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21 aprile 2017
Scrivere nel passato (remoto)
Non ne posso già più delle storie infarcite di cellulari, di social e di tutte quelle moderne diavolerie.
Per carità, benissimo per la realtà reale e per tutti i lestofanti che l'avrebbero fatta franca un secolo fa e invece adesso restano impigliati nelle maglie digitali e regolarmente beccati.
Ma per la fiction no, non ce la fo mica, mi viene l'orticaria.
Bene Perfetti sconosciuti, visto e piaciuto, ma anche basta.
Io voglio godermi delle storie, lette o viste, dove per ricevere una telefonata devi restare inchiodato all'apparecchio e nei pressi del suo fottuto filo che sbuca dal muro.
Voglio vedere il cazzo di protagonista sanguinante che si trascina per dei chilometri in caccia di un posto pubblico per telefonare, voglio che si frughi in tasca alla ricerca di qualche spicciolino che gli salvi il culo.
Altro che flat e 500 sms gratuiti.
Mi voglio immedisimare in tempi e luoghi dove il telefono senza fili è ancora e soltanto quello stupido gioco da fare a tavola nei dopocena un po' bevuti, quando il primo della catena bisbiglia La Coca Cola fa fare i rutti e all'ultimo gli arriva immancabile L'Eleonora la dà a tutti.
Voglio un mondo raccontato dove pullulano gli Overlook hotel isolati da tutto. Voglio un bosco dove ti puoi far azzannare in santa pace da un orso senza che tu debba rompere le palle ai tuoi contatti in rubrica per venirti a pigliare, voglio un amore tra due disperati confinati agli angoli del globo che si sviluppa a colpi di lettere scritte a mano, meglio se vergate con la stilografica. Voglio della gente che cucina spulciando un vecchio ricettario macchiato e rilegato con lo spago.
Voglio una fiction whatsapp free, dove ci siano delle foto da sviluppare e dove i messaggi vocali si lascino al massimo dentro al buco nero di una segreteria.
Oppure mi date una storia con tutta sta roba digital, ma che sia stata pensata e scritta cinquant'anni o più fa, allora va anche bene.
p.s. poi voglio anche conoscere l'Eleonora.
8 febbraio 2017
Del downgrading tecnologico
Quando ti abbandona un cinofonino hai voglia a portarlo a riparare da loro!
- Si è lotta la displei, no possibile di lipalale no avele pezzi di licambio di questa malca.
Ti attacchi e basta.
Siccome che è durato un po' poco per i miei standard (14 mesi) e non ho voglia di spendere adesso per un apparecchio nuovo, ho rimesso in carreggiata il mio cellulare precedente.
Ero abbastanza riluttante ma vedo che il suo lavoro lo fa, a parte che non c'entra manco una app oltre a quelle che già ci sono.
Telefono, messaggio e chatto, fine. E va bene così.
Ergo mi ero comprato qualcosa di inutile. Diciamo che in più potevo farci due partite di ruzzle al cesso, bada lì!
E quando si guasterà questo ho sempre pronto il 3330 della nokia, l'unico, l'indistruttibile.
Per arrivare poi, con un po' di fortuna e un altro guasto, all'antica vita senza telefonino: un'esperienza ormai smarrita alla quale però si può tendere solo per gradi.
18 gennaio 2017
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma
Temo che l'umanità abbia preso un po' troppo alla lettera l'illuminato postulato del chimico francese Antoine-Laurent de Lavoisier.Perchè se, com'è vero iddio, o chi per lui, le schuko non si sa mai dove stanno, le patatine mancano sempre, e i calzini si spaiano irrimediabilmente, è altrettanto vero che stiamo assistendo a una pericolosa invasione di trasformatori (chiamateli alimentatori, chiamateli Ismaele o chiamateli come volete...).
Gran parte dei ritrovati tecnologici che agevolano le nostre vite ci sono venduti accessoriati di un rassicurante trasformatore.
Cellulari, harddisk esterni, laptop, cordless, consolle, tablet, fotocamere, giocattoli e tutta una serie di apparecchi dall'aspettativa di vita tendenzialmente molto breve.
Va così che passano gli anni, la tecnologia progredisce, i meccanismi si rompono e giocoforza vanno rimpiazzati con nuovi modelli.
I vecchi si buttano. Ma non il trasformatore, che può sempre tornare utile! (mi par di sentirvi).
C'è comunque una piccola fetta dell'umanità, studiata dalla Nasa, che riesce a gettare via il trasformatore - funzionante - assieme all'apparecchio di riferimento non più funzionante o fatalmente obsoleto. Beh, non sto dicendo a voi, iatevenne!
Noi gente normale raccogliamo i trasformatori in contenitori generalmente plastici di provenienza vagamente svedese etichettati alla meglio come "materiale elettrico", seppure negli anni si genererà l'esigenza di un'archiviazione più esclusiva e dignitosa in uno scatolone riservato marchiato "trasformatori".
Poi capita che devi comprare una tastiera elettrica per il figlio e la sua buona scuola - non sai mai ti diventi un Roby Facchinetti o un dio delle città - e che il prodotto in questione sia venduto con il trasformatore A PARTE.
Boni! Fermi tutti! Ce l'ho io il trasformatore!
Finalmente hai l'occasione per tirar giù il cavolo di contenitore zeppato negli anni di fior di trasformatori che potevano tornare utili.
E cominci a vagliare i volt e gli ampere, che non ci capisci una cippa, ma non vogliamo certo fulminare la tastierina nuova con una scarica inadeguata.
E niente, pare che il cartello mondiale dei trasformatori sia riuscito a destinare alla tastiera dei tuoi desideri un trasformatore dalle caratteristiche tecniche diverse, anche mezzo volt non di più, da tutti quelli che hai zelantemente messo via negli anni.
In ogni caso prendo quello dalle specifiche più simili all'originale e mi faccio consigliare dagli espertoni della materia che qui da me abbondano. Mi fanno: va bene lo stesso, e compro la tastiera senza alimentatore.
Va così che il cartello degli spinotti ha dotato la femmina di quel cazzo di sintetizzatorino di un buco di diametro avverso e il mio trasformatore, vanamente auspicato di riutilizzo, torna di filato nel cestone dei dimenticati.
A casa mia ce n'ho almeno venti di questi cosi. Ora... ipotizzando che il 30% delle famiglie mondiali sia messo come me, nei garage/cantine del pianeta dormono 6 miliardi sei di cazzosi trasformatori funzionanti.
Negli anni '70, ve lo dico, eravamo avanti: noi avevamo un coso rosso a cui bastava spostare un'interruttore per infondere alla pista polistil il voltaggio che volevamo. Un vero spasso.
E per la serie invenzioni da realizzare non ditemi che non sia possibile varare il trasformatore universale, ché non vi credo.
Poi, se il potere verrà preso dai trasformatori, che una notte senza luna decideranno di uscire dalle nostre scatole e pigliarsi il mondo, non lamentatevi se per salvarvi dovrà scapicollarsi qui Schwarzenegger direttamente dall'anno tremila.
3 novembre 2016
Dello stalking al primo contatto in rubrica
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| (Adone ma non è lui) |
Detto questo, le attività più frequenti svolte da uno smartphone, teoricamente in standby nei vostri calzoni, sono due: foto dell'interno tasca (*) e inoltro di chiamate e/o messaggi al primo nome in rubrica.
Col vecchio telefono, dopo un paio di bonari cazziatoni da parte di Alessio, ho inserito un finto contatto AAA con un fintissimo numero 123456789 cui non inviare per errore msg o chiamate.
Col nuovo niente, anzi ho registrato il contatto di Adone, un tipo qui che gestisce un'impresa familiare di asfaltature e movimento terra.
E il buon vecchio Adone in questi anni l'ho talmente molestato con telefonate involontarie e messaggi (questo ce l'ho ancora su wa: "ma fecce versus xdcc", chissà se l'ha decifrato) che dopo un po' ha capito e ha smesso di rispondermi. Mette direttamente giù.
Va così che succede come nel noto epilogo allupallupico che quando mi serve davvero, Adone, col cavolo che riesco a parlarci.
Dovevo dare una sistemata al giardino tirando via tre metri cubi di terra o giù di lì, un gioco da ragazzi per Adone e le sue infernali macchine, ma lui prima mi ha attaccato sul viso e poi mi ha mandato direttamente in segreteria, che Adone c'ha ottant'anni e figurati se poi la riascolta la segreteria.
Così ho fatto da me e sono quasi morto.
(*) Io ci farei un museo con tutte le foto accidentali scattate nelle nostre tasche dei Jeans, non sono bellissime?
Ma alle donne succede? No perché le foto delle borse devono essere sensazionali.
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