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9 febbraio 2019
Anch'io voglio fare il Cutugno-Sanremo
Premetto per i musicisti e gli esperti a sette note che io in materia sono una cippa.
Ma se si parla del Festival, signori, non sono secondo manco a Marino Bartoletti.
Tutti me li son visti, tutti da quando ho l'età della ragione (e no, non è da ieri :P)
Io c'ero ai tempi bui di Gilda o Mino Vergnaghi. C'ero per i Jalisse e perfino per Tiziana Rivale.
Beh, signori della corte, quello di quest'anno è il più bello di sempre. Lo dico senza ironia.
E forse è proprio perché è l'edizione numero 69 che Baglioni ha ribaltato tutto. Bravo il Claudio, o chi per lui ha selezionato i pezzi e gli artisti.
Beh, sì, non mi piacciono proprio tuttissimi ma ho visto, seppure a spizzichi e bocconi, delle performance davvero notevoli. Almeno accattivanti. Passabili via. Boh.
Ed eccola la mia classifica (sabato 9 febbraio 2019 - ore 16:00)
1 - Daniele Silvestri / Rancore - Argentovivo
Un capolavoro. Fine.
2 - Ultimo - I tuoi particolari
(La tua voce al mattino che grida BU)
3 - Arisa - Mi sento bene
(top Tony Hadley - che idea portare l'ex Spandau!)
4 - Mahmood - Soldi
(top Gué Pequeno)
5 - Loredana Berté - Cosa ti aspetti da me
(Voglio sempre bene a Loredana, anche in omaggio ai miei lavoretti adolescenziali dedicati a lei ed ai suoi succinti costumini su per i paginoni centrali di Sorrisi e Canzoni)
(top Irene Grandi)
Se vince uno di questi son contento.
Poi mi piacciono pure, in ordine più che sparso:
Achille Lauro - Rolls Royce
(Non vorrei, ma...)
Ghemon - Rose viola
(eh oh)
Negrita - I ragazzi stanno bene
(stanno benone)
Motta - Dov'è l'Italia
(Motta assomiglia un po' alla mi' cognata, ma a parte questo è a posto)
Nek - Mi farò trovare pronto
(Unnè male dai)
Boomdabash - Per un milione
(ma Per un miliardo proprio)
Zen Circus - L'amore è una dittatura
(Una scoperta, un'altra!)
Paola Turci - L'ultimo ostacolo
(Una sicurezza. Non vincerà mai ma è come se vincesse sempre)
Irama - La ragazza con il cuore di latta
(Sì ci sta che vinca lui, l'è bellino e l'è ruffiano. Per me però c'ha messo un po' troppa trama, bastava meno. Bello il "due" che rima con "due", magari inaugura un nuovo filone: autori sveglia! abbiamo finalmente trovato la rima per fegato)
(top Noemi)
Nigiotti ed Ex-otago non sentiti.
Il resto, no, non mi garbano.
5 febbraio 2019
Tizi che mi stanno sui coglioni senza un apparente motivo
Ma magari c'è.
Diciamo che non è questione di idee, né di tratti somatici o di espressioni facciali, più una roba di pelle. Di chimica, direbbe qualcuno.
Preciso che l'elenco non prevede quei personaggi che mi stanno sui coglioni ma per i quali conosco bene il motivo barra i motivi (era tanto che non scrivevo il "barra"). Non c'è Joffrey Baratheon di Game of Thrones, non c'è Capezzone, non c'è Mazzarri e non c'è Trump tanto per essere chiari
Li ho divisi un po' per settori, non volevo non sopportare troppa gente dello stesso ambiente, ecco, altrimenti poi non mi invitano più alle feste.
Letteratura:
Erri de Luca
Michela Murgia
Andrea de Carlo
Ospitoni:
Mauro Corona
Beppe Severgnini
Massimo Cacciari
Spettacolo:
Luca Laurenti
Lady Gaga
Fabio Fazio
Sport:
Gian Piero Gasperini
Gianluigi Buffon
Gonzalo Higuain
Musica:
Il Volo
Luciano Ligabue
Tiromancino
Cinema:
Gwyneth Paltrow
Russell Crowe
Colin Farrell
Politica:
Theresa May
Massimo D'Alema
Emmanuel Macron
Tivù:
Enrico Bertolino
Giancarlo Magalli
Alessia Marcuzzi
Personaggi tivù:
Phoebe di Friends
Virgilio ne La Divina Commedia
Richie Cunningham di Happy days
Letteratura:
Lucia Mondella da I Promessi Sposi
Livia quel che è da Il commissario Montalbano
Aliena da I Pilastri della terra
Fumetti:
Tex Willer
Topolino
Superman
Vita vera:
Quello che in piscina occupa sempre la corsia due
Quello più simpatico di tutti a mensa
Quella che canta come Mina, ha la testa della Montalcini e i figli di Cornelia
Diciamo che non è questione di idee, né di tratti somatici o di espressioni facciali, più una roba di pelle. Di chimica, direbbe qualcuno.
Preciso che l'elenco non prevede quei personaggi che mi stanno sui coglioni ma per i quali conosco bene il motivo barra i motivi (era tanto che non scrivevo il "barra"). Non c'è Joffrey Baratheon di Game of Thrones, non c'è Capezzone, non c'è Mazzarri e non c'è Trump tanto per essere chiari
Li ho divisi un po' per settori, non volevo non sopportare troppa gente dello stesso ambiente, ecco, altrimenti poi non mi invitano più alle feste.
Letteratura:
Erri de Luca
Michela Murgia
Andrea de Carlo
Ospitoni:
Mauro Corona
Beppe Severgnini
Massimo Cacciari
Spettacolo:
Luca Laurenti
Lady Gaga
Fabio Fazio
Sport:
Gian Piero Gasperini
Gianluigi Buffon
Gonzalo Higuain
Musica:
Il Volo
Luciano Ligabue
Tiromancino
Cinema:
Gwyneth Paltrow
Russell Crowe
Colin Farrell
Politica:
Theresa May
Massimo D'Alema
Emmanuel Macron
Tivù:
Enrico Bertolino
Giancarlo Magalli
Alessia Marcuzzi
Personaggi tivù:
Phoebe di Friends
Virgilio ne La Divina Commedia
Richie Cunningham di Happy days
Letteratura:
Lucia Mondella da I Promessi Sposi
Livia quel che è da Il commissario Montalbano
Aliena da I Pilastri della terra
Fumetti:
Tex Willer
Topolino
Superman
Vita vera:
Quello che in piscina occupa sempre la corsia due
Quello più simpatico di tutti a mensa
Quella che canta come Mina, ha la testa della Montalcini e i figli di Cornelia
18 gennaio 2019
Il libro più sopravvalutato di sempre
È andata così, io ti parlo di Lolita, immenso capolavoro, e tu te ne esci con una personalissima associazione di idee che ti porta a consigliarmi - in analogia - Il maestro e Margherita.
Orpo, faccio io, che culo! Finisco uno e attacco l'altro, oso pensare, in una mancata soluzione della continuità narrativa di livello alto
E invece niente, la storia non mi piace (anzi), la scrittura non mi colpisce (anzi), va che lo lascio a metà. E poi lo metto proprio via per non rischiare che mi ricapiti in mano per sbaglio.
Il voto in carver non glielo do, per correttezza visto che non l'ho finito.
Dolcemetà, che l'aveva letto in passato, interrogata sul romanzo ha sentenziato: Mi ricordo c'era un gatto, forse citando involontariamente Woody Allen con il suo Parla della Russia riferito a Guerra e Pace.
Che poi il libro abbia una sua valenza, posso anche concederlo, ma ritrovarmelo ad ogni pie' sospinto tra i classici della letteratura o tra le liste dei 10, 100, libri che dovete assolutamente leggere prima di crepare... boh, mi sembra una collocazione immeritata.
Poi ho pensato a cosa ti abbia fatto saltare da Lolita a Il Maestro e Margherita. No, non credo la rima dei titoli, ma la rima dell'autore, quello sì.
Hai pensato Nabokov, ti è venuto in mente Bulgakov, ci sta, non dico di no, e Taac me l'hai propinato.
A supporto della mia tesi, leggo una frase nell'internet che mi lascia ancora più stupefatto:
Secondo il parere di molti lettori Il maestro e Margherita è il miglior romanzo russo del secolo.
O, più semplicemente, sono un coglione io.
Orpo, faccio io, che culo! Finisco uno e attacco l'altro, oso pensare, in una mancata soluzione della continuità narrativa di livello alto
E invece niente, la storia non mi piace (anzi), la scrittura non mi colpisce (anzi), va che lo lascio a metà. E poi lo metto proprio via per non rischiare che mi ricapiti in mano per sbaglio.
Il voto in carver non glielo do, per correttezza visto che non l'ho finito.
Dolcemetà, che l'aveva letto in passato, interrogata sul romanzo ha sentenziato: Mi ricordo c'era un gatto, forse citando involontariamente Woody Allen con il suo Parla della Russia riferito a Guerra e Pace.
Che poi il libro abbia una sua valenza, posso anche concederlo, ma ritrovarmelo ad ogni pie' sospinto tra i classici della letteratura o tra le liste dei 10, 100, libri che dovete assolutamente leggere prima di crepare... boh, mi sembra una collocazione immeritata.
Poi ho pensato a cosa ti abbia fatto saltare da Lolita a Il Maestro e Margherita. No, non credo la rima dei titoli, ma la rima dell'autore, quello sì.
Hai pensato Nabokov, ti è venuto in mente Bulgakov, ci sta, non dico di no, e Taac me l'hai propinato.
A supporto della mia tesi, leggo una frase nell'internet che mi lascia ancora più stupefatto:
Secondo il parere di molti lettori Il maestro e Margherita è il miglior romanzo russo del secolo.
O, più semplicemente, sono un coglione io.
26 settembre 2016
Molti partecipano, uno vince
Quando arriviamo in ufficio al mattino ognuno canta o fischietta la sua canzone, o magari la fa in lallallà.
Chi l'ha sentita in radio, chi ce l'ha in testa dal giorno prima, chi la suoneria d'un telefono, chi sa solo quella e chi vattelappesca perché, ognuno la sua.
Poi, man mano durante la giornata, si avvia uno scontro durissimo, una sorta di cempionslìg a eliminazione diretta.
I motivi si sfidano in battaglie sanguinose.
A nostra insaputa.
Già verso l'ora di pranzo le arie riprodotte in giro saranno due o tre, ma alla fine della giornata ne resterà solo una.
Non c'è una volontarietà in questo, a volte ti si appiccica quella del collega e a volte gli attacchi te la tua, così senza un motivo razionale.
Poi capita che dalla finestra senti un povero diavolo per strada che squarciagola un bella senz'anima, che lo capisci non è Cocciante manco pe' gnente, epperò c'ha un fascino suo e mette i brividi, irresistibile tra i rumori mezzo affogati e noiosi di un lunedì mattina in città.
E alla sera son tutti lì che adesso spogliati!
Chi l'ha sentita in radio, chi ce l'ha in testa dal giorno prima, chi la suoneria d'un telefono, chi sa solo quella e chi vattelappesca perché, ognuno la sua.
Poi, man mano durante la giornata, si avvia uno scontro durissimo, una sorta di cempionslìg a eliminazione diretta.
I motivi si sfidano in battaglie sanguinose.
A nostra insaputa.
Già verso l'ora di pranzo le arie riprodotte in giro saranno due o tre, ma alla fine della giornata ne resterà solo una.
Non c'è una volontarietà in questo, a volte ti si appiccica quella del collega e a volte gli attacchi te la tua, così senza un motivo razionale.
Poi capita che dalla finestra senti un povero diavolo per strada che squarciagola un bella senz'anima, che lo capisci non è Cocciante manco pe' gnente, epperò c'ha un fascino suo e mette i brividi, irresistibile tra i rumori mezzo affogati e noiosi di un lunedì mattina in città.
E alla sera son tutti lì che adesso spogliati!
24 marzo 2016
Tutti volevano essere Cruyff
Il problema era che tutti volevano essere Cruyff. Il giocatore dell'Ajax aveva appena iniziato a marcare la sua impronta nella storia del calcio che già, in tutta l'area del globo appartenente alle terre emerse, i ragazzini di ogni età non desideravano altro che incarnarsi nel fenomenale olandese, per una partita, per mezz'ora, o anche soltanto per il tempo necessario a calciare un rigore.
(Bande)
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Essere Johan Cruyff
Olanda desolata
1 dicembre 2014
Ieri tua madre ti dava TuSaiCosa ®
Gratta gratta siamo tutti un po' Harry Potter.
E tutti abbiamo un nemico oscuro e innominabile.
Certe volte è interpretato da Ralph Fiennes e altre volte dalla crema spalmabile alle nocciole.
Ma finalmente la Ferrero l'ha capito, pare.
Grazie
___________________________
bibliografia:
Odore di chiuso
Decalogo anti TuSaiCosa
La vita agra
Cicero pro domo sua
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alimentazione,
cazzeggio,
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dieta,
miti,
tivù,
tu sai cosa,
vita
25 novembre 2014
La Morte Sospesa - Touching the Void
Qui si spoilera, ve lo dico, una vera e propria pioggia di spoiler come dio, o chi per lui, la manda.
Se hai intenzione di leggere il libro ti do due consigli. Uno, inizia direttamente dalle parole di Joe Simpson saltando tutte le varie copertine, la prefazione e la premessa; secondo, smetti di leggere ADESSO questo post.
Dalla Seconda di copertina
Nel giugno 1985, due alpinisti britannici, il venticinquenne Joe Simpson e il suo compagno di cordata, Simon Yates, hanno appena raggiunto la vetta del Siula Grande (6536 metri) nelle Ande peruviane, salendo per la prima volta la parete Ovest. Colti, sulla cima, da una violenta bufera, i due scendono lungo una ripida parete innevata, ma Simpson perde un appoggio e precipita su una roccia rompendosi una gamba. Yates cerca di calarlo per seracchi di ghiaccio con laboriose manovre di corda. Nonostante il gelo e l'oscurità tutto sembra procedere fino a quando non accade l'imprevisto: la parete è interrotta da uno strapiombo sotto il quale Joe si trova appeso, inerme. Simon non riesce a issarlo e rischia di venire trascinato anche lui nel vuoto…
Mi fermo, anche se il testo prosegue, qui mi è già venuta voglia di posare il volume se sono in libreria.
L’ebook non ha la seconda di copertina, almeno quello.
Dalla Prefazione di Mirella Tenderini (aprile 2011), 4 pagine
La morte sospesa è un libro diverso che si colloca tra i libri di alpinismo soltanto perché quando Joe Simpson, già infortunato, precipitò nel vuoto atterrando miracolosamente su una cengia di neve soffice…
per poi insistere con un vero e proprio riassunto di tutta la vicenda con una dovizia di particolari inquietante.
Dall’Introduzione di Chris Bonington (1988), 2 pagine
... una delle storie di sopravvivenza più straordinarie che abbia mai letto… Dal momento in cui Joe cadendo si rompe una gamba, fino alla fine della sua solitaria odissea, quando arriva strisciando al campo base…
Ed ecco che anche l’ultima sorpresina se ne va, e la lettura del testo dell’autore ancora non è cominciata.
Poi – FINALMENTE – prende il via La Morte Sospesa di Joe Simpson, ma è tardi, in eccezione al meglio rispetto al mai.
Davvero non riesco a comprendere una scelta editoriale così decisa e così - come dire? - SBAGLIATA. È l’unico aggettivo con il quale riesco a qualificarla.
E non che presentare una storia vera debba introdurre una sorta di tolleranza allo spoiler o, peggio, auspicarla. Non è un articolo di cronaca che per esigenze giornalistiche deve essere sintetizzato già nelle poche parole usate per il titolo, qui si tratta di vendere più copie possibili di un libro, nell’interesse di Simpson e dell’editore (Corbaccio), e l’assurda zappata che si danno sui piedi ferisce fatalmente anche il lettore.
Su Repubblica del 26 ottobre scorso esce Non dirmi come va a finire, un pezzo spregiudicato ed ironico di Gabriele Romagnoli sulla questio spoiler.
SPOILER alert: al termine di questo articolo, in Brasile, una donna morirà. E quindi, che si fa: si smette di leggere perché la fine è nota? O si prosegue per scoprire che cosa c'entra una casalinga di Recife con l'anticipazione di una trama?
Cominciamo col dire che l’incipit scelto da Romagnoli è furbescamente fuorviante e tende a generare empatia per lo spoiler, però truccando le carte. Lo spoiler è tale perché anticipa qualcosa sull’oggetto di discussione (romanzo, film, o articolo di giornale in questo caso) non perché propone divinazioni più o meno scontate su fenomeni che magari si realizzeranno sì, ma in tutt’altri contesti.
Detto ciò il pezzo prosegue:
Due amici si incontrano uno ha già visto la nuova stagione di True Detective l’altro no. Cosa succederà? Ecco l’era dello spoiler. Un tempo, da Star Wars a Psycho si riusciva a proteggere il colpo di scena. Ora viviamo in una ucronia(*) collettiva. Libri, film e serie tv fluiscono in uno spazio-tempo che elude i confini, rimbalza da satelliti, cade nella rete. La fruizione non è più guidata ma libera.
...
... chi non sa che Ulisse torna a casa e fa un massacro?
Ma anche il paragone con l’Odissea non è rispettoso di un’analisi oggettiva, perché spoilerare un classico non ha e non può avere la valenza di spoilerare un film che ancora deve uscire o il finale di una serie TV.
Ci sono da fare considerazioni sui tempi anche. Si parla, ad esempio, de Il Sesto Senso e di come la produzione impose l’assoluto riserbo sulla pellicola per preservare l’effetto sorpresa allo spettatore, ma paradossalmente adesso lo spoiler su quel film è depenalizzato e se incontri qualcuno che non l’ha ancora visto sei quasi autorizzato e tenuto a spifferarglielo, a mo’ di punizione.
Romagnoli chiude con una riflessione sulla vita…
...poiché la nostra esistenza soggiace all’unico spoiler ineludibile, viviamo eludendo il quando e il come ma non il se.
Particolare anche la visione di Guia Soncini, sulla pagina accanto, che scaglia un vero e proprio attacco contro i lagnoni dello spoiler, oltre a esporre la sua teoria di ideale lettura:
L'estate della seconda media la passai a leggere tutti i romanzi di Agatha Christie. Tutti con lo stesso metodo: prima la lista dei personaggi che c'era all'inizio; poi le ultime cinque pagine, quelle in cui miss Marple o Poirot svelavano l'assassino; infine il libro dall'inizio: sapendo già chi erano i cattivi e a chi dovevo fare attenzione, potevo godermi la storia senza concentrarmi sui personaggi sbagliati.
Ma qui siamo all’eresia pura, lascio ad altri il compito di santinquisire.
In definitiva sarei davvero curioso di conoscere le motivazioni che hanno portato Corbaccio a confezionare la storia di Joe Simpson così, magari chiedo.
(*) ucronia, devo dire, è bello.
p.s. Simpson e Yates a tutt’oggi restano gli unici alpinisti ad avere scalato la parete ovest del Siula Grande.
edit p.s. avete provato a intonare Touching the void al ritmo di Pump up the volume? Secondo me funziona.
Se hai intenzione di leggere il libro ti do due consigli. Uno, inizia direttamente dalle parole di Joe Simpson saltando tutte le varie copertine, la prefazione e la premessa; secondo, smetti di leggere ADESSO questo post.
Dalla Seconda di copertina
Nel giugno 1985, due alpinisti britannici, il venticinquenne Joe Simpson e il suo compagno di cordata, Simon Yates, hanno appena raggiunto la vetta del Siula Grande (6536 metri) nelle Ande peruviane, salendo per la prima volta la parete Ovest. Colti, sulla cima, da una violenta bufera, i due scendono lungo una ripida parete innevata, ma Simpson perde un appoggio e precipita su una roccia rompendosi una gamba. Yates cerca di calarlo per seracchi di ghiaccio con laboriose manovre di corda. Nonostante il gelo e l'oscurità tutto sembra procedere fino a quando non accade l'imprevisto: la parete è interrotta da uno strapiombo sotto il quale Joe si trova appeso, inerme. Simon non riesce a issarlo e rischia di venire trascinato anche lui nel vuoto…
Mi fermo, anche se il testo prosegue, qui mi è già venuta voglia di posare il volume se sono in libreria.
L’ebook non ha la seconda di copertina, almeno quello.
Dalla Prefazione di Mirella Tenderini (aprile 2011), 4 pagine
La morte sospesa è un libro diverso che si colloca tra i libri di alpinismo soltanto perché quando Joe Simpson, già infortunato, precipitò nel vuoto atterrando miracolosamente su una cengia di neve soffice…
per poi insistere con un vero e proprio riassunto di tutta la vicenda con una dovizia di particolari inquietante.
Dall’Introduzione di Chris Bonington (1988), 2 pagine
... una delle storie di sopravvivenza più straordinarie che abbia mai letto… Dal momento in cui Joe cadendo si rompe una gamba, fino alla fine della sua solitaria odissea, quando arriva strisciando al campo base…
Ed ecco che anche l’ultima sorpresina se ne va, e la lettura del testo dell’autore ancora non è cominciata.
Poi – FINALMENTE – prende il via La Morte Sospesa di Joe Simpson, ma è tardi, in eccezione al meglio rispetto al mai.
Davvero non riesco a comprendere una scelta editoriale così decisa e così - come dire? - SBAGLIATA. È l’unico aggettivo con il quale riesco a qualificarla.
E non che presentare una storia vera debba introdurre una sorta di tolleranza allo spoiler o, peggio, auspicarla. Non è un articolo di cronaca che per esigenze giornalistiche deve essere sintetizzato già nelle poche parole usate per il titolo, qui si tratta di vendere più copie possibili di un libro, nell’interesse di Simpson e dell’editore (Corbaccio), e l’assurda zappata che si danno sui piedi ferisce fatalmente anche il lettore.
Su Repubblica del 26 ottobre scorso esce Non dirmi come va a finire, un pezzo spregiudicato ed ironico di Gabriele Romagnoli sulla questio spoiler.
SPOILER alert: al termine di questo articolo, in Brasile, una donna morirà. E quindi, che si fa: si smette di leggere perché la fine è nota? O si prosegue per scoprire che cosa c'entra una casalinga di Recife con l'anticipazione di una trama?
Cominciamo col dire che l’incipit scelto da Romagnoli è furbescamente fuorviante e tende a generare empatia per lo spoiler, però truccando le carte. Lo spoiler è tale perché anticipa qualcosa sull’oggetto di discussione (romanzo, film, o articolo di giornale in questo caso) non perché propone divinazioni più o meno scontate su fenomeni che magari si realizzeranno sì, ma in tutt’altri contesti.
Detto ciò il pezzo prosegue:
Due amici si incontrano uno ha già visto la nuova stagione di True Detective l’altro no. Cosa succederà? Ecco l’era dello spoiler. Un tempo, da Star Wars a Psycho si riusciva a proteggere il colpo di scena. Ora viviamo in una ucronia(*) collettiva. Libri, film e serie tv fluiscono in uno spazio-tempo che elude i confini, rimbalza da satelliti, cade nella rete. La fruizione non è più guidata ma libera.
...
... chi non sa che Ulisse torna a casa e fa un massacro?
Ma anche il paragone con l’Odissea non è rispettoso di un’analisi oggettiva, perché spoilerare un classico non ha e non può avere la valenza di spoilerare un film che ancora deve uscire o il finale di una serie TV.
Ci sono da fare considerazioni sui tempi anche. Si parla, ad esempio, de Il Sesto Senso e di come la produzione impose l’assoluto riserbo sulla pellicola per preservare l’effetto sorpresa allo spettatore, ma paradossalmente adesso lo spoiler su quel film è depenalizzato e se incontri qualcuno che non l’ha ancora visto sei quasi autorizzato e tenuto a spifferarglielo, a mo’ di punizione.
Romagnoli chiude con una riflessione sulla vita…
...poiché la nostra esistenza soggiace all’unico spoiler ineludibile, viviamo eludendo il quando e il come ma non il se.
Particolare anche la visione di Guia Soncini, sulla pagina accanto, che scaglia un vero e proprio attacco contro i lagnoni dello spoiler, oltre a esporre la sua teoria di ideale lettura:
L'estate della seconda media la passai a leggere tutti i romanzi di Agatha Christie. Tutti con lo stesso metodo: prima la lista dei personaggi che c'era all'inizio; poi le ultime cinque pagine, quelle in cui miss Marple o Poirot svelavano l'assassino; infine il libro dall'inizio: sapendo già chi erano i cattivi e a chi dovevo fare attenzione, potevo godermi la storia senza concentrarmi sui personaggi sbagliati.
Ma qui siamo all’eresia pura, lascio ad altri il compito di santinquisire.
In definitiva sarei davvero curioso di conoscere le motivazioni che hanno portato Corbaccio a confezionare la storia di Joe Simpson così, magari chiedo.
(*) ucronia, devo dire, è bello.
p.s. Simpson e Yates a tutt’oggi restano gli unici alpinisti ad avere scalato la parete ovest del Siula Grande.
edit p.s. avete provato a intonare Touching the void al ritmo di Pump up the volume? Secondo me funziona.
7 novembre 2014
Gigi Riva Settanta
- Biglietto d'auguri aperto a Gigi Riva -
Mi sento un po' come Schroeder e il compleanno di Beethoven.
Del resto la mia infantile passione per Gigi Riva calciatore, passione appesantita dalla stima e dall'assoluto rispetto per il Gigi Riva uomo, è cosa nota.
Gigi non se la tira e lo potevi già vedere da come esultava dopo un gol o da come abbracciava un compagno che aveva segnato.
E non è che servano tante smancerie per fargli sentire che ci siamo, alla fine è un uomo semplice non sarà organizzata una fottuta festa di una decina d'ore con la Raffa in sottofondo che intima a far l'amore comincia tu.
Basta meno: Auguri Gigi.
E scusa se mi sono biecamente approfittato di mio figlio per rappresentarti in un disegno. È probabilmente il disegno che ti avrei inviato quando avevo la sua età se solo avessi saputo dove spedirtelo o fossi stato un filo più intraprendente.
La foto da copiare l'ha scelta France, è tratta da un Io Proprio Io dell'Intrepido, e i ragazzi di allora sanno di cosa parlo. La ricordi?
È la finale mondiale di Messico '70 - sì settanta - e tu stai volando per colpire di testa.
____________________________________
Gigi Riva - La Saga
Indovina chi è venuto a cena
BEI TEMPI
Pollice verso Pollice recto
____________________________________
edit
Dal profondo del cuore voglio ringraziare tutti coloro che con tanto affetto mi hanno dedicato un pensiero augurale in occasione del mio 70° compleanno: dal vertice dello Stato al comune cittadino avete voluto farmi sentire la vostra vicinanza con intensità commovente e inaspettata. Immensamente felice vi stringo tutti in un forte abbraccio.
(Gigi Riva)
22 settembre 2014
Ti ho sposato per un pappagallo
Che poi le affinità erano altre, che diamine, ma nella tua dote c’era questo fantastico attrezzo blu (fidatevi, è blu) che io adoravo quando c’erano da fare i lavori e adoro anche adesso che è un po’ più mio.
In realtà non avevi molto di più come attrezzi: un cercafase mi par di ricordare, un cacciavite a stella e mi sa un martello. Ma era pacifico che con il versatile pappagallo blu si risolvessero tutta una serie di questioni della casa senza ricorrere ad arnesi specifici tipo pinze, tenaglie o tronchesi.
Anche nella mia famiglia d’origine possedevamo un pappagallo - che no? - è che era un mezzo residuato bellico. Tra le altre cose per regolare l’ampiezza della stretta c’era addirittura un bullone che rallentava le operazioni d’utilizzo, inoltre, una parte del manico era concava per accogliere, a pappagallo chiuso, l’altra metà del manico e spesso un frinzello di ciccia tua, in quel pizzico mortale conosciuto dalle mie parti col nome di pulcesecca (*).
Alla fine per entrarne in possesso ho preso una decisione forse un tantino azzardata, ma tant’è, al cuor d'aggiustator non si comanda.
(*) E dalle parti tue?
In realtà non avevi molto di più come attrezzi: un cercafase mi par di ricordare, un cacciavite a stella e mi sa un martello. Ma era pacifico che con il versatile pappagallo blu si risolvessero tutta una serie di questioni della casa senza ricorrere ad arnesi specifici tipo pinze, tenaglie o tronchesi.
Anche nella mia famiglia d’origine possedevamo un pappagallo - che no? - è che era un mezzo residuato bellico. Tra le altre cose per regolare l’ampiezza della stretta c’era addirittura un bullone che rallentava le operazioni d’utilizzo, inoltre, una parte del manico era concava per accogliere, a pappagallo chiuso, l’altra metà del manico e spesso un frinzello di ciccia tua, in quel pizzico mortale conosciuto dalle mie parti col nome di pulcesecca (*).
Alla fine per entrarne in possesso ho preso una decisione forse un tantino azzardata, ma tant’è, al cuor d'aggiustator non si comanda.
(*) E dalle parti tue?
26 dicembre 2013
Vita di David Foster Wallace
Sapete come funziona col Kindle, no? Evidenziate le righe che vi attizzano mentre leggete un testo e poi ve le ritrovate ne I miei ritagli. Ecco, queste suppergiù sono le mie per quanto riguarda Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (3,3 carver) il libro di D. T. Max (Einaudi - trad. Alessandro Mari) anche se il lavoro poi l’ho fatto a mano, ché l'avevo cartaceo.
Non se ne deduce il contesto, non sono legate l’una all’altra, non sono filtrate e non hanno probabilmente neppure un senso, se non il mio.
_____________________________________
La sua famiglia era nativa del Maine.
Proveniva da una famiglia di talenti in cui regnava l’amore, non tanto diversa dai Glass di Salinger.
Il torace mi sussulta come una centrifuga in azione con delle scarpe dentro.
Costello rammenta una lettera in cui l’amico gli annunciava di voler scrivere un romanzo da leggersi “anche tra mille anni”.
Avrebbe poi dichiarato che la narrativa gli impegnava il novantasette per cento del cervello, mentre la filosofia solo il cinquanta.
Per di più rimuginava ancora sul venerabile consiglio letterario ricevuta da Lelchuk: “Non dire, metti in scena”.
L’incipit del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein era uno dei due migliori incipit della letteratura occidentale: Il mondo è tutto ciò che accade. L’altro incipit che Wallace considerava d’ineguagliabile bellezza era quello de La Scialuppa di Stephen Crane: Non c’era uomo che conoscesse il colore del cielo.
Il tono piatto ma evocativo dei dialoghi (in La scopa del sistema) proviene da DeLillo, di cui Wallace aveva letto alcuni romanzi durante la stesura
Quando Wallace diede il romanzo a McLagan, l’amico lesse alcune pagine e glielo restistuì: non aveva tempo da sprecare con gli epigoni.
Nel corso degli anni Wallace sarebbe arrivato a disconoscere il romanzo parlando di un’opera scritta da un quattordicenne cervellone.
S’infatuò d’un musicista che stava componendo un brano servendosi del diabulus in musica – il tritono, la quarta aumentata che la chiesa aveva giudicato tanto ammaliante da metterla al bando.
Wallace definì lo stile dei minimalisti come “realismo catatonico anche detto ultraminimalismo anche detto Carver malriuscito”.
A questo punto ho ambizioni modeste che principalmente ruotano attorno al restare in vita.
Wallace si sottopose a sei sedute di elettroshock.
Di Lester Bangs Wallace apprezzava la prosa tripudiante perché, con ogni probabilità, si avvicinava più di ogni altro scritto al suo modo di parlare. L’espressione di Bangs “un’erezione del cuore” divenne una delle sue preferite.
Pochi mesi dopo il suo arrivo, Wallace aveva già abbozzato una scena basata su Big Craig, uno dei residenti più intriganti della Granada House. Big Craig – Don Gately nel romanzo.
Se le parole sono tutto ciò che abbiamo, sono dio e il mondo, allora dobbiamo trattarle con attenzione e rigore: dobbiamo venerarle.
A Syracuse [...] Franzen e Wallace passarono in automobile per la strada in cui Raymond Carver aveva abitato durante gli anni Ottanta quando lavorava all’Università; il prezzo della casa in cui aveva dimorato era stato maggiorato di diecimila dollari per via della sua fama.
Wallace annotò “Scrittura Successo Fama Sesso” Il suo proposito era di diventare un individuo per cui il desiderio delle ultime tre non motivasse la prima.
E David sentiva la mancanza di Mary Karr [...] tuttavia l’aveva portata con sé, trasformandola in un personaggio del romanzo. Joelle Van Dyne, conosciuta anche col nome di Madame Psychosis.
Wallace ricordò a Pietsch che la trama del libro che aveva comprato “si era sempre avvicinata di più a un arco, che a una linea destinata a trovare conclusione”.
Un’idea per accorciare il libro senza doverlo accorciare più del possibile: note.
Pietsch: Le conversazioni tra Marathe e Steeply sulla montagna sono la parte del romanzo che ho in assoluto meno voglia di rileggere.
Le risposte esistevano, insisteva Wallace con il suo editor, ma erano al di là dell’ultima pagina; Infinite Jest doveva proseguire nella mente dei lettori, ovvero si trattava di una narrativa pensata per descrivere la traiettoria di un ampio arco, non un triangolo di Freytag.
I parallelismi tra la vicenda biografica di Dostoevskij e la propria catturavano la sua attenzione, così come già avevano fatto al tempo della permanenza presso la Granada House.
Raccontò all’amica Debra Spark di essere caduto “nell’ottavo girone dell’inferno: i-correttori-di-bozze-dei-correttori-di-bozze”.
Leggere Infinite Jest avrebbe voluto dire accettare una sfida.
A un certo punto alcune linee parallele dovrebbero cominciare a convergere in modo che il lettore possa proiettare una “fine” al di là della struttura fisica del libro. Se nel vostro caso non si è realizzata nessuna convergenza del genere, allora vuol dire che con voi il libro ha fallito.
Penso che la mia scrittura sia migliorata, ma scrivere è meno Divertente di quanto non fosse.
Dedicò molto tempo alle lettere pur di procrastinare, e l’argomento di molte fu il suo procrastinare.
Rievocò Faulkner, secondo cui scrivere un romanzo era come erigere un pollaio durante un uragano.
Aveva l’abitudine di ripetere alle sue classi d’allievi che un romanziere è tenuto a conoscere il suo soggetto abbastanza bene da ingannare il suo vicino di posto a bordo di un aeroplano.
Il quotidiano satirico “Onion” nel 2003 pubblicò un pezzo intitolato: Fidanzata abbandona lettera di rottura di David Foster Wallace a pagina 20.
Aveva fatto tirare una riga sul nome “Mary” del suo tatuaggio ormai sbiadito, e aveva aggiunto un asterisco sotto il cuore; più sotto aveva collocato un secondo asterisco e il nome “Karen”, trasformando il proprio braccio in una nota a piè di pagina in carne e ossa.
Chad Hardbach (editor della rivista letteraria n+1): “L’opera del ’96 di David Foster Wallace è ormai assurta al ruolo di romanzo americano fondamentale degli ultimi trent’anni, la stella di prima grandezza attorno a cui orbitano lavori di minore importanza”. Infinite Jest era diventato Il Giovane Holden di una generazione che aveva letto Il Giovane Holden sui banchi di scuola.
In Infinite Jest, quando uno dei personaggi muore, si ritrova “catapultato verso casa oltre […] le palizzate di vetro della Convessità a una velocità disperata, sale verso nord e grida un richiamo alle armi chiaro e cristallino e quasi matericamente allarmato in tutte le lingue conosciute del mondo.
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p.s. e mica lo sapevo cos’era un epigono.
Non se ne deduce il contesto, non sono legate l’una all’altra, non sono filtrate e non hanno probabilmente neppure un senso, se non il mio.
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La sua famiglia era nativa del Maine.
Proveniva da una famiglia di talenti in cui regnava l’amore, non tanto diversa dai Glass di Salinger.
Il torace mi sussulta come una centrifuga in azione con delle scarpe dentro.
Costello rammenta una lettera in cui l’amico gli annunciava di voler scrivere un romanzo da leggersi “anche tra mille anni”.
Avrebbe poi dichiarato che la narrativa gli impegnava il novantasette per cento del cervello, mentre la filosofia solo il cinquanta.
Per di più rimuginava ancora sul venerabile consiglio letterario ricevuta da Lelchuk: “Non dire, metti in scena”.
L’incipit del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein era uno dei due migliori incipit della letteratura occidentale: Il mondo è tutto ciò che accade. L’altro incipit che Wallace considerava d’ineguagliabile bellezza era quello de La Scialuppa di Stephen Crane: Non c’era uomo che conoscesse il colore del cielo.
Il tono piatto ma evocativo dei dialoghi (in La scopa del sistema) proviene da DeLillo, di cui Wallace aveva letto alcuni romanzi durante la stesura
Quando Wallace diede il romanzo a McLagan, l’amico lesse alcune pagine e glielo restistuì: non aveva tempo da sprecare con gli epigoni.
Nel corso degli anni Wallace sarebbe arrivato a disconoscere il romanzo parlando di un’opera scritta da un quattordicenne cervellone.
S’infatuò d’un musicista che stava componendo un brano servendosi del diabulus in musica – il tritono, la quarta aumentata che la chiesa aveva giudicato tanto ammaliante da metterla al bando.
Wallace definì lo stile dei minimalisti come “realismo catatonico anche detto ultraminimalismo anche detto Carver malriuscito”.
A questo punto ho ambizioni modeste che principalmente ruotano attorno al restare in vita.
Wallace si sottopose a sei sedute di elettroshock.
Di Lester Bangs Wallace apprezzava la prosa tripudiante perché, con ogni probabilità, si avvicinava più di ogni altro scritto al suo modo di parlare. L’espressione di Bangs “un’erezione del cuore” divenne una delle sue preferite.
Pochi mesi dopo il suo arrivo, Wallace aveva già abbozzato una scena basata su Big Craig, uno dei residenti più intriganti della Granada House. Big Craig – Don Gately nel romanzo.
Se le parole sono tutto ciò che abbiamo, sono dio e il mondo, allora dobbiamo trattarle con attenzione e rigore: dobbiamo venerarle.
A Syracuse [...] Franzen e Wallace passarono in automobile per la strada in cui Raymond Carver aveva abitato durante gli anni Ottanta quando lavorava all’Università; il prezzo della casa in cui aveva dimorato era stato maggiorato di diecimila dollari per via della sua fama.
Wallace annotò “Scrittura Successo Fama Sesso” Il suo proposito era di diventare un individuo per cui il desiderio delle ultime tre non motivasse la prima.
E David sentiva la mancanza di Mary Karr [...] tuttavia l’aveva portata con sé, trasformandola in un personaggio del romanzo. Joelle Van Dyne, conosciuta anche col nome di Madame Psychosis.
Wallace ricordò a Pietsch che la trama del libro che aveva comprato “si era sempre avvicinata di più a un arco, che a una linea destinata a trovare conclusione”.
Un’idea per accorciare il libro senza doverlo accorciare più del possibile: note.
Pietsch: Le conversazioni tra Marathe e Steeply sulla montagna sono la parte del romanzo che ho in assoluto meno voglia di rileggere.
Le risposte esistevano, insisteva Wallace con il suo editor, ma erano al di là dell’ultima pagina; Infinite Jest doveva proseguire nella mente dei lettori, ovvero si trattava di una narrativa pensata per descrivere la traiettoria di un ampio arco, non un triangolo di Freytag.
I parallelismi tra la vicenda biografica di Dostoevskij e la propria catturavano la sua attenzione, così come già avevano fatto al tempo della permanenza presso la Granada House.
Raccontò all’amica Debra Spark di essere caduto “nell’ottavo girone dell’inferno: i-correttori-di-bozze-dei-correttori-di-bozze”.
Leggere Infinite Jest avrebbe voluto dire accettare una sfida.
A un certo punto alcune linee parallele dovrebbero cominciare a convergere in modo che il lettore possa proiettare una “fine” al di là della struttura fisica del libro. Se nel vostro caso non si è realizzata nessuna convergenza del genere, allora vuol dire che con voi il libro ha fallito.
Penso che la mia scrittura sia migliorata, ma scrivere è meno Divertente di quanto non fosse.
Dedicò molto tempo alle lettere pur di procrastinare, e l’argomento di molte fu il suo procrastinare.
Rievocò Faulkner, secondo cui scrivere un romanzo era come erigere un pollaio durante un uragano.
Aveva l’abitudine di ripetere alle sue classi d’allievi che un romanziere è tenuto a conoscere il suo soggetto abbastanza bene da ingannare il suo vicino di posto a bordo di un aeroplano.
Il quotidiano satirico “Onion” nel 2003 pubblicò un pezzo intitolato: Fidanzata abbandona lettera di rottura di David Foster Wallace a pagina 20.
Aveva fatto tirare una riga sul nome “Mary” del suo tatuaggio ormai sbiadito, e aveva aggiunto un asterisco sotto il cuore; più sotto aveva collocato un secondo asterisco e il nome “Karen”, trasformando il proprio braccio in una nota a piè di pagina in carne e ossa.
Chad Hardbach (editor della rivista letteraria n+1): “L’opera del ’96 di David Foster Wallace è ormai assurta al ruolo di romanzo americano fondamentale degli ultimi trent’anni, la stella di prima grandezza attorno a cui orbitano lavori di minore importanza”. Infinite Jest era diventato Il Giovane Holden di una generazione che aveva letto Il Giovane Holden sui banchi di scuola.
In Infinite Jest, quando uno dei personaggi muore, si ritrova “catapultato verso casa oltre […] le palizzate di vetro della Convessità a una velocità disperata, sale verso nord e grida un richiamo alle armi chiaro e cristallino e quasi matericamente allarmato in tutte le lingue conosciute del mondo.
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p.s. e mica lo sapevo cos’era un epigono.
5 marzo 2013
Il battesimo del Franchi (*)
Che l'irrazionale deriva cavano-partenopea di France andasse arginata non c'erano dubbi e, visto che le figu non erano sufficienti a recuperarlo al culto della viola, siamo andati allo stadio, per la sua prima volta. Il Chievo era la squadra giusta, tranquilla, da battere facile, una simpatica compagine equipaggiata con una straordinaria maglia gialla e venuta nella culla del Rinascimento, probabilmente in gita, in una splendida e calda giornata invernale di sole.
La terza maglietta posseduta dal ragazzo, dopo la storica 30 di Toni e la 11 del Gila, è la 8 di Jovetic, e quella si metterà sopra un sei sette altre maglie/golf/pile che la premurosa dolcemetà aveva imposto come condicio sine qua non.
'zzo JoJo, non dico che avresti potuto segnare una tripletta, come sarebbe stato giusto per mandare alla storia il battesimo del Franchi, ma almeno un golletto su rigore, un mezzo assist, una rabona, una partita dignitosa... e invece nulla, una prestazione da dimenticare impreziosita da una sostituzione per scarso rendimento.
Vabbè.
E il simpatico Chievo ce l'ha messa tutta per rovinarci la festa, intanto presentandosi con un'insulsa maglia bianca a righine nere, se ho visto bene, e poi impegnandosi alla morte, non finendo mai di correre ed affettando con facilità la difesa viola in più occasioni.
Alla fine l'abbiamo dovuta rubacchiare con un gol viziato da fuorigioco e segnato da Larrondo, mezzo centravanti e mezzo gerundio ma, soprattutto, uno sconosciuto per France e ancora colpevolmente al Siena nell'album calciatori.
Vabbè.
Però è andata dài, la pratica è archiviata e nell'attesa che il Napoli venda Cavani al Colo-Colo allontanandolo dalla vista, dalle cronache e dal cuore di France, vedremo di mettere in cantiere un dignitoso bis.
E per la serie vecchi tempi, lo ricordo il mio battesimo al Comunale (ché Franchi ancora era vivo): fu un Fiorentina Inter 0 a 0, abbastanza insulso se si esclude una parata di Bordon su un tiro al sette a salvare il risultato. Devo ringraziare anch'io qualcuno per avermici portato allo stadio, è Marcello, cugino di mio babbo, che se aspettavo i miei... era il 26 dicembre 1971 (dice san Gugol).
(*) Che questa storia che lo stadio Franchi è pure a Siena mica va bene. O i senesi ce lo lasciano e intitolano il loro stadio magari al Panforte, ai Ricciarelli o ad Aceto, oppure, se proprio lo vogliono tenere a Siena il nome di Franchi, cambiamo noi, dedichiamolo a Julinho, a Montuori, a Bruno Beatrice, a Gratton, a Galdiolo o magari, chessò, può andare bene pure il Conte Mascetti.
24 dicembre 2012
Non di solo pane vive l'uomo un anno dopo
Eccoci qua, dopo lo scampato pericolo, a celebrare l'uscita dell'album calciatori Panini 2012/13.
E voi, nel frattempo, avete fatto coming out oppure alimentate ancora la facciata in cui dichiarate che il lato migliore del calcio è quello giocato, o visto in tivù.
Abbiamo aperto già sabato scorso le prime bustine, quando ancora neppure il blister ufficiale era stato diffuso. Prima figu in assoluto: lo scudo del Torino. Prima figu viola: l'immenso Borja Valero. Per la statistica.
Ve lo dico, dovesse capitarmi di stare in coma (spero di no), non lo so se qualcuno si vorrà pigliare la briga di stimolare il mio risveglio ma, nel caso, lasciate stare la musica, manco De André dovete farmi sentire, manco i Led Zeppelin. Provateci solo col rumore di una bustina calciatori aperta a strappo da un bambino dagli occhi luminosi.
Va bene anche un bambino di 50 anni.
p.s. Non di solo pane vive l'uomo, ma anche di Panini.
E voi, nel frattempo, avete fatto coming out oppure alimentate ancora la facciata in cui dichiarate che il lato migliore del calcio è quello giocato, o visto in tivù.
Abbiamo aperto già sabato scorso le prime bustine, quando ancora neppure il blister ufficiale era stato diffuso. Prima figu in assoluto: lo scudo del Torino. Prima figu viola: l'immenso Borja Valero. Per la statistica.
Ve lo dico, dovesse capitarmi di stare in coma (spero di no), non lo so se qualcuno si vorrà pigliare la briga di stimolare il mio risveglio ma, nel caso, lasciate stare la musica, manco De André dovete farmi sentire, manco i Led Zeppelin. Provateci solo col rumore di una bustina calciatori aperta a strappo da un bambino dagli occhi luminosi.
Va bene anche un bambino di 50 anni.
p.s. Non di solo pane vive l'uomo, ma anche di Panini.
21 dicembre 2012
Cinquanta, ma di cilindrata
Quelli ganzi c'avevano il Ciao, e magari il piumino ciesse.
Poi c'erano gli sfigati con la giacca a vento e il Garelli. Io ne avevo ereditato uno da sorellona, un Garelli Gulp flex (blu, almeno quello) che stava sempre e comunque tre spanne sotto al peggior Ciao in circolazione, quello marrone. Del perché avessero messo in commercio un Ciao marrone e del perché il mio vicino di casa l'avesse acquistato non ci è dato sapere.
Poi c'era il Boxer, con la sella lunga che ci potevi portare pure uno dietro, anche se l'ideale sarebbe stato una. Un amico da noi viaggiava con un Peugeot, ci credete? Un cinquantino Peugeot, probabilmente realizzato in prototipo e dubito mai messo in produzione.
E poi c'erano quelli col Fifty Malaguti, una razza a parte: erano al di sopra della questio ragazze, gli importava solo del loro scattante ciclomotore senza serbatoio. La miscela, non so come, veniva immessa direttamente nel tubone del telaio. I guidatori del Fifty negli anni 70, secondo me, son quelli che oggi hanno un Suv sotto al culo.
Quest'ultima riga solo perché non mi piaceva concludere il post con la parola culo.
Cazzo.
Poi c'erano gli sfigati con la giacca a vento e il Garelli. Io ne avevo ereditato uno da sorellona, un Garelli Gulp flex (blu, almeno quello) che stava sempre e comunque tre spanne sotto al peggior Ciao in circolazione, quello marrone. Del perché avessero messo in commercio un Ciao marrone e del perché il mio vicino di casa l'avesse acquistato non ci è dato sapere.
Poi c'era il Boxer, con la sella lunga che ci potevi portare pure uno dietro, anche se l'ideale sarebbe stato una. Un amico da noi viaggiava con un Peugeot, ci credete? Un cinquantino Peugeot, probabilmente realizzato in prototipo e dubito mai messo in produzione.
E poi c'erano quelli col Fifty Malaguti, una razza a parte: erano al di sopra della questio ragazze, gli importava solo del loro scattante ciclomotore senza serbatoio. La miscela, non so come, veniva immessa direttamente nel tubone del telaio. I guidatori del Fifty negli anni 70, secondo me, son quelli che oggi hanno un Suv sotto al culo.
Quest'ultima riga solo perché non mi piaceva concludere il post con la parola culo.
Cazzo.
12 novembre 2012
BEI TEMPI
Quando trovi in posta una mail da "Gigi Riva" ti può pigliare 'na certa ansia. A me sì, ecco.
E adesso sto scrivendo queste righe prima d'averla letta.
Potreste averla tutti, in effetti, bastava mandare a Gigi gli auguri di compleanno attraverso il suo sito.
Io l'ho fatto, grazie anche a Pesa, non che non mi ricordassi, che diamine, ma niente, forse serviva una spintina per realizzarla 'sta cosa, poi quest'anno, complici anche un po' tutte le storie raccontate sul blog in materia giggirriva, ecco che mi è venuto di scrivergli due righe...
Adesso però non ce la faccio più, vado ad aprire la mail, aspettatemi qui...
...
Eccomi, mi batte il cuoricione, a dirlo a voi.
Questo è ciò che gli avevo scritto io, il 7 novembre scorso:
"Auguri da un bambino degli anni ’70, uno di quelli che hai fatto sognare e che andava al campino con una maglia bianca e un numero 11 disegnato a pennarello sulla schiena."
Questo, invece, testuale e copiaincollato, il testo in risposta:
"CIAO FURIO. BEI TEMPI.GIGI"
Sì, vabbè, direte voi, sarà una risposta standard, o buttata giù dal webmaster o da chi ne cura il sito (il figlio Mauro), eppure mi piace pensare di no.
Mi piace pensare che sia stato il buon vecchio Gigi a scrivere 'ste 5 parole 5.
Intanto c'è il mio nome nel testo, anche se un buon programma avrebbe potuto recuperarlo in automatico dalla mail.
Poi perché son maiuscole ed è un po' una spia di chi non è avvezzo all'uso della comunicazione digitale da mail e da chat, un caps lock che dovrebbe rappresentare un urlo ma che non ha senso nel concepimento della frase e che, quindi, può solo essere il segnale di una scarsa dimestichezza con la netiquette (nessuno te lo chiede, Gigi, continua a fare il tuo, tranquillo, scrivi pure in cirillico se vuoi).
E poi quel mancato spazio dopo il secondo punto, quella è una prova da portare a giudizio: mai una risposta standard preconfezionata potrebbe contenere quel mancato spazio che, invece, dà proprio il senso di una cosa fatta in fretta. Precisamente sabato sera alle 19:06.
Sherlock Holmes a questo punto farebbe notare che a quell'ora sul campo di Is Arenas stava giocando il suo Cagliari, è pensabile che Gigi sminestrasse la posta mentre Cossu e compagni cercavano di abbattere il Catania? Secondo me sì, dai, magari era uno strascico di un'attività iniziata nell'intervallo (rispondere ai
cazzosi auguri dei fan residuali) e comunque la noiosità della partita è un altro punto a favore della veridicità della risposta.
Io me lo vedo Gigi, sul divano col portatile sulle ginocchia, pigiare su quei tasti con il dito giallo-nicotina.
Penserete che sono stupido, ma mi sa che dovete pigliarmi così.
Grazie Gigi
E adesso sto scrivendo queste righe prima d'averla letta.
Potreste averla tutti, in effetti, bastava mandare a Gigi gli auguri di compleanno attraverso il suo sito.
Io l'ho fatto, grazie anche a Pesa, non che non mi ricordassi, che diamine, ma niente, forse serviva una spintina per realizzarla 'sta cosa, poi quest'anno, complici anche un po' tutte le storie raccontate sul blog in materia giggirriva, ecco che mi è venuto di scrivergli due righe...
Adesso però non ce la faccio più, vado ad aprire la mail, aspettatemi qui...
...
Eccomi, mi batte il cuoricione, a dirlo a voi.
Questo è ciò che gli avevo scritto io, il 7 novembre scorso:
"Auguri da un bambino degli anni ’70, uno di quelli che hai fatto sognare e che andava al campino con una maglia bianca e un numero 11 disegnato a pennarello sulla schiena."
Questo, invece, testuale e copiaincollato, il testo in risposta:
"CIAO FURIO. BEI TEMPI.GIGI"
Sì, vabbè, direte voi, sarà una risposta standard, o buttata giù dal webmaster o da chi ne cura il sito (il figlio Mauro), eppure mi piace pensare di no.
Mi piace pensare che sia stato il buon vecchio Gigi a scrivere 'ste 5 parole 5.
Intanto c'è il mio nome nel testo, anche se un buon programma avrebbe potuto recuperarlo in automatico dalla mail.
Poi perché son maiuscole ed è un po' una spia di chi non è avvezzo all'uso della comunicazione digitale da mail e da chat, un caps lock che dovrebbe rappresentare un urlo ma che non ha senso nel concepimento della frase e che, quindi, può solo essere il segnale di una scarsa dimestichezza con la netiquette (nessuno te lo chiede, Gigi, continua a fare il tuo, tranquillo, scrivi pure in cirillico se vuoi).
E poi quel mancato spazio dopo il secondo punto, quella è una prova da portare a giudizio: mai una risposta standard preconfezionata potrebbe contenere quel mancato spazio che, invece, dà proprio il senso di una cosa fatta in fretta. Precisamente sabato sera alle 19:06.
Sherlock Holmes a questo punto farebbe notare che a quell'ora sul campo di Is Arenas stava giocando il suo Cagliari, è pensabile che Gigi sminestrasse la posta mentre Cossu e compagni cercavano di abbattere il Catania? Secondo me sì, dai, magari era uno strascico di un'attività iniziata nell'intervallo (rispondere ai
cazzosi auguri dei fan residuali) e comunque la noiosità della partita è un altro punto a favore della veridicità della risposta.
Io me lo vedo Gigi, sul divano col portatile sulle ginocchia, pigiare su quei tasti con il dito giallo-nicotina.
Penserete che sono stupido, ma mi sa che dovete pigliarmi così.
Grazie Gigi
24 luglio 2012
Uomini e topi
Chi ha letto il romanzo di Steinbeck può capire da sé che niente ha a che vedere con questo post, agli altri lo dico io.
Abbiamo un topino in casa, l’ha visto France che s’infrattava sotto ai mobili della cucina.
L’ipotesi più fondata è che si tratti niente popò di meno che di lui, il topino dei denti - considerato che il periodo è un po’ quello - e che s’aggiri per casa in attesa della caduta dei dentini di France per poter rilasciare l’obolo corrispondente.
Perché da noi passa il topino, niente fatina.
Ora, tendergli una trappola potrebbe parere spietato, anche perché l’ometto di casa è preoccupato per le sue possibili entrate finanziarie, però che vogliamo fare? Un ratto resta e come tale va trattato.
Tendo la trappola che per tutta la giornata viene bellamente ignorata, al che il dubbio che il piccolo abbia preso un abbaglio si fa strada.
Alle 22 però si scopre che il tassello di parmigiano è sparito e la trappola è ancora innescata.
Ricarico con il formaggio.
Verso mezzanotte, mentre cazzeggio sui vostri blog, ZACCHETE, vengo riportato alla realtà dallo scatto impietoso della tagliola.
Vado per rimuovere il cadaverino e mi accorgo che abbiamo fatto l’ennesima topica: formaggio sparito, trappola scarica e del topino nemmeno l’ombra.
Nella notte dolcemetà mi sveglia perché ha sentito rumore di zampette nel bagno (siamo nella zona notte al piano di sopra – TREDICI gradini dalla cucina). La sua teoria è che cerchi l’acqua, perché i topi cercano l’acqua, e che stia abbeverandosi al cesso.
Ora, premesso che se in casa dimorasse un sorcio che beve affacciandosi al cesso avrei davvero un problema, ho inteso assecondare dolcemetà perché contraddirla poteva rivelare una situazione peggiore del condividere la casa con un roditore di 20 chili.
Ho fatto il mio dovere di hombre di casa guardando a destra e a manca, nel cesso e in doccia (niente!) e son tornato a letto.
E poi mi sono immaginato l'ostinato topolino che s'arrampica per 13 scalini alla ricerca dell’acqua, perché di notte alle 3 tutto appare così plausibile.
Perché i topi sono intelligenti, in genere, scappano da tutti quei labirinti… ma questo sembra che non abbia pensato d’abbeverarsi al bagno del piano terra.
Comunque, ho teso nuovamente la trappola stamattina venendo via, un po’ a malincuore, essendo stato sorcino anch’io.
Questa è l'occasione tua.
E vai! E vai!
Tu stringi i denti e vai
ma attento a dove metti i piedi, sai
c'è una trappola!
(R. Zero - La Trappola)
____________________________
edit a 38 ore dall'avvistamento:
Ma i topi vanno nel biologico?
Abbiamo un topino in casa, l’ha visto France che s’infrattava sotto ai mobili della cucina.
L’ipotesi più fondata è che si tratti niente popò di meno che di lui, il topino dei denti - considerato che il periodo è un po’ quello - e che s’aggiri per casa in attesa della caduta dei dentini di France per poter rilasciare l’obolo corrispondente.
Perché da noi passa il topino, niente fatina.
Ora, tendergli una trappola potrebbe parere spietato, anche perché l’ometto di casa è preoccupato per le sue possibili entrate finanziarie, però che vogliamo fare? Un ratto resta e come tale va trattato.
Tendo la trappola che per tutta la giornata viene bellamente ignorata, al che il dubbio che il piccolo abbia preso un abbaglio si fa strada.
Alle 22 però si scopre che il tassello di parmigiano è sparito e la trappola è ancora innescata.
Ricarico con il formaggio.
Verso mezzanotte, mentre cazzeggio sui vostri blog, ZACCHETE, vengo riportato alla realtà dallo scatto impietoso della tagliola.
Vado per rimuovere il cadaverino e mi accorgo che abbiamo fatto l’ennesima topica: formaggio sparito, trappola scarica e del topino nemmeno l’ombra.
Nella notte dolcemetà mi sveglia perché ha sentito rumore di zampette nel bagno (siamo nella zona notte al piano di sopra – TREDICI gradini dalla cucina). La sua teoria è che cerchi l’acqua, perché i topi cercano l’acqua, e che stia abbeverandosi al cesso.
Ora, premesso che se in casa dimorasse un sorcio che beve affacciandosi al cesso avrei davvero un problema, ho inteso assecondare dolcemetà perché contraddirla poteva rivelare una situazione peggiore del condividere la casa con un roditore di 20 chili.
Ho fatto il mio dovere di hombre di casa guardando a destra e a manca, nel cesso e in doccia (niente!) e son tornato a letto.
E poi mi sono immaginato l'ostinato topolino che s'arrampica per 13 scalini alla ricerca dell’acqua, perché di notte alle 3 tutto appare così plausibile.
Perché i topi sono intelligenti, in genere, scappano da tutti quei labirinti… ma questo sembra che non abbia pensato d’abbeverarsi al bagno del piano terra.
Comunque, ho teso nuovamente la trappola stamattina venendo via, un po’ a malincuore, essendo stato sorcino anch’io.
Questa è l'occasione tua.
E vai! E vai!
Tu stringi i denti e vai
ma attento a dove metti i piedi, sai
c'è una trappola!
(R. Zero - La Trappola)
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edit a 38 ore dall'avvistamento:
Ma i topi vanno nel biologico?
17 luglio 2012
Essere Corrado Guzzanti
E sì, potendo scegliere, a valle di una sommaria riflessione, io vorrei essere quest'omino qui.
Ritengo ipocrite quelle frasette quando, interrogati su chi vorremmo essere, si risponde "non mi cambierei con nessuno"; falsi!
E quando portati ad analizzare le scelte fatte in una vita si taglia corto "rifarei esattamente le stesse"; ipocriti!
L'essere del titolo va proprio inteso in alternativa alla persona che siamo adesso.
Perché proprio Guzzanti, non è importante. Diciamo che non è necessario esporre un motivo preciso o dettagliare l'opzione, è una cosa che si sente a pelle, quasi un istinto.
Qualcuno, conoscendomi, potrebbe obiettare E Gigi Riva, allora?
Giusto, ma qui stiamo parlando di esseri umani non di divinità.
Lasciate perdere gli affetti, in questa ipotesi sono fatti salvi, non è che verrete tacciati di mancato amore verso i vostri figli se optate per essere qualcun altro.
E non considerate nemmeno l'età dei personaggi, il gioco è da intendersi atemporale.
Insomma, voi, chi vorreste essere?
VOI:
pesa - Clint Eastwood (ovviamente)
melusina - Audrey Hepburn (e no che non è poco)
speaker muto - Richie Kotzen (quello dei Poison - ah, ok)
lillina - Margherita Hack (o la Bellucci o la Theron)
alessandra - Annie Lennox (siete u-gua-li!)
myriam - Maria Sharapova (con la mia racchetta)
mgg - Veronica Lario (non infamatela, c'è un perché)
bianca - Alice Munro (ma dietro a Strillo, il suo gatto nero)
plus1gmt - Il tastierista dei Subsonica
kermit - Linus Torvalds (il link a wiki è per me)
firulì firulà - Livia Giuggioli (è un discorso...)
giovanni - La mamma di Belpietro (uhm)
emix - Spongebob (ci vediamo al Krusty Krab)
orsa - Regan MacNeil (oddio oddio)
la carta - Il Dottore (Who)
chiagia - Alessandro del Piero (pure uno juventino mi tocca)
lucien - David Byrne (eh beh)
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Ritengo ipocrite quelle frasette quando, interrogati su chi vorremmo essere, si risponde "non mi cambierei con nessuno"; falsi!
E quando portati ad analizzare le scelte fatte in una vita si taglia corto "rifarei esattamente le stesse"; ipocriti!
L'essere del titolo va proprio inteso in alternativa alla persona che siamo adesso.
Perché proprio Guzzanti, non è importante. Diciamo che non è necessario esporre un motivo preciso o dettagliare l'opzione, è una cosa che si sente a pelle, quasi un istinto.
Qualcuno, conoscendomi, potrebbe obiettare E Gigi Riva, allora?
Giusto, ma qui stiamo parlando di esseri umani non di divinità.
Lasciate perdere gli affetti, in questa ipotesi sono fatti salvi, non è che verrete tacciati di mancato amore verso i vostri figli se optate per essere qualcun altro.
E non considerate nemmeno l'età dei personaggi, il gioco è da intendersi atemporale.
Insomma, voi, chi vorreste essere?
Risposte Vietate:
- Me stesso
- Hombre
- La moglie di Hombre
- Il gatto di Hombre
- John Malkovich
VOI:
pesa - Clint Eastwood (ovviamente)
melusina - Audrey Hepburn (e no che non è poco)
speaker muto - Richie Kotzen (quello dei Poison - ah, ok)
lillina - Margherita Hack (o la Bellucci o la Theron)
alessandra - Annie Lennox (siete u-gua-li!)
myriam - Maria Sharapova (con la mia racchetta)
mgg - Veronica Lario (non infamatela, c'è un perché)
bianca - Alice Munro (ma dietro a Strillo, il suo gatto nero)
plus1gmt - Il tastierista dei Subsonica
kermit - Linus Torvalds (il link a wiki è per me)
firulì firulà - Livia Giuggioli (è un discorso...)
giovanni - La mamma di Belpietro (uhm)
emix - Spongebob (ci vediamo al Krusty Krab)
orsa - Regan MacNeil (oddio oddio)
la carta - Il Dottore (Who)
chiagia - Alessandro del Piero (pure uno juventino mi tocca)
lucien - David Byrne (eh beh)
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26 giugno 2012
Wimbledon 2012
Il primo Wimbledon che ricordi in tivù è quello del 1976 con la finale giocata e vinta dall'astro nascente Borg. L'avversario dello svedese era il rumeno Ilie Nastase, un personaggio unico, il McEnroe di quei tempi, per intenderci.
Ero con Nicola, siamo partiti presto dopo pranzo, era un caldo soffocante, gli adulti murati nelle case. Era il giorno della finale, ma dovevamo farne altre ventimila, non è che un evento solo, seppure così importante, poteva saziare il nostro vagabondo spirito estivo.
Siamo andati prima al lago del Migliorini, strisciando per fossi e viottoli erbosi incuranti del caldo e, una volta là, abbiamo fatto strage di persici: pesciolini fin troppo colorati e vivaci per vivere in quella melma di lago ma comunque immangiabili.
Poi siamo tornati e sudati fradici ci siamo buttati sul divano per ammirare i nostri eroi sul catodico tubo del mio Radio Allocchio Bacchini.
Nicola teneva Borg e io Nastase, perché tenere Nastase era più comodo, lui era famoso, l'altro era un pischello venuto da chissà dove. Nicola, invece, che faceva sempre l'alternativo tifando Stenmark, il Lanerossi Vicenza e James Hunt sposò la causa del biondone, imparò pure il rovescio a due mani e prese a farmi il culo sul campo in terra rossa del Rampizzi (eh sì).
A me Wimbledon rilassa, oltre a scandire piacevolmente la vita. Intanto è in un periodo in cui siamo spesso in ferie, al mare nei weekend o in piscina ed evoca giocoforza scenari migliori della sagra della ballotta di novembre. E poi è preciso, puntuale, si presenta educato sul tuo schermo, ti irrora il salotto di un bel verde e pare che ti dice "ciao, stai ancora là? Io ci sono, puoi buttare un occhio se ti va".
Wimbledon è una garanzia, ritorna ogni anno ed è sempre carico di fascino.
Tutto questo per dire che se un anno avrò quei due-tremila euro da buttare ci vado a vedere una finale.
Ero con Nicola, siamo partiti presto dopo pranzo, era un caldo soffocante, gli adulti murati nelle case. Era il giorno della finale, ma dovevamo farne altre ventimila, non è che un evento solo, seppure così importante, poteva saziare il nostro vagabondo spirito estivo.
Siamo andati prima al lago del Migliorini, strisciando per fossi e viottoli erbosi incuranti del caldo e, una volta là, abbiamo fatto strage di persici: pesciolini fin troppo colorati e vivaci per vivere in quella melma di lago ma comunque immangiabili.
Poi siamo tornati e sudati fradici ci siamo buttati sul divano per ammirare i nostri eroi sul catodico tubo del mio Radio Allocchio Bacchini.
Nicola teneva Borg e io Nastase, perché tenere Nastase era più comodo, lui era famoso, l'altro era un pischello venuto da chissà dove. Nicola, invece, che faceva sempre l'alternativo tifando Stenmark, il Lanerossi Vicenza e James Hunt sposò la causa del biondone, imparò pure il rovescio a due mani e prese a farmi il culo sul campo in terra rossa del Rampizzi (eh sì).
A me Wimbledon rilassa, oltre a scandire piacevolmente la vita. Intanto è in un periodo in cui siamo spesso in ferie, al mare nei weekend o in piscina ed evoca giocoforza scenari migliori della sagra della ballotta di novembre. E poi è preciso, puntuale, si presenta educato sul tuo schermo, ti irrora il salotto di un bel verde e pare che ti dice "ciao, stai ancora là? Io ci sono, puoi buttare un occhio se ti va".
Wimbledon è una garanzia, ritorna ogni anno ed è sempre carico di fascino.
Tutto questo per dire che se un anno avrò quei due-tremila euro da buttare ci vado a vedere una finale.
22 maggio 2012
Sto aspettando gli Spandau
Quando ci tuffiamo nella memoria alla ricerca di spicchi temporali di contatto, di eventi epocali ai quali potremmo aver partecipato entrambi, nella nostra vita prima della conoscenza, io e dolcemetà, finisce che rimestiamo sempre nella sfera musicale, i concerti insomma.
Patti Smith allo stadio, Vasco al velodromo delle Cascine, David Bowie allo stadio, Bennato a Porta Romana, Madonna allo stadio, la Rettore al teatro tenda, i Level 42 al palazzetto, Paolo Conte al Verdi, i Talk Talk al Tenax, Enzo Jannacci a Sesto, i Pink Floyd a Livorno. Niente, pare che avessimo esistenze e gusti musicali irrimediabilmente opposti e che i nostri fili non si sarebbero potuti intrecciare in una matassa anteriore (chissà con quali esiti, poi!).
Certo avevamo comprato entrambi il biglietto per il concerto degli Spandau Ballet, ma il fato volle disporre anche lì in altra maniera. Non potendo dividerci, il destino infame, agì intervenendo alla radice e causando addirittura l'annullamento del Tour.
Andò che il biondino della band si fratturò una gamba. A memoria direi che fosse il sassofonista e che durante un concerto, forse in Canada, gli si sfondò il palco sotto ai piedi. Non mi metterò a googolare, ma fidatevi, era biondo, aveva due gambe e se ne fratturò una.
Tanto bastò per mandare a monte il Tour mondiale, compresa la tappa di Firenze.
Ecco che la possibilità di assistere allo stesso concerto fa innalzare a picco le nostre affinità, salvo poi vederle crollare subito dopo.
Gli organizzatori offrirono varie scelte per rimediare alle conseguenze della rottura dell'arto d'artista. Potevi restituire il biglietto e rientrare in possesso della vil pecunia, oppure potevi cambiare il biglietto con quello per un concerto di un altro se nella programmazione ti aggradava qualcosa. In ultimo potevi passare a ritirare un similticket stampato per l'occasione con una bella immagine di Tony Hadley al microfono e la scritta in stampatello "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU".
Questa, ovviamente, era LA scelta da fare, non c'era alcuna soluzione alternativa a ficcarsi in tasca il tagliando che certificava la fedele attesa e, giustappunto, aspettare che il fenomeno di calcificazione alla tibia e al perone del biondino facesse la sua parte.
E così trascorse un anno durante il quale molti di noi se ne andavano in giro portando il biglietto nel portafogli. La gente andava al cine, a lavoro, al bar, dallo psicologo, si fidanzava, si lasciava, si sposava, s'insultava e s'abbracciava, tutto col tagliando "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU" con sé. Qualcuno purtroppo moriva pure e quando i medici gli mettevano le mani nel portafogli alla ricerca della tessera dell'AIDO capitava che s'imbattessero nel faccione canterino di Hadley.
Fanculo, un altro cazzone che aspetta gli Spandau, ma dacci i reni, dacci!
Ho attraversato le barricate di un anno vissuto attendisticamente con pazienza, con fiducia e con sprezzo del pericolo. Ho atteso.
Dolcemetà invece no, non se la sentì di tenere immobilizzate ventimila lire di capitale per un lunghissimo anno e barattò la gallina della futura esperienza live sotto il palco degli Spandau con il misero uovo di un concertino di Pupo forse o, ad andarle proprio di lusso, degli A-ha (*).
Ma poi, son venuti questi Spandau?
(*) Lei sostiene di aver scambiato con il concerto di Eric Clapton, ma nel contesto del post non ci stava.
Patti Smith allo stadio, Vasco al velodromo delle Cascine, David Bowie allo stadio, Bennato a Porta Romana, Madonna allo stadio, la Rettore al teatro tenda, i Level 42 al palazzetto, Paolo Conte al Verdi, i Talk Talk al Tenax, Enzo Jannacci a Sesto, i Pink Floyd a Livorno. Niente, pare che avessimo esistenze e gusti musicali irrimediabilmente opposti e che i nostri fili non si sarebbero potuti intrecciare in una matassa anteriore (chissà con quali esiti, poi!).
Certo avevamo comprato entrambi il biglietto per il concerto degli Spandau Ballet, ma il fato volle disporre anche lì in altra maniera. Non potendo dividerci, il destino infame, agì intervenendo alla radice e causando addirittura l'annullamento del Tour.
Andò che il biondino della band si fratturò una gamba. A memoria direi che fosse il sassofonista e che durante un concerto, forse in Canada, gli si sfondò il palco sotto ai piedi. Non mi metterò a googolare, ma fidatevi, era biondo, aveva due gambe e se ne fratturò una.
Tanto bastò per mandare a monte il Tour mondiale, compresa la tappa di Firenze.
Ecco che la possibilità di assistere allo stesso concerto fa innalzare a picco le nostre affinità, salvo poi vederle crollare subito dopo.
Gli organizzatori offrirono varie scelte per rimediare alle conseguenze della rottura dell'arto d'artista. Potevi restituire il biglietto e rientrare in possesso della vil pecunia, oppure potevi cambiare il biglietto con quello per un concerto di un altro se nella programmazione ti aggradava qualcosa. In ultimo potevi passare a ritirare un similticket stampato per l'occasione con una bella immagine di Tony Hadley al microfono e la scritta in stampatello "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU".
Questa, ovviamente, era LA scelta da fare, non c'era alcuna soluzione alternativa a ficcarsi in tasca il tagliando che certificava la fedele attesa e, giustappunto, aspettare che il fenomeno di calcificazione alla tibia e al perone del biondino facesse la sua parte.
E così trascorse un anno durante il quale molti di noi se ne andavano in giro portando il biglietto nel portafogli. La gente andava al cine, a lavoro, al bar, dallo psicologo, si fidanzava, si lasciava, si sposava, s'insultava e s'abbracciava, tutto col tagliando "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU" con sé. Qualcuno purtroppo moriva pure e quando i medici gli mettevano le mani nel portafogli alla ricerca della tessera dell'AIDO capitava che s'imbattessero nel faccione canterino di Hadley.
Fanculo, un altro cazzone che aspetta gli Spandau, ma dacci i reni, dacci!
Ho attraversato le barricate di un anno vissuto attendisticamente con pazienza, con fiducia e con sprezzo del pericolo. Ho atteso.
Dolcemetà invece no, non se la sentì di tenere immobilizzate ventimila lire di capitale per un lunghissimo anno e barattò la gallina della futura esperienza live sotto il palco degli Spandau con il misero uovo di un concertino di Pupo forse o, ad andarle proprio di lusso, degli A-ha (*).
Ma poi, son venuti questi Spandau?
(*) Lei sostiene di aver scambiato con il concerto di Eric Clapton, ma nel contesto del post non ci stava.
13 aprile 2012
GrouchoMarxismo
Questo post è stato scritto nelle lunghe ore che ho passato aspettando che mia moglie si vestisse per uscire.
- Sono pronta!
- Cazzo, di già?
3 marzo 2012
La Di Vino Commedia
Il servizio ChiamaOra informa che l’utente cercato è di nuovo raggiungibile.
PER ME SI VA NE LA CITTA’ DOLENTE,
PER ME SI VA NE L’ETTERNO DOLORE
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.
E penso al mio futuro con terrore
e 'l dubbio nella mente si dilaga
rivolgomi a Virgilio a malincuore:
Ma pe’ entra’ lì, c’è uno che ci paga?
d’andarci a gratis non mi fo persuaso
ma lo maestro mio manco mi caga
menarmi mi vorrà per lo mio naso?
poscia mi squilla lo telefonino
ma non c’è campo, esco, sarà il caso
son Guido e Lapo stanno al vinaino
saluto e scappo a gambe levate
e ‘l Duca resta lì come un cretino
a ber sotto le stelle fila il Vate.
-----------------------------------------
La Di Vino Commedia, finita di scrivere in osteria davanti a fiumi di rosso, diventa un trattato enologico suddiviso in tre parti, ciascuna delle quali contiene 33 Chianti.
PER ME SI VA NE LA CITTA’ DOLENTE,
PER ME SI VA NE L’ETTERNO DOLORE
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.
E penso al mio futuro con terrore
e 'l dubbio nella mente si dilaga
rivolgomi a Virgilio a malincuore:
Ma pe’ entra’ lì, c’è uno che ci paga?
d’andarci a gratis non mi fo persuaso
ma lo maestro mio manco mi caga
menarmi mi vorrà per lo mio naso?
poscia mi squilla lo telefonino
ma non c’è campo, esco, sarà il caso
son Guido e Lapo stanno al vinaino
saluto e scappo a gambe levate
e ‘l Duca resta lì come un cretino
a ber sotto le stelle fila il Vate.
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La Di Vino Commedia, finita di scrivere in osteria davanti a fiumi di rosso, diventa un trattato enologico suddiviso in tre parti, ciascuna delle quali contiene 33 Chianti.
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