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11 maggio 2014

Il Professore delle Favole

Me la son sempre vista coi numeri, a scuola principalmente, correggendo le espressioni dei ragazzi delle medie e nutrendoli di incognite. Archimede il mio mito e Fermat il mio incubo.
Ma con il pensionamento, quella tensione che mi teneva in piedi, avvitata e contorta attorno ai milioni di cifre vergate col gesso alla lavagna, si è sciolta d’incanto, in un battibaleno, e mi ha lasciato svuotato, senza un risultato sulla destra da far tornare.
Ed è stato per non morire ingoiato da una poltrona in velluto bordò, davanti a un finto reality, che mi sono dato uno scopo nuovo e ho iniziato a leggere libri. Libri che avessero numeri solo a indicazione della pagina, libri che prendessero le distanze dalla troppa concretezza che mi aveva imprigionato in un quadrato costruito sull’ipotenusa.
E così ho scoperto le fiabe: un mondo meraviglioso dove si addensano i colori, i profumi e i rumori dei tuoi più incredibili sogni. Un mondo dove alla fine il male è sconfitto e dove si vive per sempre felici e contenti.
E l’ho cercato davvero questo mondo, deciso a trasferirmi per sempre nell’universo beato delle favole. L’ho cercato fisicamente a Stonehenge e a Petra, l’ho cercato tra i ruderi di Schliemann a Troia e anche sulle pendici alpine; avessi potuto l’avrei cercato anche alle porte di Tannhauser.
Ho cercato un varco fisico, reale, che mi consentisse di lasciare il mondo degli uomini e finire nel mondo delle fiabe tra l’azzurro dei principi, il verde dei fagioli, il rosso dei cappucci e il giallo dell’oro.
Mi sono procurato tutti i film e i cartoni animati che potevo e che parlassero di favole, ho letto libri a ripetizione, spesso gli stessi, fino a notte fonda, fino a impararne a memoria ogni passo, ogni dialogo, e sono sprofondato, piano e inesorabilmente, nelle sabbie mobili della mente, l’unico luogo e l’unico modo per raggiungere davvero la vita per sempre, da felice e da contento.
Pochi giorni fa ho capito che il varco mentale stava aprendosi attorno a me quando all’edicola è stato un orco a vendermi il giornale e poi tornando a casa, tra i bambini al parco giochi ho riconosciuto quella birbantella di Gretel dondolarsi sull’altalena come una forsennata. Oh, se era lei!
Sintomi della pazzia o frutto di duro lavoro? Ormai c’ero dentro e ho tirato dritto. Non sono uscito di casa per una settimana rileggendo migliaia di favole e sottomettendomi a visioni di centinaia di film. Ho dormito con A mille ce n’è sparato dalle cuffiette.
E finalmente posso dire di avercela fatta. Stamani sono uscito e la razza umana era bella che svanita lasciando spazio a folletti, principesse e animali parlanti. Scomparsa anche la città: niente asfalto e auto, ma prati smeraldini e carrozze e alberi che camminano.
Dio che meraviglia, la felicità e la contentezza finalmente sono parte di me, una nuova vita mi aspetta in un mondo senza tempo, senza numeri e senza dolore.
Ballo come riesco a fare e canto, ho una voglia incontenibile di cantare e di mostrare la mia gioia a tutti, anche se vedo laggiù - ohibò - un principino (piccino piccino) che tutto mi pare fuorché allegro, che diamine! Mi avvicino, magari potrò consolarlo un po’.
   «Buongiorno» gli urlo, sorridendo a ventimila denti.
   «Buongiorno un cazzo! Ma tu chi sei, scusa, cos’è tutta questa verve, questa gioia. Da dove ti viene?»
Devo aver fatto una faccia un po’ svanita.
   «Ah ok ok, ho capito, sei il vecchietto di una nuova favola, sei arrivato adesso e ancora non hai capito come gira il fumo».
   «Ma veramente, io…»
   «Senti me, psss, avvicinati. Sai quello slogan del vissero tutti felici e contenti? È ‘na mmerda!»
   «Ma come? Ma non siete sempre felici qui?»
   «Ma sì, certo».
   «E allora?»
   «È proprio quello, non capisci? L’infinita prospettiva di vita e la monotonia di una felicità senza fine t’ammazzano proprio».
   «…»
   «Io-voglio-morire. Voglio una vita di cui assaporare ogni singolo giorno perché so che finirà e che non ne avrò un’altra mai più».
   «…»
   «Ma hai visto come me ne devo andare vestito? Voglio una felpa nera con un cappuccio, voglio un paio di jeans strappati. Ma soprattutto: basta principesse odorose, pettinate e spazzolate, basta cavalli bianchi; voglio innamorarmi di un’infermiera, voglio respirare il sudore di una barista dopo un turno di lavoro e voglio una fottuta Ducati Monster».
   «…»
È qui che abbassa la voce, si guarda in giro e assume l’aria del cospiratore.
   «Ad ogni modo, nonnetto, resta nei paraggi perché sto studiando un modo infallibile per filarmela e per catapultare la mia trista esistenza nel mondo degli uomini. E se fai il bravo ti porto con me».
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Contributo all'EDS arcobaleno by TuttiNoiSappiamoChi
Partecipano anche:

18 febbraio 2013

Ucci Ucci sento odor di cristianucci

Io non sono cattivo, son favole.
Certo posso capire che a vedermi non la faccio una gran bella impressione. Sono grosso, che devo fare? Un gigante, dicono.
Sudo nei campi del barone, ho mani larghe come padelle e callose, indurite dal lavoro e screpolate dal sole, ho un faccione squadrato e aspro scolpito dal vento gelato.
Ma nessuno ci ragiona che anche il mio cuore è grande, è un proporzionato cuoricione caldo, anche se accartocciato attorno a quella
spina che ha trafitto il desiderio più grande.
Io non sono cattivo, credetemi.
Amo mia moglie, la vecchia Helga, una donnona par mio, buona come il pane e rubizza che ti mette allegria, anche se il cielo non ha voluto premiarci con il dono di una creatura tutta nostra.
Amo mia moglie e quella deliziosa minestra d'avena che mi prepara, una zuppa zuppa di sentimento e capace di rinfonderti energia e spingerti di nuovo in vigna o a far legname.
Certo che la culla intagliata nel tronco d'acero è rimasta vuota, sta lì ed è una pena. Dovrei distruggerla, dovrei cacciarla nel fuoco e utilizzarne la brace per arrostirci una lepre o un capretto, ecco cosa dovrei fare.
Magari, se non fossi vegetariano.
Io non sono cattivo e non li mangio i bambini.
Poi, da quando ha iniziato a venir su Giacomino, abbiamo cominciato questo gioco, quasi per caso, e ora non possiamo più farne a meno.
Helga e io ci capiamo senza parlare, è bastato l'occhiolino e l'ammiccamento ai piedini dietro la tenda, sono entrato in casa sbattendo gli scarponi sulle assi del pavimento e facendo il vocione più profondo che potevo:
- Ucci Ucci - ho urlato mentre tiravo su rumorosamente col naso.
- Ucci Ucci, sento odor di cristianucci!
Mi scappa da ridere a pensarci, il mio odorato è defunto da un pezzo, s'è suicidato dopo tutti questi anni passati a concimare, a raccogliere le biche di vacca e a ripulire il pollaio. Ho imparato a inspirare a piccoli spruzzi, a tirar su brevi refoli d'aria nelle narici contratte proprio per non sentirli gli odori, figuriamoci se avrei potuto percepire quello di Giacomino.
Vedere la tenda che tremava e far finta di volerlo divorare è stato ganziale, come dice lui.
E gli piaceva eccome, farsi beccare nel nascondiglio quando gli cacciavo un "BU" e scappare a gambe levate mentre io fingevo di avvicinarlo e poi inciampavo o frenavo sfinito senza mai riuscire ad acchiapparlo.
- Ucci Ucci, sento odor di cristianucci. Cristosanto che bellezza, ma come t'è venuta? - mi fa Helga versandomi una sontuosa minestra di fagioli nel piatto - Ucci, Ucci... sei un grande.
- È il mio animo poetico - le fo - Helga, amore.
Sorrideva, seduta accanto a me, incantata a guardarmi e abbagliata di un amore per me che non riesco ancora a spiegarmi. La mia Helga.
Dopo, Giacomino ha avviato a portare gli amici, piccoli, anche loro non che avessero molte possibilità di distrarsi dalle loro vite grame e venire da noi a giocare a Ucci Ucci era il massimo che si potevano permettere.
Non ce la facevano a rimpiattarsi tutti dietro alla tenda e ho cominciato a trovarli nella cassapanca, sotto al tavolo, nella madia, uno s'era calato persino dentro al paiolo.
- Sento odor di cristianucci - urlavo, e Helga che mi reggeva la parte:
- Ma no, cosa dici? Sarà la tua minestra di farro.
Ah, il farro! Ve l'ho detto che adoro il farro? Santiddìo, adoro il farro. Camperei di farro.
È andata così che l'abbiamo guasi dimenticata la nostra pena grande e quando ci guardiamo negli occhi, io e Helga, con la casa fitta di bimbetti nascosti, scopriamo che non è male nemmeno così.
Io non sono cattivo ma poi, sapete, capita di perdere una dannata guerra e che, al solito, la storia la scrivano i vincitori.

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Questo testo partecipa all'EDS sniff sniff come anche:
S.Sebastiano di Dario
Terre lontane di Melusina
Odori di ricordi di Lillina (più questo)
L'abbondanza di cozze - Fevarin e carnazza
L'odore della SIPE di Pendolante (più questo)
Profumo di marsiglia ancora Lillina
Il profumo del rinnovamento di Mai Maturo
Odore della domenica di F.
La puzza di Mentoressa Donna Camèl
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