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19 marzo 2013
Laß Dir raten, trinke Spaten
C’eravamo aggregati a due amici, o loro s’erano aggregati a noi, poco importa, ma non ce n’era di pappa da spartire con loro. Non se l’erano sentita al mattino di farsi due ore di coda per trovare posto all’ostello e a fine serata se ne andarono via su una metro per la stazione a pigliar calci notturni dalla Polizei. Mentre noi, che la coda per l’ostello ce l’eravamo sciroppata tutta imparando, tra l’altro, che se non parli tedesco e vuoi un guanciale almeno pillow è meglio che lo sai, noi prendemmo un’altra linea diretti all’ostello, incanalati in una fiumana capace di trascinare a destinazione anche i meno lucidi.
E Monaco è il miglior posto del mondo se ti ritrovi ubriaco.
Per cena avevamo squartato a mano un pollo arrosto seduti alla bene meglio su un cordolo, al limitare di un prato buio, dietro allo stand della Spaten. Laß Dir raten, trinke Spaten, sparava la luminosa scritta rossa e noi c’eravamo fatti consigliare almeno due pinte. Tornare all’ostello e buttarsi a russare era tutto quello che restava da fare che all’indomani c’era la visita all’Olympiastadion, possibilmente da sobri.
Eravamo addossati alla parete esterna del vagone, avevo la faccia rivolta fuori, il braccio destro sulle spalle di Valeria che mi chiacchierava e la mano sinistra stretta attorno a un sostegno tubolare orizzontale.
Lei arrivò, sospinta dalla corrente umana e nel ritagliarsi un posticino appoggiò la sua tetta destra sulla mia mano. L'impulso fu quello di tirarla via subito, la mano, ma fu il pensiero di un attimo. Restai invece lì, fintamente attento alle tre o quattro figure solitarie sull’altra banchina in attesa di una carrozza e di una direzione sbagliata. Poi la metro partì, lei non si scostò di un centimetro anzi si assestò, se questo era possibile, con ancora più grazia. Fisso con lo sguardo sul muro che sfilava via fingevo calma, con la coda dell’occhio controllavo Valeria a cui la pinta di Spaten aveva sciolto irrimediabilmente la lingua e con l’altra coda dell’occhio, che nemmeno sapevo di avere, sbirciavo la ragazza, quella della tetta per intendersi. Che sì c’era una ragazza attorno alla tetta, ma tutto ciò che riuscivo a focalizzare in quel momento, con anche le nebbie alcoliche a gravare sulla brillantezza, era l’ammasso mammellare vagamente rotondo e soffice sul dorso della mia mano.
Tetta-su-mano Tetta-su-mano. Era tutto.
Lei era bionda, capelli sul corto, vagamente acciocchettati, forse sudati, e occhi fortemente matitati in nero. Muoveva la testa questo sì, come se un invisibile walkman le stesse suonando in testa Straight to Hell o magari Should I Stay or Should I Go, ma non ce l’aveva il cazzo di walkman. Solo la faccia da Clash, quella sì, ce l’aveva.
Valeria discorreva di un tizio americano di Los Angeles a cui era capitata accanto nello stand e che aveva invitato lei, me e pareva almeno mezza Firenze a casa sua al di là del mondo. Pare che dovessimo andarlo a trovare in estate, che ci avrebbe spalancato le porte di casa sua per tascinarci poi su e giù per Beverly Hills e non so dove altro.
Intanto io ero paralizzato, sangue pensieri e nervi versati come in un imbuto, su quei pochi centimetri quadrati di pelle sul dorso della mia mano. Non muoverti, non muoverla, mi ripetevo e nel frattempo assaporavo tutta la delicata morbidezza di quella misteriosa tetta straniera di misteriosa ragazza straniera dai misteriosissimi occhi stranieri matitati di nero.
Avevo temuto che lei si potesse accorgere e magari anche incazzare con me perché non avevo tolto la mano, ma in cuor mio cullavo l’illusione che l’appoggio non fosse così casuale.
Tetta-su-mano Tetta-su-mano.
Valeria seguitava a blabblare di questo Tommie californiano che ci avrebbe accolto tutti da lui, Tommie che a me faceva venire in mente solo il mito Tommie Smith, sul podio a Città del Messico, viso a terra e pugno guantato in nero rivolto al cielo.
- Ma è negro? – le chiedo.
- No, macché negro – mi fa lei, ma mica l’ascolto.
La California è l’ultimo dei miei pensieri.
Ce l’hanno insegnato sì che il tatto è concentrato sui polpastrelli o comunque sul palmo della mano, sul lato interno, beh, niente di più eretico. Come il cieco che sviluppa una sensitività mille volte superiore alla nostra perché non può vedere io accelero e modifico il mio senso tattile e durante il tempo di una fermata sono in grado di percepire con il dorso della mano, fino a un’ora prima sensibile come un tronchetto di pino, la bellezza divina stessa del creato.
La sento la tetta sulla mano, sono assolutamente fermo e la sento sulla mano e di più nel sangue. Non la altero l’alchimia, non io. Resto in equilibrio con l’essenza del mio desiderio, mi manca il fiato e nel mio immobilismo sento la maglietta di cotone che timida osa frapporsi tra la mia pelle e quel bendiddìo di carne che mi accarezza, mi seduce e mi avvolge con la consistenza delle chiare montate a neve.
Valeria è alle prese coi vestiti da portare non portare in California nel giugno che verrà, farà caldo farà freddo non lo sa, e non lo saprebbe manco se non fosse bevuta.
Ma per me non c’è un giugno, non c’è neppure un domani, c’è solo lei che qualche fermata prima della mia si volta, interrompe il circuito tetta-mano mano-tetta, e s’appresta a scendere.
È lei allora che mi sfiora con la coda dell’occhio. Mi scaglia un lampo matitato nero, mio effimero premio e mia eterna condanna, che mi trafigge cuore e ventre mollandomi per sempre in balia di una pazza logorroica e di un Tommie fottuto qualcosa a quanto pare nemmeno negro.
Mi volto, la guardo scendere e volare via con quello che sembra un mezzo sorriso abbozzato in faccia.
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Il testo partecipa al Toccami - EDS sensuale del tatto lontano da La Donna Camèl
Come anche:
Dario
Bianca
Lillina
Cielo
MaiMaturo
Melusina
Pendolante
21 aprile 2012
See and treat
Vorreste davvero che questa donna v'infilasse un ago in vena? Non in questa vita, lo so.
Ieri pomeriggio, in veste di padrino e di zio, sono andato a una cerimonia di laurea, pur appesantito dalla spropositata quantità di baccelli ingurgitata a pranzo.
La Commissione è composta da una fila variegata di professori, che lo capisci solo perché son seduti dall'altra parte, tra i quali spiccano un'Arisa anziana, un Lucchinelli giovane, un dj Francesco più sciroccato, una Sydne Rome a fine carriera e un frate de Il nome della rosa.
I laureandi in infermieristica sono quattro: Matteo, Elisa, Martina ed Eugene.
Martina è mia nipote, nonché mia figlioccia (eh sì, ne ho due).
Matteo parte e ci rifila una serie indefinita di slide sulla MCI, la Morte Cardiaca Improvvisa e sulle sue possibili cause. Imparo dalla presentazione che tutta la popolazione è a rischio di Morte Cardiaca Improvvisa, tutta, non solo gli atleti. Subito a ruota imparo, a mie spese, che la Morte Cardiaca Improvvisa non ti coglie mai quando dovrebbe, tipo, ad esempio, quando sei alla mercé di enne slide sulla Morte Cardiaca Improvvisa.
Tocca ad Elisa che disserta sul Blended Learning, per me ancora più noioso del precedente come argomento, l'ascolto forzato del quale spingerebbe chiunque ad autoprovocarsi una Morte Cardiaca Improvvisa e, di conseguenza, Matteo ad aggiornare la slide che dettaglia le principali cause della MCI.
Quando chiamano Martina, sangue del mio sangue piume delle mie piume, mi prende un mezzo colpo, infatti, un'amica di mia nipote che stava davanti a me si distende per augurarle in bocca al lupo e scopre così una bella porzione di chiappe.
Martina disquisisce sul See and Treat, un nuovo modello sperimentale di approccio al Pronto Soccorso, di origine angloamericana. Un metodo che ha il pregio di formalizzare l'eterno scontro tra infermieri e dottori.
L'argomento attizza un po' tutti, relatori, controrelatori e presidente, i quali si svegliano dal torpore, ognuno dice la sua e l'atmosfera si ravviva, con malcelato sdegno di Martina che viene tenuta sulla graticola per altri 10 minuti buoni.
Poi la ringraziano, la liquidano e usciamo tutti. Resta il povero Eugene a spiegare non so cosa a non so chi.
Il rientro per la proclamazione ufficiale vede mia sorella versare una secchiata di lacrime e Martina incassare un bel 106 su 110.
Poi, fuori, finalmente si fa bisboccia e lo spumante dry mi aiuta a cacciar giù il baccellame.
Ieri pomeriggio, in veste di padrino e di zio, sono andato a una cerimonia di laurea, pur appesantito dalla spropositata quantità di baccelli ingurgitata a pranzo.
La Commissione è composta da una fila variegata di professori, che lo capisci solo perché son seduti dall'altra parte, tra i quali spiccano un'Arisa anziana, un Lucchinelli giovane, un dj Francesco più sciroccato, una Sydne Rome a fine carriera e un frate de Il nome della rosa.
I laureandi in infermieristica sono quattro: Matteo, Elisa, Martina ed Eugene.
Martina è mia nipote, nonché mia figlioccia (eh sì, ne ho due).
Matteo parte e ci rifila una serie indefinita di slide sulla MCI, la Morte Cardiaca Improvvisa e sulle sue possibili cause. Imparo dalla presentazione che tutta la popolazione è a rischio di Morte Cardiaca Improvvisa, tutta, non solo gli atleti. Subito a ruota imparo, a mie spese, che la Morte Cardiaca Improvvisa non ti coglie mai quando dovrebbe, tipo, ad esempio, quando sei alla mercé di enne slide sulla Morte Cardiaca Improvvisa.
Tocca ad Elisa che disserta sul Blended Learning, per me ancora più noioso del precedente come argomento, l'ascolto forzato del quale spingerebbe chiunque ad autoprovocarsi una Morte Cardiaca Improvvisa e, di conseguenza, Matteo ad aggiornare la slide che dettaglia le principali cause della MCI.
Quando chiamano Martina, sangue del mio sangue piume delle mie piume, mi prende un mezzo colpo, infatti, un'amica di mia nipote che stava davanti a me si distende per augurarle in bocca al lupo e scopre così una bella porzione di chiappe.
Martina disquisisce sul See and Treat, un nuovo modello sperimentale di approccio al Pronto Soccorso, di origine angloamericana. Un metodo che ha il pregio di formalizzare l'eterno scontro tra infermieri e dottori.
L'argomento attizza un po' tutti, relatori, controrelatori e presidente, i quali si svegliano dal torpore, ognuno dice la sua e l'atmosfera si ravviva, con malcelato sdegno di Martina che viene tenuta sulla graticola per altri 10 minuti buoni.
Poi la ringraziano, la liquidano e usciamo tutti. Resta il povero Eugene a spiegare non so cosa a non so chi.
Il rientro per la proclamazione ufficiale vede mia sorella versare una secchiata di lacrime e Martina incassare un bel 106 su 110.
Poi, fuori, finalmente si fa bisboccia e lo spumante dry mi aiuta a cacciar giù il baccellame.
22 marzo 2012
Amaro 18
È 18 pure questo, conoscete l'articolo?
Va a finire che c'è una spiegazione per tutto.
Quando le decisioni vengono prese in modo moderno ti stanno cucinando un boccone da ingoiare. E di sovente è amaro.
Comunque è un alcolico, bevete pure senza concertazione ma scordatevi di Ber-sani.
Va a finire che c'è una spiegazione per tutto.
Quando le decisioni vengono prese in modo moderno ti stanno cucinando un boccone da ingoiare. E di sovente è amaro.
Comunque è un alcolico, bevete pure senza concertazione ma scordatevi di Ber-sani.
22 febbraio 2012
Quaresima laica
Farò questa cosa, anche se è un po’ da malati di mente. O magari proprio per quello.
Sgombriamo il campo dalle implicazioni religiose precisando che nulla c’entra il periodo legato al culto cristiano che precede la Pasqua, anche se la sfida prende spunto da una battuta di mia nipote che, un paio d’anni fa di fronte a un dolce offertole nel periodo quaresimale, disse “No, grazie, in quaresima non mangio dolci”.
Mi piacque la cosa per due motivi: primo perché sembrandomi inappropriata per il personaggio che ritengo un tipo piuttosto libero nel pensiero e gaudente nel cibo stimolava la mia curiosità riguardo alle motivazioni, secondo perché mi sembrava, sì di difficile attuazione, ma soprattutto senza senso e il senza senso mi attrae irrimediabilmente.
Così negli ultimi due anni, in quaresima (tempo scelto per comodità, perché abbastanza lungo e lontano da vacanze, feste e compleanni per quanto concerne la mia cerchia), ho raddoppiato cercando di rinunciare ai dolci e pure all’alcol. Perché? Essenzialmente per una sfida con me stesso, per capire se sarei in grado, nel caso se ne dovesse presentare una reale necessità, di rinunciare a qualcosa che mi piace parecchio. Le rinunce all’alcol e ai dolci, seppur di scarso impatto mondiale, hanno di fatto una discreta rilevanza sulla persona perché in 40 gg ci sono centinaia di momenti nei quali veniamo o potremmo venire in contatto con essi. E non è facile.
Avrei potuto anche scegliere di rinunciare ai film con Ryan Gosling, alle partite della viola (quanto sarei stato meglio!), alla Cucinotta o al tennis, d’accordo, ma qualcosa alla fine andava scelto e io ho puntato sull’alimentazione. Anche per un comodo secondo fine legato al peso, difficile infatti che finisca per ingrassare a meno che non mi butti sulla pasta a pranzo e a cena.
Epperò c’è un’eccezione fondamentale che riguarda l’educazione, vale a dire che non ci si deve incaponire nella rinuncia quando questa diventa uno sgarbo nei confronti di un ospite, classico caso quando inviti amici a cena e questi portano un dolce: non ti puoi esimere dal gustarne una fetta, per educazione.
C'è una postilla che riguarda i giorni aggiuntivi da scontare a fine quaresima: ogni sgarro vale ulteriori tre giorni di astensione da alcol e dolci in fondo al periodo.
L’episodio più duro del primo anno riguardò una cena in pizzeria dove coraggiosamente ordinai da bere solo acqua. Da quel momento ho deliberato che non bere birra con la pizza è maleducazione.
L’anno scorso, invece, ho avuto in casa per un mese un vasetto di confetti di pinoli acquistati da Romanengo, a Genova, ed è stato un vero supplizio offrirli e non assaggiarli mai fino a Pasqua.
Sgombriamo il campo dalle implicazioni religiose precisando che nulla c’entra il periodo legato al culto cristiano che precede la Pasqua, anche se la sfida prende spunto da una battuta di mia nipote che, un paio d’anni fa di fronte a un dolce offertole nel periodo quaresimale, disse “No, grazie, in quaresima non mangio dolci”.
Mi piacque la cosa per due motivi: primo perché sembrandomi inappropriata per il personaggio che ritengo un tipo piuttosto libero nel pensiero e gaudente nel cibo stimolava la mia curiosità riguardo alle motivazioni, secondo perché mi sembrava, sì di difficile attuazione, ma soprattutto senza senso e il senza senso mi attrae irrimediabilmente.
Così negli ultimi due anni, in quaresima (tempo scelto per comodità, perché abbastanza lungo e lontano da vacanze, feste e compleanni per quanto concerne la mia cerchia), ho raddoppiato cercando di rinunciare ai dolci e pure all’alcol. Perché? Essenzialmente per una sfida con me stesso, per capire se sarei in grado, nel caso se ne dovesse presentare una reale necessità, di rinunciare a qualcosa che mi piace parecchio. Le rinunce all’alcol e ai dolci, seppur di scarso impatto mondiale, hanno di fatto una discreta rilevanza sulla persona perché in 40 gg ci sono centinaia di momenti nei quali veniamo o potremmo venire in contatto con essi. E non è facile.
Avrei potuto anche scegliere di rinunciare ai film con Ryan Gosling, alle partite della viola (quanto sarei stato meglio!), alla Cucinotta o al tennis, d’accordo, ma qualcosa alla fine andava scelto e io ho puntato sull’alimentazione. Anche per un comodo secondo fine legato al peso, difficile infatti che finisca per ingrassare a meno che non mi butti sulla pasta a pranzo e a cena.
Epperò c’è un’eccezione fondamentale che riguarda l’educazione, vale a dire che non ci si deve incaponire nella rinuncia quando questa diventa uno sgarbo nei confronti di un ospite, classico caso quando inviti amici a cena e questi portano un dolce: non ti puoi esimere dal gustarne una fetta, per educazione.
C'è una postilla che riguarda i giorni aggiuntivi da scontare a fine quaresima: ogni sgarro vale ulteriori tre giorni di astensione da alcol e dolci in fondo al periodo.
L’episodio più duro del primo anno riguardò una cena in pizzeria dove coraggiosamente ordinai da bere solo acqua. Da quel momento ho deliberato che non bere birra con la pizza è maleducazione.
L’anno scorso, invece, ho avuto in casa per un mese un vasetto di confetti di pinoli acquistati da Romanengo, a Genova, ed è stato un vero supplizio offrirli e non assaggiarli mai fino a Pasqua.
13 febbraio 2012
Read Only Memory - n. 5
Prendete il libro o qualsiasi altra cosa stiate leggendo, cercate una frase che vi siete segnati oppure prendetene una a casaccio e trascrivetela in commento al post, indicando anche titolo dell'opera e autore.
Tutto questo ci porterà da qualche parte? Probabilmente no, è vero, ma magari un cristo che trova uno spunto di lettura ci può pure scappare.
Dalla galera sono uscito senza più la voglia di cantare e suonare. Mi va solo di ascoltare. E di continuare a bere. Ormai soltanto calvados, tutto ciò che mi rimane di una donna perduta in Francia. Un tempo tutto quello che mi capitava a tiro, perché "puoi togliere il blues dall'alcol ma non l'alcol dal blues".
(La verità dell'alligatore - Massimo Carlotto)
Tutto questo ci porterà da qualche parte? Probabilmente no, è vero, ma magari un cristo che trova uno spunto di lettura ci può pure scappare.
Dalla galera sono uscito senza più la voglia di cantare e suonare. Mi va solo di ascoltare. E di continuare a bere. Ormai soltanto calvados, tutto ciò che mi rimane di una donna perduta in Francia. Un tempo tutto quello che mi capitava a tiro, perché "puoi togliere il blues dall'alcol ma non l'alcol dal blues".
(La verità dell'alligatore - Massimo Carlotto)
23 gennaio 2012
Il peposo dei Fornaciai
Siamo invitati per il pranzo domenicale dai Fornaciai (alias Giacomo & family). Arriviamo col Berlucchi e un dolce di cioccolato fuso e poi colato in una forma siliconica a fiorellin del prato. Andiamo preparati perché dai Fornaciai si viene solitamente rimpinzati come porcelli e quando si esce da quella casa ci abbiamo tutti la nostra bella mela in bocca.
Tanto per cominciare, un prosecchino accompagna le mani danzanti sulle arachidi, sui capperi formato XXL, sul tris di olive, sul pecorino di Pienza e sui tocchi d’un salame toscano doc; una crema di gorgonzola fa da scialuppa alla zuppiera col pinzimonio. Qui, sedanini, carotine, carciofini, cipolline, finocchini e ogni altro ortaggio passibile di diminutivo è nettato e composto in un delizioso e arruffato arcimboldo.
Per primo piatto ci viene spacciata una ricetta di Cotto e Mangiato, devo dire senza tentare di venderla per una dell’Artusi. I maccheroncini rigati sono fatti saltare in un soffritto di cipolla e pomodoro e il tutto viene addensato con una vellutata di peperoni. Di più non so, semmai chiedete direttamente a Benedetta Parodi.
Fa un po’ specie ingurgitare un piatto testato su Fabio Caressa, questo sì, però quando Giacomo mi fa notare che probabilmente anche lo zio Bergomi avrà assaggiato il manicaretto capita che, insomma, lo zio ti faccia venire in mente i mondiali ’82, la 500 tricolore di Pievepelago, il gol di Tardelli, Zoff che alza la coppa e il turbinio di bandiere italiane; a quel punto sei così ben disposto verso il mondo che mangeresti pure la cacca della Parodi.
Il piatto forte era il secondo: il peposo dei fornaciai (nomen omen). La carne è quella del bollito, la scaraventi a freddo in un pentolone assieme ad aglio, vino e manco a dirlo pepe, fai cuocere per 5/6 ore et voila la ricetta è servita. La Parodi potrà inserirla nella sua nuova raccolta: Stracotto e mangiato.
Il piatto merita davvero. Si chiama così (o anche Peposo all’imprunetina) perché veniva cotto dai fornaciai (quelli con la "f" minuscola) nei forni utilizzati appunto per il famoso Cotto dell’Impruneta, sfruttandone il calore.
Un delicato purè di patate attenua la forte speziatura della carne e l’accompagna con discrezione durante tutto il viaggio del bolo alimentare.
E laddove non arriva il purè, è un eccellente Chianti Ruffino che si presta ad alleviare i rimanenti focolai sulle papille impepate.
Chiudono il pranzo: il dolce, i cenci della Gabriella, lo schiumante, una portentosa discesa di Christian Deville (nella foto), l’ananasso, un proficuo scambio figu Panini, il caffè, svariate sfide nell’arena Pokémon tra le MasterBall di Zekrom e Reshiram, un grappino e la più brutta partita di calcio mai disputata nella storia di tutta la serie A (Cagliari-Fiorentina n.d.a.).
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Questa testo partecipa al Volta La Carta, una raccolta di recensioni accazzo, come anche:
Regole che potete rispettare o anche no, come da statuto promulgato da La Carta, che potete rispettare o anche no:
Tanto per cominciare, un prosecchino accompagna le mani danzanti sulle arachidi, sui capperi formato XXL, sul tris di olive, sul pecorino di Pienza e sui tocchi d’un salame toscano doc; una crema di gorgonzola fa da scialuppa alla zuppiera col pinzimonio. Qui, sedanini, carotine, carciofini, cipolline, finocchini e ogni altro ortaggio passibile di diminutivo è nettato e composto in un delizioso e arruffato arcimboldo.
Per primo piatto ci viene spacciata una ricetta di Cotto e Mangiato, devo dire senza tentare di venderla per una dell’Artusi. I maccheroncini rigati sono fatti saltare in un soffritto di cipolla e pomodoro e il tutto viene addensato con una vellutata di peperoni. Di più non so, semmai chiedete direttamente a Benedetta Parodi.
Fa un po’ specie ingurgitare un piatto testato su Fabio Caressa, questo sì, però quando Giacomo mi fa notare che probabilmente anche lo zio Bergomi avrà assaggiato il manicaretto capita che, insomma, lo zio ti faccia venire in mente i mondiali ’82, la 500 tricolore di Pievepelago, il gol di Tardelli, Zoff che alza la coppa e il turbinio di bandiere italiane; a quel punto sei così ben disposto verso il mondo che mangeresti pure la cacca della Parodi.
Il piatto forte era il secondo: il peposo dei fornaciai (nomen omen). La carne è quella del bollito, la scaraventi a freddo in un pentolone assieme ad aglio, vino e manco a dirlo pepe, fai cuocere per 5/6 ore et voila la ricetta è servita. La Parodi potrà inserirla nella sua nuova raccolta: Stracotto e mangiato.
Il piatto merita davvero. Si chiama così (o anche Peposo all’imprunetina) perché veniva cotto dai fornaciai (quelli con la "f" minuscola) nei forni utilizzati appunto per il famoso Cotto dell’Impruneta, sfruttandone il calore.
Un delicato purè di patate attenua la forte speziatura della carne e l’accompagna con discrezione durante tutto il viaggio del bolo alimentare.
E laddove non arriva il purè, è un eccellente Chianti Ruffino che si presta ad alleviare i rimanenti focolai sulle papille impepate.
Chiudono il pranzo: il dolce, i cenci della Gabriella, lo schiumante, una portentosa discesa di Christian Deville (nella foto), l’ananasso, un proficuo scambio figu Panini, il caffè, svariate sfide nell’arena Pokémon tra le MasterBall di Zekrom e Reshiram, un grappino e la più brutta partita di calcio mai disputata nella storia di tutta la serie A (Cagliari-Fiorentina n.d.a.).
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Questa testo partecipa al Volta La Carta, una raccolta di recensioni accazzo, come anche:
- Una truffa ridicola - by Giovanni
Regole che potete rispettare o anche no, come da statuto promulgato da La Carta, che potete rispettare o anche no:
- Non si può cambiare nome al gioco (Volta La Carta);
- Nel testo non si possono usare le parole problematica, simpatico/a, serenità;
27 novembre 2011
La Coca Cola con la cannuccia
Per noi fiorentini sarebbe una goduria girare l'Italia, in ferie o per lavoro, se non finissimo fatalmente per incontrare dilettanti appassionati linguisti che ci chiedono, con l'originalità di una mosca sulla merda, di pronunciare la frase che campeggia nel titolo del post. E che io non voglio più ripetere, e nemmeno scrivere.
Comincia che hai sedici anni e alle ragazzine di Varese che trovi al campeggio di Orbetello, quando scoprono che sei di Firenze, s'illuminano gli occhi di una luce vivida e porcina. Qualche secondo di pia illusione che ci possa scappare una slinguazzata e poi la realtà dei fatti: si vogliono solo fare una risata godendo della tua "c" aspirata.
E tu le accontenti, e loro ridono, e pensi "ganzo". Non ti rendi conto che sei entrato in un vortice dal quale non uscirai forse più.
La C aspirata a noi non piace, non è che ce la portiamo appresso per esibirla come un trofeo, ce la siamo ritrovata sottopelle e non ce ne possiamo affrancare se non a costo di sacrifici di dizione intensi e spesso insostenibili.
Quando parliamo tra fiorentini non ci accorgiamo di usarla ma con gli altri, beh, la cosa può creare imbarazzo. Non è che dovete proprio ficcare giù il coltello nella ferita e ravanare con 'sta menata della bevanda di Atlanta e del suo tubicino atto a suggerla, spesso afflitto da scarsa lunghezza.
La C aspirata è una piaga della società fiorentina e come tale si cerca di limitarla, visto che debellarla appare improbo e che non un Sabin, non un Jenner s'è mai dedicato alla questione.
Alcuni non fiorentini sostengono che in fondo la nostra parlata è simpatica e che non dovremmo cercare di trattenerci, anzi, ci rende persone più interessanti.
La peggiore trovata dello straniero al cospetto d'un concittadino di Dante è quando il tipo cerca di proferire una qualsiasi frase in fiorentino. E dire che sembrerebbe facile, non è che il nostro non-dialetto ribolla di vocaboli strambi e intorcinati o tronchi o sbilenchi. Basta buttare lì un po' di parole e aspirare le cazzo di C. E no! E no che non va bene!
Ecco le frasi tipiche di chi tenta di parlare in fiorentino ma è nato a Tarvisio, o in altro loco fuor di Toscana per intendersi.
Che vai a hasa? Che è hotta la bistecca? Fa haldo, maremma fa haldissimo.
E no, e no: è una questione di C.
Le suddette frasi in bocca a un fiorentino verace suonano più o meno così: Che vai accasa? Che èccotta la bistecca? Faccaldo, maremma faccaldissimo.
La raddoppiamo la hazzo di C, quando ci va, altro che aspirarla. Non c'è una regola: quando l'aspiriamo, quando la mangiamo proprio, quando la raddoppiamo e quando la nascondiamo sotto il tappeto. Non c'è una regola, ma se anche ci fosse non è che la sappiamo.
La C aspirata ce la tramandano i nostri vecchi, assieme al pane sciocco, all'amore per il Cupolone e ai racconti sull'alluvione del '66 in una fisiologicità mendeliana che non richiede ulteriori spiegazioni.
Tempo fa avevamo sfiorato l'argomento qui nei commenti assieme a Viola (un nome una garanzia per noi), approfondire la tematica mi aggradava anche se magari non era la mia massima... aspirazione.
Il 50% del ricavato di questo post è devoluto all'ACCA (Associazione Contro la C Aspirata)
Comincia che hai sedici anni e alle ragazzine di Varese che trovi al campeggio di Orbetello, quando scoprono che sei di Firenze, s'illuminano gli occhi di una luce vivida e porcina. Qualche secondo di pia illusione che ci possa scappare una slinguazzata e poi la realtà dei fatti: si vogliono solo fare una risata godendo della tua "c" aspirata.
E tu le accontenti, e loro ridono, e pensi "ganzo". Non ti rendi conto che sei entrato in un vortice dal quale non uscirai forse più.
La C aspirata a noi non piace, non è che ce la portiamo appresso per esibirla come un trofeo, ce la siamo ritrovata sottopelle e non ce ne possiamo affrancare se non a costo di sacrifici di dizione intensi e spesso insostenibili.
Quando parliamo tra fiorentini non ci accorgiamo di usarla ma con gli altri, beh, la cosa può creare imbarazzo. Non è che dovete proprio ficcare giù il coltello nella ferita e ravanare con 'sta menata della bevanda di Atlanta e del suo tubicino atto a suggerla, spesso afflitto da scarsa lunghezza.
La C aspirata è una piaga della società fiorentina e come tale si cerca di limitarla, visto che debellarla appare improbo e che non un Sabin, non un Jenner s'è mai dedicato alla questione.
Alcuni non fiorentini sostengono che in fondo la nostra parlata è simpatica e che non dovremmo cercare di trattenerci, anzi, ci rende persone più interessanti.
La peggiore trovata dello straniero al cospetto d'un concittadino di Dante è quando il tipo cerca di proferire una qualsiasi frase in fiorentino. E dire che sembrerebbe facile, non è che il nostro non-dialetto ribolla di vocaboli strambi e intorcinati o tronchi o sbilenchi. Basta buttare lì un po' di parole e aspirare le cazzo di C. E no! E no che non va bene!
Ecco le frasi tipiche di chi tenta di parlare in fiorentino ma è nato a Tarvisio, o in altro loco fuor di Toscana per intendersi.
Che vai a hasa? Che è hotta la bistecca? Fa haldo, maremma fa haldissimo.
E no, e no: è una questione di C.
Le suddette frasi in bocca a un fiorentino verace suonano più o meno così: Che vai accasa? Che èccotta la bistecca? Faccaldo, maremma faccaldissimo.
La raddoppiamo la hazzo di C, quando ci va, altro che aspirarla. Non c'è una regola: quando l'aspiriamo, quando la mangiamo proprio, quando la raddoppiamo e quando la nascondiamo sotto il tappeto. Non c'è una regola, ma se anche ci fosse non è che la sappiamo.
La C aspirata ce la tramandano i nostri vecchi, assieme al pane sciocco, all'amore per il Cupolone e ai racconti sull'alluvione del '66 in una fisiologicità mendeliana che non richiede ulteriori spiegazioni.
Tempo fa avevamo sfiorato l'argomento qui nei commenti assieme a Viola (un nome una garanzia per noi), approfondire la tematica mi aggradava anche se magari non era la mia massima... aspirazione.
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