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26 marzo 2020

Lettera dal fronte

Qualcuno si ricorda di questa ragazza? Bella de zio!
La bimba in questione - bella pure de su' nonna, la poetessa Giovanna -, ha condiviso una riflessione su quello che da qualche giorno è il suo nuovo lavoro, nel reparto Covid dell'ospedale qui da noi.
Ve la riporto, non c'è molto da aggiungere.



Vedere questi pazienti col Covid è tosta!
Non poterci parlare. Toccarli il meno possibile.
Soli nelle loro stanze, a fissare il vuoto, tutti con le ventimask per poter respirare.
E noi infermieri quando entriamo in reparto siamo bardati da cima a fondo. E se ci manca qualcosa abbiamo un telefono interno con cui parlare con il collega che sta fuori e ti va a prendere quello che ti serve, deflussori, siringhe...

Te sei lì. Dentro, chiuso... In trappola, come loro.
Unica salvezza (e ti giuro che dopo che sei un'ora dentro, diventa una vera e propria salvezza) quella porta che ti riporta tra i "sani e i vivi"
È come se entrando tu entrassi nel regno dei morti, e sei lì con loro. E sai che se fai qualche passo falso puoi essere uno di loro.
E quella porta è la salvezza che ti riporta di là.

E loro poverini che ti chiedono "Ma sto meglio di ieri?". E te che gli dici di sì... li guardi negli occhi, ti senti morire.

27 aprile 2017

Piedi nei calzini



Un minuto prima stai bene e un minuto dopo cominci a sentire i piedi nei calzini.
E non esiste più nulla. Il lavoro, lo svago, le chiacchiere, il cibo e tutto, insomma, si fa sfumato sullo sfondo, in primo piano solo i piedi nei calzini.
E per quanto cerchi d'ignorarla questa sensazione fastidiosa, lei se ne sta lì in agguato e in mostra, come quel cretino che ti fa i versi davanti all'obiettivo quando devi fare una foto del palazzo reale.
Niente è più distinguibile dai tuoi sensi, solo i tuoi fottuti piedi nei tuoi fottuti calzini riesci a sentire.
Devi pensare ad altro, devi pensare ad altro.
Rifrulli il calderone della memoria e tiri fuori di tutto, dalla neve a casa vecchia a Gigi Riva in rovesciata, dai funghi porcini di Badia alla doppietta segnata di testa, dal primo amore scolastico alle poppe della farmacista, dalle macchinine della Polistil al Rischiatutto, da Tom Sawyer a Dolores Haze, dall'odore della benzina a quello di cane molle, dal cofanetto di caramelle Sperlari alla Billy dell'Ikea, da Thoeni in Val Gardena alla Schiavone a Parigi.
Ma nulla di tutto questo riesce a rispedire i piedi nei calzini nella vaghezza indistinta e rassicurante dell'anonimato.
Allora ci scrivi un post, giusto per esorcizzare, per distrarti, ma nulla.
I tuoi piedi si asserragliano ancora più strenuamente all'interno dei calzini. Sono agguerriti. E tu li senti i maledetti piedi nei calzini.
È uno status fisico che può, nel suo acme, perfino prescindere dagli stessi calzini.
E così li senti i piedi nei calzini, per dire, pure se stai scalzo o con le infradito hawaiane da troppi euri.

1 aprile 2017

Ho visto una bambina piangere


Adelaide ha 90 anni, è in ospedale.
Ce l'hai il diabete? le chiede l'infermiera.
No, è l'unica cosa che non ha, risponde il figlio.
La prima sera vengono a trovarla in centomila, giovani, vecchi, media età e giovanissimi, ma lei ha gli occhi solo per suo marito, Omero.
Adelaide dalle rughe gentili, capelli bianco latte, incarnato e occhi chiari, senza voce e senza forze, una vestaglina leggera color rosa pallido.
Omero tranciato da rughe polverose e severe, contadino in giacchetta di lana ché in ospedale si va vestiti a garbo, spalle allargate dalla fatica, ripiegato in un metro e mezzo, gambe storte e andatura incerta. Sorride con moderazione, come solo gli uomini di una volta.
Adelaide e Omero si tengono la mano mentre attorno a loro impazzano commenti e saluti e pacche sulla schiena e gesti indaffarati e risa.
La sera dopo meno gente, ma la mano nella mano e gli occhi fusi negli occhi di chi non ha bisogno di parlarsi.
La sera dopo ancora arrivano il figlio e la nuora di Adelaide, sorridono, un po' nervosi forse, ma questo lo capirò solo dopo. Adelaide aspetta qualche secondo, poi alza il mento verso di loro.
Vuoi sapere d'Omero?
Adelaide annuisce.
Stasera non è venuto, era stanco, dice il figlio a capo basso. Non ce l'ha il cuore di alzare lo sguardo verso la mamma.
Ah, va bene, continua a muovere il capo in su e in giù Adelaide, come dire, è giusto, povero Omero, sballottato in giro per colpa mia, alla sua età.
Va bene, cerca di convincersi.
A questo punto vedo la bambina che è. 
Serra le labbra fino a che si fanno viola, guarda le spondine mobili del letto con un interesse tutto nuovo, cerca di leggerne l'etichetta, poi la gratta piano con l'unghia, ma quella non ne vuole sapere di staccarsi. Adelaide sporge il mento verso l'alto nel tentativo finale di placare l'onda che le spuma dentro.
Il figlio e la nuora armeggiano con il vassoio della cena, stappano contenitori arancioni, versano acqua, poi le avvicinano il tutto.
Adelaide però lo spinge via e, voglia il cielo e finalmente, piange.
Piange senza pace, senza un freno. Inconsolabile, piange lacrimoni silenziati e pesanti, privi di vergogna, come quelli che bussano ai miei occhi, adesso, che cerco di descrivere questa scena di sommo e smisurato amore con la forza scombinata e la miserevole incapacità delle mie parole.
L'amore a questa età è una supernova luminosissima e non la puoi descrivere se non sei Dante, o Nazim Hikmet forse.
Il giorno dopo Omero è tornato, a pranzo e pure la sera, lì mi sono fatto coraggio e ho rubato una foto per voi. Per me.

27 febbraio 2017

Easy Death - Beta version

Moriamo meno moriamo tutti.
C'ho già anche lo slogan.
No perché se hai a che fare con gente che sta male di testa - tipo il mio vicino di casa che parla con la foto della su' mamma morta cinquant'anni fa in una sorta di videochiamata continua, o tipo la mia mamma purtroppo - il primo pensiero che ti viene è: Io a questi punti non ci voglio arrivare, mi ammazzo prima.
Ecco l'ideona per non doversi sbattere troppo: serve un'app dedicata.
Io ho messo l'idea, la realizzazione e i guadagni li lascio ad altri.
Le specifiche in fin dei conti sono anche semplici.
Il processo deve essere Sicuro e Indolore.
Attivabile solo dal diretto responsabile, quindi sono da studiare tutta una serie di controlli su impronte, iride o chessò io, per evitare che se ne serva qualcun altro.
E poi c'è da inventarsi un modo pratico per indursi la morte, premendo un tasto. Senza spargimenti di sangue, una morte pulita, digitale (*) o qualcosa di simile.
E tanti saluti a chi resta.

(*) No, non è sufficiente cancellare il proprio profilo dai social.

6 settembre 2016

Andiamo a leggiucchiare

C'è un tipo che legge al paese mio.
Leggiucchia camminando per le vie del borgo, e anche fuori.
Passeggia bel bello sui marciapiedi del circondario, diciamo che possa fare anche 5/6 km a seduta, e legge. Tutti i beati giorni.
Legge di solito dei fascicoli della misura dei volantini con le offerte dei supermercati, ma forse son più riviste di varia natura, per lo più di bassa lega, di quelle che ti puoi trovare nella buca della posta aggratisse o tipo informatori coop, per dire. Non libri, insomma.
E ti capita di vederlo spesso e volentieri, estate e inverno, in questo suo rito.
Badate bene che è uno che ha un lavoro, credo faccia il fornaio tra l'altro, una famiglia invece mi sa di no, sta con la mamma. Avrà ormai quasi una cinquantina d'anni ma sembra uno normale seppure potrebbe avvicinarsi come profilo anche a quello di un serial killer.
Una volta di recente l'ho sentito parlare - eravamo dall'elettrauto - e se non l'avessi saputo di mio non l'avrei detto che era uno che legge a quel modo.
Va a finire che è diventato lo scemo del villaggio per definizione.
E alle cene, ai tè, agli apericena e ai giardini va che spesso si parla di lui.
- Ma quello che legge, ma che è grullo?
- Oh, ma lo conoscete quello che legge?
- Ho visto uno che legge camminando sul marciapiede, ma chi è?
E qui salgo in cattedra io, perché diciamo che, sì, lo conosco. È il fratello minore di una mia compagna di classe, colei che mi ha ispirato questa storia qui, tra le altre cose.
A dirla tutta, è anche il figlio di uno che, quando ero piccolo, mi ha in un certo senso salvato la vita inchiodando con la sua Seicento bianca per non investire quel bambino scriteriato che attraversava la strada dietro alla curva cieca delle monache, io appunto.
Così quando viene fuori l'argomento mi vanto che lo conosco quello che legge, anche se non so se faccio bene.
E poi ieri, tornando a casa, o non ne vedo un altro con un giornale in mano che passeggia come un grullo, sotto il sole, sul marciapiede sconnesso dello stradone di fianco all'ospedale?
Occhio ragazzi: è una malattia è pericolosa stategli lontano è contagiosa.

31 agosto 2016

Ho detto due


Ero in farmacia per comprare un collirio a mia mamma, stavo per pagare - una transazione normalissima tra un libero uomo e una libera azienda - quando a un certo punto ho detto “due”.
Ma senza un motivo, così, pescando da chissà dove e chissà cosa.



 - Due.
 - Allora gliene do due?
 - No, perché due?
 - È lei che ha detto due.
 - Io?
Qui ho fatto mente locale e mi sono reso conto che la farmacista era nel giusto, avevo appena detto due.
 - Ah, sì ma mi riferivo…
Ho provato a dire mentre pensavo ora mi viene perché ho detto due così glielo spiego e passo meno da bischero.
Tra l'altro ad ascoltare c'erano pure due altri dottori nullafacenti che se la ridevano sotto le barbe mettendomi una determinata pressione e rendendomi incapace di articolare alcunché.
E invece nulla, l’ho dovuta chiudere così, dicendo boh speriamo che mi torni in mente cos’era questo due.
E niente, con tutto che è passata qualche ora dall'episodio, ormai ho rinunciato a capire. Probabile un brutto sintomo d’invecchiamento o magari, rileggendo il dialogo nonsense, un abnorme omaggio a Gene Wilder.

25 giugno 2015

Come va?


Se alla domanda Come va? vi risponderò Da lunedì, uccidetemi.
Il comevaismo impera ma purtroppo la varietà risponditoria si è appiattita e il senso è spesso nullo, quando non anche logoro o superficiale.
Da uno studio dei comevaisti del MIT risulta che le risposte più utilizzate al Come va? sono:

  • Benissimo - È il misantropo per eccellenza, odia tutti e non vuole dare soddisfazione a nessuno, magari ha contratto la tigna e gli è fallita la ditta ma non te lo dirà mai.
  • Benino - È lo scaramantico, in realtà sta alla grande ma non lo vuole manifestare per non urtare la sensibilità degli dei. 
  • Potrebbe andare meglio - Questo è pericoloso, questo ti vuole raccontare i suoi mille guai, lo devi scansare come la peste bubbonica. La sua risposta è solo un invito a un tuo approfondimento.
  • Di merda - È il solito che pensa di poter dare risalto a una situazione, ad  un'emozione, a un discorso solo facendo uso di turpiloquio. Coglione! 
  • Da lunedì - (variante Da Venerdì) - È quello che si sente superiore e figurati se te lo dice direttamente come va, pensaci da te come si sta il lunedì (o il venerdì) e falle tu le valutazioni.
  • Da martedì - È il parrucchiere.

Ma Da giovedì? Cosa vuol dire Da giovedì?
È così che ho sentito un collega rispondere a un altro stamattina.
Il giovedì al paese mio ci sta il mercato, forse si riferiva a quello, alla sua scanzonata allegria?
O forse al fatto che ieri qui era il santo patrono e che quindi oggi giovedì=lunedì?
O al fatto che il giovedì è pur sempre un pre-venerdì e quindi siamo sulla fatale via che duce al weekend?
O magari agli gnocchi?
E son qui che cerco d'immaginarmi Al Bano e Romina in un Come va? Come va? Da giovedì! Da giovedì!

11 luglio 2014

Che piovesse!

Ieri giornata campale di lotta, mouse tra i denti, coll'Inps, con la banca, con l'Aci e, ciliegina, pure con l'Enel.
Un intreccio mortale di bolli, fatture, bonifici e telefonate capace di strangolare un toro.
E il livello d'incazzatura tocca vette apicali e va a braccetto con lo sconforto.
Forse è un discorso da vecchio, non lo so, ma è deprimente constatare di come le cose che funzionavano a meraviglia venti anni fa adesso s'incriccano peggio che le mie ginocchia. Un RID, un pagamento automatico, un bonifico online che nel 2014 si perdono manco fossero bambini di due anni ad una fiera mi fanno uscire pazzo.
Tornato a casa sono andato a correre, era l'unica soluzione possibile, e dolcemetà, che stava all'asse da stiro non in panciolle, mi ha accompagnato con uno sguardo che non sarà stato una benedizione ma almeno non era un fulmine di zeus.
Era piovuto e rischiarato, l'aria era fresca e luminosa e i campi pullulavano di lepri.
Ci siamo incontrati con Franco in via del Carota. Questo tizio è un signore con la barba che venti anni fa, quando correvo davvero, beccavo sempre in via Montisoni o giù di lì, dalle mie parti insomma, e dopo un po' che ci s'incrociava avevamo cominciato a salutarci con gran sfoggio di denti, uniti dalla fatica, anche se mai s'era scambiato due parole.
In questo tempo mai più l'ho rivisto in giro, pur se da me il mondo è piccolo proprio: mai a un mercato, a fare la spesa, mai in un bar o in un negozio. Mai. Non lo so dove abiti, né cosa fa. Chissà magari è solo il mio angelo custode. E ci può stare, se dio o chi per lui vedrai è femmina, non metterei limiti ad angeli custodi barbuti e corridori.
In effetti manco il nome so, però c'ha una faccia da Franco, forse potrebbe essere un Mauro o al limite un Pietro se avete capito il tipo, ma di più un Franco, ecco. Già vent'anni fa era un vecchietto d'una cinquantina d'anni a mio vedere.
Non l'ho riconosciuto subitissimo, ma quasi. E anche lui. Abbiamo disteso i nostri migliori sorrisi in un misto di stupore e di nostalgia.
"Andrà a finire si piglia l'acqua" mi fa, indicando il cielo.
"Speriamo di no..." gli rispondo io.
Ma in fondo, che piovesse, che importanza poteva avere?

24 febbraio 2014

RunEnergy [Filippidea]

C'è che a lavorare da me abbiamo questa sorta di bacheca digitale delle idee grazie alla quale possiamo proporre le nostre. Bon, io ci ho appeso questa... non è geniale?

Progettazione di piste di atletica o tratti di strada pedonale a pressione dove ogni passo sviluppa e produce energia grazie all'installazione di generatori sotto il manto della pista stessa (tecnologia esistente). Energia eventualmente immagazzinabile in batterie da riutilizzare, ad esempio, per l'illuminazione pubblica.
L'idea tende a sfruttare anche l'enorme crescita del fenomeno della corsa amatoriale in questo periodo e può essere promossa adeguatamente incentivando le società podistiche ad allenarsi in tali impianti.
Potrebbero poi essere organizzate gare ad hoc, tipo maratona su pista, in grado di produrre energia "pulitissima" e di pubblicizzare il progetto con un bel ritorno d'immagine per chi la promuove e la mette in atto.

Il runner può scegliere se donare l'energia prodotta oppure, grazie all'applicazione di un chip alla scarpa in grado di quantificare passi e conseguentemente energia prodotta, può recuperare parte dell'energia sviluppata dalla sua corsa con l'assegnazione di Certificati RunEnergy, tali Certificati possono essere convertiti comodamente in sconti sulla bolletta elettrica o sulla bolletta del gas, o anche in sconti sui carburanti presso marche convenzionate o per il pagamento dei ticket sanitari.

Chiaramente da voi non è che mi aspetto un sostegno all'idea ma, volendo, dei consigli o delle critiche costruttive per migliorarla. Grazie.

19 aprile 2013

Il Liʃca - (3)

Erano paʃʃate le nove, ma non mi ero fatto illuʃioni. La telefonata arrivò e io mi feci inghiottire dal divano in un gorgo ʃpaʒio tempo da cui probabilmente ʃarei riemerʃo con un grado di libertà pari a quello di un diʃʃidente cineʃe.
- Pronto, sì? - la mamma.
- Sì, buonasera, parlo con la signora Pampaloni, la mamma di Marco? - il Bordoni.
Non lo ʃentivo il Bordoni, non che ho mai avuto dei ʃuperpoteri, ma potevo immaginarle le ʃue parole.
          (Parlo con la mamma dello sciroccato?)
-    Sì, sono io, sono la mamma di Marco. È successo qualcosa?
E già qui mia mamma mi guarda ʃtorto, abbaʃʃa il ʃopracciglio deʃtro e allarga le narici, interrogativa e quaʃi incaʒʒata.
- Non, si preoccupi, le volevo solo dire una cosa di oggi pomeriggio...
          (Lo sciroccato era qui oggi pomeriggio)
- Oggi pomeriggio? Marco ne ha combinata qualcuna?
- No, no, però oggi pomeriggio a un certo punto mi chiama la Marusca dalla vigna, è una ragazza che lavora qui...
          (Sa quel deficiente di suo figlio s'è fracassato per bene cadendo da cavallo... a un certo punto mi ha chiamato la Marusca)
- Ah sì, quella ragazza che c'è da voi, quella polacca se non sbaglio. La ringrazi da parte mia perché quando Marco veniva lì con l'associazione lei l'ha tanto aiutato e il mio Marchino s'era quasi innamorato di lei. E di quella cavalla, la Chiquita...
Dagli inferi profondi del divano, in un lampo di commiʃeraʒione e rabbia, sbuffo fuori qualche parola.
- Conchita, mamma, Conchita... non è una banana.
- Ah, sì, Conchita mi dice Marco, mi scusi sa ma non sono mica brava coi cavalli, hanno tutti questi nomi strani, un po'... un po' da... cavalli. Una volta ci portò a far vedere anche una foto Marco, è una bella cavalla, complimenti, peccato che Marco è un po' così e non la può montare...
- Così come?
          (Così sciroccato?)
- Così… – mamma butta un occhio sull’intreccio divano-inferi-me – così, insomma l'avrà visto anche lei.  E' delicato, non può fare le cose degli altri ragazzi... quindi cos'ha combinato?
          (Gliel'ho detto, ha battuto una botta clamorosa. S'è distratto e il piede, quello un po' zoppino, gli è uscito dalla staffa e poi chissà dove gli è rimasto impigliato, in un tralcio, in una vite, in un fil di ferro)
- Niente, mi chiama la Marusca dalla vigna: “signor Bordoni, venga”. E io vado giù, alla vigna insomma...
- E allora?
          (Fatto sta che è andato in terra ed è svenuto. Signora, che diamine, ci deve stare attenta, non lo mandi fuori da solo, è anche così mingherlino, magari non aveva su nemmeno la maglia di lana...)
- Allora, la Marusca mi dice che dal prossimo mese va in Polonia dai suoi figlioli, che due soldi da parte li ha messi e che è anche l'ora di tornare a casa.
La mamma è ʃconcertata, lo vedo e lo ʃo. È matematico... mi guarda la camicia aperta e cerca di capire ʃe ho la maglia della ʃalute ʃotto. Tira giù anche l'altro ʃopracciglio.
- E Marco? - fa mia madre.
          (Marco, lo sciroccato ritardato zoppo testa d'uovo, lo deve tenere a casa con la porta sprangata da tre mandate e con le sbarre alle finestre, signora, dovrebbe averlo capito... lei rischia una bella denuncia per omissione di controllo su figlio svitato)
- Marco, niente, c’è che avevo una mezza idea che potesse venire lui a darmi una mano con i cavalli dal prossimo mese. Ne abbiamo tre, sa? Sono impegnativi, sono da tenere puliti, sono da curare e i ragazzi della Senza Distanza ormai sono anni che non si vedono più. Ci darebbe proprio una bella mano.
- Ma chi, Marchino mio?
          (Sì lo sciroccato, Madonna che botta che ha battuto!)
- Certo, è bravo, non ci farebbe rimpiangere la Marusca.
- Oh.
          (Anzi, la sa una cosa? Gli metta una paio di pigiami di flanella, gli accenda la coperta, lo butti a letto e gli dica di non farsi più vedere da queste parti.)
- Anzi, la sa una cosa? Gli dica che venga su domani, che così comincia a impratichirsi...
- Va bene, grazie signor Bordoni, glielo dico.
Ecco, ʃi ʃalutano, riattaccano. La mamma viene verʃo di me, ha il broncino e gli occhi gonfi. ʃe mi va bene, mi dà due ʃchiaffi, penʃo, ma ʃe mi va male è facile che, ʃe non c'è più, rifonda l'Aʃʃociaʒione ʃenʒa Diʃtanʒa e mi ci manda a ʃvernare.
- Amore - mi fa, abbracciandomi e sollevandomi dall’inferno come farebbe un volo di angeli.
- Uh?
- Il signor Bordoni dice che ti vuole da lui a fare lo stalliere, sei contento?
- Uh, eh? Ah, ʃì, eh beh. Certo che ʃono contento, mamma!
- Bravo Marchino, bravo, lo sapevo che ti faceva bene stare con quella Chiquita, Pepita, come si chiama, la cavallina insomma.
- Già, mamma, ʃì, ma non mi frignare ʃulla camicia.
Dormire poco o nulla, la mattina preʃto mi fiondo alla fattoria e vado a caccia del vecchio Bordoni. Lo becco che ʃta dando di forcone tra balle e fieno nella ʃtalla, è di ʃpalle, ma di certo ʃa che ʃono lì, proprio dietro di lui.
Per un tempo effettivo di meʒʒo minuto, percepito da me di meʒʒo ʃecolo, me ne reʃto ʒitto in atteʃa che ʃi volti o ʃpifferi qualcoʃa lui. Ma poi parto.
- Ecco, io la volevo ringraʒiare, ʃignor Bordoni, per tutto. Per il lavoro qui, ʃe è vero. E ʃoprattutto per non aver detto nulla a mia mamma della caduta.
- Che caduta?
Qui ʃi volta e gli ʃcappa da ridere, prima piano, in ʃilenʒio, poi invece ride forte, ʃi piega in due, ʃuʃʃulta quaʃi, manco ʃe gli avevo raccontato la barʒelletta del cavallo in treno.
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Il Liʃca - capitolo 1
Il Liʃca - capitolo 2
Il Liʃca - capitolo 3

17 aprile 2013

Il Liʃca - (2)

L'aʃʃociaʒione ʃenʒa Diʃtanʒa, una roba che ʃolo a dirla, io, riʃchio l’annodamento della lingua e la ʃubluʃʃaʒione delle corde vocali, cavolo! Per me ʃono ʃempre ʃtati “gli ʃtrambi”.
E allora via ʃulla cinquecento della mamma, io dagli ʃtrambi e lei a proʃeguire per chiʃʃà quali argenterie da luʃtrare o ceʃʃi da pulire, beata lei! Io ero coʃtretto a ʃocialiʒʒare con una decina di mentecatti tipo me e anche di più, in uno ʃtanʒone dove campeggiavano un calcino, un ping pong e tre tavolini rotondi da giocatori di carte. Manco uno che era capace di reggere delle carte in mano e di riconoʃcere una doppia coppia o qualcuno in grado di colpire la pallina del calciobalilla con la mediana. Non per vantarmi, ma ero di gran lunga il più ʃveglio lì dentro e, ʃe capite coʃa voglio dire, renderʃene conto non è che ti apriva le porte della felicità.
Il giovedì era un giorno ʃpeciale. Verʃo le tre arrivava un pullmino giallo, già ʃcuolabuʃ del comune, che ci caricava tutti in un turbinio di eccitaʒione e di urla per portarci a ʒonʒo.
E durante i viaggi ti piʃciavi addoʃʃo dalle riʃate perché era il momento delle barʒellette. Nella ʃettimana precedente imploravo mio babbo, quando mi capitava di vederlo, per farmi raccontare una barʒa nuova. E mio babbo non falliva mai, aveva ʃempre l'ultimo grido, la barʒelletta che avrebbe fatto letteralmente ʃpanciare i ragaʒʒi della ʃenʒa Diʃtanʒa.
Quando toccava a me, modeʃtia a parte, calava il ʃilenʒio. Viʃpi o dementi, furbetti o appena coʃcienti, tutti i ragaʒʒi ʃi aʃʃerragliavano in un ʃilenʒio carico e gonfio di atteʃa per la battuta finale. Da vero re del palcoʃcenico, mi facevo un po' attendere ma poi partivo e li laʃciavo ʃtecchiti. Non ʃo, ʃpeʃʃo dubito pure che le capivano le barʒe che raccontavo, ma baʃtava che alla fine uno partiva con la riʃata e ʃi ʃcatenava una tempeʃta d'ilarità fresca e contagioʃa, da me a loro, dalla ʃignorina Clara, che ci accompagnava, fino all'autiʃta.
E poi c'era il momento di Pippo che, finite le barʒe nuove, pigliava poʃʃeʃʃo del microfono e attaccava con la ʃua ʃempre uguale barʒelletta del cavallo in treno. Era una performanʃ per la quale potevi pure pagare il biglietto.
“C'è questo tizio che va a Milano in treno, sale e trova nel vagone un cavallo che legge il giornale. Non ho mai visto un cavallo in treno fa il tizio, e il cavallo: per forza ho perso l'autobus!”
Ma, viaggio a parte, era alla Vecchia Pagnana che c'era del buono per tutti. Le prime volte con la ʃignorina Clara e il branco di ʃciroccati ʃi paʃʃava in raʃʃegna quaʃi ordinata tutta la fattoria incontrando gabbie e recinti di conigli, caprette, galline e galli di ogni raʒʒa e colore, gli ʃtruʒʒi, i pavoni e perʃino un cerbiatto. ʃi percorreva una ʃtradina bianca tra campi e prati in leggera diʃceʃa fino all'arrivo, lungo un fiumiciattolo, alle ʃcuderie dei cavalli.
Pericoli pareva non ce n’erano, neʃʃuno che temeva che gli allagavamo il pollaio o che gli davamo fuoco allo ʃtruʒʒo, perciò ci laʃciavano abbaʃtanʒa liberi nei noʃtri ʃpoʃtamenti e, mentre molti ʃi trattenevano carote in mano a ʃfamare i conigli o a fare bu bu allo ʃtruʒʒo, io mi ʃcapicollavo giù per la diʃceʃa, come meglio potevo cercando di non ʃfracellarmi un ginocchio per arrivare prima poʃʃibile alle ʃcuderie.
C'erano tre cavalli, due maʃchi Miʃter No e ʒagor, e una puledra giovane: Conchita. Era la mia favorita, nera come l'ebano e freʃca e liʃcia e buona e, l'avete capito, me ne ʃono innamorato ʃubito.
Poteva valere la pena ʃopportare i ragaʒʒi nelle loro diʃaʃtroʃe preʃtaʒioni racchetta in mano o ʃmaʒʒando carte per quattro pomeriggi a ʃettimana ʃe poi, al giovedì, tra barʒe e fattoria ci ʃi ricaricava più che con l'Ovomaltina.
Quando ho ʃmeʃʃo di andare all'aʃʃociaʒione, verʃo quindici anni, ho continuato ad andare alla fattoria. Conoʃcevo Maruʃca dai tempi in cui ci andavo con gli ʃtrambi, era una ragaʒʒa polacca che lavorava lì e che mi aveva preʃo a benvolere perché durante le mie viʃite la ʃgravavo di un bel po' di fatica aʃʃolvendo a compiti ʃolitamente ʃuoi.
La prima volta che montai Conchita, contro tutte le raccomandaʒioni di mia mamma, lo feci corrompendo Maruʃca, un po' colla mia liʃca e un po' andando in giro ʒoppiconi più che potevo.
Fu Maruʃca a raccomandarmi di tenere i piedi ben dentro le ʃtaffe, reggere ʃtrette le redini e aʃʃorbire con il culo il movimento dell'animale.
Maruʃca mi faceva montare Conchita di naʃcoʃto al ʃignor Bordoni, fattore capo di tutta la baracca. Finì che lo venne a ʃapere anche lui il giorno che caddi come un cretino mentre ʃtavo facendo a piccolo trotto il giro della vigna baʃʃa.
Non mi ricordo come andò, mi riʃvegliai ʃu una panca vicino alle ʃcuderie ʃchiaffeggiato dal ʃignor Bordoni e coccolato da Maruʃca. Pare che non ero morto, avevo preʃo una botta al fianco deʃtro e anche alla ʃpalla, ma il peggio doveva ancora venire.
Il ʃignor Bordoni rimbrottò a muʃo duro Maruʃca che un altro po' le fa rimpiangere la Varʃavia, quella del ghetto, ma ʃoprattutto mi ʃquadrò ʃenʒ'appello e m'informò che la ʃera ʃteʃʃa avrebbe avviʃato mia mamma. Non ʃarebbe ʃtato lui, diʃʃe, a pigliarʃi vent'anni per un povero mentecatto bavoʃo che voleva ammaʒʒarʃi.
Lo implorai, come non avevo implorato mai neʃʃuno prima di allora. Cercai di ʃpiegare che ʃe mia mamma ʃapeva la coʃa mi avrebbe ucciʃo, ma queʃto ʃe mi andava bene. ʃe invece mi andava male mi avrebbe rinchiuʃo in caʃa almeno per un paio d'anni mandandomi fuori ʃolo a portare la ʃpaʒʒatura, mi avrebbe coperto da ʃettembre a maggio con triplo ʃtrato lanoʃo di maglia, più cicliʃta a collo alto, più cardigan peruviano. Mi avrebbe probabilmente avvoltolato nel domopack prima di mettermi a nanna e, con molta facilità, mi avrebbe fatto il bagno nel lyʃoform per gli anni a venire.
L'ineffabile ʃignor Bordoni neppure mi guardò, continuò a ʃpaʒʒolarʃi gli ʃtivali dalla mota raccattata in vigna e, quando io ebbi finito la ʃupplica, ʃbuffò un po' alla maniera di Miʃter No e ʒagor e ʃi allontanò ʃenʒa manco ʃalutare. Prima di ʃparire dietro a un capannone alʒò il braccio per ravviarʃi il riporto.
Per la prima volta, da quando andavo alla Vecchia Pagnana, venni via ʃcordandomi di ʃalutare Conchita.
Tornai a caʃa di paʃʃo ʃvelto. Il dolore all'anca quaʃi quaʃi mi reʃtituiva una ʃconoʃciuta ʃimmetria, procedevo incredibilmente dritto. Roba da darʃi delle martellate ʃu quel fianco per il reʃto dei miei giorni.
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Il Liʃca - capitolo 1
Il Liʃca - capitolo 2 
Capitolo 3 il 19 aprile

15 aprile 2013

Il Liʃca - (1)


Io ʃpero che il congiuntivo muore. Di per ʃé non mi ha fatto nulla, non ce l’ho con il congiuntivo, ce l’ho con tutti quelli che ʃtanno lì, pronti a ʃaltarti addoʃʃo quando ne ʃbagli uno e a ʃoʃtenere che ʃai l’italiano ʃolo ʃe conoʃci il congiuntivo. Cavolate.
Ecco queʃta è una coʃa che mi va che ʃapete di me, ʃe volete conoʃcermi meglio.
Anche ʃe forʃe prima avrei dovuto avviʃarvi che ho un difetto di pronuncia, la liʃca, per queʃto avete viʃto e vedrete delle lettere ʃtrane in queʃto teʃto, beh ʃono le mie “eʃʃe” e ci tengo che le leggete e le pronunciate nella voʃtra teʃta come le direi io, queʃto ci avvicinerà un po’, io e voi, anche ʃe non è detto che è una buona coʃa.
E tenete preʃente che anche con le ʒeta non è che ci vado proprio a noʒʒe.
Non ʃono nemmeno bravo a ʃcrivere, no, ma tra le coʃe che mi piace fare – che non ʃono molte - è una di quelle che mi viene più naturale, perciò ʃcrivo. O imbratto carte, ʃe preferite.

Mi chiamo Marco Pampaloni, un nome ʃpeciale a cui voglio un gran bene, un po' perché è il mio ma ʃoprattutto perché non ha eʃʃe, non ha ʒeta e quando lo pronuncio, perché capita ʃpeʃʃo che ti chiedono come ti chiami, lo pronuncio bene come ʃe ʃono normale.  Già, perché a queʃto punto è meglio che vi dico pure che non ʃono normale.
A detta di molte perʃone che mi è capitato d'incontrare nella vita ʃono un tipo ʃtrano e una fetta di ragione ce l'avranno, ʃe conʃideriamo l’elenco di epiteti che mi ʃono ʃtati rivolti e che ho diligentemente raccolto. Difatti ho un quadernetto dove colleʒiono i vocaboli con i quali mi ʃono ʃentito chiamare negli anni, direttamente o per ʃentito dire. Quindi ʃono mentecatto, ʃvitato, handicappato, ritardato, mongoloide, ʃono idiota e pure ʃuonato e tipo ʃtrano. Ma ʃono anche ʃtupido eʃʃere, meʒʒo grullo, teʃta d’uovo e ʃono diverʃamente abile, deficiente e varie verʃioni di faccia di che potete immaginare anche ʃenʒa che ve le ʃcrivo.
Quello che preferiʃco è “attardato”, come mi chiamò un bulletto un giorno in buʃ. Non mi è piaciuto ʃubito queʃto “attardato”, ma piano piano mi ci ʃono affeʒionato, da quando anche per Maria ʃono diventato il ʃuo cucciolo attardato.
E poi, attardato, a parte che non ha eʃʃe e non ha ʒeta, dà proprio l'idea che poi comunque arrivo, perché arrivo.
Neʃʃuno ad ogni modo mi conoʃce come Marco Pampaloni, per tutti gli amici ʃono “il Liʃca” e mi va bene coʃì. Per i meno amici ʃono una delle robe del quadernetto.
In buʃ tornando da ʃcuola ero quello che toccava il ʃedere alle ragaʒʒe. Lo facevo perché erano i miei compagni a ʃpingermi. Loro ʃe la ʃghignaʒʒavano in fondo al buʃ e a me dava una ʃcoʃʃa ʃentirli ridere, più di quanto mi piaceva davvero taʃtare quei culi. Ma queʃto non vi autoriʒʒa a penʃare che non mi piacciono le ragaʒʒe.
Non ʃono buono a camminare veloce, correre neanche a parlarne, vado via ʃtorto come un giunco, allora ʃì che ʃembro ʃtrano. A camminare normale invece ʃono un aʃʃo, faccio i chilometri veri. Non guido l’auto, tantomeno il motorino, anche ʃe una volta ne ho avuto uno finché non ʃono finito contro un ʃemaforo e mi è ʃtato inibito per ʃempre. Vado poco anche in bici, ma per pedalare pedalo. A piedi non ho rivali, un paʃʃo via l’altro, mi dovreʃti guardare proprio al rallentatore per accorgerti che appena appena ʒoppico, ma non ʃi vede a occhio nudo.
La coʃa peggiore che mi ritrovo è queʃta teʃta ad uovo. Oblunga, va ʃu verʃo l’alto come se ha un appuntamento con un cappello nella ʃtratoʃfera. Non ho ancora compiuto 23 anni, ma non ho più nemmeno un capello, ʃe non nelle immediate vicinanʒe delle orecchie. E la coʃa è ancora più evidente, voglio dire la teʃta ad uovo.

Ero piccolo la prima volta che mi portarono alla fattoria della Vecchia Pagnana.
Mio padre, Dino Pampaloni, lavorava duro in un ingroʃʃo di giocattoli dall'altra parte della città, era ʃpeʃʃo al magaʒʒino, altrimenti era in viaggio nel tragitto caʃa-lavoro o lavoro-caʃa. Mia madre, Roʃita, anche lei ʃi dava da fare ʃfaccendando e ʃtirando a caʃa d'altri. Fatto ʃta che il pomeriggio, a ʃcuola chiuʃa, ero un peʃo, e a caʃa da ʃolo, un ritardato come me non ʃi poteva laʃciare. Non tanto perché avrebbe potuto farʃi male o berʃi un ettolitro di varichina, no, ʃemplicemente perché chiʃʃà coʃa avrebbero detto i vicini. A toglierci le caʃtagne dal fuoco la provvidenʒa ci inviò l'Associazione Senza Distanza. Fondata una ventina d'anni prima da un manipolo di genitori baciati dalla ʃorte e deʃtinatari eʃcluʃivi di figli con problemi, aveva preʃo vita propria ʃopravvivendo agli antichi fondatori e continuando a raccattare, o accogliere ʃe preferite, queʃta ʃorta di feccia umana coʃtituita da figli di ʃcarto incapaci di paʃʃare un pomeriggio da ʃoli in caʃa ʃenʒa incendiarla.
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Il Liʃca - capitolo 1 di 3.
Capitolo 2 il 17 aprile.
Capitolo 3 il 19 aprile.

28 gennaio 2013

Obiettivi 2013

La linea guida alla scelta degli obiettivi per l'anno 2013 è la qualità. Meno stress legato a numeri e più impegno nelle singole attività, tanto per essere chiari. Con qualche eccezione.

Strada
1 - Zero multe;

Alimentazione
2 - Elaborare 10 ricette complicate, fuori dalle mie abitudini e dalla mia padronanza (per la validazione sarà
necessaria la buona riuscita);

Cura della mente
3 - Leggere, tra le altre cose, questi 3 libri: Infinite Jest, 2666, Delitto e Castigo;

Cultura e amici
4 - Vedere al cinema almeno 6 film di livello + 6 uscite birra e/o pizza;

Piacere
5 - Trombare la Cucinotta;

Casa
6 - Riordinare il ripostiglio, gettare il gettabile, sistemare la porta va e vieni, fare le riprese di tinteggiatura;

Salute
7 - Proseguire attività tennistica + camminate + sempre scale quando si può (peso max 82 il 31/12 mattina);

Economia
8 - Incrementare il saldo del c/c vs 2012;

Famiglia
9 - Cercare di non perdere le staffe con figlio 1 per lavoro e figlio 2 per scuola;

Scrittura
10 - Ricominciare a buttar giù delle storie;

Salutissima
11 - Arrivare al 2014.

28 ottobre 2012

Il bene e il maalox

Soffro da sempre, con rispetto parlando per chi davvero soffre, di bruciori allo stomaco. Almeno, così son sempre stati chiamati a casa mia, anzi, forse più frequentemente, fortori.
In termini medico-linguistici penso tratterebbesi di gastrite.
E infatti è il mio gaster che patisce acide pene.
Senza disturbare la psicosomatica, mi sa che il mio stomaco si è evoluto. Di AI stomacale si tratta.
Al supermercato non mi posso avvicinare a nessuna bottiglia di vino scadente, peggio che mai pigliarla in mano per valutare. Lui, il capitano del mio apparato digerente, sua maestà lo stomaco, vigila. Prendo in mano la bordolese in offerta a 2 e 75 e mi rilascia una scarica aspra, sulle prime penso a un caso, ma si può? La poso, tuttapposto. La tiro di nuovo su, acidosi immediata. La lascio definitivamente sullo scaffale. Mi sposto, considero un Castello di Pomino del 2009 e il mio sommelier interno approva e mi libera all'istante dai buoni vecchi fortori.
C'è voluto un po' per identificare gli alimenti che mi provocano il fastidio gastrico, su tutti vino scadente, conferenze stampa di TuSaiChi, caffè della moka e pomodori ma, adesso che il mio stomaco lo sa, può scegliere per me. Io non devo far altro che lasciarmi guidare negli acquisti di cibarie da lui, come un docile Linguini nelle sapienti mani del suo Remy.
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