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31 marzo 2016

I giorni di Gigi Riva


L’ho letto, sì, divorato più esattamente.
Ringrazio un amico di Cagliari che me l’ha prestato. La dedica è per lui, ovviamente, che da piccolo si prese, in un dopo-allenamento del grande Cagliari all’Amsicora, una pallonata da Riva nelle costole e il giorno seguente si trovò, regalata dal nostro, la mitica maglia con i laccetti, la numero 11.
L’ho letto con estrema cura, girando ogni pagina come se avessi alle mani la Bibbia di Gutenberg.
E l’ho difeso dalle mice artigliose, riponendolo sempre in una sorta di custodia rigida inattaccabile in mia assenza.
Purtroppo non ho potuto sottolineare nulla né orecchiettare pagina alcuna e quindi non sarei in grado di riportarvi i pezzi salienti.
Fidatevi però, se siete appassionati di quel periodo calcistico attorno al 1970, questo tomo è da considerare un’imperdibile lettura.
Tra l'altro, anche di foto ce ne sono di straordinarie.
E se oltre alle gesta sportive di Gigi Riva da Leggiuno…
Volete conoscere Arturo “Sandokan” Silvestri
Volete leggere di Comunardo Niccolai o di Manlio Scopigno
Volete saperne di più su La Partita: Juventus-Cagliari 2-2, del 1970.
Volete sapere chi scambiò la maglia con Pelé nell’amichevole con il Santos
Volete sapere come Arrica abbindolò Baglini per accaparrarsi le prestazioni sportive di Enrico Albertosi aggratis
Volete conoscere Reginato o Tomasini, Zignoli o Greatti...
Allora non perdetevi I Giorni di Gigi Riva (Paolo Gabriele – ed. AIPSA - 4,2 carver)

4 marzo 2016

Denti


Il 4 marzo del 1971 è stato un giorno terribile per me.
Ogni anno è un po' un'angoscia.: vivo molto peggio questa ricorrenza, di quanto posso vivere bene i compleanni, ad esempio.
Ed è un affaire del quale non amo nemmeno parlare, ovvio.
Ritengo che sia stato il giorno che più ha inciso nella mia formazione di ragazzo prima, e di uomo poi. Indirettamente ha influito sul mio carattere in maniera pesante e di conseguenza sulla mia vita.
Ho dovuto lottare anni, solo per raggiungere una sorta di acquietamento e per combattere le pieghe che la mia socialità aveva preso e che non andavano per il verso che avrei voluto.
E lo sapevo, l'ho sempre saputo che molto della mia timidezza, della mia insicurezza e, perché no, della mia infelicità di allora dipendeva dagli accadimenti di quel giorno.
Ne scrivo per esorcizzare questa pena che ancora mi ravana dentro da qualche parte.

Ero vestito da Zorro e facevo il grullo per casa, così narra la leggenda, quando son caduto e mi sono spaccato 3 denti davanti.
Per prima cosa mi son beccato un Te l'avevo detto io che non dovevi vestirti da carnevale che siamo già in quaresima!
Poi il dentista il giorno dopo che sentenzia: fino a quando non avrà 16 anni e la bocca avrà smesso di crescere è inutile fare un lavoro definitivo.
Poi mia mamma, che figurati se ci pensa a farmi un lavoro provvisorio. Costa. È un di più.
Così va il mondo, e per 7 lunghi anni lo affronto da sdentato.
Anche questa parola devo esorcizzare, così infatti mi chiamò Cecilia, la mia innamoratina delle medie - senza cattiveria, è vero, scherzavamo e ci prendevamo in giro rubando gli epiteti da un dizionario d'inglese - segnandomi per sempre.
Avete presente le cose che succedono ai ragazzi da 9 a 16 anni?
Ci s'innamora, esame di quinta, si va alle medie nuovi amici, ci s'innamora, si va al corso di tennis nuovi amici, ci s'innamora, esame di terza media, il motorino, si va alle superiori nuovi amici, ci s'innamora, ci si vede con i vecchi amici delle medie che portano nuovi amici, ci s'innamora, si comincia a uscire da soli e, manco a dirlo, ci s'innamora.
E tutto questo da sdentato.
Aspettando che la bocca del cazzo smetta di crescere.
D'accordo i miei saranno stati ripresi dalla piena e ignoranti, ma manco un amico che abbia detto loro Ma come lo mandate in giro 'sto citto?
Giuro mi salgono ancora le lacrime se mi ripenso davanti allo specchio del bagno, chiuso dentro, a modellarmi i pezzi di denti mancanti con il chewingum.
Che poi i denti rotti erano scheggiati in obliquo e, obiettivamente, non era un bel vedere. Chi l'avrebbe mai voluta baciare una bocca così? Che oltretutto non smetteva di crescere.
Ho temuto che non mi sarei mai fidanzato, che non mi sarei mai sposato (forse per questo son diventato un marito seriale), ho temuto che non sarei mai diventato padre.
È stato il mio medioevo.
E sapete anche perché ho sviluppato la mia passione viscerale per Gigi Riva? Sì certo perché era l'idolo calcistico per eccellenza e perché è un grande uomo. Ma quand'ero piccolo, e sdentato, avrei voluto essere proprio come lui anche perché, quando parlava, il suo labbro superiore non scopriva mai i denti.
Guardatelo, che differenza avrebbe fatto averli interi o averli rotti se fossi riuscito a parlare come Gigi?
Ma niente, non era mica facile.
In alternativa a essere come Riva, avrei voluto essere come mio nonno (un altro Gigi, guarda caso) che praticamente non parlava mai e quindi aveva ben poche necessità di mostrare la dentatura.
L'aspetto peggiore di tutta la faccenda riguarda il riso, il sorriso. Quando ridi non puoi fare a meno di scoprire i tuoi denti.
Bene, ogni volta che ci stava un sorriso, ogni volta nei 7 famigerati anni, c'era l'omino dei denti rotti dentro di me che mi diceva Ehi fermo, che fai? Trattieniti! Metti la mano. Che ti sorridi? Non ricordi che c'hai gli incisivi scheggiati?
Eccome se me lo ricordavo! La Cecilia mi aveva chiamato sdentato, come potevo dimenticarmelo?
Ma all'omino dei denti rotti piace mettere il coltello nella piaga.
E forse nasce un po' da qui il mio desiderio per il fatto che a sorridere siano gli altri. Io ho sempre preferito essere il clown triste piuttosto che il pubblico divertito. Almeno, non ci sarebbe stato da scoprire i denti davanti.
Ma, alla fine, ci voglio vedere l'aspetto positivo anche in questa storia e non voglio lasciare né voi né me con l'amaro in bocca, in questa bocca che alla fine ha smesso davvero di crescere, cristosanto.
Non potendo sorridere e non potendo parlare liberamente ogni volta che avrei voluto - ed essendomi innamorato quel fottìo di volte - ho sempre cercato di sviluppare altre qualità da poter mostrare alle mie belle in particolare o agli altri in generale, ho cercato di migliorarmi laddove il ragazzino bello col caschetto e 64 denti smaglianti magari non ci pensava nemmeno.
Anche se cercare il lato positivo nella sofferenza è una cosa un po' troppo cristiana, un po' troppo di quel dio cattivo e noioso preso andando a dottrina, per poterla avvalorare in pieno.

5 ottobre 2015

Calcio 2.0

(Roby: Gigi, non te la prendere se Hombre non ti ha mai visto in allenamento)
A te che non ci capisci di questo calcio moderno, a te che sei rimasto all'ala e alla mezzala, a te che credi ancora all'uomo sul palo, a te che ti svegli la notte preoccupato da che fine abbia fatto il libero, a te che il falso nove era il voto millantato a chimica, a te che ogni rigore che vedi tirare dici ma questo è da ribattere, ecco, è a te che voglio dare due dritte per fare bella figura quando stai con gli amici e ti ritrovi a ragionar di pallone.
Continuerai a non capirci nulla ma potrai spacciarti per il giannibrera di turno.

Lascia stare la difesa che non esiste più, nè tantomeno i difensori: c'è la fase difensiva o, meglio ancora, l'organizzazione difensiva, e ci sono i difendenti che sono tutti i calciatori di una squadra quando non sono in possesso di palla.
Attaccare gli spazi, ecco un'altra formuletta magica, che sembrerebbe destinata all'incollatore dei manifesti pubblicitari per strada e invece è roba calcistica: la squadra che vince è di certo quella che ha saputo meglio attaccare i fottuti spazi.
Ripiglia in mano il libro di geometria perché un'altra parola chiave è diagonale, i migliori son quelli che fanno le diagonali, e non sbagliarti con le bisettrici perché non sono la stessa cosa.
Altro concetto di cui puoi impastarti la bocca è il pressing ultraoffensivo che di solito lo fa il giocatore che ha gamba.
Occhio poi che stanno arrivando le transizioni, fai tue le transizioni adesso, eviterai la coda. E non aspettare che te le spieghi Caressa, sarà tardi.
Verticalizzare, ecco una sorta di jolly da usare per le vecchie azioni d'attacco.
Ah, e mi raccomando lascia stare le punizioni e i calci d'angolo, è roba da matusa, esistono solo situazioni da palla inattiva.
Bisogna poi che parli di accorciare e di circolazione di palla.
Il contropiede l'aveva già seppellito Sacchi, ma pure la ripartenza veloce sta perdendo il suo fascino.
Cita un giocatore a caso, portiere escluso, e commenta: Io lo vedo meglio come esterno basso. Caschi sempre da ritto.
E se la tua squadra ha perso non è che ha schierato troppi scarponi, mancava soltanto d'intensità.
Un'altra cosa, quelli che cominciano a parlar di numeri e di moduli, di quattrotretre di quattroquattrounouno di trecinquedue o di qualsiasi altra composizione numerica a somma dieci, ecco, quelli scànsali come un libro di Moccia, sono il classico fumo dell'arrosto.
Ma il concetto imprescindibile di cui devi far sfoggio ogni tre per due è quello del tra le linee. Quando tocca a te butta sul commentario una frase tipo "La chiave della partita è stata Bernardeschi tra le linee" o "Hai visto com'è abile Bernardeschi a farsi pescare tra le linee?".
Io lo so che tu pensi eccierto che Bernardeschi gioca tra le linee, per forza, come tutti gli altri, non è che uno debba giocare fuori dal campo. Ci son le linee apposta a delimitare, è chiaro che uno gioca tra le linee, non ci vuole il mago Herrera per insegnare a un calciatore a giocare tra le linee.
Epperò è così: solo se comincerai a infarcire i tuoi resoconti pallonari con qualche bel tra le linee potrai aspirare a una posizione di rispetto tra tutti i tuoi amici che sanno di calcio.

7 novembre 2014

Gigi Riva Settanta

- Biglietto d'auguri aperto a Gigi Riva -

 
Mi sento un po' come Schroeder e il compleanno di Beethoven.
Del resto la mia infantile passione per Gigi Riva calciatore, passione appesantita dalla stima e dall'assoluto rispetto per il Gigi Riva uomo, è cosa nota.
Gigi non se la tira e lo potevi già vedere da come esultava dopo un gol o da come abbracciava un compagno che aveva segnato.
E non è che servano tante smancerie per fargli sentire che ci siamo, alla fine è un uomo semplice non sarà organizzata una fottuta festa di una decina d'ore con la Raffa in sottofondo che intima a far l'amore comincia tu.
Basta meno: Auguri Gigi.
E scusa se mi sono biecamente approfittato di mio figlio per rappresentarti in un disegno. È probabilmente il disegno che ti avrei inviato quando avevo la sua età se solo avessi saputo dove spedirtelo o fossi stato un filo più intraprendente.

La foto da copiare l'ha scelta France, è tratta da un Io Proprio Io dell'Intrepido, e i ragazzi di allora sanno di cosa parlo. La ricordi?
È la finale mondiale di Messico '70 - sì settanta - e tu stai volando per colpire di testa.
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Gigi Riva - La Saga
Indovina chi è venuto a cena
BEI TEMPI
Pollice verso Pollice recto
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edit
Dal profondo del cuore voglio ringraziare tutti coloro che con tanto affetto mi hanno dedicato un pensiero augurale in occasione del mio 70° compleanno: dal vertice dello Stato al comune cittadino avete voluto farmi sentire la vostra vicinanza con intensità commovente e inaspettata. Immensamente felice vi stringo tutti in un forte abbraccio.
(Gigi Riva)

24 dicembre 2012

Non di solo pane vive l'uomo un anno dopo

Eccoci qua, dopo lo scampato pericolo, a celebrare l'uscita dell'album calciatori Panini 2012/13.
E voi, nel frattempo, avete fatto coming out oppure alimentate ancora la facciata in cui dichiarate che il lato migliore del calcio è quello giocato, o visto in tivù.
Abbiamo aperto già sabato scorso le prime bustine, quando ancora neppure il blister ufficiale era stato diffuso. Prima figu in assoluto: lo scudo del Torino. Prima figu viola: l'immenso Borja Valero. Per la statistica.
Ve lo dico, dovesse capitarmi di stare in coma (spero di no), non lo so se qualcuno si vorrà pigliare la briga di stimolare il mio risveglio ma, nel caso, lasciate stare la musica, manco De André dovete farmi sentire, manco i Led Zeppelin. Provateci solo col rumore di una bustina calciatori aperta a strappo da un bambino dagli occhi luminosi.
Va bene anche un bambino di 50 anni.

p.s. Non di solo pane vive l'uomo, ma anche di Panini.

12 novembre 2012

BEI TEMPI

Quando trovi in posta una mail da "Gigi Riva" ti può pigliare 'na certa ansia. A me sì, ecco.
E adesso sto scrivendo queste righe prima d'averla letta.
Potreste averla tutti, in effetti, bastava mandare a Gigi gli auguri di compleanno attraverso il suo sito.
Io l'ho fatto, grazie anche a Pesa, non che non mi ricordassi, che diamine, ma niente, forse serviva una spintina per realizzarla 'sta cosa, poi quest'anno, complici anche un po' tutte le storie raccontate sul blog in materia giggirriva, ecco che mi è venuto di scrivergli due righe...
Adesso però non ce la faccio più, vado ad aprire la mail, aspettatemi qui...
...
Eccomi, mi batte il cuoricione, a dirlo a voi.
Questo è ciò che gli avevo scritto io, il 7 novembre scorso:
"Auguri da un bambino degli anni ’70, uno di quelli che hai fatto sognare e che andava al campino con una maglia bianca e un numero 11 disegnato a pennarello sulla schiena."
Questo, invece, testuale e copiaincollato, il testo in risposta:
"CIAO FURIO. BEI TEMPI.GIGI"
Sì, vabbè, direte voi, sarà una risposta standard, o buttata giù dal webmaster o da chi ne cura il sito (il figlio Mauro), eppure mi piace pensare di no.
Mi piace pensare che sia stato il buon vecchio Gigi a scrivere 'ste 5 parole 5.
Intanto c'è il mio nome nel testo, anche se un buon programma avrebbe potuto recuperarlo in automatico dalla mail.
Poi perché son maiuscole ed è un po' una spia di chi non è avvezzo all'uso della comunicazione digitale da mail e da chat, un caps lock che dovrebbe rappresentare un urlo ma che non ha senso nel concepimento della frase e che, quindi, può solo essere il segnale di una scarsa dimestichezza con la netiquette (nessuno te lo chiede, Gigi, continua a fare il tuo, tranquillo, scrivi pure in cirillico se vuoi).
E poi quel mancato spazio dopo il secondo punto, quella è una prova da portare a giudizio: mai una risposta standard preconfezionata potrebbe contenere quel mancato spazio che, invece, dà proprio il senso di una cosa fatta in fretta. Precisamente sabato sera alle 19:06.
Sherlock Holmes a questo punto farebbe notare che a quell'ora sul campo di Is Arenas stava giocando il suo Cagliari, è pensabile che Gigi sminestrasse la posta mentre Cossu e compagni cercavano di abbattere il Catania? Secondo me sì, dai, magari era uno strascico di un'attività iniziata nell'intervallo (rispondere ai
cazzosi auguri dei fan residuali) e comunque la noiosità della partita è un altro punto a favore della veridicità della risposta.
Io me lo vedo Gigi, sul divano col portatile sulle ginocchia, pigiare su quei tasti con il dito giallo-nicotina.
Penserete che sono stupido, ma mi sa che dovete pigliarmi così.

Grazie Gigi


10 novembre 2012

Destra Sinistra Allegria Macarena

Essere di sinistra è per connotazione naturale essere contro.
Anche a livello di mano/piede di prioritario uso, chi preferisce servirsi dei suoi arti mancini sta nella minoranza, in un'elite, peraltro, di cui si dice un gran bene a livello intellettivo, per esempio, o anche sportivo.
E non vi ammorberò con le gesta di Leonardo da Vinci, di Gigi Riva o di John McEnroe.
Anche a livello di pensiero, essere di sinistra è sempre stato un po' contro, per quanto il significato del concetto sia molto discusso è discutibile negli ultimi anni. E Rokko Smithersons l'aveva ampiamente preconizzato.
Ad ogni buon conto, a sinistra si è alternativi per storia, alla DC, alla destra, a Berlusconi.
Ma quando l’alternativa cessa di essere il frutto di un'ispirazione alta da opporre alla stupidità, alla grettezza e alla prepotenza, quando l'alternativa diventa un dogma, una sorta di autoimposizione, un pensiero di cui si è quasi schiavi, in quel momento a sinistra ci si perde.
Quando c'è qualcosa di chiaro e definito cui opporsi la sinistra si oppone, come da suo DNA; anche se non sempre con la stessa efficacia, ma è in grado di fare da contrappeso. Quando il nemico sfuma, però, disperso nel nebbione, quando a sinistra ci si trova improvvisamente a fare l'andatura in quel gruppo che per anni ci ha visto inseguire, quando la stessa ragion d'essere dell'alternativa non è sul campo di battaglia la sinistra riesce, con un'evoluzione acrobatica, a restare alternativa, nella peggior deriva che il termine incarna: alternativa a se stessa.
Per l'uomo che si crogiola nell'illusione della minoranza che ha ragione, un fenomeno è carino, perseguibile, amabile e esemplare solo se appartiene a pochi, ma quando l'apprezzamento di molti (di troppi) lo massifica, perde d'un colpo rilevanza e nasce l'esigenza di un'ulteriore è più potente alternativa.
Finché non riusciremo a comprendere che c’è una stategia da applicare per rincorrere e inseguire e un’altra molto differente per guidare, non andremo da nessuna parte.
La parabola bertinottiana, in tal senso, è illuminante.
La sinistra è snob, irrimediabilmente.
Tutta 'sta pappardella fuori dai canoni Lineari di fuffa e brevità, per dire che sul Ground Zero della destra politica italiana di questo periodo svetta una sinistra apparentemente forte. C'è un collaudato Bersani, che però è un po' troppo classico diciamolo, fin troppo moderato e carino, ma potrebbe bastare. Eppure no, comincia a piacere a troppi e allora si punta Vendola, che è più nuovo, sarà più puro, di sicuro è più alternativo.
Ma la strada è ancora lunga perché all'orizzonte spunta Laura Puppato, massimo rispetto, bravissima persona, ma chi se la cagava fino a due mesi fa? Dove stava? Però adesso c'è, ha tutto il diritto per esserci, poi è donna, è intelligente, ed è di nicchia! E allora tutti a guardare verso la Puppato. Peccarità, va bene, che non va bene?
Finché arriverà l'ennesimo signor nessuno che farà capolino dall'angolo sinistro e, basterà che alzi la mano, sarà investito come fresca alternativa alla Puppato.
Alternativi a noi stessi. Hasta la muerte.

12 ottobre 2012

Paniniani si nasce

Son giornate d'incazzature, che ci volete fare?
Avete letto qua?
Ad ogni modo, vi faccio un sunto io: è scaduta l'esclusiva della Panini, con la Lega e l'Associazione Italiana Calciatori, per la riproduzione tramite figurine dei volti degli eroi del calcioscommesse nostro calcio.
Non la sto a fare tanto palloccolosa, lo dico a Topps (azienda di figu USA papabile come erede della gloriosa ditta modenese), a qualunque altra impresa ci volesse provare, ma soprattutto lo dico alla Lega e all'Aic: già vi state dando un gran daffare per affossare il calcio italiano, non dategli questo colpo di grazia definitivo.
Ah, e noi (*) non compreremo manco una fottuta bustina che non sia targata Panini, questo è pacifico.

(*) - paniniani




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edit del 23 ottobre 2012 - pericolo scampato. Grazie Panini.

14 settembre 2012

Coloriamo tutti i muri

Volevo dire a tutti quelli che cercano le immagini dei pulcini pii da colorare, dei goki o dei maialini grugnini da colorare, dei gigirivi da colorare o pure di steminchie da colorare che qui, su La Linea, non ci stanno.
Non cell'ho io i disegnini da colorare, gné gné gné, mai postati, mai pensati, mai voluti, mai trombati. Ma siccome che voi continuate a fiondare sul blog cercando la robba da colorare ecco che io mi sento in dovere di farvi dono di una piccola immaginetta studiata all'uopo pittatorio.
Poi però aria, pigliate questa e boni. Non vi fate rivedere che se vi ribecco qui in giro vi spunto tutte le matite.

17 luglio 2012

Essere Corrado Guzzanti

E sì, potendo scegliere, a valle di una sommaria riflessione, io vorrei essere quest'omino qui.
Ritengo ipocrite quelle frasette quando, interrogati su chi vorremmo essere, si risponde "non mi cambierei con nessuno"; falsi!
E quando portati ad analizzare le scelte fatte in una vita si taglia corto "rifarei esattamente le stesse"; ipocriti!
L'essere del titolo va proprio inteso in alternativa alla persona che siamo adesso.
Perché proprio Guzzanti, non è importante. Diciamo che non è necessario esporre un motivo preciso o dettagliare l'opzione, è una cosa che si sente a pelle, quasi un istinto.
Qualcuno, conoscendomi, potrebbe obiettare E Gigi Riva, allora?
Giusto, ma qui stiamo parlando di esseri umani non di divinità.
Lasciate perdere gli affetti, in questa ipotesi sono fatti salvi, non è che verrete tacciati di mancato amore verso i vostri figli se optate per essere qualcun altro.
E non considerate nemmeno l'età dei personaggi, il gioco è da intendersi atemporale.
Insomma, voi, chi vorreste essere?

Risposte Vietate:
  • Me stesso
  • Hombre
  • La moglie di Hombre
  • Il gatto di Hombre
  • John Malkovich
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VOI:
pesa - Clint Eastwood (ovviamente)
melusina - Audrey Hepburn (e no che non è poco)
speaker muto - Richie Kotzen (quello dei Poison - ah, ok)
lillina - Margherita Hack (o la Bellucci o la Theron)
alessandra - Annie Lennox (siete u-gua-li!)
myriam - Maria Sharapova (con la mia racchetta)
mgg - Veronica Lario (non infamatela, c'è un perché)
bianca - Alice Munro (ma dietro a Strillo, il suo gatto nero)
plus1gmt - Il tastierista dei Subsonica
kermit - Linus Torvalds (il link a wiki è per me)
firulì firulà - Livia Giuggioli (è un discorso...)
giovanni - La mamma di Belpietro (uhm)
emix - Spongebob (ci vediamo al Krusty Krab)
orsa - Regan MacNeil (oddio oddio)
la carta - Il Dottore (Who)
chiagia - Alessandro del Piero (pure uno juventino mi tocca)
lucien - David Byrne (eh beh)

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28 giugno 2012

Italie-Germanie

Copio Chiagia che s'ispira a Gramellini e fermo le istantanee delle mie 3 Italie-Germanie, anzi aggiungo una bonus track.

1970 - L'ho vista solo il giorno dopo, in bianco e nero sul già citato Radio Allocchio Bacchini. Ricordo la frase di mio padre che, incredulo, raccontava della gente che a Firenze per la gioia aveva fatto il bagno nelle fontane. Ecco, lui era più stupito da questa cosa che dalla rocambolesca partita dell'Azteca. Il mio idolo Gigi Riva segnò un gol straordinario (riguardatevelo dall'inizio, è lui che recupera quel pallone nella nostra metà campo) e fu il primo ad abbracciare Gianni Rivera alla rete del definitivo 4 a 3. Quell'abbraccio, ogni volta che lo vedo o che lo penso, mi dà i brividi, né più né meno dello scolapasta assassino.

1978 (extra) - Non era una finale e non era un'eliminazione diretta, era la partita di un gironcino al mundial argentino. Era l'estate del mio primo lavoro (in vacanza da scuola) al distributore Esso dell'area di servizio Chianti Ovest, pompavo bnezina giù nei serbatoi ed ero di turno. Fu Pasco, un collega - che dio o chi per lui lo benedica! - ad arrivare con un Sinudyne 14 pollici in rigoroso bianco e nero che fu piazzato all'Esso Shop. Era una grande Germania, erano i campioni del mondo in carica, giocavano con Sepp Maier in porta, ma tenemmo il campo bene, meglio di loro e pareggiammo 0 a 0. Rammento Antognoni, col 9, sostituito da Zaccarelli.

1982 - Ero militare a Pistoia e dovevo rientare alle 11, tassativo. Se fossero andati ai supplementari, li avrei persi. La vedemmo a casa mia con mia sorella, mio cognato e una coppia di loro amici di Pontassieve, mai visti prima e poi spariti nel nulla. Rientrai in caserma con il tricolore appeso al collo come un mantello e mi presi l'applauso dell'ufficiale di guardia. Ma la cosa che più ho impressa nella memoria è la delusione al rigore di Cabrini e la sequela di insulti che gli ho urlato contro, altro che il vaffa bonario di Pertini.

2006 - Ero in campeggio, alle Rocchette, e l'ho vista coi villeggianti allo schermo gigante, compresi parecchi tedeschi. Anche il mio France era piccolo e dormiva in roulotte con dolcemetà che si era sacrificata... ricordo anch'io molto bene quella fava di Fabio Caressa che alla fine disse "E ora andiamo a Berlino a prenderci la coppa" e che ci toccammo tutti, proprio lì (ognuno i suoi).

2012 - Quello che mi vien da dire è che fuori non percepisco un clima da Italia-Germania, non si respira il sapore acre di certe vigilie. Non si parla di formazione, non la si discute. Dove son finiti i 50 milioni di Commissari Tecnici? Hanno perso il lavoro pure loro?

3 giugno 2012

Don Mario, parroco illuminato

Immaginatevi Hannibal Lecter, però buono. Così don Mario.
Finito il vangelo faceva quel verso con la bocca, come un Hannibal ante litteram, quella specie di richiamo per serpenti a sonagli.
Poi diceva: "Beh, le letture e il vangelo di oggi, son così chiari, così limpidi, che non necessitano di spiegazione (pausa) Credo in un solo Dio..."
E così in meno di mezz'ora la messa era finita, in barba all'omelia e, chi in pace e chi no, s'andava tutti.
Don Mario, soprannomen omen, era detto scheggia per via di un trancio di granata che si portava conficcato in testa dai tempi della guerra, ma aveva rafforzato il nomignolo scheggiando via nel cantar messa, dall'antifona d'ingresso fino all'andate in pace in una corsa senza respiro.
Mia madre mi aveva forgiato a modino, tra messe, dottrine, comunioni e confessioni non riparavo. Pure capo chierichetto sono stato.
Don Mario da noi era cappellano, prete in seconda, e diceva le messe d'avanzo, quelle più sfigate, tra cui alle 7 la mattina in chiesa e alle 9 al cimitero.
Io andavo alle 9 al cimitero e davo una mano, servivo messa, e leggevo tutto quello che c'era da leggere, dalle letture al salmo responsoriale, dall'ascoltaci o Signore agli avvisi.
Una domenica s'è fatto il record: venti minuti; dopo di che lui è andato alla casa del popolo a far due chiacchiere coi comunisti e io a casa a guardarmi lo sci.
E quando c'era da confessarsi era auspicabile scansare il pievano e cercare direttamente don Mario che, come ministro di Dio, era sicuramente più moderno.
In confessione riuscii a dirgli che avevo visto un giornalino con le donne nude e lui mi spiegò che se Dio ci aveva fatti così, nudi e belli, era perché potessimo guardarci e che quindi non avevo niente da farmi perdonare.
Un'altra volta confessai che spesso pregavo per l'ottenimento di cose materiali tipo bei voti o promozioni a scuola, tipo che non m'interrogassero quando ero impreparato, che Gigi Riva segnasse dei gol, che Thoeni vincesse a Campiglio e che la Veronica s'innamorasse di me. Qui non solo mi assolse dalle colpe, ma proprio si esaltò commosso perché tutta questa fiducia verso Gesù (io pregavo Gesù) non ce l'aveva manco lui.


17 aprile 2012

Due gocce d'acqua

C'ho un sosia, il Rampizzi.
Ma non a Milwaukee o a Monterrey, al paese mio!
Questo può creare qualche problema, ma è anche inesauribile fonte d'aneddoti.
La somiglianza pare sia parecchio marcata e ciò non depone troppo a mio favore avendo, il Rampizzi, 3 anni più di me.
All'inizio non avevo capito bene, in paese hanno cominciato a salutarmi calorosamente tipi che io non conoscevo. Che faccio? Li risaluto e punto, per cortesia.
Va a finire che uno mi fa:
- No, scusa, ma ti avevo scambiato per il Rampizzi.
Orca l'oca, il Rampizzi. Considerate che tutti conoscono il Rampizzi da noi, perché è figlio di un dottore storico del paese. Mentre, praticamente, nessuno conosce me.
Quindi, ogni tre per due, quando sono in giro, capitano questi incontri con personaggi che mi salutano, mi danno pacche sulle spalle, mi chiedono come sta mio babbo e, soprattutto, mi sorridono a ottantaquattro denti.
Adesso io li guardo, metto loro una mano sul braccio e faccio:
- E un so' io!
- Ah, no? Davvero? Ma siete uguali!
Dai oggi e dai domani, non che sia così fastidioso, ma alla fine scassa un po'. Anche perché penso che nessuno vada da lui a dirgli che è uguale a me. Soprattutto per questo.
Uno dei miei obiettivi nella vita è da ritenersi, a questo punto, diventare più famoso del Rampizzi, affinché comincino a rompere le palle a lui per la somiglianza con Hombre.
Le migliori perle di questi anni:
  • in ufficio, quando faccio una cazzata, il capo mi guarda e mi dice "Ma sei te o t'hai mandato il Rampizzi, oggi?";
  • una volta, alla coop, pur riconoscendo che non ero lui, una tipa fa al suo ragazzo "Guarda, c'è il sosia del Rampizzi!"
  • lo zio del Rampizzi, a distanza di un anno, nello stesso posto (in gioielleria sotto Natale), mi ha scambiato per lui, anche se la seconda volta mi ha pure detto "L'ho fatto anche l'anno scorso, vero?";
  • una volta all'asilo una maestra mi ha informato che avevo già preso mia figlia dieci minuti prima (era la sua, io ho solo maschietti);
  • nel lunghissimo corridoio dell'ospedale, un paio d'anni fa incontrai suo fratello, ci guardavamo e ci avvicinavamo, implacabili, potevate sentire Morricone in sottofondo, e io pensavo se mi saluta pure lui e magari mi chiede se ho preso il pane è la prova definitiva, ci sfioriammo e lui zitto, il fratello quindi aveva ben chiaro che io non ero il Rampizzi, oppure avevano litigato;
  • oggi camminavo in strada, ma da parte, mentre scrivevo un SMS. A un certo punto sento un clacson che mi suona, ma non ero d'intralcio, quindi mi avvicino un po' incazzato come a dire "Che problemi hai?" e vedo che alla guida dell'auto c'è una signora anziana, la quale mi fa:
    - Scusa, scusa, sì ho suonato io, tu mi sembravi tutto i' mi' figliolo: due gemelli!
E così ho chiuso il cerchio, conoscendo la madre del Rampizzi, nonché moglie del dottore.
Quello che invece comincio a sospettare è che il dottore, a suo tempo, abbia visitato pure mia mamma.
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p.s. prima che qualcuno mi chieda cosa ci fa gigi riva tra i tag... ricordo una domenica mattina di 40 anni fa, in piazza dopo la messa a scartare figurine Panini, quando si sparse la voce che qualcuno aveva finalmente beccato la figu più rara dell'album "Ehi, ragazzi, il Rampizzi ha trovato Riva!"
Bastardo.

27 febbraio 2012

Ringraziamenti post mortem

Macché, non sono mica morto. Non ancora.
Solo, nel caso che questo blog mi sopravviva, e non me lo auguro, non vorrei lasciare la lacrimosa valle senza essermi profuso nei dovuti ringraziamenti.
Semmai, se qualcuno pensava che avrei dovuto ringraziarlo prima di crepare, può sempre passare da qui e vedere se è stato nominato.
Anche perché non aspiro a un trapasso a seguito di lunga e dolorosa malattia, non tanto per me, quanto per voi perché magari vi dovreste sorbire i miei deliri su queste pagine. Mi prefiggo invece di uscire di scena d'un botto, da novantacinquenne mentre, al fin della fiera, mi barcameno con una 89enne Cucinotta.
Quindi, ecco, non avrei tempo per i saluti, diciamo che mi prendo un po' d'anticipo.
Tralascio i familiari che già sanno quanto devo loro, anche se, a rigor del vero, qualcuno dovrebbe ben ringraziare me ;)
Non potendo elencare comunque tutti i meriti che le persone sottocitate hanno avuto nella mia vita, mi limiterò a uno ciascuno.
E dunque ringrazio:
  • la mia maestra Fernanda delle elementari per avere cementato i primi mattoni nella mia testolina e avermi mostrato dove stava la calce;
  • la mia cugina Fiorella, per avermi insegnato a leggere;
  • Guido Gratton (scudettato viola del 1955-56) per avermi insegnato a tenere una racchetta in mano;
  • la mia profe d'Italiano delle superiori, Violetta, per avermi insegnato le robe che trovate qui (4° racconto);
  • il Frilli babbo, per avermi introdotto all'ironia e per un giovedì del 1980 in cui si presentò all'uscita di scuola con la Settimana Enigmistica verde con Alain Delon in copertina;
  • il Frilli figlio grande, per essere stato l'altro baccello dello stesso guscio per oltre 10 anni;
  • il Frilli figlio piccolo per essersi fatto spesso trascinare dalle mie innumerevoli e balzane idee, tra cui FilMatti;
  • il Fornax, nonché Giacomo, per essere venuto in stazione quella mattina che iniziavo a pendolare su Bologna, portandomi Il Dio del Fiume con la sua dedica speciale;
  • Fede per averci lasciato il lettone, ad Haarlem, ed aver dormito nella nicchia;
  • lo Gnozzi (alias il Fra di FurFra), per la sua immensa classe e la malpagata collaborazione col sottoscritto (nostro il "MUCCHE - PIET MANDRIAN" di cui alla foto);
  • La Settimana Enigmistica, nelle persone di tutti i redattori e in specie di Briga, che creò Hombre;
  • la Ninfa, un setter inglese che con la sua cucciolata mi ha regalato momenti di pura felicità bambinesca;
  • Darwin, un micio finto certosino, scorbutico e adorabile, per avermi scaldato le cosce nei sabati d'inverno quando alle 7 a.m. toccava stare davanti al piccì.

p.s. le ulteriori e eventuali aggiunte di nomi sono a pagamento.

6 febbraio 2012

Il campino dei miracoli

Un soffio di tempo fa nella storia dell’uomo e una vita nella storia mia, all’inizio degli anni settanta, eravamo avanti. E le cose andavano via in maniera diversa.
A scuola si andava a piedi e da soli. Il tempo pieno non esisteva se non nei nostri peggiori incubi, i centri estivi neanche. Nessun controllo a vista dei genitori sui figli. Non c’erano mamme a chiedere meno compiti per i figli. Nessuno ci portava dagli psicologi e la privacy non era ancora stata normata. E se finivi in punizione a scuola, non era che l’anticipo di quello che ti saresti beccato a casa.
Avevamo di corredo enzimi per digerire il vino, stomaci di decenni pronti per la caffeina e saliva curativa per le ginocchia sbucciate.
Per noi c’era una spessa e succosa fetta di libertà, dalle due di pomeriggio fino all’ora di cena.
Tutto ciò che serviva era un luogo dove trovarsi, che fosse la piazza, l’aia, la rotonda del cimitero, sotto gli alberi o, nel nostro caso, il campino.
Il campino era una sorta di facebook ante-litteram.
Al campino si incontravano amici, ci si sfidava in giochi come corsa, palleggi o cerbottane, e fatalmente senza mouse. Ognuno marcava i suoi record. Gli amici portavano amici che magari diventavano anche tuoi. Raccontavi le tue esperienze, a voce, senza doverle scrivere in bacheca. Tutti avevano idee per come passare il pomeriggio e potevi condividerle, contestarle o dire che ti piacevano.
Al campino annunciavi se c’era una festa o se invitavi gli amici per una merenda e tutto senza creare un evento.
Il campino era il nostro social network, senza bisogno del network. Per questo eravamo avanti.
Eravamo gioiosi o arrabbiati, stralunati o attenti, ammiccanti o perplessi, imbarazzati o delusi, in lacrime o assonnati. O forse tutte queste cose, quando capitava, ma non c'era bisogno di faccine per esprimerlo. E si capiva lo stesso, eravamo avanti.
Non c’erano pagliacci a spiegarci i giochi o a gonfiare palloncini a guisa di spade o animali. Eppure, anche da soli, eravamo avanti e con sempre qualcosa da fare.
E correvamo. Correvamo in bici, dietro a un pallone o in mille giochi diversi. Correvamo per andare al campino e per tornare a casa. Non conoscevamo la noia e comunicavamo solo parlandoci, uno di fronte all’altro. Non avevamo cellulari e non eravamo rintracciabili. E nessuno sembrava sentisse il bisogno di rintracciarci, del resto. A ogni modo, bastava venire al campino: noi eravamo lì.

23 gennaio 2012

Il peposo dei Fornaciai

Siamo invitati per il pranzo domenicale dai Fornaciai  (alias Giacomo & family). Arriviamo col Berlucchi e un dolce di cioccolato fuso e poi colato in una forma siliconica a fiorellin del prato. Andiamo preparati perché dai Fornaciai si viene solitamente rimpinzati come porcelli e quando si esce da quella casa ci abbiamo tutti la nostra bella mela in bocca.
Tanto per cominciare, un prosecchino accompagna le mani danzanti sulle arachidi, sui capperi formato XXL, sul tris di olive, sul pecorino di Pienza e sui tocchi d’un salame toscano doc; una crema di gorgonzola fa da scialuppa alla zuppiera col pinzimonio. Qui, sedanini, carotine, carciofini, cipolline, finocchini e ogni altro ortaggio passibile di diminutivo è nettato e composto in un delizioso e arruffato arcimboldo.
Per primo piatto ci viene spacciata una ricetta di Cotto e Mangiato, devo dire senza tentare di venderla per una dell’Artusi. I maccheroncini rigati sono fatti saltare in un soffritto di cipolla e pomodoro e il tutto viene addensato con una vellutata di peperoni. Di più non so, semmai chiedete direttamente a Benedetta Parodi.
Fa un po’ specie ingurgitare un piatto testato su Fabio Caressa, questo sì, però quando Giacomo mi fa notare che probabilmente anche lo zio Bergomi avrà assaggiato il manicaretto capita che, insomma, lo zio ti faccia venire in mente i mondiali ’82, la 500 tricolore di Pievepelago,  il gol di Tardelli, Zoff che alza la coppa e il turbinio di bandiere italiane; a quel punto sei così ben disposto verso il mondo che mangeresti pure la cacca della Parodi.
Il piatto forte era il secondo: il peposo dei fornaciai (nomen omen). La carne è quella del bollito, la scaraventi a freddo in un pentolone assieme ad aglio, vino e manco a dirlo pepe, fai cuocere per 5/6 ore et voila la ricetta è servita. La Parodi potrà inserirla nella sua nuova raccolta: Stracotto e mangiato.
Il piatto merita davvero. Si chiama così (o anche Peposo all’imprunetina) perché veniva cotto dai fornaciai (quelli con la "f" minuscola) nei forni utilizzati appunto per il famoso Cotto dell’Impruneta, sfruttandone il calore.
Un delicato purè di patate attenua la forte speziatura della carne e l’accompagna con discrezione durante tutto il viaggio del bolo alimentare.
E laddove non arriva il purè, è un eccellente Chianti Ruffino che si presta ad alleviare i rimanenti focolai sulle papille impepate.
Chiudono il pranzo: il dolce, i cenci della Gabriella, lo schiumante, una portentosa discesa di Christian Deville (nella foto), l’ananasso, un proficuo scambio figu Panini, il caffè, svariate sfide nell’arena Pokémon tra le MasterBall di Zekrom e Reshiram, un grappino e la più brutta partita di calcio mai disputata nella storia di tutta la serie A (Cagliari-Fiorentina n.d.a.).
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Questa testo partecipa al Volta La Carta, una raccolta di recensioni accazzo, come anche:

Regole che potete rispettare o anche no, come da statuto promulgato da La Carta, che potete rispettare o anche no:
  1. Non si può cambiare nome al gioco (Volta La Carta);
  2. Nel testo non si possono usare le parole problematica, simpatico/a, serenità;

18 gennaio 2012

Ho giocato a calcio

Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo:
quelle che ci riportano indietro chiamate ricordi e 
quelle che ci spingono avanti chiamate sogni.

(H.G. Wells – The time machine)




In perfetto accordo all’ancestrale bisogno dell’uomo di pigliare a pedate oggetti tendenzialmente inanimati e rotondeggianti, io gioco, e ho giocato, a calcio. Ho cominciato che avevo tre anni e ancora non ho smesso.
Ho giocato a calcio nello spiazzo davanti casa, in strada, sulla terra bianca dietro la chiesa. Ho giocato a calcio a scuola, al campino tra le viti alle case nuove, ai giardini. Ho giocato a calcio al campo sportivo, in spiaggia, allo stadio, nel bosco, sul greto del fiume, in un campo in salita. Ho giocato a calcio in casa, in giardino, ho giocato fuori dall’Italia e fuori dall’Europa. Ho giocato sull’erba sintetica e sulle pietre di Piazza Santa Croce.
Ho giocato a calcio in porta e sulla fascia. Ho fatto il terzino e l’ala, ho giocato da mediano, ho fatto il libero e la mezzala quando ancora c’erano il libero e la mezzala, ho giocato centravanti e anche trequartista. Ho giocato coll’uno sulla schiena, oppure col due, ma anche con il quattro, con il sei e con l’otto, ho giocato col dieci e con l’undici. Ho giocato a calcio con la maglia della Fiorentina, con quella dell’Argentina, con la maglia del Brasile e con quella del Cagliari di Gigi Riva, ho giocato con la fruit bianca o con un’anonima maglietta blu, ho giocato con una maglia granata, con la tuta grigia tipo Rocky, ho giocato indossando il costume. Ho giocato a calcio con la maglia della nazionale, con la maglia del dopolavoro. Ho giocato con la fascia di capitano, con il cappello per il sole e con i guanti per il freddo.
Ho giocato a calcio a undici, calcio a otto, a sette, ho giocato a calcetto cinque contro cinque ma spesso anche cinque contro quattro, ho giocato a scartini due contro due, ho giocato a calcio con mio figlio, con l’altro mio figlio e ho giocato a calcio da solo in giardino. Ho giocato con mio padre. Ho giocato a calcio a porticine, a buca entra, a testa e rovescio, ho giocato a calcio coi portieri volanti e con i giubbotti al posto dei pali, ho giocato a calcio a sedere.
Ho giocato perché avevo voglia, per stare in forma, ho giocato perché ero in vacanza e non c’era di meglio da fare, ho giocato a calcio da militare per volere del tenente, ho giocato per i tre punti, ma ho giocato anche per i due punti, per una medaglia, ho giocato aspettando che venisse l’ora di cena e ho giocato a calcio perché mancava uno.
Ho giocato bene, ho giocato da schifo, ho segnato, ho fatto autoreti e falli di mano, sono stato ammonito ed espulso, ho colpito duro e ho preso calcioni negli stinchi e gomiti tra le costole, ho fatto assist, ho scartato e perso palla, ho protestato e ho applaudito l’arbitro, ho urlato e imprecato. Ho giocato trotterellando e uccidendomi di fatica. Ho giocato a calcio e mi sono rotto un braccio e una gamba e ancora un braccio, e mi sono rotto un piede e ho continuato a giocare col piede rotto. Ho giocato a calcio e mi sono rotto due costole, mi sono stirato il sovraspinato e poi un muscolo e un altro ancora.
Ho giocato a calcio con un supertele, col pallone di cuoio dono per la Comunione, ho giocato a calcio col pallone ad esagoni neri, col tango e con lo jabulani, ho giocato a calcio con palline da tennis e con palle da pallavolo, ho giocato a calcio con una lattina vuota di Coca Cola e ho giocato a calcio senza palla imitando Jacques Tati.
Ho giocato a calcio con le Diadora di Roberto Baggio, con i tasselli in gomma dura e con quelli in alluminio svitabili, ho giocato con la suola liscia delle Superga bianche e coi mocassini della domenica, ho giocato a calcio con le All Star, ho giocato  con i calzini antiscivolo e anche scalzo. Ho giocato a calcio con gli stivaletti col tacco fine anni settanta.
Ho giocato a calcio con gli amici, con le amiche, con perfetti sconosciuti e con professionisti. Ho giocato coi grandi quand’ero piccolo e coi piccoli quando son cresciuto. Ho giocato con i compagni di vacanza, con i genitori degli amici di mio figlio, con i colleghi e con i ragazzi del paese vicino.
Ho giocato a calcio pensando a una donna, e sono stato con una donna dicendo che ero a calcio.
Ho giocato a calcio in un campo ghiacciato, ho giocato con cinque centimetri di fango, con trenta gradi e col vento di Trieste.
Ho preso a calci centomila palloni e li ho presi a calci per cinquant’anni, e ho sempre avuto paura di sbagliare un calcio di rigore.

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Questa session di musica e parole partecipa al Premio Gigi Reder
come anche:
Sembrava un gioco - by lillina
California Dreamin'  - by melusina
We take care of our own  - by giodoc
Poi - by la donna camel
Emozioni - by melusina
Il disadorno arredo dell'amore - by dario
Il cielo sopra Milano - by rory
La banda degli ifoughthelaw  - by cielo

10 gennaio 2012

Panini assortiti

Da quando è uscito Non di solo pane vive l'uomo mi sento un po' in colpa.
Nel senso che mi arrivano sul blog un fiotto di contatti direttamente da Gugol, una fonte che prima era calma come il mare della sera. Son paniniani, suppongo, e non cercano La Linea nello specifico, ma proprio notizie su figurine e album di calciatori Panini. Come biasimarli?
Per ripagare i membri del flusso che, pur non essendo dei commentoni, alla fine stanno nelle mie statistiche, volevo dedicare loro alcuni pezzi tratti dai miei primi album.
Considerando che il primissimo (1969-70) l'ho perduto; nessuno è perfetto.
Sono esempi a campione (peraltro mirato), non voglio sostituirmi alla Panini nel raccontare la loro epopea. Ma, in ogni caso, sono brandelli della mia storia.




Questo, lo riconoscerete, è Gianni Rivera, la raccolta è del 1970-71, c'è il Cagliari scudettato.
La figu di Rivera era rarissima, ma io ce l'avevo.
E ricordo di aver rifiutato un pacchetto di figu alto due dita per tenermela.
C'erano dei fantastici scudetti di raso, straordinariamente belli e rarissimi, non come oggi che ne trovi uno in ogni bustina, o quasi.







Ancora le figu adesive non c'erano e nel rettangolo destinato alla figu da attaccare campeggiava la scritta "Spazio per la colla o per la CELLINA" (La “cellina”, introdotta nella stagione 1967-68, era un triangolino e in quelle successive un rettangolino di materiale biadesivo che la Panini creò per facilitare l’applicazione delle figurine sull’album - dal sito ufficiale Panini)












Con quest'uomo invece vi ho già stressato abbastanza, non andrò oltre.
Siamo nella stagione 1971-72, il calciatore ha acquisito il nome di battesimo, e la figu è ancora bella cartonata.












1972-73: arrivano le figurine adesive ed è un vero e proprio evento per noi collezionisti.
Questa raccolta mi ha visto arrivare sul podio, infatti, associato a due compagni di scuola, abbiamo completato l'album come terzi nel paese. Alle spalle dei fratelli Smercia e dei fratelli Sferrazzi.
Nella foto Roberto Vieri, il vero Bobo.
Eh sì, è proprio il padre del vecchio Christian.









Stesso anno, eccoci al Franchi di Firenze, sullo sfondo s'intravede la torre di maratona.
Formazione: Merlo, X, Brizi, Orlandini, Clerici, Galdiolo, Superchi. Perego, De Sisti, Saltutti, Longoni, Scala, Caso.
Nella foto anche il portiere di riserva (Favaro?) e il tredicesimo, che aveva la sua importanza quando la sostituzione era una sola.
L'allenatore era Nils Liedholm e tra le riserve figurava pure un giovanotto di Marsciano: Giancarlo Antognoni, che compare la prima volta tra le figu Panini proprio in quest'album.

p.s. mi scuso per la qualità e per la stortitudine delle scansioni, non è Rivera che pende, ecco...

27 dicembre 2011

Non di solo pane vive l'uomo

Ma anche di Panini.
L'album calciatori Panini 2011-2012 è in edicola. Il blister oltre all'album contiene 5 bustine e 6 figu omaggio spillate all'interno. Niente male.
Anche quest'anno farò la raccolta, della quale sono schiavo, quasi ininterrottamente, dal 1969.
Quanti sudati soldini ho convogliato verso la mitica casa editrice modenese lo sa Dio.
Certo qualche remora ce l'ho, o ce l'ho avuta, nel recarmi dal giornalaio per comprare i pacchi di figu, specie da quando la mia età appare più idonea ad occuparsi di robe serie... ma, si sa, bambini si nasce.
I figli sono stati per anni il mio alibi. Essendo maschi, i miei cuccioli, bastava portarseli dietro in edicola per salvaguardare la reputazione. Seppure, quando li avevo nel marsupio, l'edicolante uno sguardo compassionevole me lo rifilava.
Il trucco è mettere al mondo un figlio maschio ogni decina d'anni, così ti puoi occupare ogni anno della tua bella raccolta calciatori senza che nessuno ti scannagatti la minchia.
L'anno scorso comunque, stanco dei sotterfugi e delle menzogne e spinto da esempi importanti come Ricky Martin e Tiziano Ferro, ho portato avanti il mio personale outing.
In edicola chiedevo la mia dose e gentilmente mi porgevano 10 metadonici pacchetti di figu. E via andare.
I miei figli non hanno mai avuto un alto livello d'accesso all'album - salvo in alcune annate nelle quali ne hanno curato uno loro riempito per lo più con le doppie - perché attaccare una figurina è un'operazione delicata, di precisione. Non la puoi delegare manco alle piume delle tue piume.
È un lavoro da professionista. Serve vista buona, esperienza, mano ferma e molta calma, calma. La fretta t'ammazza proprio.
Ritrovarsi con una figurina storta, oppure appiccicata con una pieghetta, o magari attaccata nel posto sbagliato è un attimo.
Quindi, ogni tanto, sì ho delegato l'apertura delle bustine, ma sempre io ho attaccato, dopo aver messo in ordine le figu e scorrendo l'album da cima a fondo per sottoporlo alla minore usura possibile.
Da quest'anno ho ceduto il comando a mio figlio piccolo, con un gesto di fiducia immenso, Gli permetto di aprire le buste, sparpagliare le figu sul tavolo, prendere quelle che gli va e - rullo di tamburi - attaccarle come gli pare e come gli viene.
Oggi stesso, io ero di spalle perché non ce la facevo a guardare, l'ho sentito più volte mettere giù il calciatore di turno per poi staccarlo perché storto o spiegazzato e poi farlo di nuovo, con facili e immaginabili rischi per la figurina e per l'album.
Se non è amore questo!

E se sei interessato qui trovi dei Panini assortiti.

15 dicembre 2011

Pollice verso - Pollice recto

È un post lungo, personale, probabilmente noioso per molti di voi (Giacomo a parte).
Siete fin d'ora esentati dal leggerlo, anche perché tra breve ve ne dovrò indicare pure un altro, per completezza d’informazione.
Se proprio volete dire la vostra, magari anche senza leggere, potete copiare e incollare una di queste frasi nei commenti, vi assicuro che sono attinenti al testo e non rischiate di fare la figura di quelli che non hanno letto il post.

Comments for dummies:
  • Poffarbacco, averlo saputo prima venivo anch’io.
  • Le cose andavano meglio prima che i continenti cominciassero a derivare.
  • Sei un adorabile pazzo =)
  • Vaffanculo te e to’ ma’
  • Bel post, ma ovviamente i miei son meglio.
  • Viva il captcha.
  • Se capita che vai all'Ikea mi prendi un'Expedit?
  • Così va la vita.
  • Il Turchino andrebbe buttato giù per davvero.
  • Forza viola.
  • Fabio Fazio a mister decaffeinato gli apre il cubo.
  • Sandra Bullock me la tromberei anch'io
  • Senza dubbio John Grady Cole
  • Lavioli al vapole
Fine della vostra possibilità di fuga, chi prosegue nella lettura lo fa a suo rischio e pericolo, di noia.

Il gladiatore si è battuto, con coraggio. È ferito ma vivo, per adesso.
Già perché sono a chiedere il vostro giudizio: sono a chiedervi di orientare il vostro pollice per salvarlo e affrancarlo da ogni colpa o per scaraventarlo nella polvere dell’umiliazione e della sconfitta.
I fatti. Il gladiatore in attesa di giudizio è Giacomo, mio fedele amico, padre di Elisa e maestro di vita, seppure più giovane di me.
Ha lottato strenuamente e questo potrebbe salvarlo dall’essere preso a calci nelle palle dal sottoscritto, ma poi, proprio quando stava per elevarsi al mio cospetto come un onnipotente dio capace di stupirmi e inzupparmi di sempiterna felicità, è inciampato, come un coglione qualunque.
Che devo fare? Non so se premiarlo per l’impegno o se colpirlo a ripetizione con il cric.
Il mito dei miti di me ragazzo è stato Gigi Riva e, come potete leggere qui, è andata che una sera quasi mi ci facevano parlare. Poi ho detto di lasciar perdere, ma mi era costato, oh se mi era costato! E Giacomo l'aveva capito.
Qualche settimana fa, scagnozzi del buon Giacomo sono tornati a mangiare al ristorante preferito dal vecchio Gigi e – udite udite! – gli hanno fatto leggere il post in cui parlavo di lui.
-       Svenimento n. 1 –
Lui ha detto che si è divertito (così riportano i presenti), alla fine ha chiesto il mio numero per chiamarmi.
-       Svenimento n. 2 –
Ora, i presenti lì, con i quali non ci conosciamo direttamente, hanno telefonato al buon Giacomo chiedendo che inviasse loro il numero del mio cellulare.
-       Svenimento n. 3 –
Lui, dice, l’ha fatto. Loro, dicono, non hanno ricevuto un cazzo. Niente proprio.
Ma si può? Dai, non è credibile. Non è che qualcuno s’ingolla gli SMS, diciamo che c’è stato un errore da parte di qualcuno.
L’errore, però, sembrava rimediabile perché i compari di Giacomo e Rombo di Tuono si sono dati appuntamento alla sera dopo. A quel punto il mio numero di telefono era nelle mani giuste ma il buon Gigi, e ne ha tutto il diritto, pur presentandosi a cena non era dell’umore giusto.
L’ultima possibilità sta in un ennesimo viaggio a Cagliari di Giacomo il quale si butta a pesce sul ristorante anche quella sera ma lo trova irrimediabilmente chiuso per lutto.
Così finisce la storia, Giacomo e i suoi sgherri hanno terminato la collaborazione con i colleghi di Cagliari e non ci torneranno. Gigi non ha e non avrà mai il mio numero di cellulare. Io ho perduto ogni possibilità di parlarci.
Ora immaginate il tutto traslato sulla vostra vita e sul vostro idolo dei dodici anni.
Io non ci sono stato bene, ecco.
Perché vi chiedo di valutare il comportamento del gladiatore Giacomo che, fin qui, parrebbe impeccabile?
Solo perché Giacomo a un certo punto non ce l’ha più fatta e mi ha confessato tutto con una dovizia di particolari che mi ha gettato nello sconforto (si fa pe’ dire).
Non sarebbe stato più giusto e più rispettoso nei miei riguardi tacere e portarsi il dannato segreto di Gigi nella tomba?
Mi ha ricordato il marito che torna a casa e dice alla moglie: cara, avrei voluto prenderti un mazzo di rose ma il fioraio aveva già chiuso. E statti zitto, no!
Dunque vi chiedo di assolvere o condannare il comportamento del tenero Giacomo. Avete la mia parola che rispetterò il giudizio che la maggioranza esprimerà mettendo in atto una vendetta crudele o riservandogli la completa assoluzione.
A voi il pollice!
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