caro Cesare, dobbiamo credere a 'sta minchiata smentita da tutti i personaggi vicini alla squadra e dalle soffiate degli interessati? Ok, facciamo finta di crederci, lo spogliatoio non era diviso, beh, s'è diviso subito dopo però (cfr. dichiarazioni di Buffon, De Rossi, Balotelli), questo riconoscerai che è oggettivo. E la responsabilità di ciò di chi è? Dài che ci puoi arrivare!
Del resto, come si dice per i figli, l'educazione s'insegna con l'esempio non con la teoria. E se i tuoi giocatori hanno sparlato gli uni degli altri infangandosi a più riprese è solo perché hanno seguito il tuo esempio: quello di parlare a sproposito.
Ma quando mai nel calcio si è sentito un allenatore che riporta in conferenza stampa i dialoghi tra lui e i giocatori come fossero nastri sbobinati? Avevi la coscienza così sporca da doverti giustificare in ogni occasione? Tu eri il selezionatore, pagato per gli onori e per gli oneri delle tue scelte, a nessuno dovevi spiegazioni così dettagliate delle tue convocazioni.
Rossi sì, poteva far meglio, ma si può comprendere il suo disappunto, tra l'altro condensabile in un tweet e non ripetuto in una sorta d'accanimento come il tuo. O avete giocato in quel modo indecoroso perché il tweet di Rossi vi aveva tolto la serenità? (tra l'altro altri bei tweet d'incoraggiamento alla squadra e tifo erano seguiti da parte di Pepito)
E Destro? Gran signore, è stato zitto quando tu ti sei permesso di riportare colloqui privati che tali avevano da restare.
Pure Balotelli hai scaricato, che tu e solo tu avevi fortemente voluto, difeso e imposto, in barba ai codici etici, ai pareri dei tifosi e degli altri componenti della squadra. Guarda che ci vuole una bella faccia tosta!
Questo per dirti, econquestachiudo caro Cesare, che le parole sono importanti e che la mia stima (e ti garantisco quella di molti altri, fiorentini e non) in te come uomo è crollata definitivamente ieri.
Che di calcio ci capivi pochino era invece cosa nota, e i tifosi viola sanno, sanno di Maggio, di Balzaretti, di Semioli... tanto per fare tre nomi.
Io avrei portato Toni e avrei lasciato Cassano sul divano in balìa del telecomando, ma queste son chiacchiere da bar, le scelte erano compito tuo e va bene, ma le hai rinnegate troppo presto, e ancora prima che il gallo cantasse!
E dimettersi non ti restituisce poi tutta quella dignità quando te ne vai a coprirti d'oro in Turchia.

19 giugno 2014

E tu chi sei? 1, 2 o 3?

È per non fare la fine di Linus e per non sentirmi dire Parli sempre di corsa che ho smesso di scrivere sul blog, almeno fino a quando non riuscirò ad allargare l'oblò da cui guardo il mondo che, adesso, è puntato solo su scarpette, canotte, sudore, tempi e salite.
Va da sé che ieri (correndo J ) ho chiuso un cerchietto della mia vita per cui può valere la pena spendere due parole. Uno di quei cerchi che fino a che non si chiudono puoi anche pensare che siano archi e che non tendano necessariamente a una conclusione.
Avete presente Educazione Civica? Sul mio libro di scuola delle elementari era ridotta a un'appendice di poche pagine e, tra queste, ne ho sempre ricordata una e solo una.
C'era una scena in due vignette. Prima vignetta: un tizio è alla guida della sua auto e sta per affrontare una curva cieca, in mezzo di strada un pietrone evidentemente caduto da poco. Seconda vignetta il tizio scansa con maestria il sassone.
Poi c'erano tre ipotesi di reazione del tizio scansatore di sassi:
   1 - inizia a smadonnare maledicendo l'ANAS o chi per ella;
   2 - si compiace smisuratamente con se stesso per l'abilità pilotistica dimostrata e se ne va pensando di essere Niki Lauda;
   3 - si ferma poco più avanti, scende dall'auto e torna indietro per spostare la pietra.
Io fino ad ieri non lo sapevo mica se ero civicamente educato, almeno rispetto alla teoria che ci avevano insegnato. Poi su questa stradina che porta a Montisoni, sterrata ma carrabile, sono arrivato a una curva e ho visto il pietrone franato da chissà dove. E l'ho riconosciuto! Era proprio lui, aveva pure la stessa identica forma irregolarmente squadrata e lo stesso colore giallo scuro. Era lui, vi dico!
Fatto sta che mi fermo e con discreta fatica lo sposto sul ciglio facendolo rotolare, per quello che si poteva.
Ergo, sono civicamente educato, adesso lo so.
E non venite a dirmi che il tizio dell'auto si è impegnato più di me perché guidava, si è dovuto fermare, ha parcheggiato, è sceso e tutto.
Vi garantisco che, e chi corre (pure Linus) lo sa, prima d'interrompere una prestazione, con il rischio di abbassare la media a chilometro di due/tre secondi, il podista in trip ci pensa seriamente su se farlo o no.
Ad ogni modo, passate pure adesso, la strada è libera.

9 gennaio 2014

Ciao caro - Ciao bella

Non lo so, son saluti che mi suonano falsi come un biglietto da quindici euri.
Non basterebbe un ciao?
Questo caro o questa bella buttati lì così, spesso non sono altro che la versione pubblicamente spendibile di merda e zoccola.
Quando li sentite, anche rivolti a voi - soprattutto se rivolti a voi - provate a sostituire il lemma che segue il ciao con il suo significato larvato e vedrete che si sposa molto meglio con il giudizio oggettivo del salutatore riguardo al salutato.
Inoltre questi saluti, seminarli a spaglio su chiunque capita a tiro, anche e qualora in un caso remoto di supposta verità, li svuota totalmente di significato affossando non poco l’immagine del salutato che appare caro o bella solo giusto perché è il trattamento indistinto riservato agli umani dal salutatore in questione.
Il problema è se sia più nobile all'animo tornare ai tempi del gioca jouer e limitarsi all’oscillazione della manina senza alcuna responsabilità aggettiva (proprio con la a).
Ricordatevi dunque di lanciare il trova-sostituisci caro con merda e il trova-sostituisci bella con zoccola: restituiamo dignità alle formule di saluto!
Magari inizialmente fatelo solo nella vostra testa e poi, se funziona: pump up the volume.
Bon, ho finito, ciao cari.

8 novembre 2013

e barra o

Ehi voi, aspiranti scrittori di romanzi, di racconti, di post e barra o (*) di quello che vi pare, succede che io abbia qualche consiglio per voi.
Non so dirvi cosa sia davvero necessario affinché il testo che osate proporre sul vostro blog, a un editore o a vostra nonna, registri un successo chiaro di critica e barra o di pubblico.
Ma so per certo quali sono gli elementi che sicuramente dovrà contenere affinché non sia ignorato e barra o cestinato all'istante.

Imprescindibile è il fatto che usiate la parola vago, così com'è o in una delle sue declinazioni grammaticali possibili, maschile femminile, plurale, eccetera. L'assenza di un vago/vagamente nella primissima parte del vostro scritto è la cartina di tornasole che denuncerà senz'appello al mondo (e a vostra nonna) il dilettantismo in cui pascete.
Fateci caso, andate in libreria e leggiucchiate gli incipit sfogliando una decina di tomi in vendita, vi stupirete della puntualità d'utilizzo della parola vago. Oppure vi basterà prestare una vaga (cvd) attenzione ai libri che state leggendo. E questo senza distinzione tra scritti originali in italiano o testi tradotti da altre lingue.

Il punto due è l'ortografia, sì, spiace dirlo ma gli errori di stumpa danno un fastidio tremendo, sono peggio di un tempo verbale ciccato o di una ripetizione lessicale o di un periodo zoppo. La corretta grafia sintetizza in maniera netta e senza appello la cura che avete dedicato alla vostra creatura letteraria, è il sorriso con cui vi affacciate al pubblico. Non vorrete presentarvi con una foglia di prezzemolo tra i denti!

Il terzo elemento, senz'altro facoltativo ma vivamente consigliato, riguarda la lochescion: ambientate il vostro stupido romanzo nel Maine ed è fatta. Al limite, nel Maine, mandateci un personaggio a svernare, descrivete il prozio del vostro protagonista che sicuramente starà laggiù (o lassù o là, boh, dipende insomma da dove siete voi e da dov'è il Maine) a pescare o a spalare qualche metrazzo di neve, così, solo per ammazzare il tempo. Alle brutte fate che nel bel mezzo del primo capitolo arrivi una cartolina dal Maine e barra o che ci sia un televisore acceso su nescional gegrafich ciannel che documenti con dovizia di particolari l'origine del Maine Coon.

(*) Dopo le virgolette fatte colle dita, le quali ormai denotano solo omologazione e non danno più alcun lustro a chi le usa, è venuto di moda pronunciare espressamente la parola barra quando si chiacchiera, anche se un po' a sproposito. Chi parla barra dialoga con te trova spesso dei pretesti per infilarla nel discorso barra nella conversazione.
Su La Linea la scriviamo pure: siamo oltre barra avanti.

24 gennaio 2013

Le regole della casa, sidro o non sidro



Pochi e banali consigli che vi consentiranno: single, di stare meglio con voi stessi; figli, di non far infuriare i vostri vecchi; coinquilini, di mandarvi a fanculo con una frequenza minore e, coppie, di far perdurare l'amore (parole grosse).

1 - La lavastoviglie non raggiunge mai, MAI, lo status di piena. C'è sempre lo spazio per l'inserimento postumo del bicchiere del bicchiere della staffa, della tazza della tisana e della tazzulella del deca serale. Tanto che se Zenone fosse oggi tra noi ci esporrebbe il paradosso di Achille e la lavastoviglie.

2 - Chi usa l'ultimo foglio di carta (igienica o da cucina è isctéss) è tenuto a sostituire il rotolo e, nel caso, a ripristinare la scorta. Dividere l'ultimo strappo a metà, e poi ancora e ancora fino a lasciare a chi segue il famigerato coriandolo è operazione di infima moralità.

3 - I sacchi di raccolta rifiuti dovranno essere chiusi nell'istante stesso in cui si esce per buttarli. Farlo prima porterà fatalmente un familiare (o voi) a scolarsi una lattina ulteriore di birra o ad accartocciare un giornale, scaturendo immediate questioni etiche di smaltimento o improbabili e avvilenti tentativi di riapertura legacci.

4 - Mai buttare il tubetto di dentifricio prima di averlo sostituito con il nuovo. Il tubetto assume una connotazione similare, seppure di segno opposto, al casus lavastoviglie. Se essa non è mai piena, esso non è mai vuoto. Una punta di materia, strizza strizza, ce la potete tirar fuori per mesi a venire.

5 - Mai buttare a lavare gli asciugamani prima di averli sostituiti con quelli puliti. Sempre che non abbiate installato in bagno il vortice spara aria calda fregato all'autogrill, quantunque scomodo per il bidet.

6 - Asciugare lo spazzolino da denti dopo l'uso, il manico proprio, prima di riporlo al suo posto. Metterlo nel bicchiere sgocciolante creerà un ristagno di acqua e il proliferare nella stessa d'una colonia di germi. E non è quella l'acqua di colonia.

7 - Evitare di fare una palla del vostro pigiama e metterlo via così, seppur nei vostri spazi. Abbiate rispetto per il voi che dovrà reindossarlo una manciata d'ore dopo.

8 - Tenere pulito il piano dei fornelli. Se necessario lustrarlo ogni sera e averne estrema cura anche quando cucinate. L'igiene del piano cucina è lo specchio di come siete davvero. Ricordàtelo, i vostri ospiti (anche quelli inattesi) lo sanno e potranno giudicarvi su questo.

9 - Non sbattere la porta del frigo. Si consiglia accompagnarne la chiusura sempre come se fossero le 4 di notte e foste scesi dal letto per finire il tiramisù.

10 - Mai scrivere un decalogo di regole per la casa.

21 novembre 2012

Il tempo di una minestrina

L'alzheimer si è arrampicato sulla vita di mia madre come un lento ma inarrestabile autunno alle prese con una pianta testarda.
All’inizio della stagione mia madre era ancora un albero forte e rigoglioso e, per quanto sola, pareva potersela cavare, anzi, a tratti sembrava invincibile. Ma io sapevo già che non avrei potuto arrestare il moto di rivoluzione della sua mente e l’avvicinarsi inesorabile di altre stagioni, più fredde.
Via via vedi le giornate che si fanno più corte e la tendenza in calo della luminosità si abbatte feroce sullo spirito che ti anima e lo fiacca.
L’albero dapprima si fa colorito, muta, diventa quasi più affascinante, creativo. Si veste di colori improbabili e s'imbelletta come dovesse andare in scena, ma dentro, di fatto, sta morendo. E quindi si spoglia, serenamente, perde la sua chioma, i suoi ricordi, il suo senso. Pur se non le vedi cadere le foglie, ogni giorno l’albero ne perde alcune e la sua figura contro il sole s’impoverisce fino a rassomigliare sempre più a uno scheletro affranto e defraudato della linfa.
Ed è un autunno crudele che va a conficcarsi profondo come una spada nel cuore di un inverno gelido e cupo.
La differenza con l’alternarsi delle stagioni sulla Terra sta nel fatto che l’inverno dell’Alzheimer non produrrà più alcuna primavera. Non una gemma sarà in grado di fiorire sui rami secchi di mia madre. Non una gemma.
E questa è la prima cosa che devi accettare, per non morire anche tu con lei.
La Rai sembra essersi ricordata di avere un archivio da qualche parte e in queste serate fredde passa le storiche comiche di Stanlio e Ollio. La musica che arriva dal televisore, a differenza delle immagini che mia madre non recepisce più, le viene veicolata su una frequenza balzana della sua testa che a sprazzi la riceve, e allora lei inizia una strana danza sulla sedia: ballonzola puntando i piedi a terra e lo fa a tempo di musica anche se non si accorge davvero di nessuna melodia. Gli effetti del movimento invece la fanno sorridere e confezionano un omaggio involontario e sublime alle rigorose sequenze in bianco e nero animate da Laurel e Hardy.
Sono gli occhi di mia madre che ne tradiscono l'assenza.
Dietro la corteccia del suo sguardo acquoso c'è un tronco cavo, un cervello che non timbra più il cartellino. E c'è un'anima alla deriva, dispersa dentro alle falde di una irriconoscente vita.
Mia madre si nutre come un automa portandosi alla bocca quello che si trova davanti nel piatto, ma guarda il nulla.
E sono gli stessi occhi nei quali baluginava un lampo di felicità, quando, in un'altra sua vita, inciampava in una rima e correva a vergare un verso sul suo quadernetto nero di poesie. Ci teneva a precisare che aveva fatto la quinta elementare, mia madre, e che per questo il suo scrivere era povero di vocaboli e ricco di errori. Te la vedevo arrivare, quaderno in mano, fiduciosa che le potessi aggiustare le sue sviste ortografiche.
«Mi riguardi le acche?» era la sua frase tipica, non avendo mai ben compreso quando inserire e quando no la strabenedetta lettera muta.
Sta finendo la sua minestrina, finalmente in pausa dagli ormai abitudinari sproloqui, combatte col brodo che le cola lungo il mento e lo vince, con un piccolo miracolo, asciugandolo col dorso della mano.
Stacco dal muro la cornice di legno nella quale ha incastonato una poesia che le è particolarmente cara: sono i versi che parlano della sua di madre e che stanno lì da quando è morta, o poco dopo.
La demenza senile ha colpito senza pietà in famiglia mia e l'ereditarietà ci trasferisce il gene malato con una dolcezza spietata. C’è chi con la dipartita dei suoi cari entra in possesso di castelli, ori e conti correnti svizzeri e chi, come noi, si trova al cospetto di un magnanimo notaio che aprendo il testamento legge:
«Lascio l’Alzheimer alla mia adorata progenie».

          Con tristezza io ti guardo, o mamma

È scritta proprio così, con una "o" a rafforzare il vocativo, uno "o" sospirosa, una "o" che ricorre più volte nella poesia, sempre senza l'acca.

          Con dolore mi si stringe il cuore
          dove c'era amore ora non sai cos'è.


Parole rimaste appese per vent'anni in salotto senza un lettore attento, senza un giusto plauso, abbandonate a se stesse, pur nella loro sofisticata veste. Guardo la mia di mamme, mi rimanda un’occhiata vuota d'amore nel mancato riverbero di quei sentimenti già compresi e descritti con passione da lei stessa nelle sue mille poesie.
Parole come quelle che adesso schizzano fuori come lapilli da un vulcano. Ci sono momenti in cui per zittirla dovresti spararle. Parla e sparla, blatera e sragiona, sproloquia e sentenzia, sputa e s’inventa le parole di un personale argot che tende a tagliarci fuori dalle volute dei suoi pensieri.
Assonanze buffe e accentazioni improprie completano la creazione di sempre nuovi ed effimeri vocaboli che durano lo spazio di una frase buttata lì o del soffio lieve di una parola.
Così un "voglio andare a letto" può diventare un "Boggio dare abbento" e un "Hai mangiato?" si trasforma in "Cai mammato?" e poi friccito, leboli, stembari, gruttalo, sembio, lavarna e rundili, solo per citare quelle di stasera, assemblate nel tempo di una minestrina.
E queste sono perle capaci di regalarti pure un sorriso, anche quando la voglia di sorridere non ce l’hai più perché hai visto la volontà strappata via a morsi dalla mente di tua madre.

          Dove c'era un sorriso qualche volta c'è
          però non sai conoscer più le cose


Resta lì, la mia mamma, imbambolata con il cucchiaio in mano, come fosse la prima volta, lo rigira come se potesse parlarle, lo posa come se potesse da solo caricarsi di minestra e trasportargliela in bocca.
L'unica attività che ancora riesce a impegnarla per qualche minuto sono gli album di fotografie. Niente tivù, niente libri, impossibili le chiacchiere ovviamente, ma le foto le ripassa centinaia di volte avanti e indietro, le setaccia nella disperata e vana ricerca di un volto, di un nome o di uno straccio di ricordo. Marito, figli, nipoti, tutti accomunati da un non amore estremo, accarezzati da una vista assente e profanati da una memoria cattiva, capace di cancellare la vita in un minuto, come si fa col gesso dalla lavagna.

          Se ti chiamo Mamma
          tu mi guardi e non mi rispondi mai
          non lo sai se i figli tu hai


Coll'acca, ce l'ha messa, una bella acca possessiva che segna il contrappasso tra l’avere dei figli e non essere più in grado di percepirlo.
Alla fine resta un irragionevole vuoto scavato dall’amore per un figlio che nemmeno sa di avere. Quel figlio per cui ha sofferto e corso e lottato e pianto e sperato e sbroccato e desiderato e pregato, quanto ha pregato lo sa Dio, davvero, per quel figlio, quel figlio che non ha più un posto nel suo cuore pulsante ma morto, nella sua testa bucherellata e senza speranze. Quel figlio che ha stretto forte quando piangeva, per una ferita, per un voto, per una ragazza, quel figlio che non ha più un posto tra le sue braccia. Quel figlio.

          Tu che parli con lo specchio, eppure
          a ripensarci, o mamma, tu sei sempre quella.


Ci ripenso alla mia mamma, alla sua lotta con la punteggiatura, perché non li ha mai capiti quei versi moderni senza un punto, senza una virgola. Come si fanno a leggere se non sai nemmeno dove prendere fiato?
 «Mi riguardi le acche? E anche i punti e le virgole».
E io punteggiavo come potevo, poi inserivo o cassavo acche, alla bisogna. Ma che palle, pensavo. Quanto scriveva mia madre! E quante volte mi si parava davanti col quaderno o con un foglio strappato chissà da dove, una penna e il suo sguardo schietto. Non che implorasse un aiuto, si trattava soltanto d’una richiesta da madre a figlio. Come avrebbe potuto chiedermi dov'ero stato o cosa volevo per pranzo, eccola che arrivava, con le sue carabattole da poetessa contadina, a domandare una correzione a quel figlio fortunato che venivano a prenderlo con lo scuolabus giallo fino in culo al mondo, dove stavamo prima, per portarlo a scuola a studiare di acche e di virgole.

          eppur sei come cosa che cammina
          non sei più niente, o mamma.


Chissà se un giorno, il mio di figli, prendendo in mano questo scritto comprenderà il suo destino o se l'avrà magari già capito da solo. Chissà se avrà paura o se accetterà l’ineluttabile con la pacata rassegnazione e la dignità che ci passiamo in eredità, assieme al morbo. E chissà quali pensieri s’incroceranno nella sua mente, guardandomi, nel tempo di una minestrina.

          il cuore mio lo sente e si tormenta
          anche se cerco di non dargli retta
          questa sarà la strada che mi aspetta
.

Passiamo dal bagno per il tagliando serale e uscendo salutiamo quei due, la signora coi capelli grigi minuta e un po’ ingobbita che risponde al sorriso di mia madre e il ragazzone barbuto che la sorregge con le mani sotto le ascelle e sghembo sorride, anche lui.
«O, guarda chi c'è – sorriso – allora arrivederci, eh», poi saluto anch'io le due sagome dentro allo specchio e mi porto avanti coi lavori.
Quindi siamo in camera dove aiuto la mamma a cambiarsi per la notte. Mentre le tengo la giacca del pigiama, la osservo che agguanta la manica della camiciola con le dita e la tiene stretta, affinché non le scivoli su, lungo il braccio, infilando la giacca.
È una foglia dell’albero, questo gesto, una delle ultime foglie rimaste appese, e io lo so che un giorno cadrà pure questa, ma ancora no. Ancora no.

5 ottobre 2012

Il bambino ciccio in fondo al pullmino

Quando mi tocca porto France alla fermata dello scuolabus.
Eccolo che arriva, ciao ciao, niente bacino in pubblico che lo vedono peccarità.
Sale sopra e, diretto come un fuso e a testa bassa, va a fiondarsi su un sedile dall’altro lato del mezzo.
Non c’è pericolo che mi risaluti da sopra, oltretutto raramente proferisce parola o interagisce con altri esemplari della sua razza prima che siano trascorse un paio d’ore dalla sveglia.
E così saluto la Sarina e Nicco, che sono i figli di una mia amica, che stanno già sopra, che magari non avrebbero neppure tutti questi motivi per essere allegri, ma che hanno un’espressione da vita ti amo che ti fa srotolare il primo passo della giornata nella direzione giusta.
Poi lo scuolabus comincia a sfilarmi piano che ancora sorrido, e qui lo vedo. Se ne sta seduto nell’ultima fila, lato strada, è il bambino ciccio che nessuno di noi vorrebbe essere.
Mi guarda, lo sa che ho salutato dei bambini, probabile che si sia accorto pure che non mi scambiavo i sorrisi con il mio, ha gli occhi attenti. Non implora, non chiede niente, eppure ha scorto uno spiraglio in quella porta dove può infilarci un piede.
Lo guardo anch’io, e poi succede che all’unisono alziamo la mano e ci salutiamo. Senza conoscersi, almeno fino ad allora.
Mi commuovo con poco.
Tornando verso casa sorrido, ho la mia ratatouille a cui pensare: quando, bambino, pedalavo sull'Airone gialla 26 fino al cavalcavia sull’autostrada e lì, aggrappato alla rete, attendevo la macchina giusta, pescata in quel fiume di veicoli sulla Milano-Roma, la macchina con dentro un adulto che puntasse lo sguardo oltre il suo cruscotto e che mi potesse regalare un saluto con la mano. E un sorriso.
I sassi ancora non erano stati inventati.

_____________________________
edit del 17 ott 2012 - è diventato un piccolo rito adesso, ogni volta ci salutiamo, come due vecchi amici che sono stati a bersi una birra.

23 luglio 2012

The soccia network

Sono un paio d'anni che sto su facebook e in genere lo difendo.
Quando capita di parlarne cerco di esporre i suoi lati positivi ché qualcuno ce n'é, anche se io mi sono iscritto solamente per battere il record di Giacomo a biotronic ( - 387.210).
Ho visto filmati, inseguito link, letto storie, scambiato parole con persone che stimo, ritrovato amici d'infanzia, ho seguito le avventure dei più girelloni e, da non sottovalutare, mi presento sempre informatissimo alle cene tra parenti: sono l'unico che conosce gli ultimi passaggi amoroso-professional-vacanzieri dei miei nipoti, degli amici di mio figlio, dei miei cugini e delle zie di dolcemetà (sic).
Epperò, il famigerato The soccia network, si porta dietro risvolti di insopportabile invadenza. Un po' per colpa intrinseca sua, ma molto per l'acriticità degli iscritti, i quali si ritengono liberi di agire a cazzo solo perché schermati dall'interfaccia web. Non vi vedo, è vero, ma mi ricordo.
Tutte le richieste, gli inviti, gli aiuti per farmville et similia, le iscrizioni forzate ai gruppi... vi prego, non coinvolgetemi, fate conto che io non esista.
Prima chiedetevelo, se c'è un solo motivo perché dobbiate inchiodare il mio nome alla vostra agendina sociale. E, se c'è, non fatelo lo stesso.
Tu amico semisconosciuto e lontano, lasciami fuori dalla lista dei tuoi compleanni, ma non perché io sia uno riservato, ce l'ho scritto in chiaro quando cazzo sono nato. Se proprio vuoi, annotatelo. Ma perché mi devi rompere i coglioni con una richiesta diretta e mirata per "Il mio calendario - compleanni". Ma cosa te ne fregherà mai? Oltretutto, mi avessi mai fatto un regalo!
Lascia perdere, dice Osasco (il mio ineguagliabile muratore)... lascia perdere, davvero.

21 giugno 2012

Di Sasso restare

Matera è qualche cosa, insomma, va vista.
Ti resta negli occhi, la sua storia, il caldo torrido, la gravina, i paesaggi delle colline attorno e la sensazione privilegiata d’essere in un buco segreto di mondo.
Anche parcheggiare in piazza San Pietro Caveoso, dov’è stato flagellato Jim Caviezel in The Passion di Mel Gibson, fa un certo effetto, cristosanto.
Epperò, 'sti Sassi, son patrimonio, sì, ma di chi?
Dell’Unesco, dei materani, dell’umanità? Certo, quello è che canalizza il flusso continuo di visitatori: i Sassi.
E allora, se mi permettete, non so bene a chi rivolgermi, questi Sassi dovrebbero essere mantenuti a garbo. Non si può visitarli e scoprire che all’interno vi sono abbandonati rifiuti di ogni genere che nessuno si prende cura di togliere o di segnalarne la presenza.
Ci siamo imbattuti in alcuni Sassi davvero vergognosi. Così, a memoria, ricordo tracce inqualificabili della civiltà moderna: bottiglie vuote di birra, sacchetti in plastica pieni d’immondizia, bucce di cocomero a gogò, tavolini da giardino semi-apparecchiati, sacchi a pelo, gomme di bicicletta, ammassi indistinti di calcinacci e terra, lattine.
Va da sé che visitare i Sassi, per loro natura, ci s’immagina che non sia come andare a zonzo in un salone degli arazzi, ma un conto è il grezzo naturale, l’odore di vissuto e di muffa di un Sasso scavato nella calcarenite e un conto è l’abbandono e l’incuria in cui alcune grotte versano.
Che devo dire? Son rimasto stupito anche che ci abbiano accompagnato nel nostro giro guidato al cospetto dei Sassi profanati dalla sporcizia (e non era materiale del giorno prima, vi assicuro). Non sarebbe cambiato molto ma, almeno, fatevi  furbi: portate i turisti dov'è pulito e nel frattempo (SUBITO!) sbrattate il resto.
Basta poco, una mattinata e un manipolo di volontari.

Quanto alla soundtrack di Matera consiglio Johnny Cash, io l'ho sentita là, alla radio, venendo via e... beh.

19 giugno 2012

Faccio lo sborone

Uno, due, tre…
Al casino mi ha portato il mio cugino grande, il Loris.
Che io, per me, ci sarei anche andato prima, ma era che lui ci teneva troppo a questa cosa. C’aveva portato già suo fratello.
Ma ora toccava a me, diobono, sedici anni finiti e tanta voglia di veder della passera.
Che io, per me, avevo già visto quella della Barbarina, se vale dal buco della gabina al mare. Che lei lo sapeva che quando si cambiava il costume c’era la fila di noi a spintonarsi lì fuori, ma non s’affrettava mica, anzi pareva che lo faceva apposta.
Che poi ce lo dissi pure, Barbarina tanto te l’ho vista, non è che me la fai anche toccare. Vamolà e uno spintone, ma secondo me, prima o poi…
Pedala il Loris, che io devo mantenere le forze, dice, e quindi sto dietro, in piedi sul portapacchi, faccio il signore. Il posto sta sullo stradone lungo che porta a Riosparuto, per quello lo sanno pure i cinnazzi di sei anni, fa un caldo boia e meno male che non fatico.
L’ho capito adesso cos’aveva da ridacchiare mio papà, a pranzo, con tutto che era strano che di sabato il Loris fosse a mangiare da noi. Mia mamma stava zitta, invece, ma per sapere sapeva anche lei, e mi ha sbucciato pure una mela, senza che le chiedevo nulla.
Prendo il vento in faccia, fischio alle ragazze e canto. Faccio lo sborone, ma in realtà mi sto cagando sotto, mica per nulla. Che per me il Loris l’ha capito, ma che devo fare?  Se c’è una via per farla finita di bastonare il cieco è questa.
Quando s’arriva ho le gambe molli, nemmeno avessi pedalato io e venissi dalla riviera.
Trecentoventisei, trecentoventisette, trecentoventotto…
Il Loris mi fa accomodare in una specie di salottino dove c’è già un signore coi baffi, anzi, sarebbe meglio dire ci son due baffi con un signore, visto che i mustacchi hanno l’aspetto e la dimensione di code di martora ed è la prima cosa che si nota.
Che c’abbiamo, un’entratura? Chiede una tipa tracagnotta e mezza ignuda che pregavo il cielo non era la mia, ecco.
Sì, fa il Loris, c’è il mio cuginetto che da oggi entra nel giro.
Poi confabulano un po’ e il Loris s’infratta dietro una tenda, un corridoio e chissà cos’altro.
‘Spetta mo’ qua, e io fermo.
Immobile come la statua biancobarbuta di Garibaldi in piazza, accanto al mustacchione che nel frattempo s’è messo a leggere, che per me faceva finta e voleva solo sembrare che stava lì per caso.
Se mi concentravo potevo sentire le cicale fuori dalla finestra che s’accordavano al tapùm tapùm del mio cuore.
Una mora, alta un paio di metri, viene a pigliarsi l’altro, e come le va lesto dietro, il baffone.
Ora non ci sono che io ed è come se una morsa mi agguanta le budella. Vorrei scappare e scapperei se solo posso evitare che lo sanno tutti in paese. E allora resto, con queste gambe burrose e un affarino tra le gambe così rattrappito che nemmeno quando si fa il bagno nell’acqua gelata della pescaia.
Bionda, è l’unica cosa che riesco a pensare, vorrei proprio che appare una bionda, non m’importa se tinta, che io mica lo so. E poi è uguale.
Dopo uso il trucchetto, quello mio per rilassarmi quando c’ho troppa strizza: inizio a contare. Da uno in su, fin dove arrivo prima che succeda la cosa, la cosa che son lì per quella. E conto, niente di specifico, metto solo in fila dei numeri, uno via l’altro e andare oltre il cento, verso il mille.
E al cinquecentosettantuno una mano rosso smaltata scosta la tenda.

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Il testo partecipa all'EDS Attesa come anche :

Ti aspetto by SpeakerMuto (Radio Free Mouth)
God save the Queen - by Melusina (Poco mossi gli altri mari)
E tu come stai? - by firulì firulà... 
Anime - by Lillina (Ora e Qui)
Ombre di fiori sul mio cammino - by Dario (Solo Testo)
In-attesa - by Chiagia (La pipa di Magritte)

16 maggio 2012

Avrei potuto vincere il Pulitzer

VRRRRRRRRRRRRR VRRRRRRRRRRRRR
C’ho i muratori in casa. VRRRRRRRRRRRRR
C’ho i muratori in casa che se ne approfittano solo perché legittimi possessori di un martellino. VRRRRRRRRRRRRR
Una roba un po’ da incubo. VRRRRRRRRRRRRR
Davvero, preferirei essere in una stanzetta all’Overlook Hotel. VRRRRRRRRRRRRR
E che io dovrei essere abituato ai muratori in casa, ne ho avuto uno fisso, finché è vissuto, mio padre. È diverso però se il muratore in questione ti deve educare o se ti deve disintegrare una parete. VRRRRRRRRRRRRR
Oggi mi ero alzato con la ferma intenzione di scrivere il post che mi sarebbe valso il pulitzer dei blogger ma ’sto rintronamento VRRRRRRRRRRRRR m’impedisce di portare a termine un pensiero creato.
Ci provo, non è che non ci provo.
Stasera cucinerò per il mio anniversario VRRRRRRRRRRRRR
L’ondata di suicidi sta provocando VRRRRRRRRRRRRR
Ieri  ho letto un post stupendo di VRRRRRRRRRRRRR
La situazione politica italiana è VRRRRRRRRRRRRR
Il riscaldamento del pianeta VRRRRRRRRRRRRR
Fazio e Saviano non ci VRRRRRRRRRRRRR
Atene ormai VRRRRRRRRRRRRR
Hollande VRRRRRRRRRRRRR
I Lakers VRRRRRRRRRRRRR
Il Giro VRRRRRRRRRRRRR
Figa VRRRRRRRRRRRRR
Io VRRRRRRRRRRRRR
Epperò vengo sistematicamente risucchiato in un terrifico turbine acustico che mal si sposa col ragionare. VRRRRRRRRRRRRR
Polvere e Rumore, Ruggeri e la Carrà mi faranno compagnia tutto oggi VRRRRRRRRRRRRR e per diversi giorni a venire VRRRRRRRRRRRRR.
E quando i muratori aVRRRRRRRRRRRRRanno finito, so già che risulterò vincitore delle pulitzer di primavera.

16 aprile 2012

Sient'a mme

Saper ascoltare è una roba complicata.
E non si sa ascoltare solo per il fatto che uno dei nostri cinque sensi è deputato a farlo. No.
Sentire, forse. Ascoltare è su un'altra dimensione uditiva.
Pochi sanno mettersi davvero in ascolto, anche tra chi dovrebbe farlo per mestiere, o tra noi genitori.
Io ci sto lavorando, ci sto sempre lavorando, ci sto ancora lavorando, da quando ho preso coscienza che non ero capace di ascoltare.
Ecco, già essere coscienti e riconoscere i momenti in cui manifestiamo la nostra ritrosia naturale all'ascolto, già questo, è un bel passo avanti. È il primo gradino della scala lunga e ripida che s'appoggia alla nostra idoneità all'ascolto.
È stata Nadia che, una quindicina d'anni fa, mi ha messo di fronte a questa mia incapacità, nonostante io negassi con forza di averlo, il problema.
Il sintomo tipico di chi non sa ascoltare è l'interruzione. Poi ce ne sono altri, in effetti, ma soffermiamoci su questo che è di facile individuazione.
Tu inizi a esporre un concetto divertente, serio, eccitante, drammatico e chi ti sta di fronte ha qualcosa di più divertente, più serio, più eccitante o più drammatico da rendere pubblico e perciò t'interrompe, o magari aspetta anche che tu finisca ma, nel frattempo, non ti ascolta e pensa soltanto a ciò che dirà lui quando prenderà la parola.
Nadia sosteneva che io a volte interrompessi gli altri (lei) per dire la mia, o per rilanciare, o per salutare e andarmene.
Io ero sicuro di no.
Quando, dopo quel giorno, è successo, lei ha cominciato a sorridere, così, senza dire niente. Sulle prime non ho capito, poi piano piano sì.
Io, assolutamente senza accorgermene, interrompevo un suo discorso, con una domanda o un cambio argomento inopportuno. Lei zitta mi mollava un sorriso. E io realizzavo che c'ero cascato.
Così facendo, non solo mi ha insegnato ad ascoltare chi parla, ma anche ad ascoltare un sorriso, sì, perché non si tratta soltanto di parole.
Ci sono da ascoltare gesti, espressioni, silenzi.
Lo dicevo che è complicato.

29 marzo 2012

Mezzi anfibi

Avete presente Beetle Bailey, di Mort Walker? No? Beh, è 'sto tizio qui a fianco, un militare di leva sfaccendato.
Beetle, in una striscia, chiede un autografo al suo superiore, il sergente Snorkel, e questi glielo fa di buon grado.
In realtà Beetle gli fa firmare un permesso di libera uscita, solo che, all’uscita, l’ufficiale di picchetto gli fa: questo permesso non è valido, è firmato dal sergente Non lasciate passare quest’uomo.
Io e altri 3 deficienti, nel remoto ’82, siamo riusciti a fare di meglio, autofirmando i nostri permessini domenicali 9-13 con il nome del nostro tenente, che stava in licenza, e presentandosi al portone solo alle 11. Ora, al di là del fatto che il tenente non li avrebbe potuti fisicamente firmare, quale soldato in libera uscita dalle 9 se ne va alle 11? Nessuno, ovviamente.
Beccati e respinti in camerata diretti. Il giorno dopo fummo seriamente cazziati dal tenente, del quale avevamo falsificato la firma, che minacciò di denunciarci. Ci salvò il pianto dirotto del fante Cutigni da Arezzo che, però, ci portò in premio la polveriera di Natale, in compagnia delle peggiori teppe della caserma.
In polveriera funzionava così: 2 ore di guardia e 4 di riposo per 7 giorni filati. Di giorno comunque non dormivi perché c’erano sempre servizi da fare. Il viaggio del cambio guardia durava una mezz’oretta e, quindi, il tempo tra un turno e l’altro per dormire era di 3 ore, compreso quello che ti serviva per prendere sonno.
Dopo 2 giorni così crollavi e, per guadagnare tempo, finiva che non ti spogliavi più nemmeno la notte e ti buttavi sulla branda in mimetica.
Al quarto giorno si completava l’abbrutimento quando smettevi pure di toglierti gli anfibi che diventavano parte di te.
Da fante assaltatore, mi son fatto un discreto culo da militare, ho avuto persino l'onore di correre su per una collina con 25 chili di vipera sulle spalle - con tutto il rispetto che va ai nostri vecchi che hanno fatto le guerre quelle vere - ma se c’è un ricordo che vorrei davvero cancellare sono le misere ore di riposo in branda, con gli anfibi ai piedi.
Questo non vi autorizza, se schiacciate un pisolino in treno, a togliere le vostre maledette scarpe.

20 marzo 2012

Modus calciandi

Tendenzialmente non mi fido di quelli che giocano a calcio.
E ve lo dice uno che ha giocato a calcio e che, potesse, non farebbe altro.
Alle scuole calcio, ma soprattutto dopo, con l'avvento delle partite vere, si insegnano comportamenti non corretti, anche se la cosa non è esplicita nel POF e non viene illustrata su nessuna lavagna.
Almeno, questo è quello che viene da pensare osservando i comportamenti dei calciatori in campo. E non parlo solo dei cocchi da serie A.
Finché sei al campetto in un 5 contro 5 tra amici, tutto bene, chi subisce la punizione la chiama e chi l'ha commessa sta muto, e spesso sta muto pure se pensa di non aver commesso il fallo.
La presenza dell'arbitro, sia che si giochi la finale di champions o il torneo interaziendale, alimenta e autorizza, invece, una serie di comportamenti che se riuscissimo a osservarli con distacco ci aprirebbero gli occhi su come realmente sono: inammissibili.
Invece sono tollerati o, peggio, auspicati anche da chi il calcio lo segue da spettatore, e sono divenuti parte del mondo calcio.
Le simulazioni per ottenere una punizione sono di per sé scandalose, il finto dolore per scaturire l'ammonizione/espulsione dell'avversario non è forse vergognoso? Esiste un altro sport dove si finge di morire per creare un danno all'avversario e un vantaggio alla propria squadra? Non me ne viene in mente nessuno, purtroppo. E per fortuna.
E la mano alzata a reclamare un fallo laterale, o un angolo, quando il calciante di turno sa bene di aver toccato per ultimo la palla? Poca cosa, dite? Mi spiace ma non sono d'accordo. Proprio perché è poca cosa è ancora più grave alimentare quella falsità e lo vedi, lui lì, chiedere quel fallo che non gli spetta e farlo così, come fosse normale, come fosse lecito, come fosse obbligatorio.
Ricordo, in una delle mie prime partite di calcio che, su un angolo, vado a saltare per colpire di testa e il difensore mi agguanta per la maglia e mi tiene giù. Io resto sbigottito, lo guardo e gli chiedo cosa cazzo stia facendo. E lui, a questa mia protesta, resta lì più smarrito di me… spiazzato dalla mia reazione, dal fatto che io non comprendessi, in fondo, che lui si stava solo comportando normalmente.

Durante le ferie di qualche anno fa, io e i miei, siamo stati tamponati, per una tortuosa strada pugliese presso Mattinata, da una Golf nera degli anni ’80 con a bordo 5 marocchini, i quali ci hanno rifilato gli estremi di un’assicurazione sconosciuta e tanti saluti. Poi ci hanno seguito per 10 chilometri e ho temuto seriamente che finissero il lavoro buttandoci giù per la scogliera.
E quando noi ci siamo fermati per andare in spiaggia ci hanno salutato con dei gran bei sorrisi. A presa di culo, pensai.
L’anno scorso, altro incidente senza colpa a causa di un tizio che tenta un’inversione a U sui viali a Firenze alle 17 di una giornata di pioggia, in un tratto con la doppia riga. Il ragazzo è pura razza ariana, alto, bello e biondo. Capello lungo raccolto a coda. Gioca a calcio in una squadra di Eccellenza e dopo un minuto uno dall’incidente, con me frantumato e seduto sul marciapiede a far la conta dei danni fisici, efficientissimo, ha già spostato il mio scooter e la sua auto, per non intralciare il traffico. Che pensiero carino!

L’assicurazione dei marocchini ha rifuso il danno totalmente, in meno di due mesi, e quasi mi commuovo ripensando all’equivoco dei sorrisi che ci elargirono.
Il calciatore ariano invece si è preso dei testimoni falsi, ha dichiarato che la sua vettura era “FERMA E PARCHEGGIATA” e che io, prima sono caduto, e poi gli sono finito addosso. Insomma, ha fisiologicamente applicato alla vita il suo modus calciandi.
Alla fine ho beccato il 50% di colpa, grazie alle sue spudorate dichiarazioni: si è guadagnato il suo bel rigore inesistente e l'ha segnato. Bravo, diobòno!
Con questo, eccezioni ce ne sono, ma resta il fatto che l’onestà non è una questione di razza. Semmai di sport.
E potendo, la prossima volta, cercherò d’incocciare l'auto di un rugbista.

9 febbraio 2012

Rifiutiamoci

Ancora da me non c'è la raccolta differenziata porta a porta, si va con i sacchetti nella zona bidoni e lì si suddividono i rifiuti.
L'altro giorno mentre portavo i contenitori carta, plastica, vetro ai cassonetti noto una lattina di birra vuota per strada, a una decina di metri dal suo posto destinato. La 33 cl rotolava indolente, sospinta chissà dove dal vento.
Come sempre accade coi meccanismi della memoria, dai circuiti contorti della mente lampeggia un flash, allora sorrido.
Faccio quello che devo fare e mi scopro ad aspettare quello che non può accadere.
Torno a casa, mi tolgo una voglia e benedico l'era digitale.
Parecchi di voi lo conosceranno, ma visto che son qui, lo riciclo:

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