2 novembre 2014

Del diario vissuto di Giovanna (7)

Essendo già alla fine di giugno che il caldo si è fatto sentire, e la sera a far l'amore stiamo al fresco dove le stelle e la luna ci stanno osservando, e così siamo circondati da un cerchio azzurro, come il nostro amore, pieno di felicità sincera.
E pensando al giorno che entrerò nella camera che riuniti in matrimonio, mi parrà di aver raggiunto lo scopo più bello della mia vita. Quando ci troveremo a letto insieme.
Neno, amore mio, cambierà le nostre vite, io diverò la madre della casa e tu il padre ed insieme dobbiamo difenderci e difendere.
Perché l'amore sarà al centro di tutto.
Tu sei Neno l'amore mio, l'uomo che ò sempre desiderato di trovare, un uomo che mi volesse bene e comprendere e ti ò trovato.
Ieri avvenne non so come che parlando dei nostri genitori io diedi in un dirotto pianto e capii che per lui fu un grosso colpo che non avendo la madre. So quanto bene si vuole a una mamma, lo comprendo che è un grande dolore.
E piangendo entrambi mi disse: Gianna ti anno abituato bene i tuoi genitori. Gianna vorrei che tu sapessi abituare anche i nostri bimbi se gli avremo.
Certo amore gli abitueremo insieme e faremo tutto il possibile. Perché se avremo dei bimbi saranno quelli che compreteranno la nostra felicità.

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- Quaderno del diario vissuto di Giovanna
- Anema e Core
- Dove si va signorine?
- Qui vedi dove dormo e ti sogno
- Se un giorno mi avverasse
- Mi bacia sulla bocca e baci e baci 
- Quando non c'è la partita di calcio manca tutto

31 ottobre 2014

La notte di Aulin

È una polemica sterile quella che ogni anno si scatena attorno alla notte delle streghe.
Non la conosco la tradizione della festa usa imported ma poco imported. I bambini si divertono, o almeno ci provano. Salgono qualche piolo sulla scala dell'esorcizzazione delle proprie paure? E allora ben vengano i dolcetti e i fottuti scherzetti.
Spiace solo che tra i miei vicini di casa, tutta gente coi figli grandi e già a vivere per conto proprio, pochi ne sappiano qualcosa di questo 31 ottobre e più di uno corra il rischio di scambiarla per la notte degli antinfiammatori, a loro certo più noti.
È già tanto se si ricordano di Babbo Natale (che poi anche sull'origine di quel vestito rosso quanti fiumi di parole jalissiani, nini mio!) e della Befana, e i dolci in casa non se li tengono ché sennò se li mangiano.
E allora i vicini li abbiamo riforniti noi di sacchettini dolciumosi, ieri, e speriamo almeno che aprano la porta ai nostri cuccioli.

29 ottobre 2014

True Detective spoiler free

Quando finisce una serie
(di Cocciante-Hart-Cohle)

Quando finisce una serie così com'è finita "True"
senza una ragione né un motivo senza niente
ti senti un nodo senza Rust
ti senti un buco senza Marty
ti senti un vuoto nella tivvù e non capisci niente
e non ti basta più Salem e non basta The Walking Dead
e non ti basta bere come Marty Hart
e non ti basta fumare come Cohle
e in fondo pensi, ci sarà un motivo
e cerchi a tutti i costi una ragione
eppure non c'è mai una ragione
perché una serie debba finire
e vorresti un'altra puntata
e vorresti un'altra stagione
e vorresti vivere in Louisiana
e vorresti essere Marty e vorresti essere Cohle
ma sai perfettamente che non ti servirebbe a niente
perché c'è lei, perché c'è lei
perché c'è lei, perché c'è lei
perché c'è lei nelle tue ossa
perché c'è lei nella tua mente
perché c'è lei nella tua vita
e non potresti più mandarla via
nemmeno con un'altra puntata
nemmeno con un'altra stagione
nemmeno a vivere in Louisiana
nemmeno se tu fossi Marty nemmeno se tu fossi Cohle
però, se potessi ragionarci sopra
saprei perfettamente che domani sarà diverso
lei non sarà più lei
io non sarò lo stesso uomo
magari esce Better call Saul
magari mi riguardo tutto Breaking Bad
e se potessi ragionarci sopra
ma non posso, perché...
quando finisce una serie...


La storia ha un abbrivio potente ma, alla fine dei salmi, scivola via quasi in secondo piano rispetto alla fotografia e alla raffinata cura dei personaggi.
Poi, sentire la voce di Matthew McConaughey che dice anche solo "Dora Lange" beh, quella è libidine pura, altro che Adriano Giannini (il doppiatore italiano), magari anche bravo, ma assolutamente inadatto al ruolo specifico.
Mentre Pino Insegno ce la sfanga perché Marty ha, e deve avere, una voce più classica, Giannini junior proprio non rende un grammo dell'idea della tormentata anima di Rustin Cohle, The Taxman.
Un vero delitto per chi se la ciuccia o ciuccerà in italiano.

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Penso che l’autocoscienza sia un tragico passo falso nell’evoluzione umana. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi, la natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa.
(Rustin Spencer Cohle - True Detective Serie01-ep.01)

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27 ottobre 2014

Tre uomini in barca (per tacer dell'Effetto Tutto Qui?)

L'effetto te ne parlo talmente bene che va a finire ti aspetti troppo e resti deluso, classificato in psicologia come Effetto Tutto Qui? ® (o ETQ) è il rischio che si corre quando ci si decide ad affrontare un elemento - sia esso di natura umana, artistica o puramente materiale - del quale tutti coloro che te ne hanno parlato lo hanno fatto in termini entusiastici.
L'Effetto Tutto Qui? è la deriva fisiologica, sul piano del riscontro di gradevolezza, della ben nota spinta uguale e contraria fisicamente individuata e definita da Archimede, e si misura su base della Scala Jagger in gradi Satisfaction.
L'ETQ opera fatalmente in riduzione sulla probabilità che tu rimanga soddisfatto dall'esperienza. Ma ricordiamoci anche che:
Felicità = Realtà - Aspettative
pertanto, meno aspettative si creano più facilmente la realtà dei fatti le potrà superare, realizzando un saldo attivo, un utile, di felicità.
Va da sé che la conoscenza della teoria stessa e la crescente consapevolezza che l'Effetto Tutto Qui? sia applicabile al rapporto specifico che intendi valutare (tipo quanto ti piaccia davvero quel film o quella persona o quel libro) ne attenua sensibilmente la spinta originaria fino a tenderla allo zero.
Tutta 'sta sbobinatura per dirvi che dedicandomi al libro di Jerome Klapka Jerome, Tre uomini in barca (per tacer del cane), era logico che potessi cadere vittima dell'ETQ a valle di una serie indefinita di personaggi più o meno noti e/o raccomandabili che ne consigliavano spassionatamente la lettura.
Ma conoscendo bene, io, la teoria dell'Effetto, essendo uno dei firmatari dell'enciclica che lo ha sancito, ho potuto annullarne il moto repulsorio e apprezzare l'opera, anziché no (3,2 carver).

Jerome/Gerolamo risale il Tamigi su un barcone con il suo cane e due amici realmente esistiti e traslati più o meno fedelmente nel romanzo, Giorgio e Harris. Questo in soldoni.
Commentare un classico, o tentare di farlo, è difficile, quindi non lo farò, non questa volta.
Ma un estratto sì, mi piace sempre riportare qualche riga che possa indurre nei non lettori residuali la voglia di prenderselo in ebook (0,89 centesimi), o di ravanare nella libreria di casa (dovrebbe esserci) o di scaricarlo in pidieffe (si trova).
Non è semplice neppure appuntarsi le righe da proporre perché le situazioni brillanti, così mirabilmente elaborate in puro stile english, hanno spesso un respiro ampio che mal si addice alla brevità di un post. Quindi, al di là di due lampi...

Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo.

George va a dormire in una banca tutti i giorni dalle 10 alle 16, tranne il sabato quando lo cacciano fuori alle 14.

...peraltro molto noti, sono costretto a scegliere un solo brano, per non arrecarvi tedio e per non sminuire in voi il gaudio di assaporare poi di persona l'intiero tomo.

Questo è tutto Harris — così pronto ad assumersi l’onere di ogni cosa e poi di addossarlo agli altri.
Egli mi fa venire sempre in mente il mio povero zio Podger. In vita mia non avevo visto mai tanto trambusto in una casa, come nel momento che mio zio Podger si accingeva a far qualche cosa. Un quadro era ritornato dal negoziante di cornici, ed era stato lasciato ritto contro una parete della sala da pranzo aspettando d’essere appeso.
La zia domandava che cosa si doveva farne, e lo zio diceva:
— Lascia fare a me. Nessuno di voi s’impicci del quadro. Farò tutto io.
E allora si cavava la giacca, e cominciava. Mandava, la fantesca a comprare cinquanta centesimi di chiodi, e poi uno dei bambini che la raggiungesse per dirle di che dimensione dovevano essere, e dopo imprendeva gradatamente a mettere in moto tutta la casa.
— Ora, tu, Guglielmo, va a pigliarmi il martello — gridava — e tu Tommasino, va a pigliarmi la squadra; e m’occorrerà anche la scaletta, e forse sarà meglio una sedia di cucina. Tu, Gianni, fa due salti dal signor Goggles; digli: — Tanti saluti da parte di papà, e come state con le gambe? — e se mi vuol prestare il livello. E tu, Maria, non te ne andare, perchè ho bisogno che qualcuno mi tenga la candela; e quando ritorna la fantesca, deve andare a comprare un pezzo di cordone; e, Tommasino!... dov’è Tommasino?... Tommasino, vieni qui; piglia il quadro e dammelo!
E allora il quadro sollevato gli cadeva di mano, e saltava dalla cornice, ed egli, per salvare il vetro, si tagliava un dito; e allora si metteva a saltare per la stanza, cercando il fazzoletto. Non poteva trovare il fazzoletto, perchè l’aveva nella tasca della giacca, e non sapeva dove aveva lasciata la giacca, e tutti di casa dovevano interrompere la ricerca degli strumenti e cominciare a cercar la giacca, mentr’egli intanto seguitava a saltare in giro, impacciandoli.
— Sa nessuno in tutta la casa dov’è la mia giacca? Non m’è capitato mai di vedere gente simile! Siete in sei!... e non siete capaci di trovare una giacca che mi son cavata, cinque minuti fa!...
Quant’è vero... In quel momento era seduto, e scoprendo di star sopra la giacca, gridava:
— È inutile che andiate in giro. L’ho trovata da me. Rivolgermi a voi perchè troviate qualche cosa, è come dirlo al gatto.
E, dopo ch’aveva impiegato mezz’ora a legarsi l’indice, ed era stato trovato un altro vetro, e gli strumenti, e la scala, e la sedia e la candela erano lì pronti, cominciava un altro divertimento: chè tutta la famiglia, compresa la fantesca e la donna a giornata, doveva assistere in semicerchio, pronta a dare una mano. Due persone dovevano reggere la sedia, una terza doveva consegnargli un chiodo, una quarta passargli il martello; e lui, pigliando in consegna il chiodo, lo lasciava cadere.
— Ecco — diceva, in tono d’offesa — è caduto il chiodo!
E tutti dovevamo inginocchiarci a cercarlo, mentr’egli se ne stava ritto sulla sedia a brontolare, e a domandarsi se doveva rimaner lì tutta la sera. Il chiodo veniva finalmente scovato, ma intanto lui aveva perduto il martello.
— Dov’è il martello? Che n’ho fatto del martello? Giusto cielo! Ve ne state lì in sette a bocca aperta, e non sapete che cosa n’ho fatto del martello!
Gli trovavamo il martello; e intanto aveva perso di vista il segno da lui fatto sulla parete, per configgervi il chiodo; e ciascuno doveva a turno salire accanto a lui sulla sedia per cercar di trovare il segno; e ciascuno lo scopriva in un punto diverso; e lui ci chiamava stupidi, l’uno dopo l’altro, ordinandoci di scendere. E prendeva la squadra, per prender le misure un’altra volta, e trovando che gli occorreva la metà di ottantuno centimetri e tre settimi di centimetro dall’angolo, tentava di fare il calcolo a memoria e gli pareva d’impazzire. E tutti tentavamo a memoria, e tutti giungevamo a risultati diversi, e ci davamo l’un l’altro la beffa. Nel trambusto generale, era dimenticato il numero originale e zio Podger doveva rimettersi a prender le misure. Questa volta egli usava un pezzo di corda, e, nel momento critico che lo zio era inclinato sulla sedia a un angolo di quarantacinque, provando di raggiungere un punto un decimetro più di quanto si potesse sporgere, gli scappava la corda, ed egli s’abbatteva sul pianoforte, con un effetto musicale veramente bello, prodotto dalla velocità con cui la testa e il corpo avevano colpito contemporaneamente tutte le note. E zia Maria esclamava che non voleva che i bambini stessero lì presenti a sentire le espressioni di mio zio. Finalmente, zio Podger fissava di nuovo il punto, mettendovi su l’estremità aguzza del chiodo con la sinistra, e prendeva il martello nella destra. E, al primo colpo, si schiacciava il pollice, e con un urlo, lasciava cascare il martello sui piedi del più vicino. Zia Maria osservava con dolcezza che la prossima volta che zio Podger avrebbe dovuto ficcare un chiodo nel muro, le facesse la finezza di avvertirla in tempo, perchè essa potesse disporre le cose in modo da andare nel frattempo a passare una settimana con la madre.
— Oh! le donne fanno sempre un mondo di difficoltà per niente — rispondeva zio Podger, riprendendosi.
— Ebbene, a me piace di lavorare un po’ a questo modo.
E allora ci si provava di nuovo, e, al secondo colpo, il chiodo entrava tutto quanto nell’intonaco, trascinandosi dietro mezzo martello, mentre zio Podger veniva proiettato contro la parete con forza quasi sufficiente da appiattirgli il naso. Allora gli dovevamo trovar di nuovo la squadra e la corda, e si doveva fare un buco nuovo; e, verso mezzanotte, il quadro era appeso — storto e alquanto instabile, con la parete che per dei metri in giro sembrava grattata da un rastrello, e tutti stanchi morti e infelici — tranne lo zio Podger.
— Ecco qui — diceva, balzando pesantemente dalla sedia sui calli della donna a giornata, e dando uno sguardo a tutta quella confusione in giro con orgoglio evidente.
— Molti avrebbero avuto bisogno d’un operaio per fare un lavoretto come questo.

25 ottobre 2014

Del diario vissuto di Giovanna (6)


Domenica 3 maggio 1953
Essendo una domenica senza divertimenti, perché quando non c'è la partita di calcio manca tutto, andammo a fare una girata a il Leccio del Ginori dove abbiamo inciso le nostre iniziali in un cuore, e se qualche volta ritornassimo ricorderemo i nostri sogni. Poi mi cogliesti un fiore di biancospino e me lo donasti con un gran sorriso.

Fior di biancospino
non sono una farfalla
che va da fiore a fiore
ma sono come l'edera
dove s'attacca muore.
Io son l'ulivo e l'edera sei tu
i nostri cuori s'intrecciano
e non si lasceranno più.

Davanti allo specchio nella mia sala, la chiamiamo così perché è grande, dove quello specchio ci a visti fin dal primo giorno che venisti da me sempre felici e sorridenti, e dove ci vedrà sempre, mentre ci siamo avvicinati e ci siamo visti tu mi ai abbracciata e tu mi ai detto:
"Giovanna, guarda le nostre facce senza rughe, come si accostano e si sfiorano, ma anche quando saremo vecchi, che all'ora avremmo le rughe e che la nostra pelle non è bella fresca come ora, dovremo riaccostare insieme le nostre facce e risognare i sogni di oggi.
Sì amore lo faremo perché ci si deve volere il bene che ci si vuole oggi.
Questo non nè un romanzo questa è la vera vita dove qui non ci sarà avventure e ne frottole, qui c'è solo amore che nessuno potrà capire, soltanto chi lo leggerà, o quelli che si ameranno come ci si ama noi.
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- Se un giorno mi avverasse
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23 ottobre 2014

Odio - sinfonia n. 4 (le persone)

Ho sempre odiato poco, e male.
Ho odiato dentro e invece. Invece merita esternare, non è normale e non è sano sempre smussare o tollerare oltre i limiti umani o preferire le silenti implosioni.
Invece ho amato, tanto, non solo persone anche altro, ho amato percorrendo una strada senza dossi rallentatori.
Sì, me la son cavata meglio con l'amore, con l'odio non sono andato bene. Se fosse stata materia di studio sarei andato di certo a settembre, in odio.
Odio cose, gesti, situazioni ma necessariamente odio anche persone o, meglio, tipologie, classi di persone.
Così odio i mangiatori di patatine al cinema, e con loro chi gliele vende o chi gli permette di portarsele in sala.
Odio coloro che dimorano davanti al bancomat, si piazzano lì e pare che fanno fare l'ammmore alla loro cartina con la bocchetta. Metti e leva leva e metti, e poi stampa il riepilogo ultimi movimenti, dopo un passo per andare ma niente, tornano indietro e rimbucano, allora prelevano poi stampano il saldo e poi di nuovo tutto daccapo. Ho visto le loro donne arrivare a metà pomeriggio con il cestino della merenda.
Odio quelli che quando apre la cassa quattro si precipitano a pigliare la posizione al nastro, pure se stanno in coda in ottava posizione alla cassa numero due, e si sentono in pieno diritto per farlo. Per questi ci vorrebbe la gambizzazione.
Odio quelli che t'interrompono e che asfaltano i tuoi discorsi inascoltabili con le loro mirabili gesta. T'è morta la nonna? Non hai scampo perché a loro è sicuramente morto il nonno, il bisnonno, un cugino di primo grado, il figlio militare e il fottuto pesce rosso vinto al lunapark dalle bambine.
Odio chi semina cattiverie gratuite, chi infierisce sui deboli sapendo di essere forte, chi spara sugli assenti.
Odio anche quelli che svengono in vista della cassa del bar, tirano il freno a mano, controllano lo smartcoso, salutano un tizio, si voltano nella speranza di trovare un tizio da salutare, si fanno salutare da un tizio, e mai una volta offrire. O tentare di farlo, con dignità. Per questi la flagellazione.
E odio gli impiccioni, quelli che ti frugano nei cassetti, quelli che ti sbirciano il telefono, quelli che cercano tra i tuoi fogli, quelli che leggono la tua agenda. Questi li odio anche se sono malati.

20 ottobre 2014

All'ultimo respiro

Ho partecipato a un corso di formazione sulla comunicazione, una spolverata di concetti incentrata sulla gestione dell'ansia e sulla respirazione nel quadro della comunicazione verbale/paraverbale/non verbale.
Mi s'è aperto un mondo.
La due giorni è stata condotta da questa donna qui in maniera davvero splendida, chiara ed esaustiva nelle tematiche trattate.
Lo so, detto così non rende, anzi non rende nemmeno se lo si racconta a voce, ma davvero ho trovato tutto dannatamente utile.
Anche se, in effetti, un po' tardivo. Voglio dire, ho una vagonata di anni sulle spalle e le mie occasioni per parlare in pubblico me le son già belle che giocate, almeno le più importanti. A scuola, a tutti i livelli della nostra scuola, mai si accenna a quanto sia determinante essere tranquilli, oltreché preparati, per l'esposizione di un concetto. Mai si insegna con esempi o esercizi a recuperare il battito o il respiro. Mai si mostra come sia deleterio esprimersi in apnea.
Non mi dilungherò perché non ho le competenze per farlo né la padronanza del linguaggio tecnico, chi vuole può approfondire cercando in rete info sulla respirazione diaframmatica.
Incredibilmente poi, scopro che a scuola (non nella nostra sezione però) è arrivata una maestra nuova e che, all'inizio della lezione, fa respirare i bambini. Magari è l'iniziativa di un singolo oppure qualcosa si sta muovendo, chissà... e se fosse proprio il diaframma?
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