E' difficile riassumere o anche solo accennare a Il calendario e l'orologio di Piero Tempesti, testo corposo e zeppo di succose info e curiosita' sullo scorrere del tempo e sulla sua misurazione da parte dell'uomo nella sua storia. Pertanto mi limito a riportarne degli stralci sperando cosi' anche di ficcarmeli un po' in testa.
La piu' antica forma di settimana pare risalire ai Babilonesi, un conteggio di sette in sette giorni a partire dal novilunio come risulta da una tavoletta risalente all'epoca di Assurbanipal (VII secolo a. C.). I giorni 7, 14, 21, 28 erano considerati nefasti, giorni nei quali ci si doveva astenere da molte attivita'.
Leggenda vuole che il primo calendario di Roma sia stato istituito da Romolo gia' con 10 mesi: Martius, Aprilis, Majus, Junius, Quintilis, Sextilis, September, October, November, December. L'aggiunta dei mesi Januarius e Februarius si attribuisce al secondo re Numa Pompilio, che avrebbe anche portato l'inizio dell'anno dal primo giorno di Martius al primo di Januarius.
Giulio Cesare di ritorno dalla campagna d'Egitto promulgo' la riforma elaborata dall'astronomo alessandrino Sossigene. Per rimettere in fase la data con il ciclo stagionale decreto' di aggiungere 90 giorni all'anno 708 dalla fondazione di Roma (che diverra' poi il 46 a.C.) inserendo 23 giorni a febbraio e 67 fra novembre e dicembre. Per questo l'anno 46 a.C. conto' 445 giorni e passo' alla storia come l'anno della confusione.
Introdusse anche l'anno bisestile dopo tre anni comuni affinche' l'anno avesse una durata media di 365,25 giorni. Il giorno aggiuntivo veniva posto dopo il 25 febbraio come giorno ripetuto e consisteva in due giorni naturali riuniti in un unico giorno legale.
Il calendario giuliano fu fatto proprio dalla chiesa Cristiana che vi introdurra' la settimana, retaggio ebraico derivante dall'esilio babilonese. Il 14 giorno dalla luna nuova, corrispondente alla Luna piena era il principale giorno festivo. Nasce l'embrione della settimana col suo giorno di riposo. Il settimo giorno avrebbe derivato il proprio nome dal termine di origine accadica sabbatu (che significa plenilunio) corrotto in shabbat.
In epoca cristiana il giorno di festa fu trasferito a quello successivo al sabato per celebrare la resurrezione.
Fino al VI secolo il computo degli anni si faceva prevalentemente dalla fondazione di Roma (conteggio ab Urbe condita: a.U.c.) oppure, in ambiente cristiano, usando l'era dei martiri che cominciava col primo anno dell'impero di Diocleziano. Dionigi, un monaco scita incaricato da Roma di redigere le tavole delle date della Pasqua, poiche' le tavole vigenti volgevano al termine, preferi' evitare il riferimento a Diocleziano e evidenziare il fondamento della speranza cristiana.
Mediante un conteggio che non conosciamo, basato su tradizioni, stabili' che l'incarnazione era avvenuta nell'anno 753 di Roma, il 25 marzo (data tradizionale dell'equinozio di primavera dell'antico uso latino) e la nascita sarebbe avvenuta il 25 dicembre.
In tal modo era stata cristianizzata la festa pagana del solstizio invernale che, prima l'imperatore Eliogabalo poi Aureliano, nel III secolo, avevano proclamato come dies natalis Solis invicti: cioe' la festa del Sole rinascente.
Si deve attendere il XIII secolo perche' i tempi siano maturi per una critica aperta al sistema cronologico.
Il via alla riforma del calendario fu dato dal concilio di Trento nel 1545 da papa Paolo III. Attorno al 1575 Gregorio XIII nomino' un'apposita commissione costituita da nove membri che ricoprivano le competenze in astronomia, tra questi il gesuita Cristoforo Clavio, astronomo del Collegio Romano. Uno dei piu' competenti astronomi dell'epoca.
Il 24 febbraio 1582 Gregorio XIII firmo' la bolla Inter gravissimas che istituiva il nuovo calendario che venne detto, appunto, gregoriano.
La bolla stabiliva:
a) che al giovedi' 4 ottobre 1582 A.D. seguisse il venerdi' 15 ottobre;
b) che nel tempo a venire gli anni secolari, che nel calendario giuliano erano tutti bisestili, fossero bisestili solo uno su quattro e precisamente quelli in cui il numero costituito dalle prime due cifre fosse divisibile per 4. In tal modo sarebbero stati bisestili il 1600 e il 2000 etc. ma non il 1700, il 1800, il 1900 e il 2100.
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7 gennaio 2015
24 settembre 2014
In proporzione I Promessi Sposi
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| (son Promessi Sposi anche loro) |
Gli chiesi a Sauro che era già stato al cine: "Ma questo Pulp Fiction s'ha da vedere o no?".
E Sauro mi rispose guardando fisso avanti senza voltarsi verso di me, come uno che la sa lunga e ti sta facendo dono di una preziosa verità, con quel modo di parlare un po' da profeta tipico suo: "Sì, sì, è da vedere: in Pulp Fiction c'è tutto!".
E Pulp Fiction sta al cinema come I Promessi Sposi stanno alla letteratura.
Nessuna definizione, nessuna sintesi, nessuna critica mi sembra più azzeccata di questa: ne I promessi Sposi c'è tutto.
Il guaio più grosso è che il mondo e la vita son fitti di spoiler e d'interpretazioni dell'opera manzoniana e quando va che te la leggi per bene, già sai, già ti aspetti determinati accadimenti, determinate scelleratezze e perfino determinate frasi.
Però, come mi ha esaltato leggere la storia di Patty e Walter in un romanzo praticamente senza trama (o, se vogliamo, con la trama più banale che c'è) altrettanto mi esalta una costruzione narrativa così perfetta come quella del Manzoni.
Sì, me ne rendo conto, fa un po' snob mettersi qui a tessere le lodi di uno scritto che è già stato sviscerato in ogni sua sillaba, da chiunque e in ogni tempo, ma faccio affidamento al vostro buon cuore e alla colpa confessata.
E questa teoria? Figuriamoci che ho sempre pensato fosse mia... e'nvece l'era della birba di Manzoni: Una delle piú gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha piú d'uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine. Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione. Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai.
26 dicembre 2013
Vita di David Foster Wallace
Sapete come funziona col Kindle, no? Evidenziate le righe che vi attizzano mentre leggete un testo e poi ve le ritrovate ne I miei ritagli. Ecco, queste suppergiù sono le mie per quanto riguarda Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (3,3 carver) il libro di D. T. Max (Einaudi - trad. Alessandro Mari) anche se il lavoro poi l’ho fatto a mano, ché l'avevo cartaceo.
Non se ne deduce il contesto, non sono legate l’una all’altra, non sono filtrate e non hanno probabilmente neppure un senso, se non il mio.
_____________________________________
La sua famiglia era nativa del Maine.
Proveniva da una famiglia di talenti in cui regnava l’amore, non tanto diversa dai Glass di Salinger.
Il torace mi sussulta come una centrifuga in azione con delle scarpe dentro.
Costello rammenta una lettera in cui l’amico gli annunciava di voler scrivere un romanzo da leggersi “anche tra mille anni”.
Avrebbe poi dichiarato che la narrativa gli impegnava il novantasette per cento del cervello, mentre la filosofia solo il cinquanta.
Per di più rimuginava ancora sul venerabile consiglio letterario ricevuta da Lelchuk: “Non dire, metti in scena”.
L’incipit del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein era uno dei due migliori incipit della letteratura occidentale: Il mondo è tutto ciò che accade. L’altro incipit che Wallace considerava d’ineguagliabile bellezza era quello de La Scialuppa di Stephen Crane: Non c’era uomo che conoscesse il colore del cielo.
Il tono piatto ma evocativo dei dialoghi (in La scopa del sistema) proviene da DeLillo, di cui Wallace aveva letto alcuni romanzi durante la stesura
Quando Wallace diede il romanzo a McLagan, l’amico lesse alcune pagine e glielo restistuì: non aveva tempo da sprecare con gli epigoni.
Nel corso degli anni Wallace sarebbe arrivato a disconoscere il romanzo parlando di un’opera scritta da un quattordicenne cervellone.
S’infatuò d’un musicista che stava componendo un brano servendosi del diabulus in musica – il tritono, la quarta aumentata che la chiesa aveva giudicato tanto ammaliante da metterla al bando.
Wallace definì lo stile dei minimalisti come “realismo catatonico anche detto ultraminimalismo anche detto Carver malriuscito”.
A questo punto ho ambizioni modeste che principalmente ruotano attorno al restare in vita.
Wallace si sottopose a sei sedute di elettroshock.
Di Lester Bangs Wallace apprezzava la prosa tripudiante perché, con ogni probabilità, si avvicinava più di ogni altro scritto al suo modo di parlare. L’espressione di Bangs “un’erezione del cuore” divenne una delle sue preferite.
Pochi mesi dopo il suo arrivo, Wallace aveva già abbozzato una scena basata su Big Craig, uno dei residenti più intriganti della Granada House. Big Craig – Don Gately nel romanzo.
Se le parole sono tutto ciò che abbiamo, sono dio e il mondo, allora dobbiamo trattarle con attenzione e rigore: dobbiamo venerarle.
A Syracuse [...] Franzen e Wallace passarono in automobile per la strada in cui Raymond Carver aveva abitato durante gli anni Ottanta quando lavorava all’Università; il prezzo della casa in cui aveva dimorato era stato maggiorato di diecimila dollari per via della sua fama.
Wallace annotò “Scrittura Successo Fama Sesso” Il suo proposito era di diventare un individuo per cui il desiderio delle ultime tre non motivasse la prima.
E David sentiva la mancanza di Mary Karr [...] tuttavia l’aveva portata con sé, trasformandola in un personaggio del romanzo. Joelle Van Dyne, conosciuta anche col nome di Madame Psychosis.
Wallace ricordò a Pietsch che la trama del libro che aveva comprato “si era sempre avvicinata di più a un arco, che a una linea destinata a trovare conclusione”.
Un’idea per accorciare il libro senza doverlo accorciare più del possibile: note.
Pietsch: Le conversazioni tra Marathe e Steeply sulla montagna sono la parte del romanzo che ho in assoluto meno voglia di rileggere.
Le risposte esistevano, insisteva Wallace con il suo editor, ma erano al di là dell’ultima pagina; Infinite Jest doveva proseguire nella mente dei lettori, ovvero si trattava di una narrativa pensata per descrivere la traiettoria di un ampio arco, non un triangolo di Freytag.
I parallelismi tra la vicenda biografica di Dostoevskij e la propria catturavano la sua attenzione, così come già avevano fatto al tempo della permanenza presso la Granada House.
Raccontò all’amica Debra Spark di essere caduto “nell’ottavo girone dell’inferno: i-correttori-di-bozze-dei-correttori-di-bozze”.
Leggere Infinite Jest avrebbe voluto dire accettare una sfida.
A un certo punto alcune linee parallele dovrebbero cominciare a convergere in modo che il lettore possa proiettare una “fine” al di là della struttura fisica del libro. Se nel vostro caso non si è realizzata nessuna convergenza del genere, allora vuol dire che con voi il libro ha fallito.
Penso che la mia scrittura sia migliorata, ma scrivere è meno Divertente di quanto non fosse.
Dedicò molto tempo alle lettere pur di procrastinare, e l’argomento di molte fu il suo procrastinare.
Rievocò Faulkner, secondo cui scrivere un romanzo era come erigere un pollaio durante un uragano.
Aveva l’abitudine di ripetere alle sue classi d’allievi che un romanziere è tenuto a conoscere il suo soggetto abbastanza bene da ingannare il suo vicino di posto a bordo di un aeroplano.
Il quotidiano satirico “Onion” nel 2003 pubblicò un pezzo intitolato: Fidanzata abbandona lettera di rottura di David Foster Wallace a pagina 20.
Aveva fatto tirare una riga sul nome “Mary” del suo tatuaggio ormai sbiadito, e aveva aggiunto un asterisco sotto il cuore; più sotto aveva collocato un secondo asterisco e il nome “Karen”, trasformando il proprio braccio in una nota a piè di pagina in carne e ossa.
Chad Hardbach (editor della rivista letteraria n+1): “L’opera del ’96 di David Foster Wallace è ormai assurta al ruolo di romanzo americano fondamentale degli ultimi trent’anni, la stella di prima grandezza attorno a cui orbitano lavori di minore importanza”. Infinite Jest era diventato Il Giovane Holden di una generazione che aveva letto Il Giovane Holden sui banchi di scuola.
In Infinite Jest, quando uno dei personaggi muore, si ritrova “catapultato verso casa oltre […] le palizzate di vetro della Convessità a una velocità disperata, sale verso nord e grida un richiamo alle armi chiaro e cristallino e quasi matericamente allarmato in tutte le lingue conosciute del mondo.
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p.s. e mica lo sapevo cos’era un epigono.
Non se ne deduce il contesto, non sono legate l’una all’altra, non sono filtrate e non hanno probabilmente neppure un senso, se non il mio.
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La sua famiglia era nativa del Maine.
Proveniva da una famiglia di talenti in cui regnava l’amore, non tanto diversa dai Glass di Salinger.
Il torace mi sussulta come una centrifuga in azione con delle scarpe dentro.
Costello rammenta una lettera in cui l’amico gli annunciava di voler scrivere un romanzo da leggersi “anche tra mille anni”.
Avrebbe poi dichiarato che la narrativa gli impegnava il novantasette per cento del cervello, mentre la filosofia solo il cinquanta.
Per di più rimuginava ancora sul venerabile consiglio letterario ricevuta da Lelchuk: “Non dire, metti in scena”.
L’incipit del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein era uno dei due migliori incipit della letteratura occidentale: Il mondo è tutto ciò che accade. L’altro incipit che Wallace considerava d’ineguagliabile bellezza era quello de La Scialuppa di Stephen Crane: Non c’era uomo che conoscesse il colore del cielo.
Il tono piatto ma evocativo dei dialoghi (in La scopa del sistema) proviene da DeLillo, di cui Wallace aveva letto alcuni romanzi durante la stesura
Quando Wallace diede il romanzo a McLagan, l’amico lesse alcune pagine e glielo restistuì: non aveva tempo da sprecare con gli epigoni.
Nel corso degli anni Wallace sarebbe arrivato a disconoscere il romanzo parlando di un’opera scritta da un quattordicenne cervellone.
S’infatuò d’un musicista che stava componendo un brano servendosi del diabulus in musica – il tritono, la quarta aumentata che la chiesa aveva giudicato tanto ammaliante da metterla al bando.
Wallace definì lo stile dei minimalisti come “realismo catatonico anche detto ultraminimalismo anche detto Carver malriuscito”.
A questo punto ho ambizioni modeste che principalmente ruotano attorno al restare in vita.
Wallace si sottopose a sei sedute di elettroshock.
Di Lester Bangs Wallace apprezzava la prosa tripudiante perché, con ogni probabilità, si avvicinava più di ogni altro scritto al suo modo di parlare. L’espressione di Bangs “un’erezione del cuore” divenne una delle sue preferite.
Pochi mesi dopo il suo arrivo, Wallace aveva già abbozzato una scena basata su Big Craig, uno dei residenti più intriganti della Granada House. Big Craig – Don Gately nel romanzo.
Se le parole sono tutto ciò che abbiamo, sono dio e il mondo, allora dobbiamo trattarle con attenzione e rigore: dobbiamo venerarle.
A Syracuse [...] Franzen e Wallace passarono in automobile per la strada in cui Raymond Carver aveva abitato durante gli anni Ottanta quando lavorava all’Università; il prezzo della casa in cui aveva dimorato era stato maggiorato di diecimila dollari per via della sua fama.
Wallace annotò “Scrittura Successo Fama Sesso” Il suo proposito era di diventare un individuo per cui il desiderio delle ultime tre non motivasse la prima.
E David sentiva la mancanza di Mary Karr [...] tuttavia l’aveva portata con sé, trasformandola in un personaggio del romanzo. Joelle Van Dyne, conosciuta anche col nome di Madame Psychosis.
Wallace ricordò a Pietsch che la trama del libro che aveva comprato “si era sempre avvicinata di più a un arco, che a una linea destinata a trovare conclusione”.
Un’idea per accorciare il libro senza doverlo accorciare più del possibile: note.
Pietsch: Le conversazioni tra Marathe e Steeply sulla montagna sono la parte del romanzo che ho in assoluto meno voglia di rileggere.
Le risposte esistevano, insisteva Wallace con il suo editor, ma erano al di là dell’ultima pagina; Infinite Jest doveva proseguire nella mente dei lettori, ovvero si trattava di una narrativa pensata per descrivere la traiettoria di un ampio arco, non un triangolo di Freytag.
I parallelismi tra la vicenda biografica di Dostoevskij e la propria catturavano la sua attenzione, così come già avevano fatto al tempo della permanenza presso la Granada House.
Raccontò all’amica Debra Spark di essere caduto “nell’ottavo girone dell’inferno: i-correttori-di-bozze-dei-correttori-di-bozze”.
Leggere Infinite Jest avrebbe voluto dire accettare una sfida.
A un certo punto alcune linee parallele dovrebbero cominciare a convergere in modo che il lettore possa proiettare una “fine” al di là della struttura fisica del libro. Se nel vostro caso non si è realizzata nessuna convergenza del genere, allora vuol dire che con voi il libro ha fallito.
Penso che la mia scrittura sia migliorata, ma scrivere è meno Divertente di quanto non fosse.
Dedicò molto tempo alle lettere pur di procrastinare, e l’argomento di molte fu il suo procrastinare.
Rievocò Faulkner, secondo cui scrivere un romanzo era come erigere un pollaio durante un uragano.
Aveva l’abitudine di ripetere alle sue classi d’allievi che un romanziere è tenuto a conoscere il suo soggetto abbastanza bene da ingannare il suo vicino di posto a bordo di un aeroplano.
Il quotidiano satirico “Onion” nel 2003 pubblicò un pezzo intitolato: Fidanzata abbandona lettera di rottura di David Foster Wallace a pagina 20.
Aveva fatto tirare una riga sul nome “Mary” del suo tatuaggio ormai sbiadito, e aveva aggiunto un asterisco sotto il cuore; più sotto aveva collocato un secondo asterisco e il nome “Karen”, trasformando il proprio braccio in una nota a piè di pagina in carne e ossa.
Chad Hardbach (editor della rivista letteraria n+1): “L’opera del ’96 di David Foster Wallace è ormai assurta al ruolo di romanzo americano fondamentale degli ultimi trent’anni, la stella di prima grandezza attorno a cui orbitano lavori di minore importanza”. Infinite Jest era diventato Il Giovane Holden di una generazione che aveva letto Il Giovane Holden sui banchi di scuola.
In Infinite Jest, quando uno dei personaggi muore, si ritrova “catapultato verso casa oltre […] le palizzate di vetro della Convessità a una velocità disperata, sale verso nord e grida un richiamo alle armi chiaro e cristallino e quasi matericamente allarmato in tutte le lingue conosciute del mondo.
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p.s. e mica lo sapevo cos’era un epigono.
12 dicembre 2013
Automobilisti, strana gente
C'è questo buco per strada che non lo richiudono.
Non si capisce che c'hanno trovato, se una tomba etrusca, il petrolio o la maiala di so ma', fatto sta che hanno aperto il cantiere 20 giorni fa e non c'è sentore di fine lavori.
A qualunque ora passi non ci vedi un operaio manco col cannocchiale di Galileo.
Causa buco, la strada ha una sola carreggiata percorribile e c'è un semaforo temporaneo che ne regola il traffico e la mattina si forma una coda straordinaria, che può variare da uno a due chilometri con canonico imbottigliamento.
L'automobilista che fa? Il primo giorno viene colto di sorpresa dal buco, il secondo ripassa da lì sperando che l'abbiano già ritappato, e dal terzo in poi, invece, non ha più motivo né giustificazione, ma continua a passare da lì. In auto, chiaramente.
E consideriamo che esistono almeno un paio di strade alternative, certo un po' più lunghe, ma prive di buchi e di file di macchine. Però l'automobilista continua abitudinariamente a sciropparsi il suo percorso abituale e almeno trenta minuti di coda.
E ogni giorno mi chiedo perché, forse gli automobilisti hanno una vocazione al tafazzismo, o forse c'è qualcuno che li spinge a farlo. Chissà, magari gli spingitori di cavalieri medievali si sono riciclati in un più moderno spingitori di automobilisti.
Forse gli automobilisti amano solo restarsene al calduccio ascoltando la loro radio preferita e ritardando il più possibile il loro arrivo sui luoghi di lavoro. O forse semplicemente non gli passa per la testa che potrebbero esserci delle soluzioni alternative perché loro son così: sono automobilisti.
Non si capisce che c'hanno trovato, se una tomba etrusca, il petrolio o la maiala di so ma', fatto sta che hanno aperto il cantiere 20 giorni fa e non c'è sentore di fine lavori.
A qualunque ora passi non ci vedi un operaio manco col cannocchiale di Galileo.
Causa buco, la strada ha una sola carreggiata percorribile e c'è un semaforo temporaneo che ne regola il traffico e la mattina si forma una coda straordinaria, che può variare da uno a due chilometri con canonico imbottigliamento.
L'automobilista che fa? Il primo giorno viene colto di sorpresa dal buco, il secondo ripassa da lì sperando che l'abbiano già ritappato, e dal terzo in poi, invece, non ha più motivo né giustificazione, ma continua a passare da lì. In auto, chiaramente.
E consideriamo che esistono almeno un paio di strade alternative, certo un po' più lunghe, ma prive di buchi e di file di macchine. Però l'automobilista continua abitudinariamente a sciropparsi il suo percorso abituale e almeno trenta minuti di coda.
E ogni giorno mi chiedo perché, forse gli automobilisti hanno una vocazione al tafazzismo, o forse c'è qualcuno che li spinge a farlo. Chissà, magari gli spingitori di cavalieri medievali si sono riciclati in un più moderno spingitori di automobilisti.
Forse gli automobilisti amano solo restarsene al calduccio ascoltando la loro radio preferita e ritardando il più possibile il loro arrivo sui luoghi di lavoro. O forse semplicemente non gli passa per la testa che potrebbero esserci delle soluzioni alternative perché loro son così: sono automobilisti.
22 novembre 2013
Chi s'è fregato le barzellette?
C'era una volta un mondo antico in cui si raccontavano le barzellette. Al bar, a scuola, in bus, ma soprattutto nei dopo cena scoppiettanti quando la cibaria era a fine ma nessuno aveva ancora voglia d'alzarsi da tavola.
Da noi cominciava Benito, era il Bramieri di noantri, tra una nocciolina e un ammazzacaffè, ne aveva sempre una o due nuove e le raccontava con innegabile maestria. Era un'arte innata la sua, gli veniva da dentro, niente di studiato o di costruito, solo tanta memoria e spontaneità. E poi a cascata, il giorno dopo, quelli che avevano assistito e riso, perché si rideva sempre alle barzellette di Benito, provavano a raccontarle nei loro luoghi e alle loro cerchie.
E bene o male, in ogni sessione, c'era uno scambio di materiale notevole e chi riusciva a tenerle a mente le faceva girare, così, pigliandosi in pagamento solo qualche risata. Eravamo piccoli e le barze di Benito, quelle zozze, hanno pure contribuito alla nostra educazione sessuale, che non ce n'erano mica tanti altri di modi. E quelle irriverenti nei confronti della Chiesa, quelle di fronte alle quali mia madre storceva la bocca, quelle magari ci hanno aperto un po' gli occhi sul bigottismo paesano che impregnava le nostre case.
I barzellettieri son morti probabilmente con La sai l'ultima, prosciugando la materia e riciclando e inflazionando ogni battuta, ogni smorfia, ma le barzellette invece, quelle che fine hanno fatto?
Chi se l'è rubate? Forse un Grinch barzellettofilo?
Pareva un materiale da chiacchiera inossidabile, duraturo e indistruttibile mentre adesso se in un momento di calma provi a dire a uno "La sai la barzelletta su..." ecco che ti guarda come se gli avessi proposto di unirsi a te per andare a grattugiare una lastra d'amianto.
La rete non credo che sia responsabile della loro scomparsa (voglio dire, c'è qualcosa di più deprimente di andarsi a leggere un sito di barzellette?) però della loro omologazione sì.
Il barzellettiere una volta teneva gli appunti criptati in simil cirillico e vergati a mano su un foglietto di bloc notes che gelosamente custodiva piegato in quattro nel portafoglio, mentre adesso san gugol motore martire ti porta alla barza intera basta che digiti "scimmietta che si sciacqua" per esempio, e la collezione segreta ha poco senso d'esistere.
Piuttosto gli usi moderni, quelli sì che incidono. Si cena con lo smartcoso sul tavolo pronti a scattare al primo bip sociale o uozzappico e a fine cena quelli che sono rimasti ancora a sedere sono un paio di sfigati che devono pure sparecchiare, figuriamoci se hanno poi voglia di scambiarsi le barze.
O forse, chissà, noi abbiamo smesso di raccontarle da quando ha cominciato TuSaiChi, oppure è soltanto crepato il tizio che le inventava le barzellette.
Quanto ai miei personali ricordi, la prima barzelletta che mi hanno raccontato è quella dei pazzi che giocano a pallone in aereo, mentre quella che mi ha fatto più ridere in assoluto è quella del pappagallo che chiede a Gesù, crocefisso da duemila anni: "Cavolo, ma quanto gasolio t'hai ordinato?"
Da noi cominciava Benito, era il Bramieri di noantri, tra una nocciolina e un ammazzacaffè, ne aveva sempre una o due nuove e le raccontava con innegabile maestria. Era un'arte innata la sua, gli veniva da dentro, niente di studiato o di costruito, solo tanta memoria e spontaneità. E poi a cascata, il giorno dopo, quelli che avevano assistito e riso, perché si rideva sempre alle barzellette di Benito, provavano a raccontarle nei loro luoghi e alle loro cerchie.
E bene o male, in ogni sessione, c'era uno scambio di materiale notevole e chi riusciva a tenerle a mente le faceva girare, così, pigliandosi in pagamento solo qualche risata. Eravamo piccoli e le barze di Benito, quelle zozze, hanno pure contribuito alla nostra educazione sessuale, che non ce n'erano mica tanti altri di modi. E quelle irriverenti nei confronti della Chiesa, quelle di fronte alle quali mia madre storceva la bocca, quelle magari ci hanno aperto un po' gli occhi sul bigottismo paesano che impregnava le nostre case.
I barzellettieri son morti probabilmente con La sai l'ultima, prosciugando la materia e riciclando e inflazionando ogni battuta, ogni smorfia, ma le barzellette invece, quelle che fine hanno fatto?
Chi se l'è rubate? Forse un Grinch barzellettofilo?
Pareva un materiale da chiacchiera inossidabile, duraturo e indistruttibile mentre adesso se in un momento di calma provi a dire a uno "La sai la barzelletta su..." ecco che ti guarda come se gli avessi proposto di unirsi a te per andare a grattugiare una lastra d'amianto.
La rete non credo che sia responsabile della loro scomparsa (voglio dire, c'è qualcosa di più deprimente di andarsi a leggere un sito di barzellette?) però della loro omologazione sì.
Il barzellettiere una volta teneva gli appunti criptati in simil cirillico e vergati a mano su un foglietto di bloc notes che gelosamente custodiva piegato in quattro nel portafoglio, mentre adesso san gugol motore martire ti porta alla barza intera basta che digiti "scimmietta che si sciacqua" per esempio, e la collezione segreta ha poco senso d'esistere.
Piuttosto gli usi moderni, quelli sì che incidono. Si cena con lo smartcoso sul tavolo pronti a scattare al primo bip sociale o uozzappico e a fine cena quelli che sono rimasti ancora a sedere sono un paio di sfigati che devono pure sparecchiare, figuriamoci se hanno poi voglia di scambiarsi le barze.
O forse, chissà, noi abbiamo smesso di raccontarle da quando ha cominciato TuSaiChi, oppure è soltanto crepato il tizio che le inventava le barzellette.
Quanto ai miei personali ricordi, la prima barzelletta che mi hanno raccontato è quella dei pazzi che giocano a pallone in aereo, mentre quella che mi ha fatto più ridere in assoluto è quella del pappagallo che chiede a Gesù, crocefisso da duemila anni: "Cavolo, ma quanto gasolio t'hai ordinato?"
12 maggio 2013
Piccole nipoti crescono
| madonna fiorentina |
Lontani i tempi in cui lei qui si guadagnò sul campo il soprannome non certo glorioso di iMbrahimovic, capace com'era, in un'ora poco più, di rovesciare una macchinetta del caffè, perdere le chiavi della casamobile e ribaltare negli aghi di pino gli accappatoi stesi ad asciugare.
Poi succede che te la ritrovi davanti un giorno a sorpresa, al matrimonio del lontano cugino, su un tacco 15, e sì vabbè forse te lo potevi anche immaginare, insomma i segnali c'erano tutti, epperò ti fa guasi pigliare un coccolone.
Da iMbrahimovic a madonna fiorentina in un'escalation inarrestabile di bellezza, vai così principessa Ilana!
1 novembre 2012
Voti di corridoio
Le elezioni politiche si avvicinano a grandi passi e, nonostante la disaffezione conclamata del popolo votante verso la politica e chi la incarna in questo frangente storico, nessuno c'impedirà di tornare alle urne nel 2013.
La legge elettorale ha quasi 7 anni, s'è capito subito ch'era penosa e sono già 6 anni e mezzo che colui che la scrisse, che per rispetto di tutti eviterò di nominare, l'ha definita una porcata.
Da allora tutti (TUTTI) a infamarla e a moralmente rigettarla. Il porcellum qui, il porcellum là, non si può votare col porcellum e non si può rivotare col porcellum.
Ma proprio tutti eh, un rifiuto bipartisan, tripartisan e tutte le partisan che riuscite a immaginare.
Ricapitolando, 6 anni e mezzo che si pensa di cambiarla, tra sei mesi si vota e ancora non siamo a nulla.
Oltretutto, e qui siamo alla fantascienza pura che tra un poco ci compra la Disney pure a noi, chi è in bazzica a riscriverla? Il solito di prima. Giuro. Ma non ci credo. Nanni Loy esci fuori!
Siamo alle porte coi sassi e ancora non si vede la luce in fondo al tunnel della legge elettorale. Pure la famigerata ripresa rischia davvero di arrivare prima della legge elettorale nuova.
E affidare la riscrittura della legge elettorale al solito leghista lì sarebbe un po' come affidarsi per l'uscita della crisi alla Lehman Brothers.
Non so quanti di voi abbiano avuto la fortuna di percorrere il camminamento del Corridoio Vasariano agli Uffizi di Firenze, o quanti comunque l'abbiano potuto ammirare anche da fuori. Beh, sappiate che per realizzarlo, il Corridoio Vasariano non un capanno degli attrezzi in mezzo a un campo, ci son voluti ben cinque mesi.
Cinque lunghissimi mesi.
Qualcuno si può mettere giù di buzzo buono e imbrattare 'ste due carte prima del voto? Alle brutte può bastare anche un copia incolla dalla legge di uno Stato estero qualsiasi, difficile pescare peggio.
Con un Trova Sostituisci "Stato estero qualsiasi" con "Italia" ve la dovreste cavare.
Non vi si chiede di replicare un'opera grandiosa come il Vasariano, anche perché capaci che poi la tirate su a cazzo giusto per poterla condonare subito dopo, ma di scrivere un testo decente, quello che un liceale potrebbe elaborare in una mattinata durante un compito in classe, gratis.
E rispetto al Vasari vi avanza pure un mese.
14 luglio 2012
Film di cassetta
Questa tizia aveva preso a portarci la frutta e la verdura di stagione a casa al lunedì mattina.
Dolcemetà s'era interessata per una fornitura a chilometri zero e aveva stretto l'accordo.
- Sai chi è? La tipa che dava una mano al verduraio del mercato.
Urka, penso io, gran pezzo di figliola, ma me ne sto zitto e quieto nel mio cantuccio, che 'ste donne so' permalose.
Va così che queste cassette vanno e vengono, arrivano piene e se ne vanno vuote il lunedì successivo.
E il fatto che questa tipa entrasse nel mio giardino, quando non c'ero, mi attizzava un po'. Così.
Non so spiegare bene, ma immaginate che Scarlett Johansson venga a casa vostra quando non ci siete per lasciarvi un bel po' di cetrioli, pesche, cespi d'insalatina fresca e cavolo (madonna quanto cavolo!), potete darmi torto?
Le ragazze pensino di trovarsi la siepe sforbiciata da Edward mani di Depp e siamo pari.
C'era questa sorta di friccico inespresso che aleggiava attorno alla cassetta della frutta, una roba para-feticista, insomma.
Non che io possa tradire dolcemetà, non con una cassetta di verdura.
Magari con due.
Un giorno siamo lì che sorseggiamo il caffettino al bar all'angolo quando la vedo la bella ortolana che attraversa la piazza da par suo (comunque Scarlett era solo un esempio, immaginatevi piuttosto una Cristina D'Avena, ecco).
Allora faccio a dolcemetà:
- Toh, c'è la Monica?
- Monica chi?
- Quella che ci porta la verdura!
E - giuro! - nessun "Ah ok!" del cavolo ne è seguito, anzi.
- Ma non è mica lei... è quell'altra che aiutava il verduraio, sai quella donnona con gli occhiali...
Non ho niente contro le donnone, né contro gli occhiali (anzi!) epperò ho capito davvero chi era la corriera della mia frutta e verdura a chilometraggio azzerato: la donna più brutta che graviti in tutto il paese, una sorta di cavernicola con dei capelli in stile Maga Magò e delle manone alla Primo Carnera.
Francamente inguardabile e assai meno attraente di una cassetta di frutta.
Risulta che mi ero fatto un film tutto mio e la cosa non mi ha fatto stare bene.
Anche perché tutto quel cavolo, in una sorta di pia illusione di complicità, mi ero sforzato di mangiarlo!
Dolcemetà s'era interessata per una fornitura a chilometri zero e aveva stretto l'accordo.
- Sai chi è? La tipa che dava una mano al verduraio del mercato.
Urka, penso io, gran pezzo di figliola, ma me ne sto zitto e quieto nel mio cantuccio, che 'ste donne so' permalose.
Va così che queste cassette vanno e vengono, arrivano piene e se ne vanno vuote il lunedì successivo.
E il fatto che questa tipa entrasse nel mio giardino, quando non c'ero, mi attizzava un po'. Così.
Non so spiegare bene, ma immaginate che Scarlett Johansson venga a casa vostra quando non ci siete per lasciarvi un bel po' di cetrioli, pesche, cespi d'insalatina fresca e cavolo (madonna quanto cavolo!), potete darmi torto?
Le ragazze pensino di trovarsi la siepe sforbiciata da Edward mani di Depp e siamo pari.
C'era questa sorta di friccico inespresso che aleggiava attorno alla cassetta della frutta, una roba para-feticista, insomma.
Non che io possa tradire dolcemetà, non con una cassetta di verdura.
Magari con due.
Un giorno siamo lì che sorseggiamo il caffettino al bar all'angolo quando la vedo la bella ortolana che attraversa la piazza da par suo (comunque Scarlett era solo un esempio, immaginatevi piuttosto una Cristina D'Avena, ecco).
Allora faccio a dolcemetà:
- Toh, c'è la Monica?
- Monica chi?
- Quella che ci porta la verdura!
E - giuro! - nessun "Ah ok!" del cavolo ne è seguito, anzi.
- Ma non è mica lei... è quell'altra che aiutava il verduraio, sai quella donnona con gli occhiali...
Non ho niente contro le donnone, né contro gli occhiali (anzi!) epperò ho capito davvero chi era la corriera della mia frutta e verdura a chilometraggio azzerato: la donna più brutta che graviti in tutto il paese, una sorta di cavernicola con dei capelli in stile Maga Magò e delle manone alla Primo Carnera.
Francamente inguardabile e assai meno attraente di una cassetta di frutta.
Risulta che mi ero fatto un film tutto mio e la cosa non mi ha fatto stare bene.
Anche perché tutto quel cavolo, in una sorta di pia illusione di complicità, mi ero sforzato di mangiarlo!
28 giugno 2012
Italie-Germanie
Copio Chiagia che s'ispira a Gramellini e fermo le istantanee delle mie 3 Italie-Germanie, anzi aggiungo una bonus track.
1970 - L'ho vista solo il giorno dopo, in bianco e nero sul già citato Radio Allocchio Bacchini. Ricordo la frase di mio padre che, incredulo, raccontava della gente che a Firenze per la gioia aveva fatto il bagno nelle fontane. Ecco, lui era più stupito da questa cosa che dalla rocambolesca partita dell'Azteca. Il mio idolo Gigi Riva segnò un gol straordinario (riguardatevelo dall'inizio, è lui che recupera quel pallone nella nostra metà campo) e fu il primo ad abbracciare Gianni Rivera alla rete del definitivo 4 a 3. Quell'abbraccio, ogni volta che lo vedo o che lo penso, mi dà i brividi, né più né meno dello scolapasta assassino.
1978 (extra) - Non era una finale e non era un'eliminazione diretta, era la partita di un gironcino al mundial argentino. Era l'estate del mio primo lavoro (in vacanza da scuola) al distributore Esso dell'area di servizio Chianti Ovest, pompavo bnezina giù nei serbatoi ed ero di turno. Fu Pasco, un collega - che dio o chi per lui lo benedica! - ad arrivare con un Sinudyne 14 pollici in rigoroso bianco e nero che fu piazzato all'Esso Shop. Era una grande Germania, erano i campioni del mondo in carica, giocavano con Sepp Maier in porta, ma tenemmo il campo bene, meglio di loro e pareggiammo 0 a 0. Rammento Antognoni, col 9, sostituito da Zaccarelli.
1982 - Ero militare a Pistoia e dovevo rientare alle 11, tassativo. Se fossero andati ai supplementari, li avrei persi. La vedemmo a casa mia con mia sorella, mio cognato e una coppia di loro amici di Pontassieve, mai visti prima e poi spariti nel nulla. Rientrai in caserma con il tricolore appeso al collo come un mantello e mi presi l'applauso dell'ufficiale di guardia. Ma la cosa che più ho impressa nella memoria è la delusione al rigore di Cabrini e la sequela di insulti che gli ho urlato contro, altro che il vaffa bonario di Pertini.
2006 - Ero in campeggio, alle Rocchette, e l'ho vista coi villeggianti allo schermo gigante, compresi parecchi tedeschi. Anche il mio France era piccolo e dormiva in roulotte con dolcemetà che si era sacrificata... ricordo anch'io molto bene quella fava di Fabio Caressa che alla fine disse "E ora andiamo a Berlino a prenderci la coppa" e che ci toccammo tutti, proprio lì (ognuno i suoi).
2012 - Quello che mi vien da dire è che fuori non percepisco un clima da Italia-Germania, non si respira il sapore acre di certe vigilie. Non si parla di formazione, non la si discute. Dove son finiti i 50 milioni di Commissari Tecnici? Hanno perso il lavoro pure loro?
1970 - L'ho vista solo il giorno dopo, in bianco e nero sul già citato Radio Allocchio Bacchini. Ricordo la frase di mio padre che, incredulo, raccontava della gente che a Firenze per la gioia aveva fatto il bagno nelle fontane. Ecco, lui era più stupito da questa cosa che dalla rocambolesca partita dell'Azteca. Il mio idolo Gigi Riva segnò un gol straordinario (riguardatevelo dall'inizio, è lui che recupera quel pallone nella nostra metà campo) e fu il primo ad abbracciare Gianni Rivera alla rete del definitivo 4 a 3. Quell'abbraccio, ogni volta che lo vedo o che lo penso, mi dà i brividi, né più né meno dello scolapasta assassino.
1978 (extra) - Non era una finale e non era un'eliminazione diretta, era la partita di un gironcino al mundial argentino. Era l'estate del mio primo lavoro (in vacanza da scuola) al distributore Esso dell'area di servizio Chianti Ovest, pompavo bnezina giù nei serbatoi ed ero di turno. Fu Pasco, un collega - che dio o chi per lui lo benedica! - ad arrivare con un Sinudyne 14 pollici in rigoroso bianco e nero che fu piazzato all'Esso Shop. Era una grande Germania, erano i campioni del mondo in carica, giocavano con Sepp Maier in porta, ma tenemmo il campo bene, meglio di loro e pareggiammo 0 a 0. Rammento Antognoni, col 9, sostituito da Zaccarelli.
1982 - Ero militare a Pistoia e dovevo rientare alle 11, tassativo. Se fossero andati ai supplementari, li avrei persi. La vedemmo a casa mia con mia sorella, mio cognato e una coppia di loro amici di Pontassieve, mai visti prima e poi spariti nel nulla. Rientrai in caserma con il tricolore appeso al collo come un mantello e mi presi l'applauso dell'ufficiale di guardia. Ma la cosa che più ho impressa nella memoria è la delusione al rigore di Cabrini e la sequela di insulti che gli ho urlato contro, altro che il vaffa bonario di Pertini.
2006 - Ero in campeggio, alle Rocchette, e l'ho vista coi villeggianti allo schermo gigante, compresi parecchi tedeschi. Anche il mio France era piccolo e dormiva in roulotte con dolcemetà che si era sacrificata... ricordo anch'io molto bene quella fava di Fabio Caressa che alla fine disse "E ora andiamo a Berlino a prenderci la coppa" e che ci toccammo tutti, proprio lì (ognuno i suoi).
2012 - Quello che mi vien da dire è che fuori non percepisco un clima da Italia-Germania, non si respira il sapore acre di certe vigilie. Non si parla di formazione, non la si discute. Dove son finiti i 50 milioni di Commissari Tecnici? Hanno perso il lavoro pure loro?
21 giugno 2012
Di Sasso restare
Matera è qualche cosa, insomma, va vista.
Ti resta negli occhi, la sua storia, il caldo torrido, la gravina, i paesaggi delle colline attorno e la sensazione privilegiata d’essere in un buco segreto di mondo.
Anche parcheggiare in piazza San Pietro Caveoso, dov’è stato flagellato Jim Caviezel in The Passion di Mel Gibson, fa un certo effetto, cristosanto.
Epperò, 'sti Sassi, son patrimonio, sì, ma di chi?
Dell’Unesco, dei materani, dell’umanità? Certo, quello è che canalizza il flusso continuo di visitatori: i Sassi.
E allora, se mi permettete, non so bene a chi rivolgermi, questi Sassi dovrebbero essere mantenuti a garbo. Non si può visitarli e scoprire che all’interno vi sono abbandonati rifiuti di ogni genere che nessuno si prende cura di togliere o di segnalarne la presenza.
Ci siamo imbattuti in alcuni Sassi davvero vergognosi. Così, a memoria, ricordo tracce inqualificabili della civiltà moderna: bottiglie vuote di birra, sacchetti in plastica pieni d’immondizia, bucce di cocomero a gogò, tavolini da giardino semi-apparecchiati, sacchi a pelo, gomme di bicicletta, ammassi indistinti di calcinacci e terra, lattine.
Va da sé che visitare i Sassi, per loro natura, ci s’immagina che non sia come andare a zonzo in un salone degli arazzi, ma un conto è il grezzo naturale, l’odore di vissuto e di muffa di un Sasso scavato nella calcarenite e un conto è l’abbandono e l’incuria in cui alcune grotte versano.
Che devo dire? Son rimasto stupito anche che ci abbiano accompagnato nel nostro giro guidato al cospetto dei Sassi profanati dalla sporcizia (e non era materiale del giorno prima, vi assicuro). Non sarebbe cambiato molto ma, almeno, fatevi furbi: portate i turisti dov'è pulito e nel frattempo (SUBITO!) sbrattate il resto.
Basta poco, una mattinata e un manipolo di volontari.
Quanto alla soundtrack di Matera consiglio Johnny Cash, io l'ho sentita là, alla radio, venendo via e... beh.
Ti resta negli occhi, la sua storia, il caldo torrido, la gravina, i paesaggi delle colline attorno e la sensazione privilegiata d’essere in un buco segreto di mondo.
Anche parcheggiare in piazza San Pietro Caveoso, dov’è stato flagellato Jim Caviezel in The Passion di Mel Gibson, fa un certo effetto, cristosanto.
Epperò, 'sti Sassi, son patrimonio, sì, ma di chi?
Dell’Unesco, dei materani, dell’umanità? Certo, quello è che canalizza il flusso continuo di visitatori: i Sassi.
E allora, se mi permettete, non so bene a chi rivolgermi, questi Sassi dovrebbero essere mantenuti a garbo. Non si può visitarli e scoprire che all’interno vi sono abbandonati rifiuti di ogni genere che nessuno si prende cura di togliere o di segnalarne la presenza.
Ci siamo imbattuti in alcuni Sassi davvero vergognosi. Così, a memoria, ricordo tracce inqualificabili della civiltà moderna: bottiglie vuote di birra, sacchetti in plastica pieni d’immondizia, bucce di cocomero a gogò, tavolini da giardino semi-apparecchiati, sacchi a pelo, gomme di bicicletta, ammassi indistinti di calcinacci e terra, lattine.
Va da sé che visitare i Sassi, per loro natura, ci s’immagina che non sia come andare a zonzo in un salone degli arazzi, ma un conto è il grezzo naturale, l’odore di vissuto e di muffa di un Sasso scavato nella calcarenite e un conto è l’abbandono e l’incuria in cui alcune grotte versano.
Che devo dire? Son rimasto stupito anche che ci abbiano accompagnato nel nostro giro guidato al cospetto dei Sassi profanati dalla sporcizia (e non era materiale del giorno prima, vi assicuro). Non sarebbe cambiato molto ma, almeno, fatevi furbi: portate i turisti dov'è pulito e nel frattempo (SUBITO!) sbrattate il resto.
Basta poco, una mattinata e un manipolo di volontari.
Quanto alla soundtrack di Matera consiglio Johnny Cash, io l'ho sentita là, alla radio, venendo via e... beh.
22 maggio 2012
Sto aspettando gli Spandau
Quando ci tuffiamo nella memoria alla ricerca di spicchi temporali di contatto, di eventi epocali ai quali potremmo aver partecipato entrambi, nella nostra vita prima della conoscenza, io e dolcemetà, finisce che rimestiamo sempre nella sfera musicale, i concerti insomma.
Patti Smith allo stadio, Vasco al velodromo delle Cascine, David Bowie allo stadio, Bennato a Porta Romana, Madonna allo stadio, la Rettore al teatro tenda, i Level 42 al palazzetto, Paolo Conte al Verdi, i Talk Talk al Tenax, Enzo Jannacci a Sesto, i Pink Floyd a Livorno. Niente, pare che avessimo esistenze e gusti musicali irrimediabilmente opposti e che i nostri fili non si sarebbero potuti intrecciare in una matassa anteriore (chissà con quali esiti, poi!).
Certo avevamo comprato entrambi il biglietto per il concerto degli Spandau Ballet, ma il fato volle disporre anche lì in altra maniera. Non potendo dividerci, il destino infame, agì intervenendo alla radice e causando addirittura l'annullamento del Tour.
Andò che il biondino della band si fratturò una gamba. A memoria direi che fosse il sassofonista e che durante un concerto, forse in Canada, gli si sfondò il palco sotto ai piedi. Non mi metterò a googolare, ma fidatevi, era biondo, aveva due gambe e se ne fratturò una.
Tanto bastò per mandare a monte il Tour mondiale, compresa la tappa di Firenze.
Ecco che la possibilità di assistere allo stesso concerto fa innalzare a picco le nostre affinità, salvo poi vederle crollare subito dopo.
Gli organizzatori offrirono varie scelte per rimediare alle conseguenze della rottura dell'arto d'artista. Potevi restituire il biglietto e rientrare in possesso della vil pecunia, oppure potevi cambiare il biglietto con quello per un concerto di un altro se nella programmazione ti aggradava qualcosa. In ultimo potevi passare a ritirare un similticket stampato per l'occasione con una bella immagine di Tony Hadley al microfono e la scritta in stampatello "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU".
Questa, ovviamente, era LA scelta da fare, non c'era alcuna soluzione alternativa a ficcarsi in tasca il tagliando che certificava la fedele attesa e, giustappunto, aspettare che il fenomeno di calcificazione alla tibia e al perone del biondino facesse la sua parte.
E così trascorse un anno durante il quale molti di noi se ne andavano in giro portando il biglietto nel portafogli. La gente andava al cine, a lavoro, al bar, dallo psicologo, si fidanzava, si lasciava, si sposava, s'insultava e s'abbracciava, tutto col tagliando "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU" con sé. Qualcuno purtroppo moriva pure e quando i medici gli mettevano le mani nel portafogli alla ricerca della tessera dell'AIDO capitava che s'imbattessero nel faccione canterino di Hadley.
Fanculo, un altro cazzone che aspetta gli Spandau, ma dacci i reni, dacci!
Ho attraversato le barricate di un anno vissuto attendisticamente con pazienza, con fiducia e con sprezzo del pericolo. Ho atteso.
Dolcemetà invece no, non se la sentì di tenere immobilizzate ventimila lire di capitale per un lunghissimo anno e barattò la gallina della futura esperienza live sotto il palco degli Spandau con il misero uovo di un concertino di Pupo forse o, ad andarle proprio di lusso, degli A-ha (*).
Ma poi, son venuti questi Spandau?
(*) Lei sostiene di aver scambiato con il concerto di Eric Clapton, ma nel contesto del post non ci stava.
Patti Smith allo stadio, Vasco al velodromo delle Cascine, David Bowie allo stadio, Bennato a Porta Romana, Madonna allo stadio, la Rettore al teatro tenda, i Level 42 al palazzetto, Paolo Conte al Verdi, i Talk Talk al Tenax, Enzo Jannacci a Sesto, i Pink Floyd a Livorno. Niente, pare che avessimo esistenze e gusti musicali irrimediabilmente opposti e che i nostri fili non si sarebbero potuti intrecciare in una matassa anteriore (chissà con quali esiti, poi!).
Certo avevamo comprato entrambi il biglietto per il concerto degli Spandau Ballet, ma il fato volle disporre anche lì in altra maniera. Non potendo dividerci, il destino infame, agì intervenendo alla radice e causando addirittura l'annullamento del Tour.
Andò che il biondino della band si fratturò una gamba. A memoria direi che fosse il sassofonista e che durante un concerto, forse in Canada, gli si sfondò il palco sotto ai piedi. Non mi metterò a googolare, ma fidatevi, era biondo, aveva due gambe e se ne fratturò una.
Tanto bastò per mandare a monte il Tour mondiale, compresa la tappa di Firenze.
Ecco che la possibilità di assistere allo stesso concerto fa innalzare a picco le nostre affinità, salvo poi vederle crollare subito dopo.
Gli organizzatori offrirono varie scelte per rimediare alle conseguenze della rottura dell'arto d'artista. Potevi restituire il biglietto e rientrare in possesso della vil pecunia, oppure potevi cambiare il biglietto con quello per un concerto di un altro se nella programmazione ti aggradava qualcosa. In ultimo potevi passare a ritirare un similticket stampato per l'occasione con una bella immagine di Tony Hadley al microfono e la scritta in stampatello "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU".
Questa, ovviamente, era LA scelta da fare, non c'era alcuna soluzione alternativa a ficcarsi in tasca il tagliando che certificava la fedele attesa e, giustappunto, aspettare che il fenomeno di calcificazione alla tibia e al perone del biondino facesse la sua parte.
E così trascorse un anno durante il quale molti di noi se ne andavano in giro portando il biglietto nel portafogli. La gente andava al cine, a lavoro, al bar, dallo psicologo, si fidanzava, si lasciava, si sposava, s'insultava e s'abbracciava, tutto col tagliando "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU" con sé. Qualcuno purtroppo moriva pure e quando i medici gli mettevano le mani nel portafogli alla ricerca della tessera dell'AIDO capitava che s'imbattessero nel faccione canterino di Hadley.
Fanculo, un altro cazzone che aspetta gli Spandau, ma dacci i reni, dacci!
Ho attraversato le barricate di un anno vissuto attendisticamente con pazienza, con fiducia e con sprezzo del pericolo. Ho atteso.
Dolcemetà invece no, non se la sentì di tenere immobilizzate ventimila lire di capitale per un lunghissimo anno e barattò la gallina della futura esperienza live sotto il palco degli Spandau con il misero uovo di un concertino di Pupo forse o, ad andarle proprio di lusso, degli A-ha (*).
Ma poi, son venuti questi Spandau?
(*) Lei sostiene di aver scambiato con il concerto di Eric Clapton, ma nel contesto del post non ci stava.
3 maggio 2012
C'è da stupirsi
La primavera ha tuttora un potere straordinario su di me, ogni anno mi stupisce, così come la stupidità delle persone, ogni volta che si manifesta. La radice etimologica è la stessa (da stupeo – son stordito, sono attonito), sarà per quello.
Eppure non dovrei stupirmi, ho un’età. Io ne ho viste di cose, pur rimanendo a distanza di sicurezza dalle porte di Tannähuser, ma la stupidità, quella pura, senza una radice logica, quella che spunta priva di senso come gramigna sull’autostrada, quella stupidità mi lascia sempre senza fiato.
Sono come un bimbo davanti a un trenino.
Poi però sorrido, penso che non è possibile, classifico il fenomeno come frutto di un allineamento irripetibile di pianeti e, quindi, sono di nuovo pronto a stupirmi: vergine e penetrabile dal prossimo, immancabile atto della stupidità umana.
Son fatto così, e un po’ mi dispiace.
p.s. Non mi somiglia manco pe' gnente, semmai al Rampizzi.
Eppure non dovrei stupirmi, ho un’età. Io ne ho viste di cose, pur rimanendo a distanza di sicurezza dalle porte di Tannähuser, ma la stupidità, quella pura, senza una radice logica, quella che spunta priva di senso come gramigna sull’autostrada, quella stupidità mi lascia sempre senza fiato.
Sono come un bimbo davanti a un trenino.
Poi però sorrido, penso che non è possibile, classifico il fenomeno come frutto di un allineamento irripetibile di pianeti e, quindi, sono di nuovo pronto a stupirmi: vergine e penetrabile dal prossimo, immancabile atto della stupidità umana.
Son fatto così, e un po’ mi dispiace.
p.s. Non mi somiglia manco pe' gnente, semmai al Rampizzi.
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