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9 giugno 2013

C'hai centolire?

Centolire era una donna, o almeno lo era stata.
Una sorta di Patti Smith a vederla, solo più sporca e meno carica.
Viaggiava con addosso uno spolverino nero, sembrava scivolare piuttosto che camminare, tipo come se pattinasse, se sfruttasse delle rotaie, non staccava i piedi dal suolo. T'arrivava alle spalle che non la sentivi, si materializzava lì come avesse viaggiato attraverso la storia, imbucandosi in varchi temporali abbandonati e angusti, su vagoni di terza classe.
Due cose ti poteva dire, "Che... c'hai centolire?" se non ti conosceva, se era la prima volta che ti vedeva o se eri uno di passaggio nel paese, oppure "C'hai centolire?" saltando ogni preambolo di cortesia introduttiva, se già t'aveva impattato. Strascicava la ci dolce un po' come strascicava i piedi, blanda e svogliata.
Gravitava attorno all'Autogrill, com'era logico, l'unico ambiente che mostrava surrogati di pulsioni di vita in un irragionevole raggio spaziale.
Ci rimanemmo tutti come dei bischeri quando fu trovata una mattina all'alba che usciva dai bagni pubblici dell'autogrill dove aveva passato la notte insieme a Foffo, una vecchia conoscenza, un entraesci dal manicomio, un'altra esistenza di margine.
Non era facile immaginarli insieme, pensarli che si accarezzavano o che si accoppiavano con la furia degli animali. Non era facile immaginare il momento del loro incontro, non era facile immaginare parole che potessero essere state proferite dall'uno o dall'altra.
Era facile solo immaginare il perché, come c'insegnava Patti proprio in quegli anni.
Because the night belongs to lovers.

19 marzo 2013

Laß Dir raten, trinke Spaten


C’eravamo aggregati a due amici, o loro s’erano aggregati a noi, poco importa, ma non ce n’era di pappa da spartire con loro. Non se l’erano sentita al mattino di farsi due ore di coda per trovare posto all’ostello e a fine serata se ne andarono via su una metro per la stazione a pigliar calci notturni dalla Polizei. Mentre noi, che la coda per l’ostello ce l’eravamo sciroppata tutta imparando, tra l’altro, che se non parli tedesco e vuoi un guanciale almeno pillow è meglio che lo sai, noi prendemmo un’altra linea diretti all’ostello, incanalati in una fiumana capace di trascinare a destinazione anche i meno lucidi.
E Monaco è il miglior posto del mondo se ti ritrovi ubriaco.
Per cena avevamo squartato a mano un pollo arrosto seduti alla bene meglio su un cordolo, al limitare di un prato buio, dietro allo stand della Spaten. Laß Dir raten, trinke Spaten, sparava la luminosa scritta rossa e noi c’eravamo fatti consigliare almeno due pinte. Tornare all’ostello e buttarsi a russare era tutto quello che restava da fare che all’indomani c’era la visita all’Olympiastadion, possibilmente da sobri.
Eravamo addossati alla parete esterna del vagone, avevo la faccia rivolta fuori, il braccio destro sulle spalle di Valeria che mi chiacchierava e la mano sinistra stretta attorno a un sostegno tubolare orizzontale.
Lei arrivò, sospinta dalla corrente umana e nel ritagliarsi un posticino appoggiò la sua tetta destra sulla mia mano. L'impulso fu quello di tirarla via subito, la mano, ma fu il pensiero di un attimo. Restai invece lì, fintamente attento alle tre o quattro figure solitarie sull’altra banchina in attesa di una carrozza e di una direzione sbagliata. Poi la metro partì, lei non si scostò di un centimetro anzi si assestò, se questo era possibile, con ancora più grazia. Fisso con lo sguardo sul muro che sfilava via fingevo calma, con la coda dell’occhio controllavo Valeria a cui la pinta di Spaten aveva sciolto irrimediabilmente la lingua e con l’altra coda dell’occhio, che nemmeno sapevo di avere, sbirciavo la ragazza, quella della tetta per intendersi. Che sì c’era una ragazza attorno alla tetta, ma tutto ciò che riuscivo a focalizzare in quel momento, con anche le nebbie alcoliche a gravare sulla brillantezza, era l’ammasso mammellare vagamente rotondo e soffice sul dorso della mia mano.
Tetta-su-mano Tetta-su-mano. Era tutto.
Lei era bionda, capelli sul corto, vagamente acciocchettati, forse sudati, e occhi fortemente matitati in nero. Muoveva la testa questo sì, come se un invisibile walkman le stesse suonando in testa Straight to Hell o magari Should I Stay or Should I Go, ma non ce l’aveva il cazzo di walkman. Solo la faccia da Clash, quella sì, ce l’aveva.
Valeria discorreva di un tizio americano di Los Angeles a cui era capitata accanto nello stand e che aveva invitato lei, me e pareva almeno mezza Firenze a casa sua al di là del mondo. Pare che dovessimo andarlo a trovare in estate, che ci avrebbe spalancato le porte di casa sua per tascinarci poi su e giù per Beverly Hills e non so dove altro.
Intanto io ero paralizzato, sangue pensieri e nervi versati come in un imbuto, su quei pochi centimetri quadrati di pelle sul dorso della mia mano. Non muoverti, non muoverla, mi ripetevo e nel frattempo assaporavo tutta la delicata morbidezza di quella misteriosa tetta straniera di misteriosa ragazza straniera dai misteriosissimi occhi stranieri matitati di nero.
Avevo temuto che lei si potesse accorgere e magari anche incazzare con me perché non avevo tolto la mano, ma in cuor mio cullavo l’illusione che l’appoggio non fosse così casuale.
Tetta-su-mano Tetta-su-mano.
Valeria seguitava a blabblare di questo Tommie californiano che ci avrebbe accolto tutti da lui, Tommie che a me faceva venire in mente solo il mito Tommie Smith, sul podio a Città del Messico, viso a terra e pugno guantato in nero rivolto al cielo.
- Ma è negro? – le chiedo.
- No, macché negro – mi fa lei, ma mica l’ascolto.
La California è l’ultimo dei miei pensieri.
Ce l’hanno insegnato sì che il tatto è concentrato sui polpastrelli o comunque sul palmo della mano, sul lato interno, beh, niente di più eretico. Come il cieco che sviluppa una sensitività mille volte superiore alla nostra perché non può vedere io accelero e modifico il mio senso tattile e durante il tempo di una fermata sono in grado di percepire con il dorso della mano, fino a un’ora prima sensibile come un tronchetto di pino, la bellezza divina stessa del creato.
La sento la tetta sulla mano, sono assolutamente fermo e la sento sulla mano e di più nel sangue. Non la altero l’alchimia, non io. Resto in equilibrio con l’essenza del mio desiderio, mi manca il fiato e nel mio immobilismo sento la maglietta di cotone che timida osa frapporsi tra la mia pelle e quel bendiddìo di carne che mi accarezza, mi seduce e mi avvolge con la consistenza delle chiare montate a neve.
Valeria è alle prese coi vestiti da portare non portare in California nel giugno che verrà, farà caldo farà freddo non lo sa, e non lo saprebbe manco se non fosse bevuta.
Ma per me non c’è un giugno, non c’è neppure un domani, c’è solo lei che qualche fermata prima della mia si volta, interrompe il circuito tetta-mano mano-tetta, e s’appresta a scendere.
È lei allora che mi sfiora con la coda dell’occhio. Mi scaglia un lampo matitato nero, mio effimero premio e mia eterna condanna, che mi trafigge cuore e ventre mollandomi per sempre in balia di una pazza logorroica e di un Tommie fottuto qualcosa a quanto pare nemmeno negro.
Mi volto, la guardo scendere e volare via con quello che sembra un mezzo sorriso abbozzato in faccia.
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Il testo partecipa al Toccami - EDS sensuale del tatto lontano da La Donna Camèl
Come anche:
Dario
Bianca
Lillina
Cielo
MaiMaturo
Melusina
Pendolante

13 maggio 2012

That's the story of the...

Tutti stanno a guardare la ragazzina bionda poggiata al calcino.
I pischelli urlano, si disperano, fanno la ruota, bestemmiano e danzano attorno a una partita che non finisce mai, pur di farsi notare dalla ragazzina bionda.
Eppure stona, pensa Pietro, qui in piscina, alle due di pomeriggio con i capelli ancora asciutti.
Dev'essere una di quelle che fa il bagno in punta di piedi, tutta gridolini. Che non la schizzino, che non le bagnino la chioma solare.
Invece lui si è innamorato dell'amica, quella che pare non la fili nessuno.
Appena uscita dall'acqua, è seduta, con la mano destra regge un ghiacciolo, mentre con la sinistra ripete un paio di volte un movimento sinuoso: partendo dalla fronte, si accarezza la testa intanto che la piega all'indietro, fa scivolare le dita sui capelli bagnati, per poi stringerle a imbuto attorno, fino giù, sotto al collo, appena dietro la spalla sinistra. Ne strizza fuori minute gocce d'acqua che vanno a disegnare la sua schiena, come pioggia sul vetro di una serra.
Poi si accorge di Pietro, gli rivolge uno sguardo e lui abbassa gli occhi di ragazzo.
La musica diffusa dal jukebox spande note magiche e all'assolo di armonica lei chiude gli occhi e dondola la testa in un ritmo pigro e seducente.
Fortuna che tutti si azzannano ancora per la biondina.
Pietro è seduto poco più in là, si alza e passa dal jukebox per scoprire qual è il titolo di questa canzone che gli pare così strepitosa da non averne mai sentite uguali. Ha deciso che sarà la canzone più bella della sua vita, quella che ancora tirerà fuori dai pozzi della memoria quando a settant'anni i suoi nipoti, con l'aria schifata, gli chiederanno se c'era della musica che valesse la pena d'essere ascoltata ai suoi tempi.
Stanno ancora tutti lì addannandosi al calcino, parlando come i grandi, toccandosi i ciuffi e occhieggiando i rigonfi lievi sotto al costume a fiori della ragazzina bionda.
L'amica lo vedi che si sta annoiando e Pietro non ha il fiato per fare un passo verso di lei, non ha il coraggio per smozzicarle manco mezza frase insulsa, nulla.
Allora si alza e va al jukebox, butta giù una centolire e preme H13 incendiando un pomeriggio della sua vita. Non sa niente di quella canzone, non ancora, non ne conosce il testo o il genere, a malapena l'autore, ma sa che se piace a lei allora è una canzone d'amore per forza.
Quando il pezzo attacca e irrompe nuovamente a bordo vasca, lei si volta a cercare il viso dell'angelo che l'ha messa su. C'è Pietro impalato davanti al jukebox e lei gli manda un sorriso, lieve come un soffio, ma che arriva dal ragazzo con la forza di un uragano.

(Dal minuto 2:05 la sonorità originale)

21 marzo 2012

Incarnazione della vanità

Lezione numero uno sulla seduzione (da Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino):
Mi rivolgo a voi, a quelli che, come me, bellissimi non lo sono mai stati. Quelli, insomma, che non è che una passa e vi muore dietro, magari non vi nota neanche e allora, è palese, resta una sola e unica arma nel vostro bagaglio, ma un'arma che può essere possente e smisurata e può smuovere le montagne: la parola.

Lezione numero uno sulla seduzione by Hombre:
Il primo passo per sedurre una donna (dico donna solo perché scrivo io, ma vale anche a sessi invertiti) consiste nel farle capire quanto vi piace. Dovete essere chiari e utilizzare il sistema che più vi è congeniale per comunicare alla donna dei vostri sogni quanto la desiderate. Parlatele, scrivetele una lettera, chiamatela a telefono, smessaggiatela, mandatele una mail o quello che vi pare ma, assolutamente, ficcatele in testa che vi fa impazzire, che pensate a lei ogni istante e che, secondo voi, è straordinaria.
Soprattutto se lei è veramente bellissima e tendete a reputarla inarrivabile, se vi sembra che abbia tutt'altra classe e tutt'altre mire che non voi, ecco, se avete una singola speranza di fare breccia nel suo cuore e nei suoi sogni è palesandole quanto vi piace.
E magari, se non avete la certezza che abbia capito, ripeteteglielo.
Perché dal momento che lei avrà ben compreso di essere desiderata da voi, in quel preciso istante, voi non sarete più un individuo, uno tra tanti, non sarete più insignificante, o trasparente, o neutro, no, in quel preciso istante, diverrete l'incarnazione della sua vanità, e lei vi guarderà con occhi nuovi.
Allora si apre un varco e nasce una speranza.
E se non doveste notare risultati nell'immediato, non disperate, perché il semino l'avete buttato e potrà iniziare a germinare da un momento all'altro.
Se ve ne state zitti, lì, a cogitare su quanto è bella lei, siete già fuori dai giochi, non foss'altro perché altri faranno a cazzotti per incarnare la sua vanità.
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(Vanity - John William Waterhouse)

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