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26 marzo 2017

Creature di sangue caldo e nervi


C'è un ragazzo dai capelli into the wild, ha una chitarra e intona Look at me, I am old, but I'm happy, canta per se stesso, per noi e per il tempo ché se la pigli comoda.
Un nero dall'hic sunt leones benedice il sole per la scatolata di occhiali non è caro dieci euro e per chi li vuole comprare; una lei forse di un'altro pianeta ne porta sulla testa un paio rossi enormi, da falena.
La ragazza vichinga, burrosa e sbracciata e dall'incarnato bianco come ricotta, ride alle nuvole che non ci sono, mentre due amiche, poco più in là, se ne stanno avvoltolate in piumini pastello e in una diversa stagione.
Al centro c'è la giostra che gira, zeppa di bambini a cavallo, che non fai in tempo li guardi, mamma un altro giro, e via centrifugati nell'adolescenza.
La bimba occhialuta e sincera sfreccia su una bici lenticolare griffata batman cercando probabilmente il record dell'ora o, in seconda battuta, di sfuggire alla sorella piccola.
Ragazzi nero barbuti dalla scriminatura potente e impomatata e dai calzoni inspiegabili richiamano Aldo detto Bob e le sue ragazze di San Frediano.
E due fidanzati, lei tatuata a colori con i capelli solo sul lato destro e lo stivale floscio, lui fasciato in una maglietta con una scritta troppo lunga e piccola per essere letta o tradotta, gemelli di anelli al naso e labbra carnose.
Due ragazze si atteggiano a signore di quelle con il cane nella borsetta, ma non ce l'hanno uno sputo di cane, sfoggiano cappottini anni sessanta, uno è rosso tartaruga con i bottoni in finto osso. Un'altra ragazza dalla pelle olivastra, indossa la mimetica, cadenza il passo e porta le trecce con un'aria vagamente familiare, chissà mai la figlia di quel cugino disperso nel mondo.
Due bimbe o poco più si portano in giro i loro skate fuori moda con una faccia di quelle da Bois de Bologne.
Pure i carabinieri schierati e in tenuta d'assalto li vedi che ridono e parlano di calcio e di figa, lontano mille miglia dai venti del terrore.
Il tassista aiuta un tizio a caricare in auto un passeggino rosa confetto, spia di una nuova bimba che un giorno traverserà piazze in bici, si adornerà di trecce, canterà Cat Stevens e donerà al sole, o a un ragazzo, la sua pelle profumata di pesca, sia essa nivea o olivastra a chi importa davvero?
Faccio la diagonale di Piazza della Repubblica screziata dal sole basso di fine marzo, la affetto in due spicchi simmetrici e vividi, i cieli sono fusi nei volti delle persone che come me la tratteggiano.
E siamo un quadro di Bruegel.
È lì che mi piglia l'attacco forte di debolezza del MaQuantoCazzoèBellaLaVita.
E quando into the wild lì attacca Hallelujah, sento un brivido: è giunto il momento che un'anima pia mi inizi a Leonardo Cohen.

9 novembre 2015

SA-LU-TA-TE-LA-CA-PO-LI-STA

Domani viene il Papa a Firenze.
Viene allo stadio a dire messa e viene anche a salutare la capolista, bene.
Firenze è in fermento.
La città prepapale è punteggiata da pile di transenne color pontificio atte a mettere in sicurezza le scorribande della papamobile e pronte ad essere dispiegate lungo il percorso.
Domani viene il Papa e la mobilità ne risentirà, sembra di essere tornati ai tempi dei mondiali di ciclismo quando per Nibali & Co si mobilitò l'intera popolazione.
Pure l'asfalto nuovo per i corridori, per il papa no, solo le transenne, però personalizzate.
Domani viene il Papa e mi dispiace un po' che mia mamma non possa andare a vederlo, lei che di papi è un'intenditrice mica da ridere, lei che di papi c'ha una cassapanca piena di ritagli di giornale.
Domani viene il Papa e non so bene nemmeno come fare per arrivare in ufficio, magari farò l'ultimo tratto a piedi, lungo l'Arno, non sarà una brutta cosa.
Domani viene il Papa e speriamo anche il Persichetti.

16 giugno 2015

Notte prima degli esami al Piazzale


Va così che figlio piccolo è a un campus di basket, via per una settimana, e noi ce la sganziamo.
Il cucciolo è a Roccaporena, un posto sperduto in Umbria dove ci portano in ritiro le squadre di calcio perché non ci sono distrazioni, tanto che la cosa sessualmente più appetibile è la statua in bronzo di Santa Rita da Cascia.
Una settimana da soli... vi giuro che è dura.
Provateci voi: sette interi giorni senza i Dalton e Doraemon Doraemon il gatto spaziale!
Va così che tra un panino dall'Antico Vinaio (*) e un gelato bio siamo finiti al Piazzale a gustarsi un tramonto screziato (la foto non è mia, io l'ho fatta col mio tristo smartcoso faceva onco e allora l'ho presa dal web).
È stato lì che a bivacco su una marmorea panchina e su paio di scooter se ne stavano ciaccolando un bel gruppetto di giovincelli alla vigilia dell'esame. Belli come il sole.
Ed è stato lì che dopo tre episodi para-alzheimeriani registrati nella giornata (uno, non mi veniva il verbo "concordare". Due, a seguito di ciò non mi veniva il titolo del libro "La versione di Barney" dove quando a lui non gli viene la parola "mestolo" a me ricordava quando non mi veniva "concordare" e lo volevo appunto citare. Tre, un'altro fatto pomeridiano del quale però mi sono già dimenticato ogni dettaglio, solo che c'è stato mi ricordo) ho finalmente potuto rivalutare la mia performance mnemonica del dì.
I ragazzi discorrevano riguardo all'esame in generale e a Dante in particolare.
Uno fa: a un mio amico la profe d'Italiano all'esame gli ha chiesto "il magnetismo nell'opera di Dante". (**)
Un'altra fa: E i tre fiumi che Dante attraversa quali sono? (***)
Un'altra ancora: Lo Stige e il Lete, il Lete me lo ricordo per via dell'acqua. Ma il terzo? Speriamo che non me li chiedano!
Indossavo già il casco - questo casco - e avevo messo in moto il motorino, mi volto e grido: L'Acheronte (anche se quei venti secondi ci ho dovuto pensare)!
Grande - mi fa uno - perché non ci va lei domani all'esame al posto mio?
Magari, ragazzo mio che te ne stai sdraiato sullo scooter come un patrizio sul triclinio, magari.

(*) Vacci e prendi "La favolosa", un trancio di schiacciata con sbriciolona e altre prelibatezze che non mi devi nemmeno ringraziare.
(**) Non gugolerò, non so cos'è e non lo voglio manco sapere.
(***) Poi 'sti fiumi son tre son quattro, li ha attraversati non li ha attraversati, questo c'interessa il giusto.

16 gennaio 2015

Levatemi tutto ma non la tessera della biblioteca

Sono parecchie le cose che ho appreso colpevolmente tardi.
I miei biografi più rigorosi potrebbero parlarvi della rivelazione che dalle api viene il miele, come del frumento che alla fine altro non è che fottuto grano, o del fatto che il famigerato trattino che unisce è una roba francese e niente c'incastrano le bellicose Trade Union.
Non ultima la biblioteca.
Per decenni ho identificato la biblioteca come La Biblioteca Nazionale, posto rispettabilissimo ma dal complicato accesso e dalla spiccata sontuosità, caratteristiche facili ad incutere timore nelle persone più sensibili.
Per decenni sono stato succube anche di credo idioti che m'impedivano di leggere libri a prestito perché dovevo possedere tutto ciò che leggevo.
Ho scoperto l'immenso tesoro di una biblioteca di provincia accompagnando France e adesso non posso più farne a meno.
Cerco di andarci solo quando non ho fretta ed ogni volta ho la faccia e l'entusiasmo incredulo del bambino nella vasca delle palline colorate.
Poi mi porto a casa, come ieri, cinque volumi (Per legge superiore; Esche vive; Sono stato a Lisbona e ho pensato a te; Vacanze in giallo; Uscirne vivi) dei quali ne leggerò magari un paio, ma va bene anche così.

26 marzo 2014

Come vedere Fiorentina Milan in streaming

No, perché mica lo so, è solo che mi fanno impazzire i titoli del genere lanciati da Il Post, e allora vuoi vedere che questi stanno in vetta alle classifiche dei blog perché sono un po' paraculi?
Venghino signori venghino!
E voi che passate di qui perché speravate di vedere a scrocco uno stop di Borja Valero e una simulazione di Balotelli, sappiate che La Linea non può offrire questi servigi, anche perché si andrebbe su i' penale.
Però, oramai che ci siete, approfittatene e fatevi un giro: è gratis!

11 marzo 2014

R.i.g.o.e.c. - epilogo



(leggi il capitolo 1)
(leggi il capitolo 2) 

«Dunque esiste una lettera cifrata che testimonia il coinvolgimento del qui presente Federico da Montefeltro, meglio noto come il Duca d'Urbino, nella Congiura de' Pazzi. Ma è un ritrovamento recente, neppure Lorenzo de' Medici ha mai sospettato di lui, a suo tempo».
Schiattarella e Fringuelli annuiscono al commissario senza sapere dove voglia andare a parare. Capitava che li chiamasse da lui quando doveva riflettere, a voce alta gli veniva meglio. A voce alta, quando dico una cazzata la sento e me ne accorgo, diceva.
«E non lo trovi nelle guide degli Uffizi, neppure in questa che è il top».
Un fiotto d'acidità allo stomaco gli ricorda che non l'ha pagata la guida presa a prestito il mese scorso e nemmeno l'ha restituita, del resto l'opuscolo risulta carente d'informazioni vitali.
«Vogliamo riaprire il caso? Famiglia Medici contro Duca d'Urbino? Un vero e proprio Cold Case» ironizzò il vice ispettore.
«Tu guardi troppa televisione, Schiattarella, dovresti documentarti sulla storia della città che ti ha accolto, invece».
«Certo!» fa Schiattarella buttando gli occhi al cielo in una diagonale percepibile solo a Fringuelli.
«Lo sapete della congiura dei Pazzi, sì? L'avete sentita almeno rammentare?»
«Certo!»
«Come no!»
Li conosceva bene, quando facevano così in primo luogo non ne sapevano una beata e in secondo volevano essere congedati prima possibile.
«I vostri figli la studieranno a scuola, allora forse ve ne parleranno».
«Certo!»
«Come no!»
«Anche se dubito che i libri di storia siano aggiornati, anzi, di sicuro no».
Sospirando continua la sua riflessione amara.
«Cioè, questo muso di ciuco qui, col suo naso smartellato dal cerusico, ce lo teniamo esposto come un santo, e l'hai visto anche te che popò di sala gli abbiamo riservato a lui e a sua moglie, la poveretta che poi è morta di polmonite a 27 anni. I due sono un vero e proprio vanto della Galleria degli Uffizi e quindi di Firenze... ma guarda caso il duca è un traditore. Uno che, cazzo, non aspettava altro che gli facessero fuori i Medici per trotterellare bello bello col suo esercito di seicento soldatini da Montefeltro alla conquista di Firenze. E senza sporcarsi le mani!»
S'accalora come forse solo l'avvocato del Magnifico potrebbe.
«Vabbè non è che...» Schiattarella vorrebbe sbobinare una serie di pensieri che gli si vanno aggrovigliando in testa, su come le rappresentazioni artistiche in generale non è che vadano ad identificare dei meriti e che quindi, spesso e volentieri, quadri e statue ritraggono anche dei veri coglioni, o degli assassini, personaggi tutt'altro che positivi insomma, ma un po' perché non è convinto del tutto della teoria né del fatto di poterla descrivere con chiarezza e un po' perché gli fa davvero fatica esporre un concetto che poi potrebbe alimentare repliche d'incontrollabile prolissità e noia, si cheta preferendo darsi una più comoda grattata al pizzetto.
«Questo giuda ce lo teniamo incorniciato e appeso manco fosse gesuccristo risorto... ma nella sala dei Crocifissi ci siete stati? L'avete viste le pale di Duccio, Giotto e Cimabue?»
«Certo!»
«Come no!»
«C'è per caso una pala che ritrae Giuda impiccato?»
(Certo)
(Come no)
«Non esiste, ve lo dico io. E se ci fosse sarebbe rinvoltata in una balla e nascosta per bene nel buio della cantina».
Così dicendo si alza e va alla finestra, quella finestra che dà su una Firenze quasi anonima, seppur bellissima, la Basilica di Santa Maria del Carmine a svettare sui tetti rossi e i vicoli ombrosi del quartiere di Pratolini. Tutte le icone della città stanno dall'altra parte del palazzo.
«Schiattarella vedi se riesci a farmi trasferire sul lato nord, ché t'affacci da qui e sembra di stare a Urbino».

7 marzo 2014

Ritratto in giallo ocra e carboncino - (2)

(leggi il capitolo 1)

La mattina successiva il commissario arrivò in ufficio e Schiattarella lo informò che era passata una tipa, una certa Monica Magliabechi, per dettare un identikit.
«Ha chiesto anche di lei commissario, ma aveva fretta».
«Figlia di buona donna! Ma l’ha disegnato lei?»
«No, l’ha dettato a Fringuelli».
«Bene lo stesso, dai. Mandami Fringuelli, che aspetti?»
Il mago dell’identikit Fringuelli, che tanto per chiarire non usava nemmeno una punta di giallo ocra, arrivò con aria soddisfatta e gli porse l’opera.
«Ma… che ti ha dettato un identikit di uno di profilo?»
«Dice che l’ha sempre e solo visto così».
«E poi scusa ma questo tizio l’ho bell’e visto, sta agli Uffizi».
«Chi è, un custode? Sarà un custode» intervenne Schiattarella.
«Macché, sta appeso. È incorniciato».
Ci andarono insieme alla Galleria, Fantechi e Schiattarella, a guardarsi Federico II da Montefeltro, il duca d’Urbino. Schiattarella, che ormai s’era fissato, proseguì interrogando una decina di custodi, quelli che secondo lui puntavano un po’ troppo morbosamente le guide al lavoro. Erano tutte ragazze queste affabulatrici dell’arte e tutte portavano un nastrino nero legato al braccio destro.
Il commissario scese allo shop e si fece prestare una guida dove cercò i più bei volti di donna del museo. Un quarto d’ora dopo beccò Monica davanti all’ Eleonora di Toledo del Bronzino.
Lei lo vide arrivare e i loro sguardi s’incontrarono per un attimo, ma non smise di disegnare.
«Cos’era uno scherzo quello dell’identikit?»
«Ha iniziato a guardare oltre al suo naso, commissario, o sta sempre cercando il fidanzato di Camilla?»
Il cervello di Fantechi strapazzava ipotesi come un frullino. Nei due minuti di silenzio che seguirono fece avvelenare la povera Camilla, nell’ordine, da un fidanzato segreto venuto dal Maine, dal custode quello devastato dalle occhiaie nella sala dei Crocifissi, da un vicino di casa delle Cure pazzo, da una guida invidiosa del suo sapere, da un giapponese conosciuto davanti al Tondo Doni a cui aveva presumibilmente intimato l’ennesimo No Photo, dalla madonnara Magliabechi in persona, dal nipote alle medie di Schiattarella e, in ultimo, da se stesso in un ineluttabile sdoppiamento di personalità.
«Lo sa che il duca d’Urbino era guercio da un occhio? L’aveva perso in una giostra, per questo spesso si faceva ritrarre di profilo».
Non lo sapeva.
«E che quel naso lì se l’è fatto spaccare a martellate, o se l’è fatto segare, ma in ogni caso di proposito, per poter avere una visuale anche dal lato cieco sul campo di battaglia, lo sa?»
Non lo sapeva, perdìo!
«Poi però c’è chi ne ha due di occhi ma ne usa uno solo, o forse nemmeno».
Ormai aveva compreso che Monica Magliabechi si riferiva a lui e a qualcosa che gli stava sotto gli occhi, forse la soluzione, ma che non riusciva proprio a scorgere.
«E del suo amore per la moglie, lo sapeva? È stato al loro cospetto? Quella che gli sta di fronte, la Battista Sforza, è sua moglie, lo sa? E lo sa che li ha richiesti proprio il Duca d’Urbino i ritratti di profilo, affinché lui e la moglie si potessero guardare per l’eternità, non è una storia straordinaria?»
Non lo sapeva, non sapeva un cazzo di questo Duca dal naso tarpato.
«E il ritratto alla moglie? Lo sapeva che Piero della Francesca gliel’ha fatto ch’era morta?»
Che l’accecassero, ma non sapeva nemmeno questo. Decise di tenersi la guida che s’era fatto prestare e mettersi a studiare sul serio.
«E a Camilla lucevano gli occhi quando portava il suo gruppo davanti al Duca d’Urbino e a sua moglie. Se lei volesse andare a Tokyo a ricercare un giapponese che ha fatto la visita alla Galleria con Camilla e che è stato trascinato dai Giotto e dai Cimabue, dai Leonardo e dai Michelangelo, sa cosa ricorderebbe il giapponese?»
«Questo lo so: i duchi d’Urbino!»
«Già i duchi, l’amore del duca per sua moglie e il suo naso rotto a martellate. Perché Camilla era così, era capace di trasportarti via con sé con le sue parole. O con i suoi silenzi».
«E quindi non lo devo cercare un fidanzato?»
«No».
«Ma un amore sì?»
Non rispose, gli apparve sfinita.
«Anche se nella fissità di un'opera d'arte è tutto più facile» continuò Monica con una bava di voce «ma Camilla non era un quadro, non era un viso dipinto con lo sguardo fisso negli occhi fissi d’un altro quadro e di un altro viso, oh no».
Sospirò più volte e il commissario temette che non avrebbe più aggiunto una sola parola.
«E di sicuro nel palazzo ducale di Urbino non c’era né un bar sulla terrazza dell’ultimo piano, né una stronza barista bionda in fuseaux neri e camicetta bianca», la voce di Monica adesso era incrinata e incerta.
Si alzò asciugandosi gli occhi con la manica della camicia, aprì il blocco qualche pagina indietro e ne strappò un foglio lasciandolo cadere lì, ai piedi indifferenti di Eleonora di Toledo e del figlio Giovannino de’ Medici.
Il commissario lo raccolse da terra proprio mentre veniva raggiunto dal vice ispettore Schiattarella reduce dal giro custodi.
«Non ho cavato un ragno dal buco da queste salme, sono omertosi peggio dei Corleone… ehi, ehi, fai un po’ vedere!»
Fantechi gli diede il disegno ocra e carboncino, il difficile veniva adesso.
«Ma perché te ne vai in giro con un disegno di Camilla morta? Non è più comodo se ti porti una foto?»

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Il testo partecipa all' Eds in giallo de La Donna Camèl, con anche:
Bitols - Dario
Il numero 97 - Melusina
N. 2 - Giallo canarino - Angela

6 marzo 2014

Ritratto in giallo ocra e carboncino - (1)

Il commissario Dario Fantechi si faceva un cruccio di non avere né un patronimico altisonante né un hobby o una mania per cui ci si potesse appassionare a lui e alle sue indagini: troppo scontato nelle abitudini e ordinario sulla carta d’identità.
Un tempo aveva collezionato bustine di zucchero, ma era stata la moda di una stagione, niente a che vedere con le passioni di Nero Wolfe, per dire.
Certo, aveva sempre desiderato un gatto, quello sì, uno di razza Maine Coon, il gatto più grosso e peloso che avesse mai visto, una sorta di lince domestica. Chissà se qualcuno degli imbrattacarte patentati che sgomitavano ai corsi di scrittura creativa della città di Dante, un giorno si sarebbe ispirato a lui se avesse posseduto un Maine Coon, ci sta che diventasse il commissario col gattone.
Farsi un giro pomeridiano per gli Uffizi era condizione ambientale decisamente più gradevole rispetto alla tappa forzata a casa della vittima, dov’era stato al mattino.
La ragazza morta, molto probabilmente assassinata, si chiamava Camilla, 35 anni, guida turistica, era la figlia di una sua ex-professoressa del liceo e la tragedia assumeva dei tratti particolarmente seccanti e quasi personali.
Al mattino il padre di Camilla non aveva quasi aperto bocca, gingillandosi tutto il tempo con le robe della cucina, tazzine, mestoli, spugnette, caffè; ma la sua vecchia profe, la madre della ragazza, gli s’era affidata completamente, in preda a un dolore forse ancora soltanto abbozzato, ma capace di offuscare il futuro come una nube tossica.
Lui aveva insistito principalmente sui fidanzati presenti e passati, tanto lì si va a cascare, ma al di là di un filarino a venti anni Camilla, che già da una decina d’anni viveva da sola in un altro quartiere, pareva essersi dedicata quasi esclusivamente alle amiche, per viaggi, cinema, cene fuori e quelle cose lì che si fanno da giovani.
Aveva già richiesto l’analisi del traffico del telefono cellulare di Camilla. Se volete davvero ammazzare qualcuno evitate di telefonargli nei dieci anni precedenti l’assassinio, almeno, pensava Fantechi.
La ragazza non aveva un profilo facebook, a quanto pareva, e nemmeno un computer del resto.
Dai vicini di casa della vittima, in zona Cure, ci aveva mandato il vice ispettore Schiattarella, lui sì che con un nome così poteva diventare fonte d'ispirazione per un giallista, certo l'acume era quello che era, povero Schiattarella, però aveva metodo, era ostinato come un trapano mandato a martello, anche se le orchidee no, non le coltivava nemmeno lui.
Agli Uffizi, dai finestroni affacciati sul lungarno filtrava un sole basso e appena tiepido ma capace di riscaldarsi nella rifrazione sulla vetrata.
I custodi potrebbero essere parte essi stessi di una delle performance avanguardiste messe in scena da artisti scafati e fuori di testa, se solo fossimo alla Tate. Ma siamo agli Uffizi e per adesso rimangono custodi.
Fa qualche domanda di rito e ne esce, com’era logico, che tutti bene o male conoscevano Camilla, la quale negli ultimi sei mesi come guida aveva praticamente lavorato solo per gli Uffizi.
Nella sala della Primavera, la custode tracagnotta dal capello corto e tinto di un grigio troppo grigio, gli dice che magari può chiedere anche alla pittrice là, quella per terra, lei la conosceva meglio.
Il commissario l’aveva già notata attraversando la sala una mezz’ora prima: seduta a terra all’indiana, pantalone largo a fiori, camiciona scura e gilet peruviano, capello lungo, riccio e nero. Una madonna forse o una madonnara.
Dipingeva il viso della Venere, era mancina e vedere ciò che andava schizzando sull’album era impresa delicata. Usava solo del carboncino e un giallo ocra a sfumare capace di rendere il tutto più antico ma irragionevolmente più vivo.
Il volto della Venere era armonioso e seducente, quasi meglio dell'originale, con tutto il rispetto per Botticelli.
Le chiese se la conosceva Camilla.
«Certo» gli rispose, era lei che la riforniva di permessi speciali per gli ingressi, gli spiegò la madonna madonnara.
Il commissario le chiese dei suoi lavori a carboncino e lei gli spiegò che si stava laureando in Storia dell’arte e che i bozzetti le servivano per la sua tesi: Le dame agli Uffizi.
La guardò ancora per qualche minuto, rapito, mentre traslava l’estasi dell’opera sulla carta, strusciando e picchiettando, sbaffando e ripassando.
«Hai visto se frequentava assiduamente qualche ragazzo? Qualcuno più di altri? Ti è sembrato che avesse una storia o qualcosa di simile… magari te ne ha parlato, magari hai sentito qualcosa. Uno che la importunava…», gli venne naturale darle del tu.
«Ragazzo? No, direi di no».
«Un turista intraprendente, uno straniero, qualcuno che veniva a prenderla, o qualcuno con cui magari restava a parlare un po’ di più. Un custode forse?»
«Uhm».
Non aveva tutta questa voglia di raccontare, la ragazza.
Il commissario le chiese il nome, Monica si chiamava.
«Se ti viene in mente un particolare di qualcosa o qualcuno, magari passi da me in Questura, c’è un ragazzo bravo con gli identikit, se non lo vuoi fare direttamente tu…» così dicendo allargò le braccia e ammiccò verso l’album dei ritratti di dame, o quello che erano.
Prima di tornare al commissariato, Fantechi fece un salto al bar sulla terrazza del museo, proprio sopra alla Loggia dei Lanzi. Lo spettacolo che si godeva da lì non aveva eguali: il Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria erano a completo servizio di lussuriose fotocamere e di occhi golosi come i suoi.
Ordinò un aperitivo analcolico a una fata platinata che si muoveva tra i tavoli come uno sciatore tra i pali stretti.
She loves you riecheggiava nell’aria brunita che avvolgeva quello sprazzo di Rinascimento, classico tra i classici. Avrebbe potuto viverci lì, anzi avrebbe dovuto, pensò.
Tornò la cameriera bionda carina con il cocktail mentre il coro dei fab four illudeva il commissario Fantechi con lo She loves you, yeah yeah yeah, Lei ti ama, sì sì sì… Magari.
In commissariato si vide con Schiattarella, di ritorno dalle Cure, dove aveva torchiato il vicinato di Camilla ma davvero aveva raccolto poco più di niente. Schiattarella lo ragguagliò, però, sull’esito dei primi esami del medico legale sulla ragazza morta: il risultato formale ancora non era disponibile, ma come già sospettavano, Camilla era stata avvelenata.
Sulla scrivania stavano sparpagliate le foto della scena del delitto della sera prima, una cena per due finita in tragedia.
C’era solo da trovare il secondo, l’invitato, quello che aveva alterato la bottiglia di Castello di Pomino siringando giù il veleno attraverso il tappo.
«Quanto al veleno, non ci aiuta» chiosò il vice ispettore «se lo poteva procurare anche mio nipote delle medie. Si tratta di estratto di oleandro bianco, un infuso, una sorta di tisana fatta bollire un paio d’ore e capace di farti dormire sì, ma per sempre».
«Bisogna trovarlo ‘sto cristo».

(continua...)

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Il testo partecipa all' Eds in giallo de La Donna Camèl, con anche:
Bitols - Dario
Il numero 97 - Melusina
N. 2 - Giallo canarino - Angela
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16 settembre 2013

Oratorio di Santa Caterina delle Ruote

Mi sento molto Miss Fletcher stamattina, seppure non riuscirò manco a legarle un mocassino, mentre mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù (ieri) mi accadde di assistere.
L'Oratorio di Santa Caterina delle Ruote è una perla del mio comune (Bagno a Ripoli) dove ieri, appunto, si è tenuto un evento legato all'inaugurazione di una mostra pittorica dedicata anche a Francesco Granacci.
Granacci, fatevi conto, che è il Robben che nasce nell'epoca dei Messi, dei Cristiano Ronaldo e degli Iniesta. Bravo, ma storicamente non se lo può cagare nessuno. Se la doveva vedere coi calibri di Michelangelo e Raffaello e, per quanto fosse in gamba, in pochi lo ricordano.
Bagno a Ripoli ovviamente sì, che gli ha dato i natali.
La cornice della mostra, in questo caso valeva il quadro, infatti l'Oratorio di Santa Caterina è una perla nel verde, affrescato tra l'altro da Spinello Aretino, da poco restaurato al suo splendore ed eletto da me medesimo come location per il mio terzo, ma solo eventuale, matrimonio.
Tutto questo è stato condito con un concerto di musica tradizionale emiliana, e non solo, dei Bonanot Sunador, che ha degnamente introdotto e accompagnato la serata con pregevoli spunti di folklore e cultura.
Dall'Arte si Riparte, questo l'ambizioso slogan scelto dal comune per una serie d'iniziative che varrà la pena di seguire, anche se, auspicabilmente, senza France, il quale s'è sparato un'ora di sonno con la testa poggiata a un tavolino in ferro battuto che quando s'è tirato su c'aveva i ghirigori stampati in faccia.
Alla fine è andata penalizzata solo la parte ricreativa con il picnic sull'erba fortemente sconsigliato da uno scroscio battente di pioggia che pareva d'essere a Frittole.

5 marzo 2013

Il battesimo del Franchi (*)


Che l'irrazionale deriva cavano-partenopea di France andasse arginata non c'erano dubbi e, visto che le figu non erano sufficienti a recuperarlo al culto della viola, siamo andati allo stadio, per la sua prima volta. Il Chievo era la squadra giusta, tranquilla, da battere facile, una simpatica compagine equipaggiata con una straordinaria maglia gialla e venuta nella culla del Rinascimento, probabilmente in gita, in una splendida e calda giornata invernale di sole.
La terza maglietta posseduta dal ragazzo, dopo la storica 30 di Toni e la 11 del Gila, è la 8 di Jovetic, e quella si metterà sopra un sei sette altre maglie/golf/pile che la premurosa dolcemetà aveva imposto come condicio sine qua non.
'zzo JoJo, non dico che avresti potuto segnare una tripletta, come sarebbe stato giusto per mandare alla storia il battesimo del Franchi, ma almeno un golletto su rigore, un mezzo assist, una rabona, una partita dignitosa... e invece nulla, una prestazione da dimenticare impreziosita da una sostituzione per scarso rendimento.
Vabbè.
E il simpatico Chievo ce l'ha messa tutta per rovinarci la festa, intanto presentandosi con un'insulsa maglia bianca a righine nere, se ho visto bene, e poi impegnandosi alla morte, non finendo mai di correre ed affettando con facilità la difesa viola in più occasioni.
Alla fine l'abbiamo dovuta rubacchiare con un gol viziato da fuorigioco e segnato da Larrondo, mezzo centravanti e mezzo gerundio ma, soprattutto, uno sconosciuto per France e ancora colpevolmente al Siena nell'album calciatori.
Vabbè.
Però è andata dài, la pratica è archiviata e nell'attesa che il Napoli venda Cavani al Colo-Colo allontanandolo dalla vista, dalle cronache e dal cuore di France, vedremo di mettere in cantiere un dignitoso bis.

E per la serie vecchi tempi, lo ricordo il mio battesimo al Comunale (ché Franchi ancora era vivo): fu un Fiorentina Inter 0 a 0, abbastanza insulso se si esclude una parata di Bordon su un tiro al sette a salvare il risultato. Devo ringraziare anch'io qualcuno per avermici portato allo stadio, è Marcello, cugino di mio babbo, che se aspettavo i miei... era il 26 dicembre 1971 (dice san Gugol).

(*) Che questa storia che lo stadio Franchi è pure a Siena mica va bene. O i senesi ce lo lasciano e intitolano il loro stadio magari al Panforte, ai Ricciarelli o ad Aceto, oppure, se proprio lo vogliono tenere a Siena il nome di Franchi, cambiamo noi, dedichiamolo a Julinho, a Montuori, a Bruno Beatrice, a Gratton, a Galdiolo o magari, chessò, può andare bene pure il Conte Mascetti.

6 novembre 2012

Facciamo finta che me piace Re'

Sì, facciamo finta che mi piaccia Renzi, e vediamo cosa ne viene fuori.
Facciamo che tra gli oppositori i posti eran finiti e mi son seduto dalla parte dei fan di Matteino.
Intanto sono cresciuto in una famiglia contadino/operaio/partigiana delle campagne fiorentine e sono di sinistra, forse crescendo a Latina sarei stato di destra e crescendo a Mimongo un carciofo, ma tant'è, sono di sinistra e andrò a votare alle primarie di coalizione. E verserò il mio obolo, 1 o 2 euri che siano, nella speranza che non se l'inguatti qualcuno.
Alle primarie NON voterò Renzi. Però, però...
Devo confessare che Renzi esercita su di me un certo fascino e vorrei qui immedesimarmi in un suo sostenitore convinto affinché qualcuno di voi mi smonti e mi mandi a votare senza tentennamenti.
Una simulazione, io chiudo gli occhi e prendo le parti di Renzi, voi me li aprite.

È una novità. Non che il nuovo sia per forza positivo, ma conoscendo il vecchio - e purtroppo le occasioni non sono mancate ultimamente - conoscendo il vecchio, la novità, certo così negativa non può essere.
Non se la sta cavando male a Firenze, molto attento agli aspetti turistico-culturali della città, disponibile con la gente, presente.
Comunicatore abile e preparato, innovativo, trasparente.
Ha un programma vero, copiato/non copiato, è un programma concreto.
Se gli fai una domanda risponde, non con la fuffa politichese dei D'Alema, dei Fini, delle Bindi ma con argomentazioni comprensibili e senza giri di parole (ok, qui fate un po' finta anche voi).
Ha quella patina di arrogante autorità necessaria, non tanto per vincere le primarie del centrosinistra, ma per eventualmente governare dopo.
Non ha paura di raffrontarsi dialetticamente con nessuno.
Dobbiamo confrontarlo con quello che c'è in giro, non bisogna fare l'errore di pensare che si possa poi eleggere Berlinguer, el Che o Jim Morrison, chessò.
Perderà? Non vuole altri incarichi, non vuole premi di consolazione. Vi sembra poco?
Tifa Fiorentina.


Facciamo finta che... i giovani abbian sempre un'occasione - (Ombretta Colli)

p.s. sarei andato a votare alle primarie pure se ero(*) un carciofo.

(*) Aut. Min. Conc.

1 novembre 2012

Voti di corridoio


Le elezioni politiche si avvicinano a grandi passi e, nonostante la disaffezione conclamata del popolo votante verso la politica e chi la incarna in questo frangente storico, nessuno c'impedirà di tornare alle urne nel 2013.
La legge elettorale ha quasi 7 anni, s'è capito subito ch'era penosa e sono già 6 anni e mezzo che colui che la scrisse, che per rispetto di tutti eviterò di nominare, l'ha definita una porcata.
Da allora tutti (TUTTI) a infamarla e a moralmente rigettarla. Il porcellum qui, il porcellum là, non si può votare col porcellum e non si può rivotare col porcellum.
Ma proprio tutti eh, un rifiuto bipartisan, tripartisan e tutte le partisan che riuscite a immaginare.
Ricapitolando, 6 anni e mezzo che si pensa di cambiarla, tra sei mesi si vota e ancora non siamo a nulla.
Oltretutto, e qui siamo alla fantascienza pura che tra un poco ci compra la Disney pure a noi, chi è in bazzica a riscriverla? Il solito di prima. Giuro. Ma non ci credo. Nanni Loy esci fuori!
Siamo alle porte coi sassi e ancora non si vede la luce in fondo al tunnel della legge elettorale. Pure la famigerata ripresa rischia davvero di arrivare prima della legge elettorale nuova.
E affidare la riscrittura della legge elettorale al solito leghista lì sarebbe un po' come affidarsi per l'uscita della crisi alla Lehman Brothers.
Non so quanti di voi abbiano avuto la fortuna di percorrere il camminamento del Corridoio Vasariano agli Uffizi di Firenze, o quanti comunque l'abbiano potuto ammirare anche da fuori. Beh, sappiate che per realizzarlo, il Corridoio Vasariano non un capanno degli attrezzi in mezzo a un campo, ci son voluti ben cinque mesi.
Cinque lunghissimi mesi.
Qualcuno si può mettere giù di buzzo buono e imbrattare 'ste due carte prima del voto? Alle brutte può bastare anche un copia incolla dalla legge di uno Stato estero qualsiasi, difficile pescare peggio.
Con un Trova Sostituisci "Stato estero qualsiasi" con "Italia" ve la dovreste cavare.
Non vi si chiede di replicare un'opera grandiosa come il Vasariano, anche perché capaci che poi la tirate su a cazzo giusto per poterla condonare subito dopo, ma di scrivere un testo decente, quello che un liceale potrebbe elaborare in una mattinata durante un compito in classe, gratis.
E rispetto al Vasari vi avanza pure un mese.
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