21 gennaio 2019

Un bambino da insegnargli ad andare in bici

I genitori di lei erano usciti per andare a lavoro e lui, che era ospite, amichetto della figlia, era andato in camera di lei per svegliarla, ma poi non l'aveva fatto.
Se lei dormisse davvero, o facesse finta di, non si capiva.
Lui le si era accoccolato accanto al letto: finalmente poteva guardarla, poteva osservare non visto ogni frammento del suo viso.
Lei giaceva su un fianco, dai capelli addormentati faceva capolino un orecchio. Sapeva di sonno e primavera.
Lui le guardava il nasino perfetto con sulla punta il neo, centrato e preciso, come dipinto.
- Mi stai guardando? - gli chiese lei quando aprì gli occhi e si tirò su appoggiandosi a un gomito.
Sì, le avrebbe voluto rispondere lui. Sì, ti stavo guardando.
Ti stavo solo guardando.
Sì, stavo guardando il disegno rosa delle tue labbra, e stavo annusando il tuo respiro. Guardavo una strada da camminarci con te, un'onda che potesse portarci a riva, inzuppati di cose da fare insieme.
Sì, riuscivo a immaginare una vita di nostri incontri, di baci, di mani intrecciate.
Una vita di fare la spesa, di sole rubato al mare, di corse sull'argine di un fiume, una vita con un bambino da insegnargli ad andare in bici.
Vedevo il rincorrersi dei nostri destini di ragazzi in una vita sognata e vicinissima che la potevi toccare, come i tuoi capelli addormentati, eppure lontanissima come una terra di ghiacci e di sale.
- Eh, mi stavi guardando? - sorrideva, l'aveva sgamato.
- No - le fece lui, e abbassò gli occhi.

18 gennaio 2019

Il libro più sopravvalutato di sempre

È andata così, io ti parlo di Lolita, immenso capolavoro, e tu te ne esci con una personalissima associazione di idee che ti porta a consigliarmi - in analogia - Il maestro e Margherita.
Orpo, faccio io, che culo! Finisco uno e attacco l'altro, oso pensare, in una mancata soluzione della continuità narrativa di livello alto
E invece niente, la storia non mi piace (anzi), la scrittura non mi colpisce (anzi), va che lo lascio a metà. E poi lo metto proprio via per non rischiare che mi ricapiti in mano per sbaglio.
Il voto in carver non glielo do, per correttezza visto che non l'ho finito.
Dolcemetà, che l'aveva letto in passato, interrogata sul romanzo ha sentenziato: Mi ricordo c'era un gatto, forse citando involontariamente Woody Allen con il suo  Parla della Russia riferito a Guerra e Pace.
Che poi il libro abbia una sua valenza, posso anche concederlo, ma ritrovarmelo ad ogni pie' sospinto tra i classici della letteratura o tra le liste dei 10, 100, libri che dovete assolutamente leggere prima di crepare... boh, mi sembra una collocazione immeritata.

Poi ho pensato a cosa ti abbia fatto saltare da Lolita a Il Maestro e Margherita. No, non credo la rima dei titoli, ma la rima dell'autore, quello sì.
Hai pensato Nabokov, ti è venuto in mente Bulgakov, ci sta, non dico di no, e Taac me l'hai propinato.

A supporto della mia tesi, leggo una frase nell'internet che mi lascia ancora più stupefatto:

Secondo il parere di molti lettori Il maestro e Margherita è il miglior romanzo russo del secolo.

O, più semplicemente, sono un coglione io.

15 gennaio 2019

No grazie, non posso mangiar dolci (*)

C'era questo tipo, un vecchio collega di mia moglie, una vera sagoma a sentire lei.
Ne aveva avute per tutti ai tempi del loro comune lavoro e ora entrava in parecchi aneddoti della vita precedente di lei.
Il Bigi di qua, il Bigi di là, sapete com'è.
Non c'è cosa che il Bigi non avesse fatto, risposta salace che non avesse dato o spiegazione dotta che non avesse elargito.
Così va che salta fuori in più di un racconto nei dopo cena tra i cantucci e il vin santo.
Poi io non me le ricordo davvero le innumerevoli perle del Bigi, anche perché, fosse stato bello tira via, ma il fatto che fosse simpatico un po' di gelosia me la instillava.
Ma una cosa sì, l'ho memorizzata: aveva un modo unico di tirarsi fuori dalle situazioni spiacevoli, dalle proposte non gradite, dalle domande scomode.

- Ehi, Bigi, si va a pranzo insieme oggi?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

- Domenica mi porti all'Ikea?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

- Quest'anno in ferie, andiamo in Yemen?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

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(*) marchio registrato Bigi.

14 gennaio 2019

Tutti abbiamo dei segreti

Era da un po' di tempo che la risata di Adele gli urtava i nervi.
Non che lei avesse colpa, pensava, forse è tutto nella mia testa.
E dire che l'aveva conquistato con la sua risata.
Lui ci sguazzava a fare il simpatico e lei rideva, rideva di gusto, e gli si conficcava dentro a martellate. La risata di Adele, in quel tempo antico e sbiadito, aveva una duplice natura supplichevole che andava dallo smetti ti prego al darmene finché puoi.
Adesso lui la temeva quasi, e non s'impegnava certo a stimolarla, se non per verificare con una ulteriore prova se era davvero così cambiata.
Non avrebbe saputo dire cosa o come, ma di certo era cambiata. Il timbro forse, la densità, il suo modo di aprirsi un corridoio nell'aria, la lunghezza, l'eco, il suo peso... c'era un frammento che ne usciva sempre stonato, la risata di Adele era un cavallo zoppo.
Come non bastasse, si era poi convinto che l'alterazione genetica della risata di Adele fosse la spia di un segreto nuovo da non rivelare, una nuvola di vapore fuori dal loro cielo.
Che diamine, tutti abbiamo dei segreti! Anche lui ne aveva avuti, ne aveva e altri ne avrebbe accatastati.
Tutti abbiamo dei segreti, anche Adele aveva il diritto di chiudere a chiave un cofanetto di cose sue, ma era ingiusto che glielo sbattesse in faccia. Questo in generale, ancora di più manipolando la chimica di quella risata che li aveva uniti, giusto un milione di anni prima.
Ma forse è tutto nella mia testa.
E sì che avrebbe dovuto chiamare la NASA, convincerli a studiare la modificazione della risata di Adele. Loro avrebbero saputo abbinarci un fenomeno cosmico, magari era legata alla nascita di una nuova stella, alla moltiplicazione dell'universo o a un'invasione aliena imminente.
Ma di lei, della sua vecchia risata, quell'armoniosa perfezione di cui si era innamorato, non esisteva un filmato, non una registrazione.
Gli restava soltanto quella vecchia foto.

10 gennaio 2019

Essere Gesù oggi

In fondo cosa sono duemila anni nella storia dell'uomo passata e futura? Un intervallo di tempo trascurabile.
Ergo Gesù poteva sì (scegliere di) nascere, com'è stato, nell'anno 753 ab Urbe condita o, se preferite, nell'anno zero, ma è un caso.
Poteva benissimo scendere sulla terra nel 2000, magari sempre a Natale.
Nonostante i due millenni di differenza non avrebbe nemmeno dovuto cambiare mestiere, falegnami e predicatori ce ne sono ancora un bel po' in giro.
Magari faceva pure l'artigiano della qualità.
E poi poteva nascere in Italia - non c'è il Papa in definitiva? - che ne so, invece che in Palestina a Palestrina, vatti a fidare del T9!
Ve l'immaginate alle prese con whatsapp?
- Ecco qua, gruppo creato, i dodici, ora ci metto una bella immagine di un'apericena, magari l'ultima e poi è fatta. Giuda ha abbandonato il gruppo, boia di già?
Oppure alla falegnameria... Senti ragazzo non ti possiamo pagare più in contanti ti devi aprire un conto corrente. Sai ganzo il conto corrente di Gesù a zero spese, in fondo l'è un po' il tipo da conto arancio.
E l'agenzia delle entrate? Mica si riguardano quelli, un codice fiscale glielo affibbiano di sicuro: DNZGSE00T25G274S.
E avrebbe un'auto o magari una moto, io lo vedrei bene su una Renault 4 o su un Cagiva mentre arringa le folle in derapata. Ma forse anche scarrozzato su un NCC dai vetri oscurati.
E che miracoli potrebbe fare per far aprire quattro nuovi blog/vangelo?
Potrebbe trasformare l'acqua in spritz, rendere stabile windows, saltare la file per comprare il nuovo iPhone o trovare parcheggio a Roma.
State certi che il Ministro dell'Interno lo metterà dentro per vagabondaggio, ve lo vedete che chiede al popolo se vuole liberare Gesù o Amanda Knox?
Quella è già fuori, gli urleranno.
Vabbè allora teniamo dentro lui... la storia non si stanca mai di ripetersi.

8 gennaio 2019

pa pa pa paaa

Erano a letto, sdraiati pancia in su, ognuno con il suo libro.
Lei leggeva qualcosa di De Carlo, Due di due, Tre per due, Uno di noi due, Tre fratto due o comunque una roba del genere.
Lui era su L'uomo che cade.
Lei cercava di incamerare un paio di capitoli per poi mettersi giù e crollare prima di lui e del suo rumoroso addormentarsi.
Lui cercava di portare a casa un paio di capitoli giusto per il progredire, anche se faceva un'inconsueta fatica. Nonostante il libro fosse scritto da dio, o da DeLillo che è un po' la stessa cosa, c'era spesso bisogno di rileggere dei pezzi, per meglio comprendere o apprezzare, per dare al testo tutta l'attenzione che meritava.
Poi lei stacca gli occhi dal libro e si volta verso di lui:
"Come fa la nona di Beethoven?"
"Pa pa pa paaa".
"Sicuro?"
Beethoven a lui gli fa sempre venire in mente un'interrogazione delle medie con il suo professore argentino, Diego si chiamava, o forse Lopez, o magari Diego Lopez. Di sicuro era argentino.
Della vita di Ludwig van doveva parlare e raccontò anche che da vecchio, quel gran genio della musica, diventò cieco.
Non lo corresse subito, solo alla fine, quando lo rimandò a posto con un sei:
"Ricorda di non dire più a nessuno che Beethoven divenne cieco da vecchio", questo gli disse Diego, o Lopez, o quel che era.
Eppure l'aveva visto quel ritratto del musicista piegato sul piano con il corno all'orecchio, o forse se l'era solo immaginato poi, vabbè, ormai era fatta.
Non è proprio sicuro che sia la nona sinfonia quella del pa pa pa paaa, l'indomani avrebbe googlato, ma quasi.
"Ma quasi" precisò.
Continuò a pensare al professore argentino e gli vennero in mente certi disegni che Diego buttava giù con gran maestria durante le interrogazioni dei ragazzi. Disegnava moto viste davanti, solo così, ma erano perfette.
Le disegnava con la penna, senza uno sbaffo, un'errore, non ci voleva uno scienziato per capire che era la sua specialità vera.
Fottute moto viste davanti, che invidia.

7 gennaio 2019

L'amore ai tempi della demenza senile

Bisogna ricominciare a scrivere.
Sforzarsi se necessario.
In qualche modo e per qualche motivo.
Fosse anche solo perché non c'è molto altro da fare.
Perché le storie che non verranno scritte non saranno mai di nessuno.
C'è da trovare il coraggio per attraversare la strada e andare a dare un'occhiata dall'altra parte.
Seppure rischiando di fare la fine del rospo.

Ho letto L'amore ai tempi del colera (3.4 carver), l'ho cominciato un po' così, dubbioso. E non ho evidenziato le prime frasi che mi colpivano, così poi ho evitato di segnare anche le successive perché non volevo fare un lavoro zoppo. Ma ne ho mandata a memoria una, non ho fatto poco.

Lo constatò con la compassione dei figli che la vita ha trasformato a poco a poco in padri dei loro padri...
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