31 maggio 2012

Strumenti di lavoro

Mio nonno aveva un aratro con i buoi e una vanga. Dissodava, vangava e zappava. Seminava e raccoglieva, grano, baccelli, ceci, carciofi. Poi c'era una piccola vigna e un discreto numero di olivi.
Mio padre aveva una carriola e una mestola. Edificava, demoliva e ristrutturava. Ha costruito case, tra cui la mia, ha progettato e messo in piedi non so quanti archi e quanti caminetti, le sue passioni.
Io ho un computer e excel. Dissodo le mie tabelle con il cerca verticale e le edifico con i bordi, gli sfondi colorati e le font innovative.
Mio nonno mi ha insegnato a caricare il peso sulla vanga e mio padre a rimestare la calce con la pala.
Ma io cosa dirò ai miei figli? Che arte, che mestiere potrò lasciar loro in eredità?
Di quali astuzie potrò metterli a parte? Li istruirò sul testo in colonne o sul convalida dati, ma poi?
La prima sensazione è che questo srotolamento di progresso ci dipinga dentro a scenari sempre più sofisticati ma vuoti, e che la minore fatica fisica da sviluppare nelle attività moderne possa causare percezioni distorte dei valori dell'esistenza, o alterarne i pesi.
Ma quando i miei futili strumenti sembrano irrimediabilmente allontanarmi dalla tradizione familiare penso che in definitiva, lavorare con coscienza, cercando di dare il meglio, quando si rivolta una zolla, quando si tira su un muro a piombo o quando s'imposta una tabella pivot, comunque serva ad intrecciare quel filo immaginario e immaginato che, attraversandoci, ci lega.

28 maggio 2012

Puzzle

Cosa c'è che non va in me? Come sono finita in un'esistenza rinsecchita, rosicata dal tarlo del rimpianto? Cosa avrei dovuto o potuto fare che invece non ho voluto o osato fare per completare il puzzle della mia vita.
Cosa mi ha impedito di procreare in 40 anni di onorata vita di femmina? Cosa non ha permesso alle mie cellule di trasmigrare in un altro essere vivente, così come la natura aveva deliberato nel suo disegno arcano e semplice?
Ho perduto il conto delle volte che, come una cretina, sono corsa in bagno al mattino, con un ritardo di due giorni o forse di due ore, a far pipì su quelle benedette asticelle.
Dove seminerò i miei ovuli senza futuro? In quale arido terreno mi farò seppellire?
Chi mi porterà un fiore?
Questi sono i pensieri che accompagnano ogni mio respiro.
Così ho deciso di avere un figlio mio, ad ogni costo.

In biblioteca arriva Diego, restituisce la solita dozzina di libri da bambini e ne prende di nuovi. Diego, carino proprio no, anche un po’ goffo, con tre figli loro sì carini, Diego che mi ha sempre filato un po’.
- Lara, è l’ultima volta che prendo i libri. Sabato li riporto e poi parto per Barcellona.
- Barcellona? Davvero? Solo?
- No, andiamo tutti. Per via del mio lavoro - e fa un gesto con la mano a simulare un volo aereo.
- Allora salutiamoci, andiamo a mangiare una pizza o a bere qualcosa? – e lui ha già capito.
E ho capito anch’io. Non ci vuole un indovino per immaginarsi il film che Diego sta sceneggiando nella sua testolina di maschio.
- Magari – farfuglia sorpreso.
Ci scambiamo i numeri di telefono e sento lo scatto soffice di una tessera che s’incastra alla parte del puzzle già assemblata sul tavolo della mia vita.
Lo guardo uscire, non mi piace, ma non ho ripensamenti, niente paranoie da quindicenne. È lui lo stallone predestinato.
E non venite a parlarmi di questione morale. Ormai sto a un livello di bassezza tale che, scendere un altro gradino, equivarrebbe a finire in un parco e rapire un neonato da una carrozzina.
Va che mi telefona e fissiamo. Se solo mi piacesse un po’. Ma non mi deve piacere, non mi deve sposare e non mi deve coprire di fiori. Non mi deve pagare la cena e non mi deve nemmeno scopare bene. Dieci minuti di sesso. Chiudo gli occhi, mi concentro sulla semina e il raccolto mi ripagherà di tutto.
È Diego l’eletto. Ha famiglia, non mi cercherà più. E sarà in Catalogna prima che la mia pipì sgoccioli sull'asticella magica.

Usciamo. La cena e le chiacchiere della serata non rendono l’affaire più gradevole. Due ore in cui si parla solo di a) calcio e b) famiglia, la sua. Se non fosse per una giusta causa mi sarei alzata dopo l’aperitivo. Devo distrarmi, non pensare, distogliere lo sguardo da quelle mani sudaticce e non immaginarle su di me. Devo voltarmi lato muro, fingendo di ravviare i capelli, quando lui s’avvicina e sento il fiato carico. L’euforia per il piano di maternità mi ha portato a glissare sui dettagli estetico-culturali di Diego, di questo mi rendo conto, nonostante stia cercando di perdere i sensi ammazzandomi col vino.
Domattina, però, tutto sarà compiuto e apprezzerò le cose per quello che sono davvero.
Già per le scale, salendo da me, comincia a infastidirmi con dita, mani e lingue. Aprire la porta e farlo entrare è il momento più duro, sono costretta a prendere un'altra volta la decisione.
Un minuto e siamo in camera. Due minuti e siamo nudi. Tre minuti e le coccole sono finite. Quattro minuti e la sua faccia oltre la mia spalla sfiata sul cuscino. Cinque minuti e mani e lingue. Sei minuti e dal respiro capisco che non manca molto al traguardo.
- Diegooo – affondo la stoccata – vai tranquillo, prendo la pillola.
Non è corretto lo so, ma non deve esserlo.
Rantoli ritmati, urla strozzate e spinte rapide. Finisce così, con un’altra tessera che vado fiduciosa a incastrare, proprio là, in mezzo al puzzle.
Lui si schioda da sopra sbuffando, e si lascia andare di schianto di fianco a me.
- Fantastico Lara, è un sogno – dice sfiorandomi una coscia - e non ci sono problemi, davvero... mi sono fatto la vasectomia due anni fa. Dopo tre figli...

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Il testo partecipa all'EDS InterSex come anche :

All'ombra dell'ultimo sole / Paolino by Melusina (Poco mossi gli altri mari)
Tentar non nuoce by Lillina (Ora e qui)
Al pensiero by Speaker Muto (Radio Free Mouth)
Kronos e Kairos. by OBi (Orsa Bipolare)
Gli Sguardi del cuore by Maimà (Mai Maturo)
E' un gioco by SingleMama (SingleMama)
Sono io by Bianca (La Donna Camèl)
Se lavessi saputo prima by Dario (Solo Testo)

25 maggio 2012

Difesa d'ufficio

Le vostre auto, ma le avete odorate dall'interno. Un'annusata non si nega nemmeno a una Fiat. Sedetevi in un qualsiasi posto della vostra auto e inspirate. E se il mezzo non ha più la puzza di nuovo ne ha sicuramente un'altra. Non dovreste farci salire il pastore maremmano fradicio, né sgocciolare i vostri ombrelli sui tappetini, non dovreste impregnarne le foderine coi rigurgiti lattosio e acidi gastrici dei vostri cuccioli. Per quanto, c'è un rimedio a tutto ciò, ed è di una semplicità infinita.
Si chiama Arbre Magique e, come gran parte delle robe di classe, l'hanno inventato i Francesi. Il cinema, la cucina, il vino, Brigitte Bardot Bardot, la baguette, il brie, voglio dire, se il top in ogni categoria è francese ci sarà un motivo!
Guardatelo, non è tenero? Lo agganciate allo specchietto retrovisore e lui se ne starà lì buono, a dondolare dolcemente, cullato dalle vostre curve e dai vostri cambi di velocità.
E oscillando, lui, senza costi aggiuntivi, sprigionerà un aroma a scelta che aiuterà a proiettare la vostra auto tra i luoghi più desiderati da visitare, dove magari rilassarsi per un due trecento chilometri o, chessò, tirarsi giù le braghe in attesa di movimenti sussultorio-erotici.
Ma senza l'Arbre Magique, scordatevi che tutto ciò possa accadere.
E poi, in ultima analisi, il suo pendolare, mentre vi state inerpicando per un passo alpino, il suo sistemarsi proprio davanti ai vostri occhi impallando il vostro sguardo prima di una curva cieca o magari allo sbucare di uno SCANIA in sorpasso, non può che rendere più stimolante la guida, oltre a tenervi all'erta.

Ecco, questo è ciò che avrei potuto imbastire se fossi stato avvocato e mi fosse stata assegnata la difesa d'ufficio dell'Arbre Magique, ma così non è, per fortuna.
Perché l'ho in odio il fottuto alberello, anzi no, ho in odio chi si ostina ad agghindare la sua auto con l'Arbre Magique.
Perché, mi chiedo, dagli anni Settanta, di tutte le cose che potevano arrivare fino ad oggi, tipo il Rischiatutto, le clic-clac, i fotoromanzi Lancio, il Piper (gelato), i miniassegni, le Superga bianche, il Geloso, il Purity auto (!), Toni Astarita, tra tutte, proprio 'sto fetente d'alberello doveva arrivare?
E quando guido la macchina di mia sorella mi piglia male.

p.s. ovviamente i Francesi, e cmq anche la loro difesa è d'ufficio, non c'entrano un emerito coll'invenzione del signor Little Tree, che è born in USA.

22 maggio 2012

Sto aspettando gli Spandau

Quando ci tuffiamo nella memoria alla ricerca di spicchi temporali di contatto, di eventi epocali ai quali potremmo aver partecipato entrambi, nella nostra vita prima della conoscenza, io e dolcemetà, finisce che rimestiamo sempre nella sfera musicale, i concerti insomma.
Patti Smith allo stadio, Vasco al velodromo delle Cascine, David Bowie allo stadio, Bennato a Porta Romana, Madonna allo stadio, la Rettore al teatro tenda, i Level 42 al palazzetto, Paolo Conte al Verdi, i Talk Talk al Tenax, Enzo Jannacci a Sesto, i Pink Floyd a Livorno. Niente, pare che avessimo esistenze e gusti musicali irrimediabilmente opposti e che i nostri fili non si sarebbero potuti intrecciare in una matassa anteriore (chissà con quali esiti, poi!).
Certo avevamo comprato entrambi il biglietto per il concerto degli Spandau Ballet, ma il fato volle disporre anche lì in altra maniera. Non potendo dividerci, il destino infame, agì intervenendo alla radice e causando addirittura l'annullamento del Tour.
Andò che il biondino della band si fratturò una gamba. A memoria direi che fosse il sassofonista e che durante un concerto, forse in Canada, gli si sfondò il palco sotto ai piedi. Non mi metterò a googolare, ma fidatevi, era biondo, aveva due gambe e se ne fratturò una.
Tanto bastò per mandare a monte il Tour mondiale, compresa la tappa di Firenze.
Ecco che la possibilità di assistere allo stesso concerto fa innalzare a picco le nostre affinità, salvo poi vederle crollare subito dopo.
Gli organizzatori offrirono varie scelte per rimediare alle conseguenze della rottura dell'arto d'artista. Potevi restituire il biglietto e rientrare in possesso della vil pecunia, oppure potevi cambiare il biglietto con quello per un concerto di un altro se nella programmazione ti aggradava qualcosa. In ultimo potevi passare a ritirare un similticket stampato per l'occasione con una bella immagine di Tony Hadley al microfono e la scritta in stampatello "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU".
Questa, ovviamente, era LA scelta da fare, non c'era alcuna soluzione alternativa a ficcarsi in tasca il tagliando che certificava la fedele attesa e, giustappunto, aspettare che il fenomeno di calcificazione alla tibia e al perone del biondino facesse la sua parte.
E così trascorse un anno durante il quale molti di noi se ne andavano in giro portando il biglietto nel portafogli. La gente andava al cine, a lavoro, al bar, dallo psicologo, si fidanzava, si lasciava, si sposava, s'insultava e s'abbracciava, tutto col tagliando "STO ASPETTANDO GLI SPANDAU" con sé. Qualcuno purtroppo moriva pure e quando i medici gli mettevano le mani nel portafogli alla ricerca della tessera dell'AIDO capitava che s'imbattessero nel faccione canterino di Hadley.
Fanculo, un altro cazzone che aspetta gli Spandau, ma dacci i reni, dacci!
Ho attraversato le barricate di un anno vissuto attendisticamente con pazienza, con fiducia e con sprezzo del pericolo. Ho atteso.
Dolcemetà invece no, non se la sentì di tenere immobilizzate ventimila lire di capitale per un lunghissimo anno e barattò la gallina della futura esperienza live sotto il palco degli Spandau con il misero uovo di un concertino di Pupo forse o, ad andarle proprio di lusso, degli A-ha (*).
Ma poi, son venuti questi Spandau?

(*) Lei sostiene di aver scambiato con il concerto di Eric Clapton, ma nel contesto del post non ci stava.

Il sorpasso

Ve li ricordate Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant nel film di Risi?
Non dite di no che non sta bene, fate finta, semmai, abbozzate un'espressione d'apprezzamento e qualora non l'aveste davvero mai visto è meglio che non si sappia in giro.

   "Chi è 'sta cicciona?"
   "Mia mamma".
   "Ah, perbacco, bella donna!"


Inarrivabile Gassman.
Anche Alessandro Gassman ha effettuato un sorpasso, nello specifico ha superato il sottoscritto nelle preferenze di dolcemetà, ma tanto lui chissà dov'è, e qua ci sto io a tenere salda la posizione.
Ma in realtà, il titolo e tutta 'sta manfrina, sono solo per segnalare lo storico sorpasso della Dieta Dukan ai danni delle figurine Panini tra tutte le bischerate di cui ho scritto sulla Linea.
D'altra parte il campionato è finito, la raccolta dei calciatori più o meno quasi, mentre la prova costume incombe, quindi, niente di così sorprendente.
Ma un po' mi spiace, ecco, anche se ho pensato di rendere onore a Dukan, nuovo primatista, offrendovi un Piccolo momento di trascurabile felicità con la lettura di questo pezzo in merito.

20 maggio 2012

Buona domenikea

Questa pioggia ha rotto i coglioni, non tanto per l'acqua in sé, ma perché una domenica bagnata dalla mattina, senza una partita o un gran premio che ti possano salvare il culo, ti conduce di filato all'Ikea. L'alternativa è rimanere a casa e prepararsi ad affrontare l'ira crescente di dolcemetà, la quale, rinchiusa il dì di festa, avvicina per aspetto e pacatezza un Godzilla idrofobo.
E allora che Ikea sia, anche e soprattutto quando non ti serve niente!
L'aspetto terrificante della gimcana nei corridoi allestiti dai nostri amici svedesi non è il pericolo d'acquisire oggettistica varia, magari, è purtroppo il maturare della consapevolezza di avere già acquisito di tutto.
Giri sospinto dalla fiumana e se all'inizio ti dà quasi conforto rivedere la vecchia Billy, col passare dei prodotti conosciuti ti piglia male.
I bicchieri di plastica colorata, le insalatiere e le coppette, i tovagliolini di carta, le forbici, la grattugia, i mestoli, il colino, i sottovasi, le pile gialle, il tappeto in camerina, il tappeto per le macchinine, le bottiglie, i bicchieri, i taglieri, lo stendipasta, la coperta di pile, l'abat jour, il poster, la cornice di legno e quella d'acciaio, il letto, la sedia per il piccì, gli adesivi di Haring, il vassoio a fiori, il copriletto, il piumone, i guanciali, i contenitori in plastica per il frigo e quelli grandi per i giocattoli, il poggia notebook (novità), il tavolinetto Lack da 5 euri, l'expedit, la biscottiera, il sale e pepe, le tovagliette americane svedesi, i sottobicchieri, gli attrezzi nella scatola arancione, l'orologio modello stazione, le buste per la spesa, le stampelle in legno per gli abiti, le forchette che non infilzano, i coltelli che non tagliano, lo specchio adesivo, i cuscini da battaglia, i peluche orribili, i coccini, il trenino coi binari di legno, le ciabatte tarocche delle crocs tarocche (novità), l'affetta uovo sodo, il wok, le presine, le candeline mignon, lo scolapasta (brividi), lo schiaccianoci, le ceste in similvimini, il palo da tenda, il portaposate, il secchio dell'immondizia, il dispenser per sacchetti di plastica, il rotolo alla cannella, i biscotti colle lettere zigrinate, le patatine e, soprattutto, il fottutissimo riccio sempretraipiedi gonfiabile IKEA!
Va a finire che è normale se ti senti omologato e allora, nel regno dell'assemblaggio, ti può solo montare il nervoso.
Ma, per una tranquilla domenica piovosa, sempre meglio a te che a dolcemetà.

17 maggio 2012

Stasera ho bestemmiato

Stasera ho bestemmiato. E ho pianto.
Poi ho pianto e bestemmiato. Ho anche avuto il potente impulso di prenderla a manate. Di spalancarle la bocca con la forza, di afferrarla per i capelli e sollevarle quella testa sempre china rivolta ai piedi. Sempre china, cazzo. Manco più uno sguardo vuoto, manco quello ci tocca.
Poi le ho gridato la mia disperazione in faccia. Che cazzo ti succede?, ho urlato, ma sapevo benissimo cosa le stava succedendo. Lo sapevo, eccome. Ma tutta la consapevolezza messa insieme in questi anni bui, durante il progredire malsano della decadenza, tutta questa consapevolezza si fa d’un tratto impalpabile, ti sfugge dalle dita come sabbia asciutta, si scioglie come zucchero filato in bocca e va così che perdi la testa lo stesso, anche se sei documentato più d'un medico, anche se sei tenacemente consapevole.
La perdi la testa, e se va bene bestemmi, e se va ancora meglio piangi.
La morte in confronto è un toccasana, un miraggio quasi. E non ci ho mai creduto davvero, quando l’ho sentito dire in giro, ma è così.
E ti chiedi cosa sei diventato se arrivi a desiderare la morte per chi ti ha dato la vita. Ma forse non sei diventato niente, forse era già tutto dentro di te pronto ad essere scoperchiato dall'acqua bollente. Cerchi di convincerti che tutta la rabbia che va a comporre il funesto desiderio, magari, scaturisce soltanto da un eccesso d’amore.
Poi ho detto a mio figlio che per favore mi sparasse nel caso dovessi essere colpito dalla stessa malattia di mia madre.
Sparami un colpo di pistola, gli ho detto, se divento come nonna.
Se ce l’ho, mi ha risposto.
Almeno questo.
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