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15 novembre 2016

Di bicchieri da bottiglie e referendum

Mi è presa 'sta fissa: ricavare dei bicchieri dalle bottiglie bevute, vino birra coca o quel che è.
Ma niente, nonostante mille tutorial sorbiti giù dal tubo e i mirati consigli di esperti tagliatori di vetro, non riesco a cavar fuori un contenitore degno di essere accostato alle labbra.
Ho anche impiegato risorse economiche e di tempo in quest'impresa che poteva proiettarmi dritto dritto sulla strada di un secondo e redditizio lavoro; non avete idea di quante spose agognino ricevere questi meravigliosi bicchieri di riciclo. Ricordate che per ogni donna, dopo le scarpe e le borse, vengono i bicchieri.
Quello in foto è - finora - il miglior esemplare che sono riuscito a ritagliare ma, devo ammetterlo, fa schifo e dolcemetà mi ha sommerso di sguardi compassionevoli quando me lo sono apparecchiato per la cena.
Tutto nasce da certe bellissime bottiglie che, con tutto che il vetro si ricicla eccetera eccetera, mi dispiace un casino buttare via, tipo quelle dei Mastri Birrai Umbri.


Epperò, nonostante girare per casa con spago, liquido infiammabile e bottiglie mi connota quasi come rivoluzionario e, indubbiamente, faffiga (*), i risultati non si vedono.
Che fare, dunque? Tagliare o non tagliare ancora le bottiglie, questo è il dilemma.
Devo insistere con questa storia cercando di cambiare la costituzione della bottiglia () o devo smettere d'incaponirmi in un'attività per la quale emerge chiaramente che non sono chiavato (No)?
Per decidere ho chiamato gli Italiani alle urne il prossimo 4 dicembre, un personalissimo referendum che mi aiuterà a capire che cosa devo fare.
Non perdete quest'occasione per esercitare il vostro diritto di voto: è la bicchierocrazia.


(*) by Fabio Celenza.

13 ottobre 2016

Hombre zafferano


(modellate la polpetta come se fosse una parte di voi)

Questo non è un blog di ricette, no.
Tuttavia ci piace cucinare a noi della Linea.
E ci piace anche l'effetto ratatouille e la folgorante intuizione che può scaturire da una madeleine in quella ricerca di noi stessi, o di noi stessi imbevuti in un tè o in un periodo della nostra vita nostalgicamente migliore di oggi.
Arrivo così al pastel de bacalhau, che mi aiuta a rivivere, nella decadente ma vigorosa rinascita di Lisbona, un momento di ferie, burroso e felice.
Ora, se siete a Lisbona, andate al Museu da Cerveja in Praça do Comércio e mangerete i migliori pastel della galassia, oppure seguite queste mie dritte e... Andrà tutto bene (cit. Don Draper).

Ricetta x 4 persone
400 gr di baccalà
500 gr patate
2 (o quante ne servono) uova
1 cipolla piccola
olio extravergine di oliva
un mazzetto di prezzemolo
pepe
noce moscata
olio per friggere (girasole)
formaggio (taleggio)

Metti a mollo il baccalà (24/48 ore prima)
Cuoci le patate intere con la buccia in acqua bollente salata per 40-45 minuti (o in pentola a pressione per 10). In un’altra pentola lessa il baccalà in acqua (non salata) per 15 minuti.
Soffriggi la cipolla tritata fina con un filo d’olio EVO. Se serve aggiungi un po' d'acqua calda perché la cipolla resti morbida e non bruciacchiata.
Scola le patate, sbucciale e schiacciale.
Scola il baccalà, spellalo e togli le lische, se le trovi, sfilacciandolo finemente con le dita.
In una ciotola mescola insieme il baccalà sfilacciato, le patate schiacciate, la cipolla rosolata, il prezzemolo tritato, un po’ di pepe e la noce moscata. Aggiungi un uovo alla volta e mescola bene prima di aggiungere il successivo (se devi ammorbidire di poco aggiungi solo il tuorlo).
L'impasto deve risultare morbido ma non troppo umido, passalo in frigo per una mezz'ora per compattarlo meglio.
Assaggia e aggiusta di sale.
Forma le polpettine con l’impasto aiutandoti con due cucchiai e inserendo in mezzo un listello di formaggio che si possa fondere durante la friggitura.
(certo Lei era più brava)
La ricetta ufficiale parla di queso de serra (formaggio di montagna), io ho messo il taleggio, ma si può osare anche con un cacio più forte (gorgonzola arrivo!).
Friggi in abbondante olio, scola e mangia.

p.s. leggenda vuole che per cucinare il baccalà in Portogallo esistano 365 ricette, una per ogni giorno dell'anno, e che una ragazza in cerca di marito le debba conoscere tutte. Dài, bimbe, cominciamo da questa.
(guardali dentro bellini)


9 settembre 2016

Carlsberg probably the best beer in the world



And probably the worst slogan in the world.
Ma voi vorreste bere una birra che probabilmente è la migliore del mondo? Io no davvero, io voglio bere la birra migliore del mondo, pure se ce ne sono centomila.
O, comunque, non berrei mai una birra prodotta da qualcuno che palesa incertezze di giudizio e ragiona per probabilità.
Preferirei bere una birra che si propone così:
Carlsberg: la 7a miglior birra nel mondo.
Direi, beh, non è la prima, ma tra le millemila birre prodotte mi sembra un ottimo risultato, me ne dia una cassa! Anzi due.
Io penso che se un creativo della Sterling Cooper Draper Pryce proponesse un tale slogan a Don Draper, Don in persona lo prenderebbe a calcinculo fino nel Wisconsin.
Andrà tutto bene! (Don Draper)

E niente no, non comprerò più una Carlsberg.

6 maggio 2013

Ma che vi ha fatto il lievito di birra?

Impazza 'sta mania d'impastare dalle mie parti. Son tutti lì che si danno un gran daffare con pizze e focacce, almeno, quand'anche non si son buttati pure sul pane fatto in casa.
Ora, massimo rispetto per i cultori della pasta madre, che sono i professionisti del campo e con loro non mi ci metto, ma gli altri, i comuni mortali, quelli che impastano una volta a settimana per sfornare due pizze ai figlioli e ai loro amici, ma mi dite cosa vi ha fatto il lievito?
Ne sento parlare come del diavolo, manco fosse l'ultimo ritrovato chimico sviluppato in laboratorio.
Dove sta la soddisfazione, o l'utilità, o la necessità di predisporre un'impasto SENZA il lievito, ma volendolo comunque far lievitare.
Non ci arrivo, scusate, magari qualcuno s'offenderà pure, scusate, ma io-non-ci-arrivo.
E da ex-fornaio ci arrivo ancora meno.
Non è un artefizio avvalersi del lievito, non è la bombola d'ossigeno per raggiungere la vetta del K2 tanto per intendersi.
Impastare il giorno prima, aspettare un botto d'ore, poi rimpastare con la forza di venti braccia, poi aspettare ancora enne ore e tutto per tirare fuori dal forno una pizza croccantina, proprio come piace a te? Non è croccantina, è solo non lievitata, è diverso. Te lo dico.
Una volta faceva pure bene il lievito, consigliavano di farsene una piccola dose tutti i giorni e i dietologi della nazionale di sci l'avevano pure inserito nella dieta della colazione del mattino della gara.
Facile che senza il lievito manco la valanga azzurra ci sarebbe stata.
I demonizzatori del lievito di birra mi ricordano quei motociclisti che negli anni '80 facevano a gara per cambiare marcia senza usare la frizione. Passavano guidando la moto con la sola mano destra, quella che alla manopola ha il freno, e intanto cambiavano marcia con il piede. Ma non è che non ce l'avessero la frizione, stava lì, sarebbe bastato tirare la leva, ma niente. Pare che così era più figo.

19 marzo 2013

Laß Dir raten, trinke Spaten


C’eravamo aggregati a due amici, o loro s’erano aggregati a noi, poco importa, ma non ce n’era di pappa da spartire con loro. Non se l’erano sentita al mattino di farsi due ore di coda per trovare posto all’ostello e a fine serata se ne andarono via su una metro per la stazione a pigliar calci notturni dalla Polizei. Mentre noi, che la coda per l’ostello ce l’eravamo sciroppata tutta imparando, tra l’altro, che se non parli tedesco e vuoi un guanciale almeno pillow è meglio che lo sai, noi prendemmo un’altra linea diretti all’ostello, incanalati in una fiumana capace di trascinare a destinazione anche i meno lucidi.
E Monaco è il miglior posto del mondo se ti ritrovi ubriaco.
Per cena avevamo squartato a mano un pollo arrosto seduti alla bene meglio su un cordolo, al limitare di un prato buio, dietro allo stand della Spaten. Laß Dir raten, trinke Spaten, sparava la luminosa scritta rossa e noi c’eravamo fatti consigliare almeno due pinte. Tornare all’ostello e buttarsi a russare era tutto quello che restava da fare che all’indomani c’era la visita all’Olympiastadion, possibilmente da sobri.
Eravamo addossati alla parete esterna del vagone, avevo la faccia rivolta fuori, il braccio destro sulle spalle di Valeria che mi chiacchierava e la mano sinistra stretta attorno a un sostegno tubolare orizzontale.
Lei arrivò, sospinta dalla corrente umana e nel ritagliarsi un posticino appoggiò la sua tetta destra sulla mia mano. L'impulso fu quello di tirarla via subito, la mano, ma fu il pensiero di un attimo. Restai invece lì, fintamente attento alle tre o quattro figure solitarie sull’altra banchina in attesa di una carrozza e di una direzione sbagliata. Poi la metro partì, lei non si scostò di un centimetro anzi si assestò, se questo era possibile, con ancora più grazia. Fisso con lo sguardo sul muro che sfilava via fingevo calma, con la coda dell’occhio controllavo Valeria a cui la pinta di Spaten aveva sciolto irrimediabilmente la lingua e con l’altra coda dell’occhio, che nemmeno sapevo di avere, sbirciavo la ragazza, quella della tetta per intendersi. Che sì c’era una ragazza attorno alla tetta, ma tutto ciò che riuscivo a focalizzare in quel momento, con anche le nebbie alcoliche a gravare sulla brillantezza, era l’ammasso mammellare vagamente rotondo e soffice sul dorso della mia mano.
Tetta-su-mano Tetta-su-mano. Era tutto.
Lei era bionda, capelli sul corto, vagamente acciocchettati, forse sudati, e occhi fortemente matitati in nero. Muoveva la testa questo sì, come se un invisibile walkman le stesse suonando in testa Straight to Hell o magari Should I Stay or Should I Go, ma non ce l’aveva il cazzo di walkman. Solo la faccia da Clash, quella sì, ce l’aveva.
Valeria discorreva di un tizio americano di Los Angeles a cui era capitata accanto nello stand e che aveva invitato lei, me e pareva almeno mezza Firenze a casa sua al di là del mondo. Pare che dovessimo andarlo a trovare in estate, che ci avrebbe spalancato le porte di casa sua per tascinarci poi su e giù per Beverly Hills e non so dove altro.
Intanto io ero paralizzato, sangue pensieri e nervi versati come in un imbuto, su quei pochi centimetri quadrati di pelle sul dorso della mia mano. Non muoverti, non muoverla, mi ripetevo e nel frattempo assaporavo tutta la delicata morbidezza di quella misteriosa tetta straniera di misteriosa ragazza straniera dai misteriosissimi occhi stranieri matitati di nero.
Avevo temuto che lei si potesse accorgere e magari anche incazzare con me perché non avevo tolto la mano, ma in cuor mio cullavo l’illusione che l’appoggio non fosse così casuale.
Tetta-su-mano Tetta-su-mano.
Valeria seguitava a blabblare di questo Tommie californiano che ci avrebbe accolto tutti da lui, Tommie che a me faceva venire in mente solo il mito Tommie Smith, sul podio a Città del Messico, viso a terra e pugno guantato in nero rivolto al cielo.
- Ma è negro? – le chiedo.
- No, macché negro – mi fa lei, ma mica l’ascolto.
La California è l’ultimo dei miei pensieri.
Ce l’hanno insegnato sì che il tatto è concentrato sui polpastrelli o comunque sul palmo della mano, sul lato interno, beh, niente di più eretico. Come il cieco che sviluppa una sensitività mille volte superiore alla nostra perché non può vedere io accelero e modifico il mio senso tattile e durante il tempo di una fermata sono in grado di percepire con il dorso della mano, fino a un’ora prima sensibile come un tronchetto di pino, la bellezza divina stessa del creato.
La sento la tetta sulla mano, sono assolutamente fermo e la sento sulla mano e di più nel sangue. Non la altero l’alchimia, non io. Resto in equilibrio con l’essenza del mio desiderio, mi manca il fiato e nel mio immobilismo sento la maglietta di cotone che timida osa frapporsi tra la mia pelle e quel bendiddìo di carne che mi accarezza, mi seduce e mi avvolge con la consistenza delle chiare montate a neve.
Valeria è alle prese coi vestiti da portare non portare in California nel giugno che verrà, farà caldo farà freddo non lo sa, e non lo saprebbe manco se non fosse bevuta.
Ma per me non c’è un giugno, non c’è neppure un domani, c’è solo lei che qualche fermata prima della mia si volta, interrompe il circuito tetta-mano mano-tetta, e s’appresta a scendere.
È lei allora che mi sfiora con la coda dell’occhio. Mi scaglia un lampo matitato nero, mio effimero premio e mia eterna condanna, che mi trafigge cuore e ventre mollandomi per sempre in balia di una pazza logorroica e di un Tommie fottuto qualcosa a quanto pare nemmeno negro.
Mi volto, la guardo scendere e volare via con quello che sembra un mezzo sorriso abbozzato in faccia.
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Il testo partecipa al Toccami - EDS sensuale del tatto lontano da La Donna Camèl
Come anche:
Dario
Bianca
Lillina
Cielo
MaiMaturo
Melusina
Pendolante

28 gennaio 2013

Obiettivi 2013

La linea guida alla scelta degli obiettivi per l'anno 2013 è la qualità. Meno stress legato a numeri e più impegno nelle singole attività, tanto per essere chiari. Con qualche eccezione.

Strada
1 - Zero multe;

Alimentazione
2 - Elaborare 10 ricette complicate, fuori dalle mie abitudini e dalla mia padronanza (per la validazione sarà
necessaria la buona riuscita);

Cura della mente
3 - Leggere, tra le altre cose, questi 3 libri: Infinite Jest, 2666, Delitto e Castigo;

Cultura e amici
4 - Vedere al cinema almeno 6 film di livello + 6 uscite birra e/o pizza;

Piacere
5 - Trombare la Cucinotta;

Casa
6 - Riordinare il ripostiglio, gettare il gettabile, sistemare la porta va e vieni, fare le riprese di tinteggiatura;

Salute
7 - Proseguire attività tennistica + camminate + sempre scale quando si può (peso max 82 il 31/12 mattina);

Economia
8 - Incrementare il saldo del c/c vs 2012;

Famiglia
9 - Cercare di non perdere le staffe con figlio 1 per lavoro e figlio 2 per scuola;

Scrittura
10 - Ricominciare a buttar giù delle storie;

Salutissima
11 - Arrivare al 2014.

19 novembre 2012

La Befana vien di notte

Solo che non ci volevo andare a letto, tutto qui.
Avevo chiesto le mie costruzioni alla Befana, ci contavo, e volevo entrarne in possesso per giocarci prima possibile.
- Non puoi aspettare la Befana.
- E perché?
- Perché passerà molto tardi, devi dormire.
- Non è vero!
Mia mamma cercava di convincermi, ma sapevo esattamente ciò che volevo.
- E poi è brutta e vecchia, ti farebbe paura.
- Non è vero!
Sarà stata pure brutta e vecchia, ma portava le mie costruzioni e il suo aspetto fisico poco avrebbe significato.
- Ma se vede la luce accesa non si ferma.
- Non è vero!
Volevo le mie cavolo di costruzioni, erano giorni che aspettavo e non ce la facevo più.
Mia mamma sospirò, non avrebbe voluto giocare sporco, ma la mia cocciutaggine non le dava scelta.
- Va bene - disse - però...
Sbarrai gli occhi, incredulo per quella che sembrava una vittoria.
- Però devi sapere che, a Roma, un bambino che voleva aspettare la Befana è stato portato in prigione.
Perfida.
Non ci avrei creduto se solo fosse stato "un bambino che voleva aspettare la Befana è stato portato in prigione", non avrei esitato a spararle in faccia l'ennesimo "Non è vero".
E invece era vero, doveva per forza essere vero, con quella precisazione logistica "a Roma" che conferiva all'episodio tutta l'autenticità necessaria.
"A Roma", "a Roma", per forza che era vero, me lo vedevo il bambino, a Roma. Nonostante non avessi nemmeno una vaga idea di come fosse Roma l'avevo sentito che esisteva, e allora pure l'ostinato bambino appostato in attesa della Befana doveva essere semplicemente reale.
Filai a letto sconfitto, rassegnato ad assemblare i miei mattoncini Plastic City (*)  solo il mattino seguente.
Una bugia circostanziata è una verità assolutamente credibile.
Lo sapeva la mia mamma e lo sa bene qualche politico (leggi Renzi). E lo sai bene anche tu che, dopo una birra fuori, dici a tua moglie "sono stato a bere una birra" ma dopo una serata passata con chissà chi ti premuri di informarla così: "Sono stato a bere una birra allo Scott Duff con il Fuffa, Trippella e Zazzà. Sai Zazzà, quello che ho conosciuto in palestra che fa l'avvocato e ha due figlie, una bionda di 9 anni in quarta elementare che è la più brava della classe e una piccolina, tre anni, intollerante ai latticini, che va alla materna dalle suore, una teppistella che te la raccomando tutta..."
Ed è la perla "intolleranete ai latticini" che ti salverà il culo.

(*) Perché questo sarebbe arrivato, mica roba Lego, sgrunt!

p.s. the Befan comes by night with the shoes not all right.

22 febbraio 2012

Quaresima laica

Farò questa cosa, anche se è un po’ da malati di mente. O magari proprio per quello.
Sgombriamo il campo dalle implicazioni religiose precisando che nulla c’entra il periodo legato al culto cristiano che precede la Pasqua, anche se la sfida prende spunto da una battuta di mia nipote che, un paio d’anni fa di fronte a un dolce offertole nel periodo quaresimale, disse “No, grazie, in quaresima non mangio dolci”.
Mi piacque la cosa per due motivi: primo perché sembrandomi inappropriata per il personaggio che ritengo un tipo piuttosto libero nel pensiero e gaudente nel cibo stimolava la mia curiosità riguardo alle motivazioni, secondo perché mi sembrava, sì di difficile attuazione, ma soprattutto senza senso e il senza senso mi attrae irrimediabilmente.
Così negli ultimi due anni, in quaresima (tempo scelto per comodità, perché abbastanza lungo e lontano da vacanze, feste e compleanni per quanto concerne la mia cerchia), ho raddoppiato cercando di rinunciare ai dolci e pure all’alcol. Perché? Essenzialmente per una sfida con me stesso, per capire se sarei in grado, nel caso se ne dovesse presentare una reale necessità, di rinunciare a qualcosa che mi piace parecchio. Le rinunce all’alcol e ai dolci, seppur di scarso impatto mondiale, hanno di fatto una discreta rilevanza sulla persona perché in 40 gg ci sono centinaia  di momenti nei quali veniamo o potremmo venire in contatto con essi. E non è facile.
Avrei potuto anche scegliere di rinunciare ai film con Ryan Gosling, alle partite della viola (quanto sarei stato meglio!), alla Cucinotta o al tennis, d’accordo, ma qualcosa alla fine andava scelto e io ho puntato sull’alimentazione. Anche per un comodo secondo fine  legato al peso, difficile infatti che finisca per ingrassare a meno che non mi butti sulla pasta a pranzo e a cena.
Epperò c’è un’eccezione fondamentale che riguarda l’educazione, vale a dire che non ci si deve incaponire nella rinuncia quando questa diventa uno sgarbo nei confronti di un ospite, classico caso quando inviti amici a cena e questi portano un dolce: non ti puoi esimere dal gustarne una fetta, per educazione.
C'è una postilla che riguarda i giorni aggiuntivi da scontare a fine quaresima: ogni sgarro vale ulteriori tre giorni di astensione da alcol e dolci in fondo al periodo.
L’episodio più duro del primo anno riguardò una cena in pizzeria dove coraggiosamente ordinai da bere solo acqua. Da quel momento ho deliberato che non bere birra con la pizza è maleducazione.
L’anno scorso, invece, ho avuto in casa per un mese un vasetto di confetti di pinoli acquistati da Romanengo, a Genova, ed è stato un vero supplizio offrirli e non assaggiarli mai fino a Pasqua.

9 febbraio 2012

Rifiutiamoci

Ancora da me non c'è la raccolta differenziata porta a porta, si va con i sacchetti nella zona bidoni e lì si suddividono i rifiuti.
L'altro giorno mentre portavo i contenitori carta, plastica, vetro ai cassonetti noto una lattina di birra vuota per strada, a una decina di metri dal suo posto destinato. La 33 cl rotolava indolente, sospinta chissà dove dal vento.
Come sempre accade coi meccanismi della memoria, dai circuiti contorti della mente lampeggia un flash, allora sorrido.
Faccio quello che devo fare e mi scopro ad aspettare quello che non può accadere.
Torno a casa, mi tolgo una voglia e benedico l'era digitale.
Parecchi di voi lo conosceranno, ma visto che son qui, lo riciclo:

20 dicembre 2011

Il mio Kindle amazon

Non ero così eccitato per un mio acquisto online da quando mi erano arrivate le 3 scatole da 20 bottiglie di Schlenkerla affumicata, con tanto di ringraziamenti da parte della famiglia Trum di Bamberg.
Oggi alle 21 è per me iniziata una nuova era, ho infatti aperto il pacco portato in mattinata da SDA contenente il MIO Kindle™ - l'ebook reader di Amazon.
Sgombro subito il campo da possibili equivoci, nel pacco c'erano anche 5 libri. Sia chiaro che non smetterò di acquistare libri. Ne comprerò meno, però, questo ci sta. Al tempo stesso ne leggerò di più, spero, e ciò basta per giustificare l'acquisto della macchinetta infernale.
È carino, molto. Maneggevole, leggerissimo.
L'ho messo in carica all'istante, l'ho configurato e c'ho sparato sopra alcuni pdf di classici ormai affrancati dai diritti d'autore.
Non è touch e non è corredato di birbonate iperhitech non ci sono APP da scaricare. Serve per leggere, senza schermo retroilluminato, con la tecnologia E Ink, pari pari a un libro. Ma non delle sue caratteristiche tecniche voglio parlare, quelle le trovate in ognidove.
Ho testato subito l'acquisto online di un ebook. Non senza qualche difficoltà (la ricerca non sono riuscito a capire come funziona, sempre che funzioni, ma immagino di sì) ho scorso un po' di pagine.
All'inizio ho cercato i racconti di Bernard Malamud perché quando una donna che scrive ti consiglia qualcosa da leggere ne vale sempre la pena. La ricerca però è stata vana, vedremo se si trovano ancora nella versione antidiluviana, quella cartacea. Tra le raccolte di racconti, però, ho trovato acquistabile l'antologia Lama Trama 2010 di AA.VV., dove un Autore Vario sono io e beh, pure se non me ne viene un barduino potete accattarvela da Amazon cristoddìo.
Poi m'è venuta un'ideuzza e ho ritentato una ricerca, "Roma": niente, nessuna corrispondenza trovata.
Mannaggia, decido allora di scorrere un po' di pagine saltando a piè pari i giorgifaletti gli errideluchi e soprattutto i federichimocci e m'imbatto incredibilmente nel romanzo a cui avevo deciso di riservare il mio battesimo dell'ebook:  Roma, Lato B del buon Claudio Delicato.
Seguo il suo blog (ciclofrenia) da diverso tempo e mi ero ripromesso alla prima occasione di leggerlo 'sto libro, alla fine sono andato oltre. Ho tirato giù il primo capitolo che quello te lo mandano aggratisse, me lo sono sparato in 5 minuti e poi ho incanalato 4,99 preziosi eurini nel buco siderale del web amazonico con la segreta speranza che qualcosa arrivi anche al ciclofrenico Claudio.
Insomma, ho saltato il fosso. Beh sì, un po' l'ho saltato dai.
Spero di non pentirmene e comunque a scaraventarlo fuor di finestra, il Kindle, è un attimo.
Per adesso, sento già di amarlo.

5 agosto 2011

Non voglio mica la Luna

Chiedo soltanto di poter ghiacciare una birra. In tempi brevi.
La bella Fiordaliso non chiedeva la Luna, chiedeva solo un momento per andare a fare l'amore ma senza aspettarlo dal suo lui. Richiesta legittima.
Ma anche la mia mi pare lecita. Ghiacciare una birra in pochi secondi con un elettrodomestico semplice, che io possa tenere sul bancone della cucina accanto al forno a microonde. Non vi dovete sforzare neppure a trovargli il nome, ci ho già pensato io: forno a crioonde.
Devo scaldare il latte? Forno a microonde. Devo gelare una birra o una vodka o un mirto? Forno a crioonde.
Certo, meglio ancora un solo attrezzo dove io giro la manopola a destra e scaldo, la giro a sinistra e ghiaccio. Ma affinché non veniate fuori con la solfa del chiedi la Luna, mi accontento anche di due apparecchi distinti.
A chi mi rivolgo? Un po' a tutti, ma principalmente a ingegneri, a fisici, a chimici, possibile che nessuno sia in grado d'innescare in un liquido la reazione opposta a quella prodotta dal microonde?
Io metto l'idea, non voglio nemmeno i soldi quando il forno a crioonde si venderà come il pane, basta che me ne diate un esemplare, alla fine, con cui possa gelare le stramaledette birre che mi sono scordato di mettere in frigo la sera prima.
Per la verità la richiesta l'ho già formulata a diversi ingegnerini di mia conoscenza che hanno finto disinteresse, ma solo perché palesemente incapaci anche solo di ipotizzare una soluzione.
Sotanto uno, Corrado che ringrazio, ci s'è applicato un minimo. Ci ha pensato e poi ha concluso che secondo lui non si può fare perché le particelle, atomi, molecole e non so cos'altro, tendenzialmente quando vai lì a stuzzicarle, sia che tu le bombardi, le scinda, le fissi, le fonda o anche solo le pigli a male parole, le stronze particelle, si scaldano. Ecco perché.
Beh, la risposta mi ha ghiacciato. Peccato che non avessi una birra con me.
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Ringrazio Valentino (Bibo) che gentilmente mette a disposizione il design del forno a crioonde o del crioabbattitore da cucina, o magari del Biborifero, vedremo, il brainstorming per il nome è appena all'inizio.
Preciso per le lattine. Non è fantastico?
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