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7 gennaio 2019

L'amore ai tempi della demenza senile

Bisogna ricominciare a scrivere.
Sforzarsi se necessario.
In qualche modo e per qualche motivo.
Fosse anche solo perché non c'è molto altro da fare.
Perché le storie che non verranno scritte non saranno mai di nessuno.
C'è da trovare il coraggio per attraversare la strada e andare a dare un'occhiata dall'altra parte.
Seppure rischiando di fare la fine del rospo.

Ho letto L'amore ai tempi del colera (3.4 carver), l'ho cominciato un po' così, dubbioso. E non ho evidenziato le prime frasi che mi colpivano, così poi ho evitato di segnare anche le successive perché non volevo fare un lavoro zoppo. Ma ne ho mandata a memoria una, non ho fatto poco.

Lo constatò con la compassione dei figli che la vita ha trasformato a poco a poco in padri dei loro padri...

27 febbraio 2017

Easy Death - Beta version

Moriamo meno moriamo tutti.
C'ho già anche lo slogan.
No perché se hai a che fare con gente che sta male di testa - tipo il mio vicino di casa che parla con la foto della su' mamma morta cinquant'anni fa in una sorta di videochiamata continua, o tipo la mia mamma purtroppo - il primo pensiero che ti viene è: Io a questi punti non ci voglio arrivare, mi ammazzo prima.
Ecco l'ideona per non doversi sbattere troppo: serve un'app dedicata.
Io ho messo l'idea, la realizzazione e i guadagni li lascio ad altri.
Le specifiche in fin dei conti sono anche semplici.
Il processo deve essere Sicuro e Indolore.
Attivabile solo dal diretto responsabile, quindi sono da studiare tutta una serie di controlli su impronte, iride o chessò io, per evitare che se ne serva qualcun altro.
E poi c'è da inventarsi un modo pratico per indursi la morte, premendo un tasto. Senza spargimenti di sangue, una morte pulita, digitale (*) o qualcosa di simile.
E tanti saluti a chi resta.

(*) No, non è sufficiente cancellare il proprio profilo dai social.

3 aprile 2013

Peppino di Capri mi leggi?

Mia mamma, che poveretta la memoria è il problema suo, quand'era ne su' cenci mi raccontava spesso dei fasti raggiunti dalla casa del popolo del paese mio. Pure se lei, a dirla tutta, frequentava, la chiesa e quindi l’Acli e alla casa del popolo ci andava con gli occhiali da sole e la pezzuola in capo in stile Jaqueline. Fatto sta che alla sala da ballo della casa del popolo, divenuta poi Dancing e dopo ancora Disco Antella, negli anni sessanta/settanta, periodo di massimo fulgore, son passati fior di personaggi. Due su tutti: Mina e Lucio Dalla. Ma non un Lucio Dalla di cartone come ingenuamente credevo io, no no quello vero. E così pure la tigre, anche se capisco possa sembrare inverosimile.
Andò che quando a cantare alla casa del popolo venne il buon vecchio Peppino di Capri - o chi per lui perché mia mamma ha sempre fatto un po’ di confusione coi nomi pure quando stava bene - il suo cachet fosse di 1.200.000 lire. Fu uno dei primi a essere invitato, tanto che la casa del popolo non era stata nemmeno completata e il buon Peppino di Capri, o chi per lui magari era Gagliardi o Bongusto chissà, pensò bene di tenersi le 200.000 lire e di lasciare alla casa del popolo il milione, grazie al quale poi, si riuscì a portare a termine l’edificazione del circolo ricreativo. Insomma niente, stamani andando in ufficio ho visto che Peppino fa ancora delle tournée e passerà da Firenze nei prossimi mesi, chissà magari ci lascia qualcosa per stendere un pezzo di tramvia.
Comunque ci tenevo a dire grazie a Peppino, o a chi per lui.

21 novembre 2012

Il tempo di una minestrina

L'alzheimer si è arrampicato sulla vita di mia madre come un lento ma inarrestabile autunno alle prese con una pianta testarda.
All’inizio della stagione mia madre era ancora un albero forte e rigoglioso e, per quanto sola, pareva potersela cavare, anzi, a tratti sembrava invincibile. Ma io sapevo già che non avrei potuto arrestare il moto di rivoluzione della sua mente e l’avvicinarsi inesorabile di altre stagioni, più fredde.
Via via vedi le giornate che si fanno più corte e la tendenza in calo della luminosità si abbatte feroce sullo spirito che ti anima e lo fiacca.
L’albero dapprima si fa colorito, muta, diventa quasi più affascinante, creativo. Si veste di colori improbabili e s'imbelletta come dovesse andare in scena, ma dentro, di fatto, sta morendo. E quindi si spoglia, serenamente, perde la sua chioma, i suoi ricordi, il suo senso. Pur se non le vedi cadere le foglie, ogni giorno l’albero ne perde alcune e la sua figura contro il sole s’impoverisce fino a rassomigliare sempre più a uno scheletro affranto e defraudato della linfa.
Ed è un autunno crudele che va a conficcarsi profondo come una spada nel cuore di un inverno gelido e cupo.
La differenza con l’alternarsi delle stagioni sulla Terra sta nel fatto che l’inverno dell’Alzheimer non produrrà più alcuna primavera. Non una gemma sarà in grado di fiorire sui rami secchi di mia madre. Non una gemma.
E questa è la prima cosa che devi accettare, per non morire anche tu con lei.
La Rai sembra essersi ricordata di avere un archivio da qualche parte e in queste serate fredde passa le storiche comiche di Stanlio e Ollio. La musica che arriva dal televisore, a differenza delle immagini che mia madre non recepisce più, le viene veicolata su una frequenza balzana della sua testa che a sprazzi la riceve, e allora lei inizia una strana danza sulla sedia: ballonzola puntando i piedi a terra e lo fa a tempo di musica anche se non si accorge davvero di nessuna melodia. Gli effetti del movimento invece la fanno sorridere e confezionano un omaggio involontario e sublime alle rigorose sequenze in bianco e nero animate da Laurel e Hardy.
Sono gli occhi di mia madre che ne tradiscono l'assenza.
Dietro la corteccia del suo sguardo acquoso c'è un tronco cavo, un cervello che non timbra più il cartellino. E c'è un'anima alla deriva, dispersa dentro alle falde di una irriconoscente vita.
Mia madre si nutre come un automa portandosi alla bocca quello che si trova davanti nel piatto, ma guarda il nulla.
E sono gli stessi occhi nei quali baluginava un lampo di felicità, quando, in un'altra sua vita, inciampava in una rima e correva a vergare un verso sul suo quadernetto nero di poesie. Ci teneva a precisare che aveva fatto la quinta elementare, mia madre, e che per questo il suo scrivere era povero di vocaboli e ricco di errori. Te la vedevo arrivare, quaderno in mano, fiduciosa che le potessi aggiustare le sue sviste ortografiche.
«Mi riguardi le acche?» era la sua frase tipica, non avendo mai ben compreso quando inserire e quando no la strabenedetta lettera muta.
Sta finendo la sua minestrina, finalmente in pausa dagli ormai abitudinari sproloqui, combatte col brodo che le cola lungo il mento e lo vince, con un piccolo miracolo, asciugandolo col dorso della mano.
Stacco dal muro la cornice di legno nella quale ha incastonato una poesia che le è particolarmente cara: sono i versi che parlano della sua di madre e che stanno lì da quando è morta, o poco dopo.
La demenza senile ha colpito senza pietà in famiglia mia e l'ereditarietà ci trasferisce il gene malato con una dolcezza spietata. C’è chi con la dipartita dei suoi cari entra in possesso di castelli, ori e conti correnti svizzeri e chi, come noi, si trova al cospetto di un magnanimo notaio che aprendo il testamento legge:
«Lascio l’Alzheimer alla mia adorata progenie».

          Con tristezza io ti guardo, o mamma

È scritta proprio così, con una "o" a rafforzare il vocativo, uno "o" sospirosa, una "o" che ricorre più volte nella poesia, sempre senza l'acca.

          Con dolore mi si stringe il cuore
          dove c'era amore ora non sai cos'è.


Parole rimaste appese per vent'anni in salotto senza un lettore attento, senza un giusto plauso, abbandonate a se stesse, pur nella loro sofisticata veste. Guardo la mia di mamme, mi rimanda un’occhiata vuota d'amore nel mancato riverbero di quei sentimenti già compresi e descritti con passione da lei stessa nelle sue mille poesie.
Parole come quelle che adesso schizzano fuori come lapilli da un vulcano. Ci sono momenti in cui per zittirla dovresti spararle. Parla e sparla, blatera e sragiona, sproloquia e sentenzia, sputa e s’inventa le parole di un personale argot che tende a tagliarci fuori dalle volute dei suoi pensieri.
Assonanze buffe e accentazioni improprie completano la creazione di sempre nuovi ed effimeri vocaboli che durano lo spazio di una frase buttata lì o del soffio lieve di una parola.
Così un "voglio andare a letto" può diventare un "Boggio dare abbento" e un "Hai mangiato?" si trasforma in "Cai mammato?" e poi friccito, leboli, stembari, gruttalo, sembio, lavarna e rundili, solo per citare quelle di stasera, assemblate nel tempo di una minestrina.
E queste sono perle capaci di regalarti pure un sorriso, anche quando la voglia di sorridere non ce l’hai più perché hai visto la volontà strappata via a morsi dalla mente di tua madre.

          Dove c'era un sorriso qualche volta c'è
          però non sai conoscer più le cose


Resta lì, la mia mamma, imbambolata con il cucchiaio in mano, come fosse la prima volta, lo rigira come se potesse parlarle, lo posa come se potesse da solo caricarsi di minestra e trasportargliela in bocca.
L'unica attività che ancora riesce a impegnarla per qualche minuto sono gli album di fotografie. Niente tivù, niente libri, impossibili le chiacchiere ovviamente, ma le foto le ripassa centinaia di volte avanti e indietro, le setaccia nella disperata e vana ricerca di un volto, di un nome o di uno straccio di ricordo. Marito, figli, nipoti, tutti accomunati da un non amore estremo, accarezzati da una vista assente e profanati da una memoria cattiva, capace di cancellare la vita in un minuto, come si fa col gesso dalla lavagna.

          Se ti chiamo Mamma
          tu mi guardi e non mi rispondi mai
          non lo sai se i figli tu hai


Coll'acca, ce l'ha messa, una bella acca possessiva che segna il contrappasso tra l’avere dei figli e non essere più in grado di percepirlo.
Alla fine resta un irragionevole vuoto scavato dall’amore per un figlio che nemmeno sa di avere. Quel figlio per cui ha sofferto e corso e lottato e pianto e sperato e sbroccato e desiderato e pregato, quanto ha pregato lo sa Dio, davvero, per quel figlio, quel figlio che non ha più un posto nel suo cuore pulsante ma morto, nella sua testa bucherellata e senza speranze. Quel figlio che ha stretto forte quando piangeva, per una ferita, per un voto, per una ragazza, quel figlio che non ha più un posto tra le sue braccia. Quel figlio.

          Tu che parli con lo specchio, eppure
          a ripensarci, o mamma, tu sei sempre quella.


Ci ripenso alla mia mamma, alla sua lotta con la punteggiatura, perché non li ha mai capiti quei versi moderni senza un punto, senza una virgola. Come si fanno a leggere se non sai nemmeno dove prendere fiato?
 «Mi riguardi le acche? E anche i punti e le virgole».
E io punteggiavo come potevo, poi inserivo o cassavo acche, alla bisogna. Ma che palle, pensavo. Quanto scriveva mia madre! E quante volte mi si parava davanti col quaderno o con un foglio strappato chissà da dove, una penna e il suo sguardo schietto. Non che implorasse un aiuto, si trattava soltanto d’una richiesta da madre a figlio. Come avrebbe potuto chiedermi dov'ero stato o cosa volevo per pranzo, eccola che arrivava, con le sue carabattole da poetessa contadina, a domandare una correzione a quel figlio fortunato che venivano a prenderlo con lo scuolabus giallo fino in culo al mondo, dove stavamo prima, per portarlo a scuola a studiare di acche e di virgole.

          eppur sei come cosa che cammina
          non sei più niente, o mamma.


Chissà se un giorno, il mio di figli, prendendo in mano questo scritto comprenderà il suo destino o se l'avrà magari già capito da solo. Chissà se avrà paura o se accetterà l’ineluttabile con la pacata rassegnazione e la dignità che ci passiamo in eredità, assieme al morbo. E chissà quali pensieri s’incroceranno nella sua mente, guardandomi, nel tempo di una minestrina.

          il cuore mio lo sente e si tormenta
          anche se cerco di non dargli retta
          questa sarà la strada che mi aspetta
.

Passiamo dal bagno per il tagliando serale e uscendo salutiamo quei due, la signora coi capelli grigi minuta e un po’ ingobbita che risponde al sorriso di mia madre e il ragazzone barbuto che la sorregge con le mani sotto le ascelle e sghembo sorride, anche lui.
«O, guarda chi c'è – sorriso – allora arrivederci, eh», poi saluto anch'io le due sagome dentro allo specchio e mi porto avanti coi lavori.
Quindi siamo in camera dove aiuto la mamma a cambiarsi per la notte. Mentre le tengo la giacca del pigiama, la osservo che agguanta la manica della camiciola con le dita e la tiene stretta, affinché non le scivoli su, lungo il braccio, infilando la giacca.
È una foglia dell’albero, questo gesto, una delle ultime foglie rimaste appese, e io lo so che un giorno cadrà pure questa, ma ancora no. Ancora no.

11 ottobre 2012

Allora, per favore, uccidete la mia mamma

LETTERA APERTA AI PARTORIENTI LA LEGGE DI STABILITA'

Nel disegno di LEGGE DI STABILITA' approvato dal governo si parla di "Dimezzamento della retribuzione per i giorni utilizzati dai dipendenti pubblici per l'assistenza a familiari con disabilità. La retribuzione rimarrebbe piena solo se il permesso ex lege 104/92 è dovuto a patologie del dipendente o all'assistenza a figli e coniuge"

Mamma. Alzheimer da 12 anni, ultimo stadio, invalida 100%, badante fissa. E come lei, migliaia di altre situazioni simili.
Io, essendo tra quelli - fortunati - che ha un lavoro, usufruisco (o, meglio, posso usufruire) di tre giorni al mese di  permesso per assistere mia mamma.
Queste ore sono necessarie, tra l'altro, a far rifiatare la badante che, potete credermi, ne ha davvero bisogno.
Bene, pare che non potrò più permettermelo, perché mi sarà corrisposto solo il 50% del rimborso e alla fine del mese sarebbero soldi che vengono a mancare. Non solo, al danno si assomma altro danno con il necessario impiego di un'ulteriore persona disponibile a sostituire la badante al giovedì, per esempio. E questo senza andare nemmeno a questionare sulle ore necessarie per le visite mediche, purtroppo frequenti.
Restano le ferie, userò quelle, così poi s'aggraveranno giocoforza anche le ricadute sulla mia di famiglie.
Dovessimo davvero fare tutti dei sacrifici per uscire da questo periodo nero, potrebbe essere comprensibile, invece questi colpi ai poveri cristi si vanno a inquadrare nel solito affresco di furbetti che, se non sono quelli del quartierino, sono quelli del partitino e della regioncina. C'è sempre quello che ruba i milioni e quello che gli scappa di bestemmiare.
È vergognoso, e lo dico adesso perché tra un paio di mesi tutto sarà dimenticato, fagocitato da nuovi scandali e nuove spending rewiev che, hai voglia a rinfiocchettarle con l'anglofonia del caso, sempre tagli, spesso fatti a cazzo, restano.
Mia mamma è ormai completamente assente dal mondo, l'unica solfa che ancora le frulla in testa, e che ogni tanto sciorina, è l'Ave Maria, ma, pure la Madonna (o chi per lei) pare che di questi tempi abbia più a cuore l'IMU della Chiesa che non i suoi devoti.
Certo, la modifica ai permessi salva l'integrità del rimborso per chi accudisce i figli o il coniuge, e va pure bene, ma chi ha deciso di operare questo distinguo, allora, visto che induce a sbarazzarsi dei genitori, mi fa il favore di prendersi  un'altra responsabilità: che venga a dare una buona morte a mia mamma, così chiudiamo il cerchio.

p.s. il post è personale, certo anche un po' retorico, perdonatemi, da domani si torna al cazzeggio e la fuffa ci salverà. Forse.

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edit del 17 ott 2012 - già, pare proprio che ci abbiano ripensato: è una buona cosa. Va da sé che chi approfitta dell'istituto è un pezzo di mota che mette a rischio le reali necessità dei poveri cristi.
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