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1 marzo 2016

Il cestino del pane


Una pizzeria la vedi da come fa la margherita, una gelateria dalla crema e dal cioccolato e un ristorante lo vedi dal pane.
Lo so che quasi mai è il ristorante a fare il pane, ma ugualmente la cura con cui dovrebbe sceglierlo è la cartina di tornasole di un’attenzione che troverete poi nella preparazione dei piatti, nell’accoglienza, nella cortesia e nel conto.
Perché quando passi quei dieci minuti da solo con il cestino del pane, in attesa che la pappatoria decolli, è allora che fai le tue prime considerazioni.
Se vuoi giudicare in tempi brevi, devi fare un po' come quando dal cocomeraio ti fai fare il tassello per non rischiare di comprare dieci chili di zucca insapore.
E un persona, però, a parte Nino che il giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia, una persona, da cosa la valuti?
Vige sempre la regola del semplice, sarei tentato di dire da una stretta di mano, ma no, direi che ha senso solo in negativo per quelli che ce l'hanno moscia, tra quelli che stringono è pieno di ti-faccio-vedere-chi-sono-fratturandoti-una-trenina-di-dita e dio, o chi per lui, ce ne scampi.
Come si può giudicare, senza quasi correre il rischio di sbagliare, la bontà di una persona in tempi brevi? Posso capire lo spessore di qualcuno che ho conosciuto da poco, in un tempo limitato?
Forse dallo sguardo, dal sorriso? (dalle poppe?).
No, alla fine torniamo sempre lì. Le persone che stanno un gradino sopra alle altre sono quelle che ascoltano, anzi, che sanno ascoltare. Che non è banale, è una roba complicatissima.
Non devi star lì a oscillare la testa fingendo attenzione in attesa che tocchi a te parlare o, peggio, interrompendo perché tocca a te parlare. E non devi ascoltare filtrando via la monnezza e memorizzare solo quello che ti fa piacere sentire, devi essere in grado di ascoltare, di dedicare la tua attenzione vera a chi ti parla.
La persona che ascolta, che sa ascoltare, è quella che ha il pane migliore.

10 dicembre 2012

Delle virgolette fatte con le dita

Non c'è riunione alla quale partecipi da un paio d'anni a questa parte in cui il relatore non citi una frase, una parola, una locuzione virgolettandola a dovere con l'arcinoto gesto di doppio piegamento di dito indice e medio di entrambe le mani.
Spesso a sproposito, senza alcuna correlazione sintattica a motivare la mimica enfatizzante. Spesso abusando di un gesto volatile che non avrebbe tale frequenza se il testo fosse scritto invece che recitato. Spesso credendosi stevejobs.
Pare che se non le usi 'ste virgolette digitali (da dito) non sei nessuno.
Devo dirlo, è una cazzata. Anzi, è proprio passato di moda, siete out con quei ditini flessi ai lati del vostro faccione.
Forse un tempo, nel Pleistocene magari, è stato fico andare in giro a vantarsi: Ehi, Grunf, oggi ho acceso (virgolette con le dita) il fuoco. Ma dopo no, la pratica s'è talmente diffusa che ha incarnato il dozzinale e il prevedibile.
Pure la badante boliviana di mia mamma si pavoneggiava non poco con l'entre comillas, in quello che a me appariva soltanto come un allarmante segno di degrado dei tempi.
Sembra che senza il corsivo, le virgolette, le sottolineature o le parentesi (io son malato di parentisi) non siamo più in grado nemmeno di scrivere, non completiamo l'opera rendendoci ridicoli nel (virgolette con le dita) parlare.
La semplicità è il marchio di chi è forte, di chi non deve ricorrere a mezzucci o a trucchi da quattro soldi e quelle virgolette mimate a chi vi ascolta ricordano tanto le opinabili colorazioni degli scarpini dei calciatori moderni laddove, spesso, si tenta di supplire alla carenza di classe con un accessorio da fighetto.

10 luglio 2012

Giro di tavolo


Una delle frasi che più odio sul lavoro è "facciamo un giro di tavolo", specialmente se non è una battuta che prelude a una vassoiata di pasticcini.
Sapete, quell'abitudine insulsa che dovrebbe agevolare il conoscersi meglio tra i presenti.
Se sono stato preavvisato è probabile che abbia trascorso la notte in bianco e mi sia pure prima scritto e poi studiato un copione, che poi son sempre le solite cinque cazzate messe in fila, e che comunque mi scordo nel preciso istante in cui tocca a me. Peggio che a scuola.
Se non sono stato preavvisato forse è meglio, patisco meno, ma può succedere che non riesca a buttare giù un elenco sensato delle mie attività attuali, delle mie esperienze passate o delle mie aspirazioni future.
Di fatto, ognuno, durante il giro di tavolo, pensa e si risbobina in testa la parte che dovrà dire lui estraniandosi dall'ascoltare gli altri e trascinando a zero l'utilità presunta del giro stesso. In ogni caso, nessuno ascolterà nessuno oltre il terzo che si presenta.

T'immagini se Gesù avesse proposto un giro di tavolo durante l'ultima cena?
- Sì, sono Simone detto Pietro, ho una pluriennale esperienza pre-cristianica in un'azienda ittica. Sono lo sviluppatore del word processor per digitalizzare gli atti degli apostoli.
- Salve, sono Giovanni il prediletto, sono figlio di Zebedeo e sono il controller della Giudea e della Galilea.
- Io sono Giuda Iscariota, gestisco le vendite di un prodotto nuovo importato dalla Perugina, il bacio, e sono rappresentante esclusivo per la Samaria.
- Buongiorno, io sono Tommaso, uno dei dodici, detto Didimo. Sono il copy che ha lanciato lo slogan "Se non vedo non credo", ci ho studiato sopra per settimane e solo dio o chi per lui sa quanto mi sia costato.
- Io mi chiamo Bartolomeo, sono nella cristianità da pochissimo tempo, e blabblabblà blabblabblà blabblabblà.
Ma nessuno ascolta già più...

3 giugno 2012

Don Mario, parroco illuminato

Immaginatevi Hannibal Lecter, però buono. Così don Mario.
Finito il vangelo faceva quel verso con la bocca, come un Hannibal ante litteram, quella specie di richiamo per serpenti a sonagli.
Poi diceva: "Beh, le letture e il vangelo di oggi, son così chiari, così limpidi, che non necessitano di spiegazione (pausa) Credo in un solo Dio..."
E così in meno di mezz'ora la messa era finita, in barba all'omelia e, chi in pace e chi no, s'andava tutti.
Don Mario, soprannomen omen, era detto scheggia per via di un trancio di granata che si portava conficcato in testa dai tempi della guerra, ma aveva rafforzato il nomignolo scheggiando via nel cantar messa, dall'antifona d'ingresso fino all'andate in pace in una corsa senza respiro.
Mia madre mi aveva forgiato a modino, tra messe, dottrine, comunioni e confessioni non riparavo. Pure capo chierichetto sono stato.
Don Mario da noi era cappellano, prete in seconda, e diceva le messe d'avanzo, quelle più sfigate, tra cui alle 7 la mattina in chiesa e alle 9 al cimitero.
Io andavo alle 9 al cimitero e davo una mano, servivo messa, e leggevo tutto quello che c'era da leggere, dalle letture al salmo responsoriale, dall'ascoltaci o Signore agli avvisi.
Una domenica s'è fatto il record: venti minuti; dopo di che lui è andato alla casa del popolo a far due chiacchiere coi comunisti e io a casa a guardarmi lo sci.
E quando c'era da confessarsi era auspicabile scansare il pievano e cercare direttamente don Mario che, come ministro di Dio, era sicuramente più moderno.
In confessione riuscii a dirgli che avevo visto un giornalino con le donne nude e lui mi spiegò che se Dio ci aveva fatti così, nudi e belli, era perché potessimo guardarci e che quindi non avevo niente da farmi perdonare.
Un'altra volta confessai che spesso pregavo per l'ottenimento di cose materiali tipo bei voti o promozioni a scuola, tipo che non m'interrogassero quando ero impreparato, che Gigi Riva segnasse dei gol, che Thoeni vincesse a Campiglio e che la Veronica s'innamorasse di me. Qui non solo mi assolse dalle colpe, ma proprio si esaltò commosso perché tutta questa fiducia verso Gesù (io pregavo Gesù) non ce l'aveva manco lui.


16 maggio 2012

Avrei potuto vincere il Pulitzer

VRRRRRRRRRRRRR VRRRRRRRRRRRRR
C’ho i muratori in casa. VRRRRRRRRRRRRR
C’ho i muratori in casa che se ne approfittano solo perché legittimi possessori di un martellino. VRRRRRRRRRRRRR
Una roba un po’ da incubo. VRRRRRRRRRRRRR
Davvero, preferirei essere in una stanzetta all’Overlook Hotel. VRRRRRRRRRRRRR
E che io dovrei essere abituato ai muratori in casa, ne ho avuto uno fisso, finché è vissuto, mio padre. È diverso però se il muratore in questione ti deve educare o se ti deve disintegrare una parete. VRRRRRRRRRRRRR
Oggi mi ero alzato con la ferma intenzione di scrivere il post che mi sarebbe valso il pulitzer dei blogger ma ’sto rintronamento VRRRRRRRRRRRRR m’impedisce di portare a termine un pensiero creato.
Ci provo, non è che non ci provo.
Stasera cucinerò per il mio anniversario VRRRRRRRRRRRRR
L’ondata di suicidi sta provocando VRRRRRRRRRRRRR
Ieri  ho letto un post stupendo di VRRRRRRRRRRRRR
La situazione politica italiana è VRRRRRRRRRRRRR
Il riscaldamento del pianeta VRRRRRRRRRRRRR
Fazio e Saviano non ci VRRRRRRRRRRRRR
Atene ormai VRRRRRRRRRRRRR
Hollande VRRRRRRRRRRRRR
I Lakers VRRRRRRRRRRRRR
Il Giro VRRRRRRRRRRRRR
Figa VRRRRRRRRRRRRR
Io VRRRRRRRRRRRRR
Epperò vengo sistematicamente risucchiato in un terrifico turbine acustico che mal si sposa col ragionare. VRRRRRRRRRRRRR
Polvere e Rumore, Ruggeri e la Carrà mi faranno compagnia tutto oggi VRRRRRRRRRRRRR e per diversi giorni a venire VRRRRRRRRRRRRR.
E quando i muratori aVRRRRRRRRRRRRRanno finito, so già che risulterò vincitore delle pulitzer di primavera.

16 aprile 2012

Sient'a mme

Saper ascoltare è una roba complicata.
E non si sa ascoltare solo per il fatto che uno dei nostri cinque sensi è deputato a farlo. No.
Sentire, forse. Ascoltare è su un'altra dimensione uditiva.
Pochi sanno mettersi davvero in ascolto, anche tra chi dovrebbe farlo per mestiere, o tra noi genitori.
Io ci sto lavorando, ci sto sempre lavorando, ci sto ancora lavorando, da quando ho preso coscienza che non ero capace di ascoltare.
Ecco, già essere coscienti e riconoscere i momenti in cui manifestiamo la nostra ritrosia naturale all'ascolto, già questo, è un bel passo avanti. È il primo gradino della scala lunga e ripida che s'appoggia alla nostra idoneità all'ascolto.
È stata Nadia che, una quindicina d'anni fa, mi ha messo di fronte a questa mia incapacità, nonostante io negassi con forza di averlo, il problema.
Il sintomo tipico di chi non sa ascoltare è l'interruzione. Poi ce ne sono altri, in effetti, ma soffermiamoci su questo che è di facile individuazione.
Tu inizi a esporre un concetto divertente, serio, eccitante, drammatico e chi ti sta di fronte ha qualcosa di più divertente, più serio, più eccitante o più drammatico da rendere pubblico e perciò t'interrompe, o magari aspetta anche che tu finisca ma, nel frattempo, non ti ascolta e pensa soltanto a ciò che dirà lui quando prenderà la parola.
Nadia sosteneva che io a volte interrompessi gli altri (lei) per dire la mia, o per rilanciare, o per salutare e andarmene.
Io ero sicuro di no.
Quando, dopo quel giorno, è successo, lei ha cominciato a sorridere, così, senza dire niente. Sulle prime non ho capito, poi piano piano sì.
Io, assolutamente senza accorgermene, interrompevo un suo discorso, con una domanda o un cambio argomento inopportuno. Lei zitta mi mollava un sorriso. E io realizzavo che c'ero cascato.
Così facendo, non solo mi ha insegnato ad ascoltare chi parla, ma anche ad ascoltare un sorriso, sì, perché non si tratta soltanto di parole.
Ci sono da ascoltare gesti, espressioni, silenzi.
Lo dicevo che è complicato.
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