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7 marzo 2023

Tutto comincia con la casina di Giocagiò


C'era questa trasmissione alla tivù dei ragazzi, Giocagiò, e tra le altre cose mostravano i disegni che i bambini all'ascolto mandavano in redazione alla Rai. Un giorno, il conduttore Nino Fuscagni (grazie wiki) si esibì in una divertente scenetta vestito da tartaruga e io ebbi la brillante idea di ritrarlo. Così disegnai questa minuscola tartaruga umanoide al centro di un enorme foglio da disegno e, con l'aiuto della mamma suppongo, la mandai a Giocagiò, casella postale qualche cosa.

No, non mostrarono la mia opera in tivù, non che io sappia, però mi mandarono a casa una bellissima casetta di carta da montare: la strafamosa, nonché ambitissima, casina di Giocagiò. Tipo quella della foto, ma con il tetto rosso.

Considerate anche che, per citare Henny Youngman, io in quei tempi abitavo così lontano che il postino mi spediva le mie lettere.

Immaginate quindi la mia incredula gioia quando ho ricevuto - a domicilio! - la casina da montare.

Beh, l'ho montata e l'ho piazzata sull'armadio, di modo che potessi vederla quando andavo a letto e quando mi svegliavo.

Estremizzo e semplifico, ma è stata quella casina -  con la complicità di mia mamma - a farmi capire che nella vita tutto è possibile.

2 marzo 2018

Una luce accesa è un rubinetto aperto

È una lotta dura quella per non lasciare luci accese nelle stanze deserte, una lotta che ci tramandiamo di generazione in generazione.
Lo sento ancora il mi' babbo che bociava: spengi la luce!
Ed è un po' una battaglia persa con i figli che non hanno un diretto interesse sull'importo della bolletta, a volte pure con qualche adulto che magari minimizza a sproposito.
Allora ho trovato questo stratagemma che pare funzionare, ho detto ai miei che lasciare una luce accesa è un po' come lasciare una cannella aperta.
Lasceresti l'acqua aperta uscendo dal bagno?
NO, è la risposta.
Allora quando troverete l'ennesima luce accesa in bagno o nel corridoio deserti, chiamateli e dite loro che hanno lasciato il rubinetto aperto. Vedrete, funzionerà.
Oppure vi allagheranno la casa.

27 ottobre 2016

L’arma impropria di ripiegare i lenzuoli


Mariti, compagni, figli che siete chiamati dalle donne di casa a dare una mano per ripiegare i lenzuoli – ve lo dico – non ce la potete fare.
Quello che per un maschio è perfettamente indifferente – lo piego di qua / lo piego di là – per la femmina è una questione di vita o di morte.
Tu metti la mano destra in alto e la sinistra in basso? E non va bene, era il contrario.
La volta dopo, memore del fatto, inverti la mano ma non va ancora bene, era il contrario del contrario.
E non provare a chiedere spiegazioni, probabile che Ella ti rifili una pappardella sul diritto/rovescio, sul ricamo o più probabilmente la smorfia del che te lo dico a ffa’ tanto poi non capisci.
Ma perché? Perché non c’è una regola. Anzi sì, ce n’è una e solo una: come fai sbagli, esatto.
E indurti in errore, sbatterti in faccia la tua incapacità in lenzuoleria la fa stare meglio. Ergo, lascia perdere.
E non fare lo spiritoso impuntandoti sul tuo senso di piega come fosse imposto dal divino, magari scuotendo il lenzuolo bello che intrecciato e cercando di far cambiare mani a lei, è un’ironia che ti si ritorcerebbe presto contro.
Abbozza! Non darle spago.
Devi solo allenarti a cambiare mano velocemente, solo questo: TAC TAC, quella che era giù va su e viceversa, così la lascerai allibita e, suo malgrado, disarmata.


p.s. per estremo atto di misericordia taceremo sulle regole che dovrebbero determinare la piegatura dei lenzuoli con gli angoli.

15 dicembre 2015

Caricare la lavastoviglie for dummies


  • I piatti stanno con i piatti e le scodelle con le scodelle. Mischiare è l'errore tipico dei caricatori principianti è il qual'è apostrofato dei lavastoviglici. E quando c'è una fila sola si parte con le scodelle e poi si passa ai piatti, di modo che, nel delicato passaggio da un tipo all'altro non si verifichi il letale accostamento culo del piatto con bordo scodella. Ovviamente non è presa nemmeno in considerazione l'ipotesi di lasciare un posto vuoto nella griglia.
  • Una lavastoviglie non è mai piena, ci sarà sempre il posto per la tazza della tisana o il bicchiere della citrosodina.
  • I coltelli a punta vanno cacciati nel portaposate con la punta rivolta verso il basso, sembra ovvio e invece non si contano le mani sbucacchiate in fase di svuotatura.
  • I mestoli vanno bloccati tra le altre stoviglie, la loro posizione ideale è longitudinale rispetto ai bicchieri o alle tazze da colazione, affinché non comincino a sbattere furiosamente e vi costringano ad alzarvi sul più bello di un omicidio (spoiler) in House of Cards.
  • Il pentolone fondo della pasta è quasi sempre meglio lavarlo a mano, intanto perché é già pressoché pulito e poi perché può lasciare spazio a 6/7 piattini da dessert, tanto per dirne una.
  • Non conviene inserire nell'elettrodomestico stovigliame corredato di meccanismi e guarnizioni. Insomma non fidatevi della dicitura "può andare in lavastoviglie", certo che ci può andare, anche il vostro gatto ci può andare, non per questo l'apparecchio è da azionare con la bestiola all'interno.
  • Disporre tutti gli oggetti che hanno incavi potenzialmente ricettori di acqua in verticale/obliquo (alcuni coperchi, alcune tazze).
  • Utilizzate i coperchi delle pentole (non quelli del punto precedente) per bloccare da sopra i materiali troppo leggeri, tipo i tupperware o i bicchieri di plastica ikeici che, altrimenti, vi ritroverete a pancia in su e colmi di liquidume quando andrete a toglierli.
  • E dategliela una passata con una spazzolina ai piatti, vi consentirà di lanciare qualche lavaggio a temperatura ridotta.
  • Svuotare sempre e prima il piano di sotto, eviterete fastidiose sgocciolature sulle stoviglie asciutte.
P.s. Se avete consigli e suggerimenti utilizzate pure l'area commenti.

15 giugno 2015

Tre cose tre che ti salvano il culo

No, davvero, procura di non fartele mai mancare, o ricordati di averle a disposizione, e la massima parte dei tuoi problemi andrà risolta.
Nello specifico in tre campi: i lavori di casa, in cucina e davanti a un piccì.
Cominciamo dall'informatica... quando cerchi una funzione, una soluzione a un problema, una scorciatoia, basta che ti ricordi che esiste il tasto destro del mouse, sta tutto lì.
In cucina? L'acqua di cottura della pasta, tienine sempre almeno un bicchiere, qualunque cena tu stia preparando. Tienila per la stessa pasta che stai per saltare, per dare nuova vigoria a un coccio di fagiolini... al limite a fine cena, quando è fredda, la dai a una pianta e male non le fa.
Per chiudere, il bricolage, comprati tutta l'attrezzistica che vuoi, fatti l'assortimento mondiale globale di viti e rondelle ma se non c'hai le cacchio di fascette da elettricista non partire nemmeno. Con quelle fascette plastiche a cui non daresti una lira puoi davvero risolvere tutta una serie di guai meccanici o di stabilità. Scoprirai che ogni riparazione provvisoria che andrai a fare si rivelerà, col tempo, più duratura, salda e definitiva del tuo stesso matrimonio.

22 settembre 2014

Ti ho sposato per un pappagallo

Che poi le affinità erano altre, che diamine, ma nella tua dote c’era questo fantastico attrezzo blu (fidatevi, è blu) che io adoravo quando c’erano da fare i lavori e adoro anche adesso che è un po’ più mio.
In realtà non avevi molto di più come attrezzi: un cercafase mi par di ricordare, un cacciavite a stella e mi sa un martello. Ma era pacifico che con il versatile pappagallo blu si risolvessero tutta una serie di questioni della casa senza ricorrere ad arnesi specifici tipo pinze, tenaglie o tronchesi.
Anche nella mia famiglia d’origine possedevamo un pappagallo - che no? - è che era un mezzo residuato bellico. Tra le altre cose per regolare l’ampiezza della stretta c’era addirittura un bullone che rallentava le operazioni d’utilizzo, inoltre, una parte del manico era concava per accogliere, a pappagallo chiuso, l’altra metà del manico e spesso un frinzello di ciccia tua, in quel pizzico mortale conosciuto dalle mie parti col nome di pulcesecca (*).
Alla fine per entrarne in possesso ho preso una decisione forse un tantino azzardata, ma tant’è, al cuor d'aggiustator non si comanda.

(*) E dalle parti tue?

2 aprile 2014

Cose che stazionano in posti

Pur in assenza di derive maniacali, vige un certo ordine a casa nostra, per lo meno rispetto ai miei parametri e alle case di recenti amici - che non leggono il blog! - e che abbiamo avuto occasione di visionare.
Dolcemetà vi direbbe che c'è un casino dell'ottanta, a prescindere.
In ogni modo le cose (tendenzialmente direi, se non cominciassi davvero a odiare questa parola) stanno al loro posto e se non ci stanno, nel giro di un giorno o due, ci vengono ricondotte, di riffa o di raffa.
Poi capita che, in modalità e tempi non prevedibili, qualcosa sfugga alle maglie della sicurezza.
Succede che un tappo, uno straccio, una molla, una vite, o comunque un oggetto non bene identificato e privo di fissa e riconosciuta dimora si trovi abbandonato a se stesso in un luogo della casa e, per non indagabili motivi, ci rimanga per molto tempo. E nessuno che senta il bisogno di ricomporre l'ordine costituito cavandolo dalle palle.
In questi giorni abbiamo un tappo di plastica bianco che staziona sul top della cucina, viene spostato a destra e a manca, nei momenti di pulizia e di preparazione dei pasti, ma resta in zona e vive il suo momento di gloria.
Emblematico, qualche anno fa, Il Caso dei Calzini Neri di cui parlarono anche le cronache regionali: un paio di pedalini, neri appunto, restò per mesi sul termosifone accanto alla porta d'ingresso.
Nessuno aveva voglia di spostare i calzini dell'altro(*).

(*) (erano suoi di lei ella)

25 novembre 2013

Di gatti e di feng shui

Alle micie avevamo allestito una cuccia speciale dove dormire ma loro niente, sempre in giro abbioccandosi dove capitava con predilezione per scatolame vario in cartone, buste in plastica, scarpe e borse sportive. Poi, rassettando il loro spazio, succede che dolcemetà sposti casualmente l'orientamento del covile e lo ponga su una direttrice est-ovest a differenza della precedente disposizione sud-nord.
Beh, le micie hanno gradito, da subito si son ficcate dentro a ronfare che era una bellezza.
Quando mi parlano di filosofie orientaleggianti a me che c'ho uno spirito contadino viene un po' l'orticaria, detto a voi, ma toccare con mano il feng shui felino mi fa pensare, ecco.
Se le gatte nel loro istintivo agire riescono a preferire un orientamento piuttosto che un altro [indipendentemente da quale esso sia anche perché pare che la prima regola del feng shui (vi giuro che non è "Non parlare mai del feng shui!") sia dormire con la testa a nord e i piedi a sud e Penny e Lizzy non parevano gradire seppur nei loro acciambellamenti intarsiati non sia sempre semplice identificarne il capo e la coda] forse non stiamo proprio davanti a tutto quel mucchio di fuffa.
O forse sì.

9 maggio 2013

Circolare, gente, circolare!

Quello che mi salva è il materiale circolante.
Sto parlando degli spazi nell’armadio e nei pensili della cucina. L’accumulo di beni materiali nel guardaroba sotto forma di camicie, magliette, pantaloni e quello sotto forma di piatti, tazze e bicchieri  negli scomparti deputati ha superato il livello di guardia (bicchieri, moltitudini di bicchieri nei miei peggiori incubi). Ormai la naturale archiviazione dei suddetti accessori è subordinata all’esistenza in circolo di una cospicua quantità degli stessi.
A scongiurare l’esplosione dell’armadio è il circolo virtuoso del paramento vestiario: panni sporchi nella cesta, in lavatrice, da stirare, da mettere a posto. A salvaguardare gli incastri di cristalli e porcellane in cucina è la lavastoviglie carica, sporca o pulita fa lo stesso, con l’aiuto della tavola apparecchiata o dell’acquaio.
Se il materiale circolante, di botto e per il concretarsi di situazioni esistenziali al momento non prevedibili,  cessasse di circolare sarebbe la fine.
E sentireste parlare di me come di colui perito nella battaglia a seguito dell’invasione degli ultrabicchieri.

p.s. chi dovesse ritenere il post troppo breve può approfittare per dare una rispolverata alla sua memoria riguardo ai baccelloni.

20 febbraio 2013

La riga attì

Quando tornai a casa e sparai che mi serviva una riga a T per applicazioni tecniche gettai i miei nel panico. Intanto non sapevano che cosa fossero le dannate applicazioni tecniche e tantomeno la riga attì, poi mi avevano già comprato i libri e per chiudere quando mai alla mia sorellona era servito un affare simile?
Non che si nuotasse nell'oro, anzi, però la mia testolina di decenne non concepiva come l'acquisto d'un attrezzo simile potesse sprofondare la famiglia al di sotto della soglia di povertà.
Le discussioni animate che seguirono puntarono il dito sulle carenze di quella
scuola dove manco una riga a T ti passavano, e sì che era la scuola, ossia l'istituto
richiamato nella Costituzione per l’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione dell’obbligo.
Non si sarebbero mai immaginati i rifornimenti necessari alla scuola del 2000, i miei. Vabbè.
Era pregevole, di un marrone bello, che non è nemmeno facile.
Ma troppo preziosa per me che avevo ricevuto serie minacce di violenze nell'eventualità di una nefasta rottura dell'arnese.
E così il giorno di applicazioni tecniche divenne un incubo persino salire sul bus colla riga a T in mano, un incubo abbandonarla al banco a ricreazione e un incubo riportarla a casa integra.
Troppo bella me l'avevano presa, aveva un marchingegno scorrevole con una sfera che s'incastrava alla perfezione con uno scatto, stretta poi da una chiavetta cromata, per consentire il blocco della riga nell'angolazione voluta.
Mi sarebbe bastata una riga a T di un marrone brutto, magari difettata, per portare a compimento i miei progetti tecnico applicativi.
Mi servì per farci un portagiornalini alla fine, su misura per gli albi Bonelli, due mani di coppale e perfettamente in squadra.
- Bravo, 9 - mi disse il Bruscoli.

24 gennaio 2013

Le regole della casa, sidro o non sidro



Pochi e banali consigli che vi consentiranno: single, di stare meglio con voi stessi; figli, di non far infuriare i vostri vecchi; coinquilini, di mandarvi a fanculo con una frequenza minore e, coppie, di far perdurare l'amore (parole grosse).

1 - La lavastoviglie non raggiunge mai, MAI, lo status di piena. C'è sempre lo spazio per l'inserimento postumo del bicchiere del bicchiere della staffa, della tazza della tisana e della tazzulella del deca serale. Tanto che se Zenone fosse oggi tra noi ci esporrebbe il paradosso di Achille e la lavastoviglie.

2 - Chi usa l'ultimo foglio di carta (igienica o da cucina è isctéss) è tenuto a sostituire il rotolo e, nel caso, a ripristinare la scorta. Dividere l'ultimo strappo a metà, e poi ancora e ancora fino a lasciare a chi segue il famigerato coriandolo è operazione di infima moralità.

3 - I sacchi di raccolta rifiuti dovranno essere chiusi nell'istante stesso in cui si esce per buttarli. Farlo prima porterà fatalmente un familiare (o voi) a scolarsi una lattina ulteriore di birra o ad accartocciare un giornale, scaturendo immediate questioni etiche di smaltimento o improbabili e avvilenti tentativi di riapertura legacci.

4 - Mai buttare il tubetto di dentifricio prima di averlo sostituito con il nuovo. Il tubetto assume una connotazione similare, seppure di segno opposto, al casus lavastoviglie. Se essa non è mai piena, esso non è mai vuoto. Una punta di materia, strizza strizza, ce la potete tirar fuori per mesi a venire.

5 - Mai buttare a lavare gli asciugamani prima di averli sostituiti con quelli puliti. Sempre che non abbiate installato in bagno il vortice spara aria calda fregato all'autogrill, quantunque scomodo per il bidet.

6 - Asciugare lo spazzolino da denti dopo l'uso, il manico proprio, prima di riporlo al suo posto. Metterlo nel bicchiere sgocciolante creerà un ristagno di acqua e il proliferare nella stessa d'una colonia di germi. E non è quella l'acqua di colonia.

7 - Evitare di fare una palla del vostro pigiama e metterlo via così, seppur nei vostri spazi. Abbiate rispetto per il voi che dovrà reindossarlo una manciata d'ore dopo.

8 - Tenere pulito il piano dei fornelli. Se necessario lustrarlo ogni sera e averne estrema cura anche quando cucinate. L'igiene del piano cucina è lo specchio di come siete davvero. Ricordàtelo, i vostri ospiti (anche quelli inattesi) lo sanno e potranno giudicarvi su questo.

9 - Non sbattere la porta del frigo. Si consiglia accompagnarne la chiusura sempre come se fossero le 4 di notte e foste scesi dal letto per finire il tiramisù.

10 - Mai scrivere un decalogo di regole per la casa.

24 ottobre 2012

La vita agra

Ho qualcosa d'irrisolto coi limoni.
Ne compro a fiotti, ho sempre il cassetto verdura del frigo zeppo di limoni, e pure fuori dal frigo.
Non lo so da cosa dipende, fatto sta che vado a far la spesa e mi s'attaccano alle mani peggio di TuSaiCosa ®. Mi si tuffano nel carrello proprio.
Posso restare senza prezzemolo, senza cipolla, senza patate (anche senza patata, per quello) ma non resto mai senza limoni.
Struffiavo quando mio padre mi diceva che c'erano da spostare le piante di limoni, prendi, tira, striscia, solleva, spingi, porta in serra; prendi, tira, striscia, solleva, spingi, leva di serra. Eran due volte l'anno, in fin dei conti, ma nella mia oziosità adolescenziale pure troppe. E quando serviva un limone? Non t'azzardare a prenderlo dalla pianta che ti taglio le manine, non è maturo, è troppo maturo, è verde, è giallo, è rosso, rovini la pianta. Se giocando a pallone tanto tanto stroncavi una ciocca conveniva ingurgitarla intera, farla sparire e negare sempre quando poi s'accorgeva (perché sempre s'accorgeva) ch'era rotta.
Mi c'incazzavo con mia mamma quando mi propinava d'ufficio la camomilla, eccolo un altro passo lemonfreudiano che forse spiega qualcosa, forse.
Certo non posso incolpare la mia mentoressa di fiducia che mi ha consigliato la lettura de L'inconfondibile tristezza della torta di limone (*), perché il fatto è troppo recente anche se, forse, subliminalmente, al super, davanti al banco frutta e verdura, entra in gioco pure questo.
Chissà, chissà che m'hanno fatto i limoni?

(*) 3,3 Carver.

2 ottobre 2012

C'è un avvocato in sala? (*)

Il mio servomuto m'ha fatto causa.
Doveva accadere prima o poi. L'immagine di repertorio lo ritrae anni fa, l'ultima volta che l'ho visto spoglio.
Ho cercato di giungere a una conciliazione proponendogli un'indennità lavori gravosi ma il tentativo è fallito.
Ello mi guarda torvo, soverchiato dal carico di 3 paia di jeans (due blu e uno grigio) 4 maglie a manica lunga (nera, verdina, azzurra, blu) una fruit bianca, una maglietta a manica corta color ruggine e una camicia viola a righe bianche un po' da pappone.
Il fine settimana è trascorso ma pare proprio che io non abbia avuto neanche una briciola di tempo da dedicargli per alleggerirlo del peso, da qui la denuncia.
Come biasimarlo?

(*) astenersi taormini e giuliebongiorni.

31 agosto 2012

Stendi i panni Stendi i panni

La stendipannologia non è una scienza esatta.
E tuttavia esiste una tecnica formalmente corretta nella stenditura, seppure empirica e frutto di anni di esperienza e cazziatoni: è la tecnica universalmente riconosciuta con il nome di come li vuole tua moglie.
Eppure piazzare gli acchiappini all'estremità superiore dei pantaloni, da rovescio, mica mi convince, io pinzerei la molletta proprio al cavallo dove se fa la pieghetta ma chi la vede?
E le magliette? Le accavallerei altezza ascella con molletta proprio sulla cucitura sotto braccio, e invece non va bene: maglietta appesa quasi tutta a testa in giù con mollette sui fianchi.
E gli accappatoi, magari col cappuccio? Non venite a dirmi che esiste un metodo codificato per stenderli! Le gonne proprio mi spiazzano, le appoggio senza acchiapparle perché dovunque lo metto, il cazzo di acchiappino, è un posto sbagliato.
Colgo l'occasione, da vero stenditore semi-professionista quale sono, per ringraziare FoppaPedretti nella persona dello stendino Gulliver che mi coadiuva da sempre in maniera efficiente e decisiva nell'operazione panni stesi.
E comunque, come forse si deduce anche dal fatto che alla fine ne abbia confezionato un post, tutta questa iperattività di stenditura non mi fa bene. Nell'ultima sessione mi sono scoperto maniacale: le due mollette che tengono lo stesso capo devono essere uguali per colore, forma e materiale.

24 luglio 2012

Uomini e topi

Chi ha letto il romanzo di Steinbeck può capire da sé che niente ha a che vedere con questo post, agli altri lo dico io.
Abbiamo un topino in casa, l’ha visto France che s’infrattava sotto ai mobili della cucina.
L’ipotesi più fondata è che si tratti niente popò di meno che di lui, il topino dei denti - considerato che il periodo è un po’ quello - e che s’aggiri per casa in attesa della caduta dei dentini di France per poter rilasciare l’obolo corrispondente.
Perché da noi passa il topino, niente fatina.
Ora, tendergli una trappola potrebbe parere spietato, anche perché l’ometto di casa è preoccupato per le sue possibili entrate finanziarie, però che vogliamo fare? Un ratto resta e come tale va trattato.
Tendo la trappola che per tutta la giornata viene bellamente ignorata, al che il dubbio che il piccolo abbia preso un abbaglio si fa strada.
Alle 22 però si scopre che il tassello di parmigiano è sparito e la trappola è ancora innescata.
Ricarico con il formaggio.
Verso mezzanotte, mentre cazzeggio sui vostri blog, ZACCHETE, vengo riportato alla realtà dallo scatto impietoso della tagliola.
Vado per rimuovere il cadaverino e mi accorgo che abbiamo fatto l’ennesima topica: formaggio sparito, trappola scarica e del topino nemmeno l’ombra.
Nella notte dolcemetà mi sveglia perché ha sentito rumore di zampette nel bagno (siamo nella zona notte al piano di sopra – TREDICI gradini dalla cucina). La sua teoria è che cerchi l’acqua, perché i topi cercano l’acqua, e che stia abbeverandosi al cesso.
Ora, premesso che se in casa dimorasse un sorcio che beve affacciandosi al cesso avrei davvero un problema, ho inteso assecondare dolcemetà perché contraddirla poteva rivelare una situazione peggiore del condividere la casa con un roditore di 20 chili.
Ho fatto il mio dovere di hombre di casa guardando a destra e a manca, nel cesso e in doccia (niente!) e son tornato a letto.
E poi mi sono immaginato l'ostinato topolino che s'arrampica per 13 scalini alla ricerca dell’acqua, perché di notte alle 3 tutto appare così plausibile.
Perché i topi sono intelligenti, in genere, scappano da tutti quei labirinti… ma questo sembra che non abbia pensato d’abbeverarsi al bagno del piano terra.
Comunque, ho teso nuovamente la trappola stamattina venendo via, un po’ a malincuore, essendo stato sorcino anch’io.

Questa è l'occasione tua.
E vai! E vai!
Tu stringi i denti e vai
ma attento a dove metti i piedi, sai …
c'è una trappola!

(R. Zero - La Trappola)
____________________________
edit a 38 ore dall'avvistamento:
Ma i topi vanno nel biologico?

14 luglio 2012

Film di cassetta

Questa tizia aveva preso a portarci la frutta e la verdura di stagione a casa al lunedì mattina.
Dolcemetà s'era interessata per una fornitura a chilometri zero e aveva stretto l'accordo.
- Sai chi è? La tipa che dava una mano al verduraio del mercato.
Urka, penso io, gran pezzo di figliola, ma me ne sto zitto e quieto nel mio cantuccio, che 'ste donne so' permalose.
Va così che queste cassette vanno e vengono, arrivano piene e se ne vanno vuote il lunedì successivo.
E il fatto che questa tipa entrasse nel mio giardino, quando non c'ero, mi attizzava un po'. Così.
Non so spiegare bene, ma immaginate che Scarlett Johansson venga a casa vostra quando non ci siete per lasciarvi un bel po' di cetrioli, pesche, cespi d'insalatina fresca e cavolo (madonna quanto cavolo!), potete darmi torto?
Le ragazze pensino di trovarsi la siepe sforbiciata da Edward mani di Depp e siamo pari.
C'era questa sorta di friccico inespresso che aleggiava attorno alla cassetta della frutta, una roba para-feticista, insomma.
Non che io possa tradire dolcemetà, non con una cassetta di verdura.
Magari con due.
Un giorno siamo lì che sorseggiamo il caffettino al bar all'angolo quando la vedo la bella ortolana che attraversa la piazza da par suo (comunque Scarlett era solo un esempio, immaginatevi piuttosto una Cristina D'Avena, ecco).
Allora faccio a dolcemetà:
- Toh, c'è la Monica?
- Monica chi?
- Quella che ci porta la verdura!
E - giuro! - nessun "Ah ok!" del cavolo ne è seguito, anzi.
- Ma non è mica lei... è quell'altra che aiutava il verduraio, sai quella donnona con gli occhiali...
Non ho niente contro le donnone, né contro gli occhiali (anzi!) epperò ho capito davvero chi era la corriera della mia frutta e verdura a chilometraggio azzerato: la donna più brutta che graviti in tutto il paese, una sorta di cavernicola con dei capelli in stile Maga Magò e delle manone alla Primo Carnera.
Francamente inguardabile e assai meno attraente di una cassetta di frutta.
Risulta che mi ero fatto un film tutto mio e la cosa non mi ha fatto stare bene.
Anche perché tutto quel cavolo, in una sorta di pia illusione di complicità, mi ero sforzato di mangiarlo!

2 luglio 2012

Distruzioni per l'uso

Il rischio c'era, in effetti, considerando che nessuno di noi aveva mai pilotato un elicottero.
Avevamo una voglia matta di vederlo andare che contrastava con l'innata idiosincrasia verso le istruzioni per l'uso.
Intanto son scritte in piccolo, sempre troppo in piccolo per chi da un po' si avvale della presbiopia del quarantenne, in più queste, nello specifico, con diversi paragrafi stampati grigio scuro su grigio chiaro e oggettivamente poco leggibili.
Sono del parere che nessun articolo dovrebbe essere messo in vendita se per farlo funzionare necessita di istruzioni per l'uso, tutto dovrebbe essere intuitivo. Vi siete mai visti consegnare una palla con il manuale d'utilizzo? Mannò, è chiaro: la vedi, è rotonda, le tiri un calcio e il più è fatto.
Io non vorrei leggermi le istruzioni manco dovessi pilotare l'Apollo 13 al posto di Jack Swigert. E del resto nemmeno lui l'ha fatto.
Abbiamo regalato a France questo modellino di elicottero radiocomandato, di quelli che vedi pilotare con maestria dai ragazzotti al reparto giocattoli di Harrods o da Hamleys, ragazzi con la faccia spocchiosa di chi nasce imparato e le istruzioni le ha gettate via subito, e nemmeno nella differenziata della carta.
Giustamente dolcemetà ci ha consigliato di andare in giardino che in casa rischiavamo di abbattere qualche gioiellino della Thun.
- Ti faccio vedere io come si fa e DOPO ti faccio provare, ok?
Che io ho passato anche il periodo delle macchinine radiocomandate e il telecomando appare simile. Con una leva si accelera/vola con l'altra si svolta, che sarà mai?
Purtroppo nell'indigesto papiello istruttivo, dove si vanno ad elencare le condizioni auspicate per evitare la distruzione del Mini Airwolf, e che io ho preso in mano solo a posteriori, tra le altre cose, sta scritto: non utilizzare l'elicottero in luoghi con luce solare diretta che può influire col sistema di comando.
Ora, oggi alle 18, per trovare un luogo che non fosse irradiato di luce solare diretta avremmo dovuto comunque cercare una grotta, un Sasso di Matera o un tunnel e non ne avevamo a portata di mano, così ci siam messi lì.
Con il primo tentativo il velivolo s'è abbattuto sulla siepe di gelsomino e con il secondo sotto la grondaia del tetto. Avevo notato che non rispondeva ai comandi, cioè una volta partito non si fermava, neppure a mollare la leva di volo sullo zero.
Ma sprezzante del pericolo ho convinto France a farmi fare l'ultimo tentativo.
Siamo rimasti lì, in giardino, come due ebeti col naso rivolto verso il cielo a guardare il nostro elicotterino da 29,90 euro all'Autogrill pigliare il volo. Su, sopra la nostra casa, quella del vicino e poi ancora su, oltre il palazzone del civico 128.
Ho abbassato la cloche, ho messo il telecomando su off e poi ho tolto pure le pile... tutto inutile, l'abbiamo visto scomparire in cielo in direzione sud-est.
Qualcuno di voi che sta a sud-est?
Per placare l'ira silente di France (domani il suo fratellone, lui sì che l'avrebbe fatto volare pure ad occhi bendati e con un braccio legato dietro la schiena) l'ho aiutato a preparare un cartello tipo di quelli per i cani.
Lui ha disegnato il Mini Airwolf copiandolo dalla scatola e io ci ho scritto: "Smarrito elicotterino radiocomandato" + numero di cellulare. Abbiamo attaccato l'annuncio al palo accanto ai bidoni della nettezza e siamo tornati a casa in posizione di attesa.
Ad ora nessuna chiamata, ma non disperiamo.

22 giugno 2012

Acqua 2 Ho

Il comune dove abito, Bagno a Ripoli, (avremmo modo di parlarne anche male, ma un'altra volta) ne ha fatta una giusta impiantando sul territorio enne distributori di acqua alta qualità, ché a noi bere proprio quella del rubinetto ci schifava un po', anche se con la brocca e i filtri si faceva.
Quindi si va ai distributori pubblici e si evita l'assurdità ecologica di approvvigionarsi ai supermercati di bottiglioni plastici ripieni del prezioso liquido proveniente dai luoghi più disparati e lontani e altissimi e purissimi della penisola (quando non dall'estero), e portato a destinazione da tutti quei bei TIR che mi passano davanti casa rilasciando gli amabili resti di polveri sottili che non riuscirebbe a tirare via manco quel matto di Pablo col Pronto, purtroppo.
Va così che, gratuitamente, ci procuriamo dell'ottima acqua da bere, financo gassata, volendo.
Solitamente io, dolcemetà e pikachu (il piccolo) beviamo quella gassata mentre goku (il grande) quando viene, va rigorosamente a naturale, essendo sempre stato avverso alle bollicine.
Ora succede uno strano fenomeno quando siamo a cena in 4 e sulla tavola coesistono i 2 tipi di acqua, naturale e minerale: pikachu beve solo ed esclusivamente acqua naturale e guai a versargli l'altra.
E io, da padre, che ci vedrò secondo voi? Una picca? No!
Ci vedo l'ammirazione, il rispetto, la stima, l'invidia, l'emulazione... l'amore, in una parola, del cucciolo per il suo fratellone.
E mi sciolgo, pure con l'aria condizionata a palla.

7 giugno 2012

Cose che non stanno zitte mai

Non bastava la sveglia, cazzo, che di quella non ne puoi fare a meno.
La lavastoviglie se ha finito, il televisore se si spegne, il forno a microonde se ha scaldato, l'auto se lasci accesi i fari, il televisore se si accende, il telefono se si scarica, ma vi volete chetare un attimo?
Lasciatemi in pace, non li gradisco i rumori aggiuntivi.
Elettrodomestico che devi lavare le stoviglie? Fallo, tira l'acqua, butta il sapone, sbrillanta, sciacqua, asciuga e poi stop. Basta. Che ti metti a suonare, ma chi te l'ha chiesto? Quando vorrò sapere se hai finito il ciclo vengo a vedere. Hai mai visto una donna che quando le termina il ciclo si mette a suonare? No, e impara da loro!
Se spengo il televisore è perché non voglio vedere o sentire più niente, è inutile che dopo due secondi ti fai un PeeePè, televisore, anzi è dannoso, e mi viene pure voglia di darti un calcio.
Lasciatemi la libertà di svuotare una lavastoviglie dopo tre giorni, di dimenticare nel microonde le zucchine riscaldate e di stare qualche ora con un telefono scarico in tasca che non riceve e non chiama nessuno.
Insomma, statevi zitte cose.

31 maggio 2012

Strumenti di lavoro

Mio nonno aveva un aratro con i buoi e una vanga. Dissodava, vangava e zappava. Seminava e raccoglieva, grano, baccelli, ceci, carciofi. Poi c'era una piccola vigna e un discreto numero di olivi.
Mio padre aveva una carriola e una mestola. Edificava, demoliva e ristrutturava. Ha costruito case, tra cui la mia, ha progettato e messo in piedi non so quanti archi e quanti caminetti, le sue passioni.
Io ho un computer e excel. Dissodo le mie tabelle con il cerca verticale e le edifico con i bordi, gli sfondi colorati e le font innovative.
Mio nonno mi ha insegnato a caricare il peso sulla vanga e mio padre a rimestare la calce con la pala.
Ma io cosa dirò ai miei figli? Che arte, che mestiere potrò lasciar loro in eredità?
Di quali astuzie potrò metterli a parte? Li istruirò sul testo in colonne o sul convalida dati, ma poi?
La prima sensazione è che questo srotolamento di progresso ci dipinga dentro a scenari sempre più sofisticati ma vuoti, e che la minore fatica fisica da sviluppare nelle attività moderne possa causare percezioni distorte dei valori dell'esistenza, o alterarne i pesi.
Ma quando i miei futili strumenti sembrano irrimediabilmente allontanarmi dalla tradizione familiare penso che in definitiva, lavorare con coscienza, cercando di dare il meglio, quando si rivolta una zolla, quando si tira su un muro a piombo o quando s'imposta una tabella pivot, comunque serva ad intrecciare quel filo immaginario e immaginato che, attraversandoci, ci lega.
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