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7 maggio 2019

C'è pure un cruciverba

Sono stato al mercatino della scuola media di mio figlio.
Carini tutti questi ragazzi che si danno un gran daffare per risollevare le sorti della loro malmessa scuola.
Noi abbiamo fornito una cinquantina di vasetti di piantine grasse che sono andati via come il pane.
Mi ha colpito un ragazzino molto sveglio che mi ha appioppato il giornalino della scuola, probabilmente leggendomi nell'intimo, convincendomi con lo sguardo ammiccante che accompagnava un "Oh, c'è pure un cruciverba".
La riflessione è che un cruciverba possa avere ancora un effetto positivo sulla tiratura di uno stampato, anche sulla generazione dei nativi digitali. Bon, dai, mi pare positivo.
Anche se in realtà quello che ho apprezzato di più è stato l'oroscopo, con frasi del tipo: Sei dei Pesci? Spero che tu sappia nuotare perché affogherai nei compiti. Piccoli umoristi crescono.
E comunque ho contribuito anche con il contante acquistando un'intera annata di Topolino (53 numeri) al prezzaccio di venti euri.
Li tengo al cesso dopo che ho sentito Bebe Vio chiosare: Chi è che non ha un Topolino in bagno?
E sì, leggetelo Topolino, fa cultura.

19 aprile 2017

Lo zen e l’arte di portare fuori il cane

Non avrei mai creduto, eppure funziona.
Intanto tuo figlio, quello che non parla mai, quello che ancora si lega le scarpe ficcandosi i lacci dentro ai calzini, quello che si nutre in stile Mowgli, quello che te le leva dalle mani, lui, incredibilmente si fa loquace nel tempo della passeggiata con il canide. E allora diventa un'occasione preziosa per aprire una fessura da cui spiare nella sua altrimenti imperscrutabile vita.
E poi niente, è un'uscita di sicurezza portare fuori il cane.
Era uno splendido fumetto, Uscita di Sicurezza, di Trillo e Altuna, lo dico per i residuali amanti di Lanciostory (titolo originale: Las puertitas del Sr. Lopez).
Quando proprio non ce la fai più, in quei giorni stipati di pannoloni e medicamenti, di voci alzate e di manate trattenute, in quei giorni di rospi ingoiati e di bon per la pace, in quei giorni di rumori molesti e di deprimenti tran tran, ecco, lì puoi sempre portare fuori il cane.
E, come d'incanto, quello che da un'analisi prematura e sommaria poteva sembrarti un pesante fardello, ecco che si trasforma in quel poco di zucchero capace di farti andar giù l'amara pillola.
Devi solo pigliare collare e guinzaglio, imboccare l'uscita di sicurezza e buttarti a passeggiare pallido e assorto.
E la lancetta che era salita sul rosso, fino quasi a toccare schizofrenia, scende piano piano verso nervosismo, poi giù a indicare leggera ansia, ancora verso serenità e infine eccola che crolla sullo zero psichico dell'essere zen.
A quel punto puoi anche tornare a casa che il cane di certo ha già fatto le robe sue.

18 aprile 2016

Ammazzate oh!


Capite che a causa della familiarità con l’alzheimer con cui mi trovo a fare i conti può succedere di pensare al suicidio.
E poi, comunque, la vita è difficile, gli amori ci lasciano, i bond argentini sprofondano, le squadre del cuore falliscono… chi non c’ha pensato mai si scagli addosso la prima pietra.
Quando tiri fuori l’argomento poi ne senti delle belle, sull’eventuale modo che uno adotterebbe per mettere in atto la sua volontaria dipartita dalla lacrimevole valle.
Perché sembra che la logistica incida parecchio, per esempio.
Ho un’amica di Casalecchio che lei ha sempre detto che si sarebbe buttata nel Reno, perché lì fanno tutti così, c’è un apposito ponte da cui ti puoi lanciare di sotto, non so se ci sia pure il turn-o-matic o la solita fila italiana fatta accazzo.
E quelli che abitano vicino alla ferrovia? È scientificamente provato che, nel caso di, quelli si buttano sotto a un treno, ma perché hanno sempre sentito dire così nelle loro famiglie, dai loro amici, anche se solo in forma di battute.
Un volta c’erano i cacciatori, il classico colpo di fucile in bocca, cervello sulle pareti e via, ma ora come ora i fucili sono quasi spariti dalle case e, non essendo in USA, spararsi è diventato un bel po’ difficile.
Io non so, vicino a me non c’è niente di eclatante, c’è l’autostrada del Sole ma che ci fo? Io ci provo a respirare le polveri sottili ma sai quanto mi ci vuole per crepare!
Allora magari, dovesse servire, mi sa che mi attaccherei allo scappamento dell’auto, anche se adesso ho un’euro 6 e non so se alla fine morirei o magari mi fa effetto fumenti e mi cura solo il raffreddore.
Nel dubbio posso sempre tirare giù dalla soffitta gli Alan Ford e studiare i geniali piani tentati da De Suicidis.

23 marzo 2016

One+qualcosa per un manga di successo

Tra i cartoni, pardon anime, a cui figlio uno instrada figlio due, dopo anni di One Piece, va di moda One Punch.
Ora, nelle attività che figlio due sviluppa a corredo della visione di One Punch, ci sono riproduzioni grafiche e modellazioni dei personaggi avvalendosi dei mattoncini Lego (dio, o chi per lui, li abbia in gloria).
Càpita che me li faccia vedere 'sti personaggi... questo è tizio questo è caio questo è cristo e questo è la madonna.
- E questo, questo chi è? Faccio io indicando l'unico senza capelli e sanza copricapo.
- Questo è il capo: One-punch! Un pugno.
(scoprirò poi che ha pure un nome vero: Saitama)
- Il capo? Ma è calvo...
- No, si è solo allenato duramente.
Cristosanto, era così semplice.
Allora, da adesso in poi facciamo così: non voglio più sentir parlare di alopecia, di tre peli, di calvizie, di capelli radi, di piazza e di chierica... mi sono spiegato? Avete compreso bene?
Mi-sto-solo-allenando-duramente.
Saluti.

10 novembre 2014

Sumeri per sempre

Parlo ai miei coetanei... gente che si ricorda di Tenco, dello sbarco sulla Luna e di Ali-Frazier dal vero.
Ma i Sumeri che c'erano ai nostri tempi a scuola? Io non me li rammento mica.
Assiro-Babilonesi l'era pieno, fitto di giardini pensili un si girava, ma i Sumeri boh?
O di dove son spuntati questi? E poi, oh, hanno inventato tutto loro, dalla ruota alla barca a vela, dalle canalizzazioni dell'acqua alla scrittura in sillabe, com'è non si sapeva quarant'anni fa che c'erano stati 'sti cristi di Sumeri intelligentoni?
È dovuto venire a dircelo Alberto Angela che avevan fatto sfracelli, perché babbo Piero non ne sapeva una mazza manco lui.
No, ma mica ce l'ho con loro, bravi davvero, solo mi stanno un po' sulle scatole perché non me li hanno fatti studiare.
Non ce l'ho più il libro ma sarei curioso di controllare, per me se c'era una paginetta l'è grassa.
Sì, la Mesopotamia quella la c'era anche negli anni settanta, ma Sumeri politeisti nemmen l'ombra.
E invece ora son protagonisti assoluti, l'è due mesi tra poco che ci siam sopra con France e chissà per quanto ancora ci si tireranno dietro, mancano davvero solo i nomi.
E poi trovare Gilgamesh sui libri di storia, andiamo, lui non c'era perdìo sul nostro sussidiario.
I soldi che ho speso per leggere la sua epopea su Lanciostory! E ora te lo sparano a lezione di storia, ha fatto carriera pure lui.
Grande Wood su Lanciostory, avanti anni luce.
Ora mi aspetto solo di beccare Dago quando arriveremo alla Repubblica di Venezia.

24 settembre 2014

In proporzione I Promessi Sposi

(son Promessi Sposi anche loro)
Gli chiesi a Sauro che era già stato al cine: "Ma questo Pulp Fiction s'ha da vedere o no?".
E Sauro mi rispose guardando fisso avanti senza voltarsi verso di me, come uno che la sa lunga e ti sta facendo dono di una preziosa verità, con quel modo di parlare un po' da profeta tipico suo: "Sì, sì, è da vedere: in Pulp Fiction c'è tutto!".
E Pulp Fiction sta al cinema come I Promessi Sposi stanno alla letteratura.
Nessuna definizione, nessuna sintesi, nessuna critica mi sembra più azzeccata di questa: ne I promessi Sposi c'è tutto.
Il guaio più grosso è che il mondo e la vita son fitti di spoiler e d'interpretazioni dell'opera manzoniana e quando va che te la leggi per bene, già sai, già ti aspetti determinati accadimenti, determinate scelleratezze e perfino determinate frasi.
Però, come mi ha esaltato leggere la storia di Patty e Walter in un romanzo praticamente senza trama (o, se vogliamo, con la trama più banale che c'è) altrettanto mi esalta una costruzione narrativa così perfetta come quella del Manzoni.
Sì, me ne rendo conto, fa un po' snob mettersi qui a tessere le lodi di uno scritto che è già stato sviscerato in ogni sua sillaba, da chiunque e in ogni tempo, ma faccio affidamento al vostro buon cuore e alla colpa confessata.

E questa teoria? Figuriamoci che ho sempre pensato fosse mia... e'nvece l'era della birba di Manzoni: Una delle piú gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha piú d'uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine. Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione. Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai.

12 febbraio 2013

Eh meu amigo Charlie Brown


Per lo Show and Tell di oggi vi parlerò di Mr Sacco. Chi ama i Peanuts è probabile che si ricordi di questa straordinaria striscia, per gli altri un breve accenno.
Charlie Brown, notoriamente ossessionato dal baseball, si sveglia un mattino vedendo sorgere al posto del sole una palla da baseball e, poco dopo, si accorge che pure sulla sua capoccia sono spuntate le tipiche cuciture della palla. Dovendo partire per il campeggio, il nostro, altra soluzione non trova che quella di coprirsi la testa con un sacchetto al quale ha praticato due fori per gli occhi.
Al campeggio, un po' per caso un po' per il fatto che la sua timidezza è vinta dal sacchetto protettore, Charlie Brown Mr Sacco diventa in breve tempo il capo riconosciuto dei ragazzi. E l'eterno perdente vive in quella manciata di vignette un'avventura in una veste a lui sconosciuta, da leader, da vincente, finendo per risolvere facilmente svariate e intricate situazioni.
Questo per dire che quest'anno France ha partecipato alla festa in maschera al circolo tennis dove fa lezione e si è incaponito per vestirsi da Mr Sacco (le buone letture non gli mancano). Sulle prime abbiamo cercato di dissuaderlo con la psicologia fine da a) partecipare ad una noiosissima festa di carnevale e b) mascherarsi da personaggio di straculto per pochi ma sconosciuto alla massa.
Niente l'ha smosso dal suo progetto iniziale e così dolcemetà ha dovuto abbozzare e confezionare la mise mistersacchiana.
Pantoloni neri, seppure lunghi che è pur sempre inverno, e maglietta gialla ornata con la tipica fantasia da altimetria di tappa del giro, nera, più ricco sacchetto per alimenti di carta marrone bucato agli occhi.
Per farla breve, alla fine della maratona dei giochi, l'elezione della maschera più originale ci ha felicemente colto di sorpresa. L'unanimità dei consensi è stata espressa a favore di France nella concreta trasposizione dello spirito stesso che Schulz aveva voluto infondere al Charlie Brown versione Mr Sacco; laddove la timidezza lascia il passo alla realizzazione di sé.
E così abbiamo vissuto il nostro momento di gloria e, dopo una ricca abbuffata di cenci e frittelle, siamo andati a spifferare tutto a dolcemetà.

Tra l'altro oggi sono 13 anni esatti dalla morte di Schulz, il padre dei Peanuts.
Un estratto dalle Mr Sacco adventures:

5 dicembre 2012

La penultima cena (*)

(click to enlarge)
Che io le feste a sorpresa le ho sempre odiate.
Però stavolta, devo dire, dolcemetà si è superata ed è riuscita a coinvolgere una dozzina di miei coetanei famosi che lèvati! Festeggiavamo il mezzo secolo e sfido chiunque a trovare un'annata d'oro come il 1962.
I personaggi e le entità che hanno visto la luce in quell'anno (pure Enel, tra l'altro) sono alla ribalta mondiale e io sono lieto di averli avuti alla mia mensa.
Per l'occasione ho sfoggiato una sorta d'extension biondo rossiccio a metà tra Kim & the Cadillacs e Julianne Moore.
La serata è stata gradevole seppure avversata dai tre cambi di pannolino richiesti da Cicciobello.
La musica, un rock contest improvvisato tra i presenti, seppur che non m'intendo, mi è sembrata all'altezza, anche se è stato un peccato che gli Status Quo non siano potuti venire.
Ha offerto Spiderman firmando lo scontrino della carta di credito con la sua Parker.
E niente, ho voluto raccontarvelo di persona prima che magari a uno dei presenti gli venisse in mente di fare la spia.
Una sola pecca, alla fine, è sparito il calice d'oro decorato con pietre preziose dove inzuppavamo i cantucci di Prato: il VinSanto Graal.
Ginko mi leggi?

(*) l'ultima si organizza per i 100.

24 ottobre 2012

La vita agra

Ho qualcosa d'irrisolto coi limoni.
Ne compro a fiotti, ho sempre il cassetto verdura del frigo zeppo di limoni, e pure fuori dal frigo.
Non lo so da cosa dipende, fatto sta che vado a far la spesa e mi s'attaccano alle mani peggio di TuSaiCosa ®. Mi si tuffano nel carrello proprio.
Posso restare senza prezzemolo, senza cipolla, senza patate (anche senza patata, per quello) ma non resto mai senza limoni.
Struffiavo quando mio padre mi diceva che c'erano da spostare le piante di limoni, prendi, tira, striscia, solleva, spingi, porta in serra; prendi, tira, striscia, solleva, spingi, leva di serra. Eran due volte l'anno, in fin dei conti, ma nella mia oziosità adolescenziale pure troppe. E quando serviva un limone? Non t'azzardare a prenderlo dalla pianta che ti taglio le manine, non è maturo, è troppo maturo, è verde, è giallo, è rosso, rovini la pianta. Se giocando a pallone tanto tanto stroncavi una ciocca conveniva ingurgitarla intera, farla sparire e negare sempre quando poi s'accorgeva (perché sempre s'accorgeva) ch'era rotta.
Mi c'incazzavo con mia mamma quando mi propinava d'ufficio la camomilla, eccolo un altro passo lemonfreudiano che forse spiega qualcosa, forse.
Certo non posso incolpare la mia mentoressa di fiducia che mi ha consigliato la lettura de L'inconfondibile tristezza della torta di limone (*), perché il fatto è troppo recente anche se, forse, subliminalmente, al super, davanti al banco frutta e verdura, entra in gioco pure questo.
Chissà, chissà che m'hanno fatto i limoni?

(*) 3,3 Carver.

29 marzo 2012

Mezzi anfibi

Avete presente Beetle Bailey, di Mort Walker? No? Beh, è 'sto tizio qui a fianco, un militare di leva sfaccendato.
Beetle, in una striscia, chiede un autografo al suo superiore, il sergente Snorkel, e questi glielo fa di buon grado.
In realtà Beetle gli fa firmare un permesso di libera uscita, solo che, all’uscita, l’ufficiale di picchetto gli fa: questo permesso non è valido, è firmato dal sergente Non lasciate passare quest’uomo.
Io e altri 3 deficienti, nel remoto ’82, siamo riusciti a fare di meglio, autofirmando i nostri permessini domenicali 9-13 con il nome del nostro tenente, che stava in licenza, e presentandosi al portone solo alle 11. Ora, al di là del fatto che il tenente non li avrebbe potuti fisicamente firmare, quale soldato in libera uscita dalle 9 se ne va alle 11? Nessuno, ovviamente.
Beccati e respinti in camerata diretti. Il giorno dopo fummo seriamente cazziati dal tenente, del quale avevamo falsificato la firma, che minacciò di denunciarci. Ci salvò il pianto dirotto del fante Cutigni da Arezzo che, però, ci portò in premio la polveriera di Natale, in compagnia delle peggiori teppe della caserma.
In polveriera funzionava così: 2 ore di guardia e 4 di riposo per 7 giorni filati. Di giorno comunque non dormivi perché c’erano sempre servizi da fare. Il viaggio del cambio guardia durava una mezz’oretta e, quindi, il tempo tra un turno e l’altro per dormire era di 3 ore, compreso quello che ti serviva per prendere sonno.
Dopo 2 giorni così crollavi e, per guadagnare tempo, finiva che non ti spogliavi più nemmeno la notte e ti buttavi sulla branda in mimetica.
Al quarto giorno si completava l’abbrutimento quando smettevi pure di toglierti gli anfibi che diventavano parte di te.
Da fante assaltatore, mi son fatto un discreto culo da militare, ho avuto persino l'onore di correre su per una collina con 25 chili di vipera sulle spalle - con tutto il rispetto che va ai nostri vecchi che hanno fatto le guerre quelle vere - ma se c’è un ricordo che vorrei davvero cancellare sono le misere ore di riposo in branda, con gli anfibi ai piedi.
Questo non vi autorizza, se schiacciate un pisolino in treno, a togliere le vostre maledette scarpe.

13 gennaio 2012

Com'è profondo il mare

La storia triste, ma non del tutto (forse), di chi mi ha insegnato a leggere.
Mia cugina Fiorella è morta nel 1991, a 31 anni. Leucemia fulminante, due mesi da quando l’ha scoperto. Aveva una bimba di 5 anni che adesso è una splendida ragazza, intelligente, istintiva e brillante. E poi indipendente, come Fiorella era e come mi ha spinto a essere.
Fiorella mi ha insegnato come coltivare il libero pensiero senza inculcarmi nulla, mi ha guardato andare a messa per trent’anni senza mai un commento diretto negativo. Con l’esempio mi ha mostrato come prendere una decisione, come riconoscere un impulso vero, mio, da un condizionamento esterno, come esporre una riflessione. Fiorella mi ha aiutato a diventare me stesso.
Mi ha guardato e si è lasciata guardare negli occhi. Mi ha fatto ascoltare i suoi dischi e mi ha prestato i suoi libri. I libri. È così che ho imparato davvero a leggere. Non so, forse sarebbe successo comunque, o forse no, ma se adesso considero i libri elementi necessari alla mia stessa esistenza lo devo a un tardo pomeriggio d’estate in cui Fiorella passava Com'è profondo il mare al suo stereo, mentre dagli scaffali sceglieva i libri che mi avrebbe prestato. Anche l'inequivocabile messaggio che si trattasse di un prestito e non di un omaggio ha contribuito non poco alla formazione della mia opinione sui libri, sul loro valore e sulle dinamiche che ne regolano acquisti, prestiti e restituzioni.
Avevo 15 anni e potevo annoverare tra le mie letture solo fumetti (miei), fotoromanzi (mia sorella) e qualche libro (imposto dalla scuola); a casa mia non si leggeva.
Non ricordo tutti i volumi con i quali mia cugina stipò una borsa per me. Un paio di Luca Goldoni, La casa in collina di Pavese, Il grillo parlante di Gervaso, Bar Sport di Benni, questi sicuramente c’erano, ma l’elenco titoli non è significativo.
Decisiva fu l’aria carbonara di quel pomeriggio seduti sul suo letto, una gamba a terra e l’altra sotto il culo, la finestra spalancata sui campi e sul cicaleccio, lame di sole a straliciarsi nella stanza e Lucio Dalla in sottofondo. In un pomeriggio che non è finito mai.

È inutile
Non c'è più lavoro
Non c'è più decoro
Dio o chi per lui
Sta cercando di dividerci
Di farci del male
Di farci annegare
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare 


---------------------------------- edit del 26 marzo 2012 ----------------------------------------

Ecco, oggi ci son passato davanti alla casa dove abitava Fiorella, e l'ho fotografata la finestra:
Casa Fiorella - via Rimaggina

10 gennaio 2012

Pippo, un coniglio e la strega Nocciola

C'è un buco nella lingua, senza scomodare il piercing estremo.
Mi riferisco a una domanda che mi pose mio figlio grande tempo addietro, quando ancora se ne andava per licei.
- Ma se uso glielo al maschile, perché non esiste un lelo per il femminile?
Me la cavai con stridore di unghie su specchi, proprio come quando mi aveva chiesto lumi sulla questione irlandese.
Beh, è pacifico per tutti che gli=a lui e le=a lei, ma il lelo pare proprio che non sia stato varato.
Evidentemente Dante, o chi come lui ha avuto la possibilità di formare la nostra lingua, non l’ha ritenuto necessario, o non gli (a lui) è servito. Perciò adesso non c’è.
Io però non vedo cause ostative alla sua esistenza, anzi.


        - Rendi il libro a Giulio!
        - Ora glielo rendo.

        - Rendi il libro a Michela!
        - Ora lelo rendo.

È chiaro che se mi togliete il "lelo" non so più rispondere e va a finire che il libro me lo tengo, con buona pace di Michela.
C’è un buco nella lingua, prendiamone atto e colmiamolo. Ehi, della Crusca, muoversi. Linguisti anonimi, sveglia!

La cosa mi ricorda uno storico episodio di Topolino, in cui la Strega Nocciola era, come spesso accade, impegnata a convincere Pippo di essere davvero dotata di magici poteri.
Nocciola aveva, allo scopo, regalato a Pippo un cappello a cilindro, di quelli che usano i prestigiatori, che era stato stregato da lei stessa grazie al contenuto di una sorta di dizionario enciclopedico mondiale, tipo Treccani ma versione Disney. In soldoni, tutto ciò che era definito nell’enciclopedia scelta dalla strega Nocciola si sarebbe potuto estrarre dal cilindro in questione, al semplice pronunciare della parola.
Non c'era oggetto o animale che Pippo decidesse d'estrarre, pensato o suggerito dal pubblico, che non sbucasse fuori dal cappello magico. Pippo cominciava a riscuotere un discreto successo e tendeva a credere che Nocciola avesse davvero "i poteri".
Solo che, per un errore dei curatori, la versione di quell’opera linguistica colossale era stata pubblicata priva della parola coniglio, né si era voluto reintegrarla immaginando che nessuno avrebbe avuto la necessità di cercare il vocabolo sull’enciclopedia.
E così, dopo che tutti i desideri più assurdi degli spettatori erano stati esauditi da Pippo che estraeva dal cilindro l’oggettistica più svariata, ecco cadere il nostro eroe su una richiesta all’apparenza innocua: un classico coniglio.
Uno fetente del pubblico ha la malaugurata idea di chiedere un coniglio e, beh, potete immaginare la fine con Pippo che rincorre Nocciola per gonfiarla di botte (o almeno mi pare).

C'è da dire che lo Zingarelli spiana la questione riportando alla voce "glielo": forma pronominale composta dal pronome gli (come compl. di termine con i significati di a lui, a lei, a loro) e dal pronome personale maschile singolare lo. 
E potevo immaginarmelo, ma se fossi andato a controllare prima, mi sarebbe passata la voglia di scrivere.

8 gennaio 2012

Quando sarai grande

- France, ma tu da grande che lavoro vorresti fare?
Ritenevo che ci pensasse un po' su, e invece lo sapeva, era pronto.
- Allenatore...
E qui, come percorrendo l'istante prima della propria morte, quando filmografia vuole che ci ricompaia davanti agli occhi tutta la nostra vita, o almeno, i fotogrammi salienti, sono sprofondato in uno squarcio temporale, dilatato e in bilico sull'orlo di un buco nero. Stranamente, in una valanga di pensieri frenetici e flemmatici insieme, mi sono visto in tribuna su qualche campetto di periferia, poi sulle gradinate di una palestra, e anche sugli spalti di uno stadio a guardare giù mille e mille partite tra una squadra nemica e la squadra nostra, quella allenata da mio figlio che così presto, a sei anni, aveva già capito quale fosse la sua fottuta strada nella vita e con chiarezza e decisione l'aveva imboccata e perseguìta. Due, tre decimi di secondo in cui ho sentito l'odore del fango, del sudore, le grida dei tifosi, le incazzature e il fuoco dell'orgoglio dentro al mio cuore. Due, tre decimi di secondo infiniti e scardinati dalle convenzioni temporali. Due, tre decimi di secondo in cui mi son figurato interviste in tivù, coppe alzate al cielo e camminate a testa bassa verso un esonero.
Due, tre decimi di secondo prima che sentissi il resto:
- ... di Pokémon.
Chiusura del cerchio. Fine. Due, tre decimi di secondo che mi hanno adulato, illuso, irretito fino a portarmi alla compiutezza di una frase che trafigge come uno stiletto.
Allenatore di Pokémon, signori miei.
Al ché avrei voluto dirgli che è un lavoro che non esiste, un lavoro che non è retribuito, un lavoro che non ti darà mai un diritto a pensione. Un lavoro che tu, figlio mio, non avrai la minima possibilità d'intraprendere.
Poi è bastato ripensare alla situazione che viviamo, al mondo del lavoro in Italia, per valutare che forse non è poi così utopistico un mestiere come quello.
E allora sono stato zitto.
Ma zitto.

29 dicembre 2011

Il mio amico Guitar Jim

Nel sistema numerico decimale, il 100 è un numero tondo e come tale abbiamo una certa consuetudine a celebrarlo, anche se alla fine è una convenzione pura e semplice, del resto non lo sono anche i nostri onomastici, anniversari e compleanni?
Ragioniamo in base dieci perché il numero è legato al corpo dell'uomo, che probabilmente ha trovato il primo ausilio al far di conto proprio nelle dita delle sue mani. Come pare notò Aristotele, l’uso del sistema decimale non fu altro che il risultato del fatto anatomico accidentale che l'uomo è nato con dieci dita delle mani. Da qui anche la sconvolgente teoria che Aristotele potesse in realtà essere donna, altrimenti magari si ragionava in base undici.
Io avevo un collega, il Maestro, che era detto 8 e mezzo visto che, a causa d’un incidente, aveva perso un dito e mezzo. Riteniamoci fortunati che non abbiamo ereditato un sistema numerico ideato dal Maestro. Immaginatevi un po’ a fare i compiti di matematica dei vostri figli con un sistema numerico in base 8,5… roba da manicomio.
  • 100 come i passi che separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti a Cinisi;
  • 100 come il primo numero di Zagor a colori: Il mio amico Guitar Jim;
  • 100 come gli anni di solitudine dei Buendía;
  • 100 come il primo numero di Alan Ford a colori: Le colline nere del Sud Dakota, dove compare per la prima volta il personaggio del pappagallo Clodoveo;
  • 100 come le botteghe di via Gioberti;
  • 100 come l’indice di gradimento che Enrico Maria Salerno aveva in famiglia e che si leggeva in alto a destra, sul televisore, quando entrava in cucina, perché possedeva una cucina Salvarani;
  • 1100100  come la sequenza binaria per dirlo;
  • 100 come i post che La Linea conta oggi.

5 novembre 2011

Read Only Memory - n. 1

Ovvero la Memoria di Sola Lettura che mi piacerebbe impegnare con il contributo di chi vorrà farlo.
Vi lascio qui di seguito alcune semplici istruzioni che potete pedissequamente seguire oppure barbaramente infrangere.
Prendete il libro che state leggendo (forza, alzare il culo!), va bene anche se l'avete finito da poco, non va bene andare in libreria e tirare giù il vostro romanzo cult.
Se non perdete il vostro tempo sui libri, può andare bene un quotidiano, o l'ultimo Dylan Dog, o il bugiardino dell'aspirina pure.
Aprìtelo, cercate una frase sottolineata o evidenziata se siete lettori che sottolinenano o evidenziano, altrimenti sceglietene una così, epocale come banale, anche a caso volendo, ci piacerà leggerla comunque.
Quindi lasciate un vostro commento, riportando il pezzo che avete scelto, oltre al titolo e all'autore del libro.
Cosa ne uscirà? Forse niente, ma forse troveremo l'ispirazione per nuove letture.
Magari ci conosceremo un po' meglio, anche se questo non sarà necessariamente un bene.
Anche chi di solito legge e basta e non ha account come blogger, se ha voglia, può postare una frase dal suo libro in lettura usando il profilo anonimo (magari si firma lo stesso, a mano).

3 novembre 2011

Tex & Drugs & Rock & Roll

Dove per Tex s'intende ogni fumetto sul quale fosse possibile mettere gli occhi, dove per Drugs s'intendono pepe, origano e zafferano e dove per Rock & Roll s'intende la Hit Parade radiofonica condotta da Lelio Luttazzi il venerdì alle 13 o, in surrogato, i Dischi Caldi di Giancarlo Guardabassi alla domenica.
La mia citazione del brano di Ian Dury è priva di Sex perché, a casa mia, quand'ero un citto, notizie sul sesso non ne filtravano. Una coltre omertosa e antipatica ricopriva parole e fatti che non avessero almeno 7 gradi di separazione dall'argomento ludico-riproduttivo.
Scordiamoci che qualcuno (la sorella maggiore), se solo affezionato un minimo alla propria incolumità fisica, potesse anche solo tentare d'introdurre in casa una rivista illuminata come DuePiù, con il suo inserto centrale prezioso e sigillato.
Per il Sex, la fonte più chiara alla quale potessi abbeverarmi era "La posta di Eva", una rubrica di domande/risposte coi lettori tenuta da una fantomatica signora sulla rivista Grand Hotel, che mia madre comprava regolarmente per il suo fabbisogno di fotoromanzi.
C'era pure una rubrica gemella, tenuta presumibilmente da un uomo, "La posta di Adamo", ma era di gran lunga meno sfiziosa e osé, anche perché il povero Adamo doveva rispondere una settimana su due alla domanda se fosse proprio lui il cantante Adamo. Non era lui.
Il Decamerone su Tele Capodistria - dove potevi vedere dopo mezz’ora di scene inutili un paio di tette da 200 metri e magari un movimento di lombi dietro un pagliaio - era ancora lontano, ma la mia fame di sapere andava soddisfatta. E allora mi succhiellavo proprio, parola per parola, La posta di Eva. Dovevo solo stare in campana e, qualora fosse passata mia madre, aprire alla pagina con la caricatura di Walter Molino, dove tenevo il dito.
Grazie quindi ai lettori di Grand Hotel e alle piccanti risposte di Eva sono entrato in contatto con quanto di più simile ci fosse a un abbozzo di educazione sessuale.
Così ho saputo da quelle righe di essere un portatore sano di testicoli, ho scoperto dell’esistenza di un numero impressionante di labbra, dalle variegate misure, disposte un po’ in giro sui corpi femminili (trovarle!). Da queste letture sono venuto a conoscenza che alle ragazze degli anni settanta i loro fidanzati andavano sempre chiedendo la prova d’amore, certo quando non chiedevano ad Adamo se fosse proprio lui il cantante Adamo, e che questa prova, niente aveva a che vedere con le gare d’equilibrio in mezzo ai tronchi galleggianti di Giochi Senza Frontiere.
Ho potuto arricchire il mio vocabolario affiancando ai nomi volgari di organi e azioni una definizione, se non proprio scientifica, almeno corretta e spendibile in pubblico e ho appreso il significato di tanti nuovi vocaboli.
Così, mentre attendevo inconsapevole l’avvento di Tele Capodistria.
È per questi insegnamenti che ringrazio La posta di Eva: una glande rubrica.

30 ottobre 2011

Dei Pokémon e di quello stronzo di Pikachu

Che dire? I Pokémon mi perseguitano. Sedici anni tra un figlio e l'altro si sono rivelati un lasso di tempo insufficiente per la scomparsa del fenomeno. Carte Pokémon come se piovesse sedici anni fa, e carte Pokémon pure adesso. Con tutti quei numeri e quelle frasi che dovrebbero permettere di sviluppare giochi intelligenti ma che restano incomprensibili per la mia mente. E forse c'è un motivo.
Meno male che adesso per l'acquisto c'è ebay ché all'edicola è il salasso proprio.
In sedici anni e con la tecnologia al galoppo è cambiato il mondo, c'era una PS1 appena sfornata e oggi consolle tipo la Wii dove tu sei dentro al videogioco, c'erano delle scatolone di piccì con monitor catafalco e oggi ci stanno i netbook, i cellulari avevano le pile da portarsi dietro colle valige ed era grassa se telefonavano e adesso sono ultraslim e touch e vanno in internet e videochiamano. La domenica alle 15 le radioline su Tutto il calcio minuto per minuto ti portavano via da quante erano e adesso ti vedi tranquillamente la diretta sul cellulare oppure lo streaming, anche se si tratta dell'ultima partita del campionato di seconda divisione inglese.
C'era Berlusconi e adesso c'è... no questa la taglio.
Insomma in questo universo gattopardiano è cambiato tutto affinché non cambiassero i Pokémon del cazzo, con le loro fottutissime evoluzioni.
Leggo su wikipidia (giuro!): L'evoluzione di un Pokémon è diversa dalla evoluzione di Darwin. È più simile ad una metamorfosi.
Stamani France mi parlava di questo fenomeno evolutivo grazie al quale il noto Pikachu pare diventi un certo Raichu (dico pare ma lo so bene, son almeno 16 anni che lo so!), al che io ho cercato di buttare il discorso sulla scienza, visto che è in prima e magari non gli fa male.
- Sai, France, che anche noi uomini abbiamo un'evoluzione?
- Certo, lo so... sei nei pensieri, sei in pancia, sei un po' cresciuto, sei fuori, sei un neonato, sei un bambino, sei un cugino, sei un ragazzo, sei un uomo, sei un padre, sei uno zio, sei un nonno, sei vecchio, ancora più vecchio, sei morto e poi morto stecchito.

Ehi, Pikachu, ne devi mangiare di pappa!

24 ottobre 2011

Alle poste

C’era questo cuginetto tirato su in una famiglia snobbizzata, cioè erano dei coglioni tipo noi ma volevano passare per quelli che l'invitano nei salotti bene a sparar cazzate.
Il bambino, tale Danilo, doveva sottostare suppergiù alle nostre regole educative solo un gradino più stringenti.
Noi si pranzava a mezzogiorno e mezzo e Danilo alle due, noi si masticava a bocca chiusa lui doveva pure respirare a bocca chiusa, noi si leggeva Diabolik e lui Il Giornalino, noi ci s’aveva le scarpe da ginnastica anche per andare alla messa e lui le scarpe da avvocato pure per giocare  a pallone.
A casa nostra non si potevano dire parolacce e a casa sua non si potevano dire paroline. Il vocabolo “parolaccia” con quel brutto suffisso dispregiativo era bandito, perché rappresentava un insieme di parole vietate nelle famiglie plebee. Dagli snob l’insieme di quei vocaboli indicibili che, di riffa o di raffa, il buon Danilo importava dalla scuola materna erano etichettati come “paroline”.
Danilo, questa è una brutta parolina / Non si dicono le paroline / Guai a te se ti sento ancora che ripeti le paroline.
Un mattino di un giorno qualunque mamma snob va alle Poste a pagare un bollettino recando seco il piccolino che canticchia a voce alta, come fanno i bambini. Chessò, immaginiamoci il motivetto di Furia Cavallo del West.
-    LA LA LALLALLALLALLA’  LA LALLALLALLALLA’ LALLALLALLALLA’ LALLA’ LALLALLA’’ LALLALLA’…
L’impiegata delle Poste ascolta rapita la performance canora di Danilo e guarda ammirata la mamma snob la quale, in quel momento, si sente ripagata di tutte le camicie che il suo ruolo di educatrice intransigente le ha fatto sudare, e si scioglie. Proprio. Quasi.
Finché l’impiegata fa:
-    Che bellino! Ma come canti bene, piccolino. Proprio una bella canzoncina. Ma le paroline, le paroline, non le sai?
-    Certo: bucaiola, merdaiola, vaffanculo!

p.s. snobbi si nasce.

15 ottobre 2011

Eternauta - La Sindrome

Ho scoperto a 15 anni di essere affetto dalla sindrome dell'Eternauta, anche se pure prima dell'uscita in Italia di questo capolavoro argentino del fumetto ne presentavo tutti i sintomi. Però non ero riuscito a darle un nome.
Succede che quando mi trovo in un ambiente per lo più chiuso, magari in attesa di qualcosa, in coda, e con il cervello non troppo impegnato, mi capita di pensare che fuori da lì, in quel preciso istante potrebbe cominciare a nevicare.
Bello, direte voi, romantico. Col cavolo! Sto parlando della neve aliena dell'Eternauta, un'arma micidiale utilizzata proprio all'inizio della storia (e così non svelo niente per quei tre che ancora non avranno letto il fumetto di Oesterheld).
Dunque potrebbe nevicare, fiocchi che uccidono al solo contatto, una situazione che ti costringe a barricarti all'interno del luogo in cui ti trovi in quel momento per salvare la pellaccia. Dentro, chiuso, in coatta compagnia dei tuoi simili che casualmente si trovavano lì con te in quel preciso istante.
Sull'autobus, ero spesso vittima di attacchi della sindrome dell'Eternauta. Altre volte nella sala d'attesa del dottore, in discoteca, in un bar, in un negozio. E mi succede anche adesso.
Immagino poi, che il gruppo eterogeneo rinchiuso in un ambiente per difendersi dalla letale nevicata debba iniziare a fare i conti con i bisogni primari dell'uomo e, non ultimo, a preoccuparsi della riproduzione per la salvaguardia della specie.
Più banalmente si può pensare che dopo qualche giorno in clausura venga voglia di sbrigare qualche pratica di natura sessuale. E che pure le donne, in tale situazione, non se la tirino come al solito.
È qui che si sviluppano dei pensieri porcini e si scatena la valutazione dei componenti del gruppo. Nella mia testa si formano due graduatorie distinte, quella maschile e quella femminile, che mettono in fila per fascino e bellezza tutti i presenti. Io dove mi piazzo fra gli uomini? Vediamo quello è un apollo, quello guarda che fisico, due giovanotti di vent'anni, sono quinto dai, quinto non è male. Allora poi scorro le femmine presenti e vedo com'è messa la quinta in classifica perché è quella che toccherebbe a me per le incombenze scoperecce.
Dal dottore di solito la sindrome mi attanaglia la gola perché giovani donne poche se ne vedono, ma già dal pediatra la situazione si presenta spesso interessante e più di una volta mi sono sorpreso a scrutare il cielo fuori dalle finestre, nella speranza che arrivi giù questa cazzo di neve radioattiva. O quello che è.
Juan Hombre Galvez
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