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12 febbraio 2019

Non è l'attesa di giugno essa stessa giugno?

E così dopo la merla è passato pure Sanremo.
Pensavo al mio anno solare e a come sia scandito da tanti piccoli sbuffi d'attesa, che magari non sono sempre stati questi e saranno senz'altro diversi in futuro.

Gennaio - La Befana, gli Australian Open di tennis e la merla.

Febbraio - Sanremo, il bollo e la potatura della siepe.

Marzo - Il primo GP della stagione di F1 e le frittelle.

Aprile - La vacanzetta di fine mese e la camminata di Pasquetta (sì lo so che a volte vien di marzo).

Maggio - Compleanni e anniversari, il Giro e le rose.

Giugno - A giugno non si aspetta nulla, siamo a giugno e non c'è niente di meglio. Non è l'attesa di giugno essa stessa giugno?

Luglio - Le ferie, il cocomero e Wimbledon.

Agosto - Compleanni, cene in giardino e il campionato.

Settembre - La fine di tutto, la ripresa forsennata del lavoro, le giornate che striminziscono.

Ottobre - L'olio nuovo, finalmente.

Novembre - I morti e il mio periodo fertile (vedi compleanni d'agosto).

Dicembre - Banalmente la cena del 24, Natale e l'ultimo.

9 settembre 2016

Carlsberg probably the best beer in the world



And probably the worst slogan in the world.
Ma voi vorreste bere una birra che probabilmente è la migliore del mondo? Io no davvero, io voglio bere la birra migliore del mondo, pure se ce ne sono centomila.
O, comunque, non berrei mai una birra prodotta da qualcuno che palesa incertezze di giudizio e ragiona per probabilità.
Preferirei bere una birra che si propone così:
Carlsberg: la 7a miglior birra nel mondo.
Direi, beh, non è la prima, ma tra le millemila birre prodotte mi sembra un ottimo risultato, me ne dia una cassa! Anzi due.
Io penso che se un creativo della Sterling Cooper Draper Pryce proponesse un tale slogan a Don Draper, Don in persona lo prenderebbe a calcinculo fino nel Wisconsin.
Andrà tutto bene! (Don Draper)

E niente no, non comprerò più una Carlsberg.

16 novembre 2014

Interstellar Sì Interstellar No


Cinque più cinque considerazioni personali, essenzialmente spoiler free, sull'ultima opera cinematografica di Christopher Nolan.

C'è Matthew McQuelcheè, e in questo momento il ragazzo è in grado di reggere sulle sue sole spalle qualsiasi boiata (non che Interstellar lo sia); 

Ha una fotografia poderosa sia sulla Terra che nello Spazio;

La parte parascientifica è sviluppata supercazzolisticamente bene. Se ti accontenti della superficie o anche di non comprendere proprio tutto, per volontà o per manifesta ignoranza, direi che il grado di soddisfazione supera la sufficienza;

L'Amore, ecco è forse la blabblata sull'amore, la stilla d'inchiostro che potrebbe rimanere tatuata sulla mia pelle di fruitore di cine;

Ci recitano attori - parlo di quelli non di primissimo piano, in particolare Jessica Chastain, la splendida crista di Zero Dark Thirty, e John Lithgow - in grado di fornire un'elevata illuminazione anche nel planetario che gira attorno al Sole Matthew.

La trama, lasciatemelo dire, è trita. Non pervenuto il germe dell'originalità. Dispiace perché su una tematica così spaziosa e da un progetto così ambizioso, ci si poteva aspettare qualcosa che lasciasse il segno, un'idea, un dialogo, una scena;

Si chiacchiera troppo, troppe spiegazioni, controspiegazioni e dialoghi creati ad arte per lo spettatore, ma che in un'ipotetica realtà reale non avrebbero avuto luogo o, almeno, non in termini così didascalici;

C'è Matt Damon che da DiCaprio ma bravo si è infilato giù per un warmhole involutivo che ci vorrà Tarantino per cavarlo fuori da lì (poi a me non piace manco la Hathaway, ma dev'essere un problema mio);

La commozione di certi passi del film io non l'ho percepita. C'è un gran dispendio di esplicitazioni sentimentali che restano intrappolate nella pellicola senza riuscire a penetrare lo spettatore. Ed è il contrario che sarebbe auspicabile;

Solo un capolavoro (non che Interstellar lo sia) dovrebbe potersi arrogare la licenza di durare 169 minuti.

5 novembre 2014

Mobili d'autore

Dante Alighieri è la cassapanca con il corredo, con le lenzuola di cotone grezzo cifrate e le federe ricamate con le rose.

Charles Bukowski è il mobiletto bar giradischi basso impiallacciato in noce lucido. Ti fornisce la più fastidiosa musica del locale, graffiata e stridente, e tutti gli strumenti per poterla dimenticare in fretta.

Andrea Camilleri è un letto sfatto, la mattina dopo una notte di sesso e di sonno. Un'arruffio apparentemente incomprensibile e poco desiderabile di lenzuola e odori, un centrifugato di vita per il quale si può morire d'invidia.

Raymond Carver è un'expedit, l'arte nella sua forma più raffinata ed essenziale, elaborata meticolosamente fino all'eccesso, tanto da risultare semplice, pura.

Agatha Christie è uno scrittoio con la ribalta che non finiresti mai di esplorare. Con dentro tutta una serie di cassettini chiusi a chiave.

Don DeLillo è una vetrina di arte povera profumata di cera che mostra il servito di calici decorati in oro della nonna accanto ai bicchieri griffati CocaCola e alle salsiere di Richard-Ginori.

Charles Dickens è la poltrona Frau, quella rossa, dalle linee inconfondibili e simmetriche. È qualcosa che tutti vorrebbero essere e qualcosa che tutti vorrebbero avere. Punto di arrivo e di partenza di ogni stupida cosa.

Roddy Doyle è il mettitutto scalcinato e tarlato schiantato in garage, lo sai che quando ti deciderai a lavorarci per bene diventerà il più prezioso di tutti, e allora lo tieni lì gelosamente, un po' nascosto, affinché non sia alla portata di tutti.

Umberto Eco è un cassettone barocco, affascinante e rigoglioso ma del quale non comprendi mai fino in fondo il significato. È tanto, è tutto, a volte è anche un filo troppo.

Jonathan Franzen è una madia piena di pane appena sfornato, sembra impossibile che dietro a quelle pagnotte profumate, sublimazione perfetta di odore, sapore e vista ci siano mani che lavorano, faticano e impastano ingredienti che presi singolarmente poi non sono niente.

Ernest Hemingway è il tavolone in massello al centro della sala del castello. Tutti quelli che arrivano lo trovano lì e sembra ci sia da sempre. Nessuno può fingere che non esista ma, soprattutto, nessuno ha la forza o l'ardire di spostarlo di un centimetro.

Nick Hornby è la panca di una birreria artigiana, forse un po' scomoda senza braccioli e senza spalliera ma, cristo, non ti alzeresti mai da lì.

Stephen King è un comodino di apparente e auspicata utilità capace di cullare e vegliare il tuo sonno ma anche di conservare segreti inconfessati e oscuri, laggiù, nell’intimo del terzo cassetto, tra vecchie lettere e regali dimenticati.

Marco Malvaldi è la libreria Billy betulla, viene il momento che per mancanza di soldi o di fantasia ti capita tra le mani e te ne innamori. Poi passa, però restate amici.

Alessandro Manzoni è un armadio a sei ante, ci trovi di tutto dentro, ci trovi la tua storia, la tua geografia, i vestiti che non hai osato buttare e persino quelli che avevi smesso di cercare.

Alice Munro è una toeletta per la zona notte, bianco lucida, leggermente bombata, illuminata da una luce fuoritempo e rilassata. Non ci vuole fretta, lo sgabello è comodo.

Daniel Pennac è il cestone dei giochi di tuo figlio, colorata e indisponente miscellanea dall'improbabile logica spazio-temporale e impossibile da mettere a posto.

Philip Roth è il tuo divano preferito, non quello buono incellofanato sul quale non ti puoi manco sedere, ma quello un po' sdrucito, macchiato, che conserva gelosamente la forma delle tue chiappe e che ha un colore indefinito che non sapresti nemmeno dire.

Jerome D. Salinger  è una sedia a dondolo su una veranda di legno della provincia americana in un'aria di fine serata, davanti a una strada dove sviaggiano i ragazzini, chi rincorso da un cane, chi in bici, chi tirandosi dietro un carretto.

George Simenon è un vecchio baule borchiato ritrovato in soffitta e pieno di tesori. Devi solo aprirlo e ficcarci il tuo curioso naso.

David Foster Wallace è il catologo stesso di Ikea però posseduto carnalmente da un negozio antiquario, sbattuto attraverso Maisons du monde e rifinito in una bottega artigiana di falegnameria di un paese sull'Appennino.

Irvine Welsh è l'armadietto dei medicinali nel bagno. Lo apri sapendo esattamente quali pillole ci troverai dentro, e prenderle non ti aiuterà a stare meglio.
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