8 giugno 2015

Cosa resta di Cosa resta di noi

Il punto è che resta qualcosa.
Spesso negli ultimi anni mi sono ritrovato a leggere romanzi che non mi hanno lasciato nulla.
Anche la memoria piena - per amor di verità - incide su questo e non posso più pretendere di ricordarmi intere frasi da libri come in gioventù mi è capitato con Stephen King o con Il Nome della Rosa.
Ma incide anche il fatto che, più spesso, non c’è molto che valga la pena tenere a mente.
Beh, della storia di Edo, bagnino a Viareggio, sì.
È una storia che si snoda al mare e come una giornata di mare ti lascia cose.
Alla sera, ti ritrovi la sabbia tra le dita dei piedi, o una scottatura sulla pelle da lenire con la crema, ti ritrovi gli occhi rossi bruciati dal sale e ti ritrovi anche quella sensazione di soddisfazione al fresco di un portico con una bibita ghiacciata in mano.
Anche il romanzo precedente di Simi mi era piaciuto assai, ma con Cosa Resta di Noi (3,5 carver) l’autore ha salito altri gradini sulla scala del suo percorso.
La tensione che cresce palpabile nello sviluppo della trama è la cosa a mio parere più riuscita, in termini generali. Per i dettagli vi lascio alla lettura che ritengo di potervi davvero consigliare.
Simi non cerca di arruffianarsi il lettore con mezzucci poco chiari, gioca a carte scoperte con lui, sicuramente in segno di rispetto ma soprattutto di sfida, e la vince.

Le frasi che riporto non spoilerano la trama, ve le potete pigliare così, sono stuzzichini.
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La donna raggiunse l’ospedale in tempo per partorire soltanto grazie all’intervento di un veicolo spazzaneve. La cosa non mancò di suscitare una polemica furibonda sulla sanità pubblica e, risvolto ancora più grave, il neonato venne chiamato Maicol.
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E chi fa lo scrittore non vorrebbe sentirsi dire frasi che non metterebbe in un suo romanzo.
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«Perché?» chiede Guia, come una che deve piantare un chiodo con una sola martellata.
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Il giorno che spariranno le api, l’umanità avrà i giorni contati. Sulle api non mi sbilancio, ma il giorno che spariscono i baci, la fine dell’amore non è lontana.
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L’anno scorso sono affogati un tunisino, un cinese e un bulgaro. Una polacca l’abbiamo agguantata giusto in tempo Diego e io. E per forza: gli italiani non si spingono a più di cinque metri dalla riva. Anche affogare è uno di quei lavori che hanno lasciato agli immigrati.
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La fica è sopravvalutata solo dalle donne che non hanno altro da offrire. Tenersela stretta è l’unica maniera per avere qualche maschio attorno.
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Ne ho visti, di maschi, sventrare matrimoni per l’amante che li attendeva in un motel, vicino a uno svincolo autostradale, in un pomeriggio lavorativo d’inverno. In quei grigiori ogni dolciastra banalità sembra scintillare, ma è solo il riflesso ingannevole della clandestinità, contrapposta ai bicchieri opachi nella lavastoviglie, ai sabato sera in cui si è rinunciato a uscire senza un vero motivo, a quando si sono appena messe in forno due pizze congelate e alla tele l’unica cosa guardabile è Pretty woman.
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La risata aveva il timbro secco della ghiaia polverosa, o della grandine cattiva sopra i tetti traballanti.
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la sua pelle mandava sempre l’odore della sabbia dopo la pioggia e di un agrume sconosciuto
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2 commenti:

  1. "«Perché?» chiede Guia, come una che deve piantare un chiodo con una sola martellata." Oscura tutto il resto, forse tutto il libro.

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  2. Me mi hai convinta. Ti farò sapere.

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Ma dici a me? Ma dici a me? Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Non ci sono che io qui...

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